Oppiacei e minatori

E’ stata recentemente diffusa la notizia dell’impiego dell’eroina da parte dei minatori di giada della Birmania; notizia ripresa e ridiscussa nel miglior sito italiano sull’eroina (gestito dal Dirigente Ser.T di Bologna Salvatore Giancane).
L’impiego di questo oppiaceo sarebbe di tipo prestazionale, nello specifico per “alleviare le sofferenze delle condizioni di lavoro estreme” associate alla dura attività delle miniere. L’eroina non viene assunta al termine della giornata di lavoro nella miniera, bensì durante il lavoro fisico e, stando alle affermazioni dei medesimi minatori, servirebbe per “alleviare la fatica”.
L’uso produttivo/prestazionale degli oppiacei potrebbe sembrare contraddittorio con gli effetti notoriamente sedativi di queste sostanze. E’ ben noto l’impiego delle foglie di coca presso i minatori peruviani durante il periodo coloniale, giustificato dalle proprietà fortemente stimolanti della cocaina presente in queste foglie. Sia detto per inciso, che un incentivo all’ampia diffusione della “masticazione” delle foglie di coca presso le popolazioni andine, fu dato dai coloni spagnoli, i quali ne favorirono l’impiego fra i minatori (si veda Worthon, 1980, p. 26).

Questo impiego moderno degli oppiacei nelle miniere ha interessanti analogie con eventi accaduti 5500 anni fa nella Penisola Iberica, evidenziati mediante un attento studio archeologico ad opera di Jordi Juan-Stresserras.
Nel corso di un lavoro di urbanizzazione nella piazza centrale del quartiere di Can Tintorer di Gavà, una cittadina situata nelle vicinanze di Barcellona, è stata scoperta un’antichissima miniera, la cui entrata fu riempita con materiale di diporto e utilizzata come luogo di sepoltura. Furono trovati i resti di 12 individui, che erano in relazione con il lavoro della miniera. In pratica, si trattava di uomini che avevano lavorato nella miniera, e alcuni famigliari, donne e bambini compresi. La datazione di questa inumazione si aggira attorno al 3500 ANE.

L’analisi del calcolo dentale e dei resti ossei di due scheletri appartenuti a uomini di 30 e 40 anni d’età, hanno evidenziato la presenza di frammenti di capsula di Papaver sominiferum (nel calcolo dentale) e di morfina e codeina (nei tessuti ossei); testimonianza diretta di assunzione di oppio da parte di questi due antichi minatori. L’uomo di 30 anni aveva subito in vita due trapanazioni craniche, alle quali era sopravvissuto, e si potrebbe sospettare un impiego dell’oppio come antidolorifico. Il secondo uomo è apparso di costituzione sana e robusta, e il suo impiego di oppio è stato associato alla sua attività di minatore. Le medesime analisi sono state effettuate sui resti di una donna di 65 anni e un bambino di 3-5 anni d’età, appartenenti al medesimo contesto funebre, e hanno dato risultati negativi per gli oppiacei, evidenziando quindi una esclusività dell’impiego di oppio da parte della popolazione maschile adulta, che era quella effettivamente impegnata nell’attività minatoria.

Riferimenti

JUAN-STRESSERRAS JORDI & MARÍA J. VILLABA, 1999, Consumo de la adormidera (Papaver somniferum L.) en el Neolítico Peninsular: el enterramiento M28 del complejo minero de Can Tintorer, Saguntum, Extra-2, pp. 397-404.

WARTHON S. DANIEL, 1980, Coca e cocaina, Savelli Editori, Milano.

I minatori eroinomani della Birmania

Myanmar: l’80% dei minatori di giada usa eroina per poter lavorare

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