Le foglie di guayusa

The guayusa leaves

La guayusa appartiene a un gruppo di piante del genere Ilex (famiglia delle Aquifoliaceae) impiegate soprattutto nelle Americhe per le loro proprietà stimolanti, in quanto producono alcaloidi caffeinici. Fra queste si annoverano: Ilex paraguariensis A. St-Il., nota come mate o yerba mate e diffusa nell’area meridionale del Sud America; Ilex cassine L. e I. vomitoria Aiton, usate come ingredienti della bevanda nota come Black Drink o yaupon presso i nativi dell’area sud-orientale degli Stati Uniti.

Da un punto di vista botanico la guayusa corrisponde a Ilex guayusa Loes. Ha l’aspetto di un arbusto o di un piccolo albero alto sino a 10 m (eccezionalmente può essere molto più alto, come l’albero osservato da Lewis nell’area peruviana di Puranchim, che raggiungeva l’altezza di 35 m; cfr. Lewis et al., 1987, p. 102). E’ diffuso dalla Colombia meridionale all’Ecuador e al Peru settentrionale e, forse, in Bolivia. Cresce nella fascia di altitudine dei 200-2000 m.

Diversi studiosi hanno ipotizzato che I. guayusa sia un cultivar, una specie addomesticata, con strette relazioni con I. paraguarensis (Dueñas et al., 2016). Il primo a ipotizzarlo fu Schultes, osservando che non aveva mai trovato piante allo stato veramente selvatico, e che quelle che lo sembravano erano in realtà testimonianza di coltivazioni abbandonate. Egli ritenne anche che la presenza di guayusa nel Putumayo colombiano – riportata da Juan Serra nel 1775 – si fosse estinta, poiché le sue incessanti ricerche erano state infruttuose (Schultes, 1972, p. 134). Ma si dovette ricredere in seguito ad alcuni ritrovamenti, incluse le vestigia delle coltivazioni descritte da Juan Serra nella località Pueblo Viejo (Schultes, 1979; per il rapporto di Serra si veda La guayusa nei documenti storici). Sempre riguardo le vestigia di antiche coltivazioni, nel 1857 Spruce trovò un bosco di alberi di guayusa in località Baños, in Ecuador, e ipotizzò che fosse datato a prima della Conquista (Spruce, 1857, p. 193).

Per diverso tempo gli studiosi non erano riusciti a osservare le piante di guayusa in fiore; ci riuscì finalmente Shemluck in stazioni dell’Ecuador, potendo così verificare che si tratta di una pianta dioica (Shemluck , 1979).

Foglia e fiori di Ilex guayusa (da Sequeda-Castañeda et al., 2016, fig. 1, p. 202)

La guayusa è usata per le sue proprietà stimolanti da diverse etnie etnie delle regioni andine basse e di quelle amazzoniche, in particolare dai gruppi jivaroidi dell’Ecuador. Nel XVIII secolo i Gesuiti si interessarono a questa pianta per le sue proprietà toniche e medicinali, e intrapresero una sua coltivazione e commercio che si interruppe con la loro cacciata dalle colonie spagnole, avvenuta negli anni 1766-68. Patiño ha erroneamente affermato che come conseguenza dell’espulsione dei Gesuiti l’impiego della guayusa nei territori alti dell’Ecuador andò in disuso (Patiño, 1968, p. 312). In realtà i gruppi etnici continuarono a utilizzarla sino ai nostri giorni.

Oltre che in Ecuador e nel Peru settentrionale, la guayusa era nota anche nel Putumayo colombiano. Il missionario francescano Juan de Santa Gertrudis Serra, che operò in quest’area nel periodo 1756-1767, se ne interessò particolarmente. Si fece accompagnare in un luogo dove si trovava un grande guayusal (un campo di alberi di guayusa), raccolse numerosi tronchetti vivi e li trapiantò in diversi villaggi del Putumayo presso gli orti missionari. Fu così che i frati missionari del Putumayo nel giro di tre anni riuscirono a essere indipendenti nel consumo personale di guayusa, che apprezzavano particolarmente (Serra, 1956(1775?), I, Cap. 6 e 7; si veda il testo integrale in I documenti storici sulla guayusa).

 

Un dato archeologico

L’antichità dell’impiego della guayusa è testimoniata da un unico ma significativo documento archeologico, venuto alla luce in una tomba multi-famigliare di stile Tiahuanaco sui monti della Bolivia, a 3500 m di altitudine, nei pressi della località Niño Korin. La tomba è stata datata al 500 d.C. Una delle sepolture differiva notevolmente dalle altre per l’eccezionalità del corredo funebre, in cui rientravano diversi parafernali per l’inalazione di polveri psicoattive, siringhe per clisteri, resti di tabacco, una foglia di Anadenanthera e alcune borse contenenti foglie di Ilex guayusa perfettamente conservate. Data l’eccezionalità dei parafernali per l’assunzione di sostanze psicotrope associati a questo individuo, è stato ipotizzato che l’inumazione riguardasse uno sciamano o un curandero (Wassén, 1972; si veda Il curandero di Niño Korin).

Le foglie di Ilex guayusa trovate a Niño Korin erano state legate ben strette insieme per formare dei mazzi piatti ovali. Uno di questi pacchetti era stato avvolto con una grande foglia di una specie di Duroia, forse D. saccifera (Rubiaceae). Altri tre pacchetti ne erano privi ed erano legati con delle corde vegetali. Tutti i pacchetti di guayusa erano stati costruiti con molta cura e la disposizione delle foglie sembra suggerire un qualche significato magico. Di seguito la descrizione data da Robert Bye, il collaboratore di Schultes che ha studiato questo materiale vegetale:

“Ogni mazzo consiste di cinque foglie. Ogni foglia è posta in maniera tale che la superficie superiore della foglia sia esposta, mentre la superficie inferiore rimane coperta. In questo modo la superficie liscia, lucente, è facilmente visibile. La foglia mediana di ciascun mazzo è più grande delle altre quattro, ed è ripiegata trasversalmente in maniera da esporre la superficie superiore. Ogni coppia di foglie è girata in maniera tale che le superfici inferiori siano in contatto, con le superfici superiori esposte. I piccioli sono collocati nella medesima direzione in un mazzo, mentre sono collocati in entrambe le direzioni negli altri mazzi” (Schultes, 1972, p. 118).

Uno dei quattro mazzi di foglie di Ilex guayusa ritrovati nel corredo funebre di Niño Korin (da Schultes, 1972, fig. 1, p. 117)

L’analisi chimica delle foglie di guayusa ritrovate a Niño Korin ha evidenziato ancora la presenza di caffeina, sebbene in basse concentrazioni (0,1-0,4%) (Holmsted & Lindgren, 1972).

Sebbene le foglie di guayusa siano tradizionalmente assunte oralmente in infuso, osservando la presenza nel corredo funebre del curandero di Niño Korin di tavolette da fiuto e di siringhe per clisteri, Schultes (1972, p. 117) si è chiesto se non venissero somministrate come inalatorio o come clistere, notando che la caffeina può essere assunta anche mediante queste vie nel corpo umano. Tuttavia, l’impiego etnografico della guayusa per via rettale o come inalatorio non è mai stato riscontrato.

E’ stato inoltre fatto osservare che la pianta della guayusa non può crescere all’altitudine corrispondente al sito di Niño Korin, e ciò vale anche per le piante di Duroia e di Cariania, anch’esse presenti nel corredo funebre, rispettivamente come foglia e come capsula. Per queste ultime due specie, si tratta di vegetali provenienti dalle regioni amazzoniche della Bolivia, mentre per le foglie di guayusa rimane incerto il luogo d’origine (Schultes, 1972).

 

L’impiego tradizionale

L’impiego tradizionale più diffuso della guayusa presso diverse etnie dell’Ecuador, e anche quello più noto agli occidentali, riguarda la bevuta del suo decotto appena svegli. Poco dopo averlo bevuto accade un vomito, che molti osservatori considerarono indotto dalla bevanda, mentre è stato appurato che viene intenzionalmente indotto. Nel 1854 Villavicencio descrisse questo costume fra i Jivaro (termine che a quei tempi comprendeva i due gruppi Shuar e Achuar), e riportò che anche ai bambini la madre somministrava la guayusa, insegnando loro sin da piccoli a indurre il vomito mediante una piuma d’uccello per solleticare la gola. I nativi considerano questa pratica emetica utile per pulire lo stomaco dai residui di cibo non digeriti (Villavicencio, 1854, pp. 373-4).

Agli inizi degli anni ‘1930 anche l’antropologo finlandese Rafael Karsten riportò l’abitudine fra i Jibaro di bere guayusa appena svegli all’alba, sia per gli uomini che per le donne e i bambini, sebbene la preparazione della bevanda fosse un compito esclusivo degli uomini. Veniva spesso somministrata anche ai cani prima della caccia. In alcune cerimonie jibaro, incluse quelle femminili, la bevanda di guayusa veniva impiegata ritualmente come collutorio purificatore. La guayusa ricopriva anche un ruolo purificatore nel corso della festa conseguente la vittoria in guerra e la festa delle tsantsa (le teste rimpicciolite dei nemici, si veda Gli Shuar, cacciatori di visioni). Al ritorno dalla battaglia vittoriosa, il vincitore (l’uccisore) e la sua sposa ed eventuali figli si procuravano di lavarsi la bocca con decotto di guayusa senza ingerirlo. Karsten osservò anche un impiego della guayusa nelle pratiche divinatorie, ad esempio per predire l’esito di un’attività bellica o di una battuta di caccia. A tale scopo i Jibaro bevevano il decotto di guayusa per indurre “piccoli sogni” (small dreams) dai quali vaticinare sull’esito dell’impresa. Essi osservavano attentamente anche il modo in cui la bevanda di guayusa bolliva nella pentola: se bolliva bene, con la presenza di vortici del liquido, ciò era segno di una giornata fortunata (ad esempio nella caccia), e ciò valeva anche nel caso la visione della bollitura della bevanda apparisse in sogno (Karsten, 1935).

L’équipe del biologo statunitense W.H. Lewis ha eseguito diverse misurazioni presso gli Achuar che bevono la guayusa. E’ stato calcolato che la bevuta mattutina di decotto di guayusa è mediamente di 2,2 litri con una quantità di 17,8 g di foglie secche per un individuo adulto, e che il vomito, che avviene generalmente dopo 45-60 minuti, evita l’assorbimento di circa il 50% degli alcaloidi xantinici (caffeinici). La quantità media di caffeina assunta è risultata di 470 mg, equivalente a circa 5 tazzine da caffè di quelle che prendiamo al bar; ma con il vomito la quantità viene ridotta circa alla metà, quindi 240 mg di caffeina, equivalente a 2,5 tazze da caffè da bar. Gli Achuar affermano che quando non vomitano diventano molto agitati e irritabili. Quindi il motivo principale dell’induzione del vomito parrebbe essere quello di ridurre la concentrazione di principi attivi, e quindi di modulare l’effetto psico-fisico della bevanda. E’ pur vero che sarebbe sufficiente ridurre la quantità di bevanda da bere, come in effetti fanno le donne, ma probabilmente in quest’abitudine a bere grandi quantità di bevanda rientrano fattori culturali, di piacere della bevuta e di coesione sociale indotto dall’atto collettivo del vomito (Lewis et al., 1991).

Gli Achuar assumono il decotto di guayusa anche come stimolante psico-fisico e come inibitore dell’appetito (Lewis et al., 1987).

Presso gli Shuar è stata osservata l’aggiunta di foglie di guayusa nella preparazione del natem (ayahuasca) (Bennett et al., 2002). In Ecuador, fra i Canelo Quechua la guayusa viene bevuta sia prima che dopo aver bevuto l’ayahuasca; è ritenuta dare energie per far fronte all’esperienza con ayahuasca e toglie il suo sapore amaro dopo averla bevuta. Quando l’effetto dell’ayahuasca scende, bere guayusa toglie i postumi. In Ecuador la guayusa è usata anche come afrodisiaco (Shemluck, 1979).

 

I principi stimolanti della guayusa

Il principio attivo responsabile degli effetti stimolanti della guayusa è la caffeina. In sei campioni di foglie di piante coltivate raccolte in Ecuador presso gruppi Achuar, la caffeina è stata ritrovata con concentrazioni dello 1,73-3,48% del peso secco, accanto a piccole quantità di teobromina e altre dimetilxantine. Un dato interessante riguarda il risultato di un’analisi chimica svolta su un cultivar di guayusa che non veniva più da tempo impiegato dagli Achuar poiché da loro ritenuto sgradevole, in quanto procurava mal di capo, occhi iniettati di sangue e percezioni spiacevoli. In questo cultivar la concentrazione di caffeina è risultata del 4%. Inoltre, un albero apparentemente selvatico ritrovato in Peru ha evidenziato la concentrazione del 7,6% di caffeina nelle foglie. Si tratta della più elevata concentrazione di caffeina nel regno vegetale finora riscontrata (Lewis et al., 1991).

I nativi cuociono le foglie di gauyusa a lungo, facendole bollire mediamente un’ora. In realtà Spruce riportò che presso i Jibaro “la pentola di guayusa, attentamente coperta, è tenuta in ebollizione sul fuoco per tutta la notte” (Spruce, 1874, p. 193); ma si tratta probabilmente di un’eccezione osservata dal botanico inglese. Comunque sia, attraverso studi in laboratorio Lewis ha evidenziato che la prolungata bollitura (1 ora) delle foglie produce la massima concentrazione di caffeina nel decotto (3,33%), che risulta inferiore se si procede a una bollitura di soli 10 minuti (2,59%) o a una infusione fredda agitando per 24 ore (2,78%) (Lewis et al., 1987).

Si vedano anche:

 

 

BENNETT C. BRADLEY, MARC A. BAKER & PATRICIA G. ANDRADE, 2002, Ethnobotany of the Shuar of Eastern Ecuador, Advances in Economic Botany, vol. 14, pp. 1-299.

DUEÑAS F. JUAN et al., 2016, Amazonian Guayusa (Ilex guayusa Loes.): a historical and ethnobotanical overview, Economic Botany, vol. 70, pp. 85-91.

HOLMSTEDT BO & JEAN-ERIK LINDGREN, 1972, Alkaloid analysis of botanical material more than a thousand years old, Etnologiska Studier, vol. 32, pp. 139-144.

KARSTEN RAFAEL, 1935, The head-hunters of western Amazonas. The life and culture of the Jibaro Indians of eastern Ecuador and Peru, Societas Scientiarum Fennica, Helsingfors.

LEWIS W.H., M. ELVIN-LEWIS & M.C. GNERRE, 1987, Introduction to the ethnobotanical pharmacopeia of the Amazonian Jivaro of Peru, in: A.J.M. Leeuwenberg (Ed.), Medicinal and poisonous plants of the tropics, Centre for Agricultural Publishing and Documentation, Wageningen, pp. 96-103.

LEWIS W.H. et al., 1991, Ritualistic use of the holly Ilex guayusa by Amazonian Jívaro Indians, Journal of Ethnopharmacology, vol. 33, pp. 25-30.

PATIÑO M. VICTOR, 1968, Guayusa, a neglected stimulant from Eastern Andean foothills, Economic Botany, vol. 22, pp. 311-316.

SCHULTES E. RICHARD, 1972, Ilex guayusa from 500 A.D. To the present, Etnologiska Studier, vol. 32, pp. 115-138.

SCHULTES R. RICHARD, 1979, Discovery of an ancient guayusa plantation in Colombia, Botanical Museum Leaflets, Harward Univeristy, vol. 27(5-6), pp. 143-153.

SEQUEDA-CASTAÑEDA L.G. et al., 2016, Ilex guayusa Loes (Aquifoliaceae): Amazon and Andean native plant, PharmacologyOnLine, vol. 3, pp. 193-202.

SERRA JUAN DE SANTA GERTRUDIS, 1956 (1775?), Maravillas de la naturaleza, 4 vols., Biblioteca de la Presidencia de Colombia, Bogotá.

SHEMLUCK MELVIN, 1979, The flowers of Ilex guayusa, Botanical Museum Leaflets, harward Univeristy, vol. 27(5-6), pp. 155-160.

SPRUCE RICHARD, 1874, On some remarkable narcotics of the Amazon Valley and Orinoco, Ocean Highways, n.s., vol. 1, pp. 184-193.

VILLAVICENCIO MANUEL, 1858, Geografía de la República del Ecuador, Imprenta De Robert Craighead, New York.

WASSÉN S. HENRY, 1972, A medicine-man’s implements and plants in a Tiahuanacoid tomb in Highland Bolivia, Etnologiska Studier, vol. 32, pp. 7-144.

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