La guayusa nei documenti storici

Guayusa in the historical documents

 

La guayusa è una pianta caffeinica impiegata tradizionalmente da diversi gruppi etnici dell’Ecuador, del Peru settentrionale e della Colombia meridionale (si veda Le foglie di guayusa).

Il riferimento per il momento più antico sulla guayusa nei documenti scritti occidentali è stato individuato in una lettera datata al 1683, scritta dal gesuita Juan Lorenzo Lucero e indirizzata all’allora Viceré del Peru, il Duca di Palatta.1 In questo passo la guayusa è indicata come guañusa e viene considerata come una pianta demoniaca insieme ad altre “erbe maligne”, seguendo la classica accezione inquisitoriale delle piante inebrianti, “stregoniche”. Si tratta di un’aggettivazione rara per la guayusa, che è stata perlopiù vista positivamente dai missionari cattolici, sino al punto di coltivarla nei loro orti e farne oggetto di commercio. Lucero nella lettera sta descrivendo gli indomiti Xíbaros (Shuar) e le “varie erbe” con cui sono soliti inebriarsi:

“Unite quindi queste erbe maligne con la guañusa e il tabacco, anche queste inventate dal Demonio, e le cuociono in modo che il poco succo che rimane viene a essere la quinta essenza della loro malizia, e alla fede di chi lo beve risponde il Demonio con frutto di maledizione certa e sempre con danno di molti” (Lucero, 1683).

In ordine cronologico, il secondo autore che tratta della guayusa è il gesuita Pablo Maroni, con data al 1738. Egli presenta la guayusa non più come pianta demonica ma come pianta utile agli stessi missionari, e la denomina come guayussa, un termine ampiamente usato negli scritti antichi:

“In mancanza di queste [della cannella e altra pianta digestiva] usano con frequenza i nostri Missionari per l’effetto delle sue foglie una pianta, che chiamano Guayussa, e che assomiglia anche molto all’alloro selvatico. Alcuni considerano più salubri perché meno calde, quelle del Tripiliponi [pianta non identificata] che si trovano a Chamicuros, e sono più grosse e solide di quelle della Guayussa. Con la cottura di queste foglie che bevono regolarmente tutti i giorni temperato con il succo di limone, o di arancia, incoraggiano lo stomaco, e si preservano dai cattivi effetti che suole causare la grande umidità della terra” (Maroni, 1738, Parte I, Cap. 2, Par. 6).

In un passo di un’altra parte della sua opera, Maroni accenna all’impiego che fanno della guayusa gli Xíbaros (Shuar):

“Per conservarsi leggeri, essi usano bere molte volte durante il giorno la cottura di un’erba chiamata guayusa, che assomiglia all’alloro. Con questa si mantengono svegli, senza fallire, per molte notti di seguito, quando temono di essere invasi dai loro nemici” (Maroni, 1738, Parte III, Cap. I, Par. 2).

Già nelle prime decadi del XVIII secolo la guayusa venne apprezzata dai missionari gesuiti, e fu oggetto di attenzione come possibile risorsa commerciale. In un informe scritto solo un anno dopo il testo di Pablo Maroni, nel 1739, il gesuita Andrés de Zárate scriveva al Vicerè del Peru inserendo la guayussa in una lista delle piante che si sarebbero potute proficuamente produrre e commercializzare. L’“erba del Paraguay” è il mate: “Guayussa, che è un’erba che usano i missionari, a mo’ di tè o di erba del Paraguay, ed è nel mezzo di queste due spezie, e le farebbe sottostimare di molto a Lima, e qui se fosse conosciuta in Europa” (Zárate, 1739).

Un breve accenno alla guayusa, sotto il termine di guayupa, è presente nel testo del gesuita Juan Magnin che tratta della Provincia di Quito: “La Guayupa, foglie di un’altra bevanda redditizia, che bollendola l’acqua diventa nera come colorata, si trova in Borja, Sant-yago, Andoas, e Archidona” (Magnin, 1740).

Giungiamo quindi a ciò che è considerato il documento storico più importante sulla guayusa, datato probabilmente al 1775 e che vede come protagonista il sacerdote francescano Juan de Santa Gertrudis Serra. Questi operò nel periodo 1756-1767 nel Putumayo della Colombia. Dobbiamo a questo sacerdote e alla sua curiosità la conoscenza della presenza della guayusa in questa regione meridionale della Colombia. Il Presidente si riferisce al padre presidente delle missioni del Putuamayo José Barrutieta:

“L’altro giorno, quando giunse il Presidente, vidi che nel patio avevano teso da una parte all’altra alcune corde sulle quali erano state appese dei gruppi di foglie d’albero legate insieme. Andai in cucina e ne chiesi il motivo. Mi disse una donna: Padre, questa è guayusa. Quest’erba la beve il Padre Presidente cucinata di mattina e di sera. E affinché si secchi l’abbiamo appesa al sole. Le dissi che volevo provarla. Mi rispose che me l’avrebbe data nel pomeriggio. Quando giunse sera me ne portarono una tazza. La provai, ma poiché ci avevano messo del dolce, e nonostante mi fosse piaciuto molto, non ne bevetti più d’un sorso, e dissi: Non lo voglio così dolce, ma solo il decotto, per vedere qual’è il suo gusto da solo. Dopo mi portarono e bevvi una tazza piena. Dà un succo di colore miele nerastro, e cinque foglie danno una tazza da cioccolato piena di acqua del suo succo. Il suo sapore è simile a quello del tè ma molto più raffinato e saporito. Mentre la bevevo mi misi a sudare e a deflemmare, al punto che dovetti cambiarmi di tunica e nel giro di mezz’ora buttai via una tazza grande di flemma per lo sputo. Le due qualità mi sembrarono molto buone. Mi recai dal Padre Presidente e gli chiesi sull’argomento e mi disse che la sua bevanda era contro todo gállico; che reprimeva la focosità del sangue e gli toglieva spessore e pesantezza; che dava digestione allo stomaco e stancava l’appetito, poiché bevendone un poco la mattina non si sente fame sino a dopo il mezzogiorno; che irrobustiva molto il corpo e gli toglieva col sudore e la flemma tutto il cattivo umore. Tutte queste buone qualità sono certe e io le ho provate molte volte. Mi disse anche che fecondava le donne bevendolo con il miele; e se è dell’ape che si chiama apaté, infallibilmente, se è sposata, all’istante rimarrà fecondata. Questa qualità è cosa ben nota e sperimentata a Quito e nella terra alta; e i Padri gesuiti la prendevano, dalle loro missioni, e la vendevano a Quito a cinque foglia per mezzo reale”.
Io gli chiesi dove ce n’era, e mi disse; all’interno nel paese La Concepción il frate José Carvo ha un albero già grande; ma nel Pueblo Viejo, che è il primo che si deve passare e dista da qui 4 giorni, c’è un monte di più di una lega tutto di guayusa. Io scrissi immediatamente il nome del paese e il nome dell’albero, per non dimenticarlo, e poter utilizzare all’occasione giusta” (Serra, 1775, Vol. I, Cap. 6).

Può fare sorridere oggi il fatto che le proprietà fecondanti della guayusa mista a miele fossero considerate valide solamente per le donne regolarmente sposate. E’ interessante notare come il francescano fosse a conoscenza dell’impiego della guayusa in Ecuador, a Quito.
Dopo alcuni giorni, intenzionato a vedere di persona gli alberelli di guayusa, Serra si incamminò verso Pueblo Viejo e lo raggiunse. Il motivo reale di questo insolito e insistente interesse si evidenzia verso la fine del racconto:

“Il giorno di Natale chiesi sulla guayusa all’alcalde [il “sindaco” del paese Pueblo Viejo], che parlava lo spagnolo. Egli mi disse che ce n’era tantissima e che se volevo poteva farmene portare, poiché stava nell’interno del monte, fuori dal paese. Io gli dissi che volevo recarmi e vedere gli alberi di guayusa di persona. Egli rispose che non potevo andarci, poiché il monte era pieno di erbacce. Ma io tanto insistetti, che alla fine egli mi indicò 3 indios ciascuno con il suo machete [..]. Ci portammo dietro due canaste e loro andavano avanti aprendo il cammino e anch’io con un altro machete facevo ciò che potevo. Così entrammo nel monte come un quarto di lega. Giungemmo al guayusal [campo di guayusa], che è in una pianura. Il guayuso è l’albero più bello e frondoso fra quelli che ho visto. Diviene abbastanza grosso, tanto che c’erano tronchi che tre uomini non li avrebbero abbracciati, e in proporzione all’altezza, con una folta chioma. Il colore del tronco è cenerino come la foglia di pioppo. La foglia di un verde tenue e delizioso; tanto che nel vedere io quella frondosità, considerai meritato lo sforzo del cammino.
Per prima cosa presi alcune foglie e le masticai, per sentire che sapore avevano, e trovai che era un sapore molto piacevole, simile a quello del tè, ma più raffinato e appetibile. Vedendo che c’erano molti getti per terra, mentre gli indios riempivano di foglie i cesti, io tornai indietro e tagliai 6 internodi, e con il machete presi 18 getti con la loro radice, e ne misi 3 in ogni internodo, e gli misi la terra del medesimo luogo, e me li portai con me, e nei paesi del Putumayo seminai in ogni paese 3 piante di guayusa, e tutte presero, e dopo 3 anni davano già foglie a sufficienza. Con questo operato, tutti i Padri ottennero guayusa per il loro fabbisogno” (Serra, 1775, Vol. I, Cap. 6).

Appare quindi chiaro il motivo del francescano di voler vedere di persona gli alberi di guayusa: per poter raccogliere dei getti vivi per diffondere la pianta negli orti dei missionari.

Alcuni anni dopo, il gesuita tedesco Franz Xaver Veigl riportò nel suo scritto sulla Provincia del Mayna, prima in tedesco (1785, p. 46) e poi in latino (1788, pp. 126-7), alcune notizie sull’impiego della guayussa fra le popolazioni native e fra i missionari, senza aggiungere nulla di nuovo di ciò che già era stato detto, a parte la notizia che le proprietà purificatrici del sangue della guayusa sono ottimizzate “se si dolcifica a sufficienza mescolando con succo amaro di mela dorata”.

Il 1850 è la data del primo documento italiano che riferisce della guayusa. Si trova nell’opera di Gaetano Osculati, esploratore naturalista lombardo che viaggiò per due volte in Sudamerica. Egli fu il vero scopritore delle sorgenti del fiume Napo – un fatto generalmente ed erroneamente accreditato al francese Charles Wiener (si veda Alberto Caspani nella prefazione della nuova edizione italiana del testo di Osculati del 2018), e fu anche il primo italiano a venire a conoscenza dell’ayahuasca, ch’egli nel testo denominò aya-guassù (cfr. Samorini, 2020).

Nella sua opera intitolata Esplorazione delle regioni equatoriali lungo il Napo ed il fiume delle Amazzoni, Osculati fa un primo riferimento alla guayussa mentre sta descrivendo la città di Quito e i suoi costumi: “Si fa uso dai creoli delle foglie di guayussa, che tien luogo di thè, i di cui arboscelli crescono abbondanti e spontanei sulle Ande e sul Pichincha” (Osculati, 1850, cap. III, p. 55). In un altro passo (cap. XIII, p. 146), trattando degli Zaparo, non parla della pianta della guayusa, ma riporta il nome di un monte che è identico a quello della pianta, monte Guayussa. Dato che gli Zaparo sono fra le etnie che utilizzano la guayusa, è molto probabile che il nome di quel monte si riferisse all’abbondante presenza della pianta in quel luogo. Infine, nella sezione finale del testo, dove Osculati elenca l’insieme di oggetti che presero a far parte della sua collezione che si era portata al rientro dal viaggio a Milano, al numero di catalogo 106 troviamo scritto: “Guayussa, foglie di cui servonsi i Zaparos per bevanda a guisa di thè”. Quindi Osculati si era portato un campione di foglie di guayusa, trattandosi probabilmente della prima presenza di questo vegetale nel territorio italiano.

Nel 1854 il luogotenente della Marina degli Stati Uniti Lewis Herndon accennò alla guayusa per le sue proprietà medicinali, utile nei raffreddori, nei reumatismi e nella sterilità. Riportò di averne visto un arbusto nell’area dell’Ucayalli (Herndon & Gibbon, 1854, vol. I, p. 204).

Segue quindi il riferimento sulla guayusa dato dal medico ecuadoriano Manuel Villavicencio nel suo famoso libro Geografía de la República del Ecuador datato al 1858. Egli descrisse l’impiego della guayusa presso i Jívaros (Shuar e Achuar) dell’Amazzonia ecuadoriana:

“E’ notevole anche il costume dei Jivaro che consiste nel bere tutte le mattine grandi quantità di acqua calda in cui sono state versate in infusione foglie di Guayusa per provocare il vomito, e avere lo stomaco pulito e il corpo pronto per la caccia. Questo costume è così generale fra di loro, che anche ai bambini gli dà la madre una buona quantità di infuso di guayusa e una piuma per facilitare il vomito e abituarli a questa pratica sin dai primi anni. Non solo hanno questo costume per dare agilità al corpo, ma anche come precauzione igienica, poiché dicono che non si deve conservare nello stomaco ciò che non si è potuto digerire durante la notte. Sebbene questo uso possa sembrare a prima vista risibile, tuttavia pensiamo che a questo devono i Jivaro la buona salute che hanno sempre” (Villavicencio, 1858, pp. 373-4).

Dalla seconda metà del XIX secolo i riferimenti alla guayusa diventano più numerosi, venendo citata dai vari esploratori e botanici di quel periodo. Vale la pena citare, come ultimo riferimento che qui presento, quanto scritto dal noto esploratore e botanico inglese Richard Spruce, che fu uno dei primi studiosi a interessarsi metodicamente alle piante inebrianti dell’Amazzonia:

“Invece del cupana o del guarana, gli Zaparo e i Jibaro, che abitano il lato orientale delle Ande Ecuadoriane, hanno la Guayúsa, una pianta dalle proprietà molto simili, ma impiegate da loro in maniera totalmente differente. [..] L’albero è piantato vicino ai villaggi, e piccole stazioni di questa pianta nella foresta sulla salita verso la cordigliera indicano siti indiani abbandonati. Il punto più elevato dove l’ho vista è di circa 5000 piedi sopra il livello del mare, nella gola del Pastaza sotto Baños, su un antico sito chiamato Antombós. Lì, nel 1857, c’era un gruppo di alberi di guayusa, ritenuti datare a prima della Conquista, cioè, considerabili vecchi di oltre 300 anni. 
I Jibaro fanno l’infuso così forte che diventa positivamente emetico. La pentola di guayusa, attentamente coperta, è tenuta in ebollizione sul fuoco per tutta la notte, e quando l’indiano si sveglia alla mattina beve abbastanza guayusa da farlo vomitare, la sua credenza essendo che se è rimasto del cibo non digerito nello stomaco, quell’organo sarebbe aiutato a liberarsi dell’ingombranza. Le madri danno da bere un forte sorso ai bambini maschi e li impratichiscono sin dalla più tenera età a indurre il vomito con una piuma per solleticare la gola. Credo che il suo uso sia tabù per le donne di tutte le età, come il capi [ayahuasca] nel Vaupés” (Spruce, 1874, p. 193).

 

Nota

1 – Il Duca di Palatta è identificato come Melchor de Navarra y Rocafull, Principe di Massa, nelle note al testo dell’edizione del 1892, p. 24; che la lettera di Lucero sia datata al 1683 lo si evince da quanto riferisce Pablo Maroni nel suo testo Noticias autenticas del famoso Rio Marañon…., dove nella Parte III, cap. I, par. 1 parla di quella lettera.

 

Si vedano anche:

 

 

HERNDON LEWIS & LARDNER GIBBON, 1854, Exploration of the Valley of the Amazon, 2 vols., Robert Armstrong Ed., Washington.

LUCERO JUANLORENZO, 1683, Carta escrita al Excmo. sr. Duque de la Palatta, Virrey de los Reynos del Perú por el P. Juan Lorenzo Lucero de la Compañia de Jesús, Sueprior de las misiones de Maynas, Rio Marañom y Gran Pará (riportata come Appendice 6 al testo di Pablo Maroni del 1738, Noticias autenticas del famoso Rio Marañon…., in Boletín de la Sociedad Geográfica de Madrid, 1892, vol. 33, pp. 24-40.

MAGNIN JUAN, 1740, Breve descripción de la Provincia de Quito, en la América meridional, y de sus Missiones de succumbíos de Religiosos de S. Francisco, y de Maynas de PP. de la Compañía de Jhs a las orillas del gran Río Marañón, hecha para el Mapa que se hizo el año 1740, por el P. Juan Magnin, de dicha Compañía, misionero en dichas Missiones (ripubblicato in Revista de Indias, Año I, n. 1, 1940, pp. 151-185).

MARONI PABLO 1738, Noticias autenticas del famoso Rio Marañon y Mission Apostolica de la Companía de Jhs de la Provincia de Quito en los dilatados bosques de dicho Rio.

OSCULATI GAETANO, 1850, Esplorazione delle regioni equatoriali lungo il Napo ed il fiume delle Amazzoni. Frammento di un viaggio fatto nelle due Americhe negli anni 1846-47-48, Tipografia Bernardoni, Milano.

SAMORINI GIORGIO, 2020, Fuentes embriagantes americanas en los antiguos escritos italianos, in pubbl.

SERRA DE SANTA GERTRUDIS JUAN, 1775 (?), Maravillas de la naturaleza, dall’edizione di Bogotà, Biblioteca de la Presidencia de Colombia del 1956.

SPRUCE RICHARD, 1874, On some remarkable narcotics of the Amazon Valley and Orinoco, Ocean Highways, n.s., vol. 1, pp. 184-193.

VEIGL FRANZ XAVER, 1785, Gründliche Nachrichten über die Verfassung der Landschaft von Maynas in Süd-Amerika bis zum Jahre 1768, in: Christoph G. Murr (ed.) Reisene einiger Missionared er Gesellschaft Jesu in Amerika, Johan Eberhard, Nuremberg, pp. 2-324.

VEIGL FRANZ XAVER, 1788, Status Provinciae Maynensis in America Meridionali, Journal zur Kunstgeschichte und zur allgemeinen Litteratur, vol. 16, pp. 94-208.

VILLAVICENCIO MANUEL, 1858, Geografía de la República del Ecuador, Imprenta De Robert Craighead, New York.

ZÁRATE (de) ANDRÉS , 1739, Informe que hazé á Su magestad el padre Andrés de Zárate, de la Compañía de Jhesús, Visitador y Vizeprovinzial que acava de ser de la Provincia de Quito, en el Reyno de el Perú, y de sus Misiones del rio Napo e del Marañon (presente come annesso a Francisco de Figueroa, 1661, Relación de las misiones de la Compañia de Jesús en el País de los Maynas, edizione del 1904, Libreria General de Vicotriano Suárez, Madrid).

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