Il lingzhi cinese updated: 2026-04-09T18:16:16+01:00 by giorgio
The Chinese lingzhi
I vegetali mitologici che modificano lo stato vitale degli uomini si possono distinguere in cinque categorie:
Piante dell’immortalità, che trasformano un umano o una divinità da mortale a immortale (si veda il caso esemplare della pianta dell’irrequietezza di Gilgamesh);
Piante della lunga vita, che prolungano la vita di un uomo;
Piante della giovinezza, che fanno tornare giovane un uomo vecchio;
Piante della resurrezione, che ridanno vita a un uomo morto (si veda L’erba di Glauco)
In alcuni casi le piante che originalmente danno l’immortalità si trasformano successivamente in piante che resuscitano o che ridanno la giovinezza o che allungano la vita. Con uno sguardo alle mitologie di tutto il mondo si può intravedere in realtà una differente relazione originaria fra queste tipologie vegetali: le piante dell’immortalità sono quelle che rendono immortali gli dei e non gli uomini, e queste medesime possono fare resuscitare gli uomini morti, ma non renderli immortali, o donare giovinezza o allungare la vita agli umani vivi senza, nuovamente, renderli immortali. Secondo questa visione le piante della lunga vita, della giovinezza e della resurrezione sono da identificare con le piante dell’immortalità divina quando applicate agli umani.
Un esempio di questa interazione semantica fra le piante della vita è il lingzhi, o ling chih, il “fungo dell’immortalità” cinese.
Le origini del ling chih sono incerte. Dal punto di vista terminologico, nei periodi arcaici della cultura cinese, prima della Dinastia Han, viene menzionato il solo chih, che era indicato con il pittogramma “erba” (Wasson, 1968, p. 81), o la “pianta (erba) chih”. L’associazione di ling con chih si presenta a partire dallo scritto Han Shu (“Il libro degli Han”) di Pan Ku, del I secolo EV. De Groot (1901, p. 311) traduce ling chi come “chih animato”. Il concetto di ling chih come fungo sovrannaturale appare quindi a partire dalla dinastia Han (e non da quella Qin come riportato in Wasson, 1968, p. 82). E’ opportuno osservare che ciò che siamo soliti considerare come un fungo, gli antichi cinesi lo facevano rientrare nella categoria delle erbe o piante, interpretando il cappello del fungo come la sua foglia.
Secondo diversi racconti mitici cinesi, il ling chih cresceva nei monti appartati e nei paradisi Orientale e Occidentale, nelle Isole degli Immortali, e se un individuo fosse riuscito a trovarlo e a cibarsene, sarebbe divenuto immortale e sarebbe asceso al cielo. Il lingzhi non solo offriva l’immortalità al fortunato che lo avesse trovato, ma si riteneva che fosse immortale esso medesimo. Uno scritto datato fra la fine del I millennio AEV e gli inizi del I millennio EV riporta che la Madre Regina dell’Ovest, una figura divina femminile, fece dono del ling chih a Huang Di, il leggendario Imperatore Giallo vissuto nel terzo millennio AEV (Wan, 2007).
Tuttavia il chih appare per la prima volta nei testi cinesi in epoche più recenti, durante il regno storico di Shih-Huang della Dinastia Qin (221-206 AEV), noto come il Primo Imperatore, colui che unificò la Cina e che costruì la Grande Muraglia. Come riportato dallo storiografo Ssu-ma Ch’ien (noto anche come Sima Quian o come Se-Ma Ts’ien), vissuto durante la Dinastia Han a cavallo fra il II e il I secolo AEV, da quel momento ci fu una gran ricerca del chih, intesa come “erba magica”; ricerca promossa dal medesimo imperatore.
Il testo di Se-Ma Ts’ien, intitolato Shiji (“Memorie storiche”), è un’opera monumentale considerata uno dei grandi classici della storiografia cinese, in cui viene esposta la storia imperiale che va dal leggendario Imperatore Giallo del III millennio AEV sino all’Imperatore Wu della Dinastia Han (140-87 AEV). Nello Shiji sono riportati diversi passi che trattano della ricerca del chih, che si riteneva crescesse in alcune isole del mare orientale sede degli Immortali. I re Wei, Siuen e Tchao sono vissuti rispettivamente negli anni 378-343 AEV, 342-324 AEV e 311-279 AEV:
“E’ a partire dall’epoca dei re Wei e Siuen e del re Tchao di Yen che furono inviati degli uomini sul mare alla ricerca di P’ong-lai, Fang-tchang e Yng-tcheou. Queste tre montagne sante, si dice che si trovino in mezzo al P’o-hai [mare orientale]; non sono distanti dagli uomini ma, per malasorte, quando si è sul punto di raggiungerle, la nave è tirata indietro dal vento e devia. In precedenza, a dire il vero, della gente è riuscita a raggiungerle; è là che si trovano gli uomini fortunati e la droga che impedisce di morire; là tutti gli esseri, gli uccelli e i quadrupedi sono bianchi; i palazzi e le porte sono fatti d’oro giallo e d’argento; quando (questa gente) non era ancora giunta, le videro da lontano come una nube; quando giunsero le tre montagne sante si trovarono sommerse sotto l’acqua; quando furono vicini il vento portò il loro battello al largo; in definitiva, non c’è persona che sia stata in grado di raggiungerle. Non c’è sovrano che non abbia desiderato recarvisi” (Se-Ma Ts’ien, cap. XXVIII, 1967, vol. 3, pp. 436-7).
La ricerca della “droga che impedisce di morire” sarebbe quindi iniziata un secolo e mezzo prima dell’unificazione della Cina da parte dell’imperatore Shi-Huang. Anche questi fece partire a più riprese delle navi verso le isole degli Immortali. Un primo tentativo fu fatto nel medesimo anno in cui l’imperatore aveva unificato il regno, nel 221 AEV:
“Unificato il regno, Siu Che, originario del paese Ts’i e altre persone rivolsero una richiesta all’imperatore: ‘In mezzo al mare ci sono tre montagne sovrannaturali; i loro nomi sono P’ong-lai, Fang-tchang e Yng-tcheou; gli immortali vi abitano. Chiediamo che ci permetta, dopo esserci purificati, di partire con giovani ragazzi e ragazze alla loro ricerca’. Allora l’imperatore inviò Siu Che e fece partire con lui diverse migliaia di ragazzi e ragazze. Presero il mare per andare alla ricerca degli immortali” (Se-Ma Ts’ien, cap. VI, 1967, vol. 2, pp. 151-2)
La missione non ebbe esito, come del resto le successive che, stando al resoconto di Se-Ma Ts’ien, avvennero rispettivamente nel 217, 218 e 210 AEV. In quest’ultimo tentativo l’imperatore partecipò di persona alla missione destinata all’insuccesso, e lungo la strada del ritorno si ammalò e morì (ibid., vol. 2, pp. 190-1; vol. 3, pp. 437-8). In altri passi del medesimo testo appaiono accenni a eventi confusi, dove gli inviati per la ricerca del chih salpano all’insaputa dell’imperatore, il quale di conseguenza si infuria, e dove al loro ritorno danno notizie false per giustificare i loro insuccessi (ibid., vol. 2, pp. 180-1 e 190).
Tutte queste ricerche sono accompagnate da un nutrito gruppo di ragazzi e ragazze, e il motivo viene chiarito in un’altra versione data sempre da Se-Ma Ts’ien:
“[L’imperatore] inviò Siu Fou a prendere il mare e cercare gli esseri meravigliosi. Al suo ritorno Siu Fou trovò una scusa e disse: Ho visto un grande dio nel mare; mi ha detto: ‘Sei l’inviato dell’Imperatore d’Occidente’? Ho risposto si. ‘Cosa cercate?’ Gli ho detto: ‘Desidero chiedere la droga che prolunga gli anni e aumenta la longevità’. Il dio disse: ‘L’offerta del vostro re di Ts’in è magra; voi potrete vedere questa droga, ma non prenderla’. Allora egli si diresse con me verso sud-est e giungemmo alla montagna P’ong-lasi; ho visto la porta del palazzo Tche-tch’eng: c’era li un emissario che era colore del rame e che aveva il corpo di un drago; il suo bagliore illuminava in alto il cielo. Allora l’ho salutato per due volte e gli ho detto: ‘Che offerta posso farvi?’. Il dio del mare ha detto: ‘Datemi dei figli di buona famiglia con delle figlie vergini e degli operai di tutti i tipi. Allora otterrete la droga’. Ts’in Che-hoang [l’imperatore] fu molto contento: inviò tremila giovani ragazzi e ragazze; diede [a Siu Fou] i semi di cinque cereali e dei lavoratori di tutti i tipi; allora Siu Fou si mise in marcia. Siu Fou trovò un luogo calmo e fertile; vi si fermò, si fece re e non tornò” (Se-Ma Ts’ien, cap. CXVIII, 1967, vol. 2, pp. 152-3, n. 1).
In questa versione, dove la pianta dell’immortalità acquisisce il valore di pianta che allunga la vita, si possono intravedere tracce di un racconto originario dove la pianta dell’immortalità era custodita da un drago che richiedeva sacrifici umani (un tema classico eurasiatico), e dove nella versione rimaneggiata sparisce il tema del sacrificio umano e viene introdotto quello della costituzione di una nuova colonia umana. Che si tratti di un racconto rielaborato da uno originale si evince dalla incoerenza nell’indirizzamento della richiesta di fornire ragazzi e lavoratori, poiché Siu Fou rivolge la domanda al guardiano-drago, e a rispondere non è questi ma il dio del mare. In tutti i casi la ricerca del chih fallisce.
Una versione più tarda che tratta della vana ricerca del chih da parte dell’imperatore Shi Huang è presente nel testo Shih chou chi (“Note sui Dieci Continenti”), datato al IV-V secolo EV se non più tardi, e dove il fungo acquisisce il valore di vegetale che resuscita e che prolunga la vita:
“L’isola di Tsu è situata nelle vicinanze, nel Mare Orientale. Vi cresce una pianta che non muore mai, dalla forma simile all’erba acquatica, con lame lunghe 3 x 4 ch’ih. Un uomo che è morto da tre giorni rivive immediatamente quando questa pianta viene posta su di lui. Quando viene mangiata prolunga la vita. Ai tempi di Shi Huang della Dinastia Ts’in [Qin], quando i corpi delle persone assassinate giacevano sparsi nelle vaste pianure e attraverso le strade, apparvero degli uccelli simili a corvi o cornacchie con questa pianta nel becco, e la posarono sui volti di quei cadaveri, con l’effetto che questi si alzarono immediatamente e si rianimarono. Gli ufficiali riferirono ciò all’Imperatore. A questo punto Shi Huang mandò un messaggero a trovare quest’erba per lui; e questi interrogò il dottore della Valle degli Spettri [un filosofo ascetico taoista], che viveva vicino al muro settentrionale. ‘Quest’erba – disse così il saggio – è l’erba dell’immortalità dell’isola di Tsu nell’Oceano Orientale, dove cresce in un campo di marmo rosso. Alcuni la chiamano chi che nutre lo shen [spirito]. Le sue foglie assomigliano a quelle dell’erba acquatica; i suoi steli crescono rigogliosi e un solo stelo è sufficiente a dare la vita a un uomo’. A queste parole Shi Huang mostrò una certa agitazione e chiese: ‘Si può prendere da lì?’. E mandò un inviato sull’isola, un certo Sii Fuh, con cinquecento giovani di entrambi i sessi, al comando di una nave con ponti. Essi presero il mare per cercare l’isola ma non fecero più ritorno” (rip. in De Groot, 1901, pp. 307-8).
Il medesimo testo menziona altre isole sacre che producono il chih. In quella di Yuen, nel mar del nord, ne crescono cinque varietà, “che prolungano la vita a coloro che le prendono, o causano loro di non morire; e nell’isola di Fang-chang, nel centro del mare orientale, molte miriadi di famiglie di immortali erano impegnati nei campi di lavoro per la coltivazione del chi” (rip. in De Groot, 1901, p. 308). E’ interessante il tema della coltivazione del chih da parte degli Immortali, con l’implicito scopo di cibarsene. Nel testo Shiyi ji scritto da Wung Jia nel IV secolo EV è riportato che sul monte Kunlun ci sono estesi campi di funghi coltivati dagli Immortali (Wan, 2007, p. 116, n. 65). Appare palese in questi passi il valore del chih come “cibo degli dei”.
Un’altra testimonianza della trasformazione semantica da fungo dell’immortalità a fungo che ringiovanisce e che allunga la vita si trova in una ballata della Dinastia Han (200 AEV-200 EV), che riferisce di un accolito che riceve il fungo dell’immortalità e lo consegna al suo Maestro: “Egli afferra il fungo, prende il fungo dalla frangia rossa. Quando raggiungiamo le porte del Maestro, egli offre la droga in uno scrigno di giada. Il Maestro mangia la droga, il suo corpo in un giorno cresce forte e in forma, il suo capello bianco torna nuovamente nero, la durata della sua vita si allunga, i suoi anni sono aumentati” (Wallace, 2011, p. 92).
Da quanto sinora esposto si potrebbe evincere che il valore originario del lingzhi fosse quello di cibo degli dei e di pianta che conferiva loro l’immortalità; un tema diffuso presso altre culture umane, come nel caso dell’amrta indiano e dell’ambrosia degli antichi Greci (Samorini, 2017). Il contatto del medesimo ling chih con gli umani poteva far resuscitare quelli morti e allungare la vita e ringiovanire quelli vivi.
Si presentano alcune variazioni da questo schema semantico, che possono essere considerate frutto di fantasiose rielaborazioni o di ignoro della logica semantica originaria. E’ il caso presente nel Nei P’ien, uno scritto alchemico di Pao-P’u-Tzŭ (Ko Hung) del III secolo EV, dove il chih può rendere immortale o allungare la vita a seconda della migliore o minore qualità del fungo. Gli hsien sono romiti delle montagne, esseri alati, uomini che hanno raggiunto l’eternità divenendo numinosi ovvero geniali: “Un fang ts’un pi [unità di misura corrispondente a un cucchiaio di circa 6,5 cm3] di uno qualsiasi di questi chih fa diventare hsien; ma il chih di un fungo di qualità media dona un’età di varie migliaia di anni, mentre quello di un fungo inferiore dona mille anni” (Pao-P’u-Tzŭ, 1976: 243).
Oltre ai racconti che hanno come tema la ricerca del ling chih, nella letteratura cinese viene tramandata una leggenda che riguarda le sue origini. E’ presente ad esempio nel trattato Shuijingzhu (“Commentario dei Classici Corsi d’Acqua”), scritto dal geografo Li Daoyuan vissuto nel periodo 470-527 EV:
“Una volta c’era una ragazza di nome Yao Ji, che era la figlia più giovane nata all’Imperatore del Paradiso. Sfortunatamente morì prima di potersi sposare. Il suo spirito fu allora trasformato in erba, mentre il suo corpo divenne il lingzhi. L’Imperatore del Paradiso le concesse il lato sud del Monte Wu. Ogni giorno assumeva l’aspetto di nubi a vela alla mattina per poi trasformarsi in piogge al pomeriggio” (rip. in Di, 2013, p. 48).
La catena montuosa Wu esiste realmente ed è situata nella provincia cinese orientale di Fujian. In un altro testo, lo Xiangyang qijiuji (“Registrazione degli Uomini Venerabili nello Xiangyang”), scritto dallo storico Xi Zaochi nel IV secolo EV, viene aggiunto un dettaglio del medesimo racconto che evidenzierebbe proprietà onirogene del fungo: “chi lo mangia è in grado di incontrare Yao Ji nel suo sogno” (ibid., p. 50).
Oggigiorno uno dei dodici picchi del Monte Wu è ddenominato Picco della Dea, probabilmente in relazione con questa leggenda. Di questa parrebbero esistere tracce in un poema più antico dal titolo Shangui (“Fantasma della Montagna”) steso da Qu Yuan che visse nel periodo 340-278 AEV, dove è descritto un fantasma femminile che attende il suo innamorato mentre “raccoglie sanxiu sul Monte Wu”. Sanxiu sarebbe sinonimo di zhi, fungo (Di, 2013). Un racconto scritto nel periodo 476-221 AEV tratta della principessa Yaoji, figlia dell’imperatore Yan, che alla sua morte fu trasformata nell’erba yaocao (“erba di Yao”). E’ possibile che da questi racconti più antichi abbia preso forma la leggenda del lingzhi (Lin, 2019, pp. 8-9). Non sappiamo se l’erba yaocao fosse già in quei tempi arcaici intesa come un fungo o come altro vegetale.
Un tema comune a racconti diffusi in un esteso periodo cronologico riguarda il ritrovamento del lingzhi che era cresciuto all’interno dei palazzi imperiali; un evento considerato miracoloso e di buon auspicio per l’imperatore. Secondo le cronache dell’imperatore Wu-ti della Dinastia Han, “nell’estate del 109 AEV una pianta tche [chih] crebbe all’interno del recinto della sala principale del palazzo (..) L’imperatore emanò allora un decreto per annunciare che una pianta tche con nove gambi era cresciuta nel recinto del palazzo e proclamò un’amnistia nell’impero per coloro che non erano recidivi” (Se-Ma Ts’ien, 1967, vol. 3, p. 508).
Il lingzhi appare nelle cronache della Dinastia Sung, in particolare quelle che descrivono la vita dell’Imperatore Huizong, salito al trono nel 1100 EV. Fra gli eventi interpretati come auspici favorevoli (ruiyng) per il regnante fu registrato per il 5 dicembre del 1111 la crescita del lingzhi sui gradini del Tempio degli Antenati Imperiali di Qianzhou, nella provincia di Jiangxi. Per l’anno 1106 fu registrato il ritrovamento di un lingzhi che era cresciuto insieme a una spiga di grano dal medesimo gambo. Il 29 febbraio del 1112 vicino alla capitale Bianjing fu scoperto un rospo vecchio di diecimila anni con un lingzhi che cresceva sulla sua schiena (Sturman, 1990). Diecimila anni ha il significato di “immortale”. Si tratta di eventi avvolti da un alone leggendario ed è tuttavia opportuno menzionare che le medesime cronache imperiali riportarono che il fungo che cresceva sul rospo risultò essere frutto di una frode, in quanto era stato fissato sulla schiena del batrace mediante delle lumache (ibid., p. 49, n. 39). Sempre come auspicio favorevole fu descritta l’apparizione di un lingzhi che cresceva sul ginepro (ibid., p. 36).
Koh Hung, un famoso alchimista vissuto a cavallo del III e IV secolo EV, descrisse numerose varietà di chi di cui una era denominata “rospo vecchio di diecimila anni” (De Groot, 1901, p. 311). È interessante ritrovare il fungo in associazione con il rospo; un’associazione simbolica molto antica diffusa in tutta l’Eurasia e anche in altri continenti (Samorini, 2001, pp. 28-9; 2024).
Nel 1556 il lingzhi fu descritto dal funzionario Wu Shan della corte dell’imperatore Jiajing della Dinastia Ming come segue:
“Ci sono lingzhi di colore rosso, bianco, verde bluastro, nero, giallo e porpora. I lingzhi di differenti colori hanno differenti sapori. Si dice che colui che lo consuma per un lungo periodo di tempo può ottenere un corpo leggero. Il lingzhi cresce sulla terra. Quando l’energia della terra è in armonia, cresce il lingzhi. Se il governante è virtuoso e benevolo, cresce il lingzhi. Il fiore lucente del lingzhi cresce tre volte all’anno” (rip. in Wan, 2007, p. 107).
Nelle cronache del medesimo imperatore Jiajing è riportato ch’egli partecipava personalmente alla pratica nota come fuji o fuluan, che riguardava una tecnica di scrittura automatica che si riteneva fosse dettata da essere sovrannaturali. Nel corso di una pratica fuji l’essere sovrannaturale fece scrivere all’imperatore la frase “assumere lingzhi può prolungare la vita”. Da quel giorno l’imperatore fece cercare e raccogliere ovunque il fungo. I preti taoisti e i Grandi Segretari della corte distillavano elisir dal lingzhi che l’imperatore consumava continuamente (Wan, 2007).
Una delle leggende più note della cultura popolare cinese è quella del “Serpente Bianco”, che vede come protagonisti un uomo di nome Xu Xian e uno spirito femminile ofidico di nome Bai Shuzen. I primi riferimenti letterari sono datati alla Dinastia Tang (618-907 EV), e la leggenda si è progressivamente evoluta, modificata e ampliata in differenti versioni. In una di queste il Serpente Bianco ottenne poteri magici grazie a migliaia di anni di pratica. Si trasformò in una bellissima donna e sposò un umano di nome Xu Xian. Ma la violazione del confine tra umano e non umano provocò la morte di Xu Xian. Serpente Bianco si recò allora sul monte Emei per cercare di rubare l’erba dell’immortalità per salvare suo marito. Dopo essere passata attraverso innumerevoli difficoltà, uno degli Immortali, impressionato dalla sua sincerità e dalla sua perseveranza nel tentativo di salvare il marito, le diede il lingzhi per riportare in vita Xu Xian (Yan, 2023, p. 368; Lin, 2019, p. 9). In questo racconto, come in altri qui presentati, si evidenza l’equiparazione semantica dell’erba dell’immortalità con l’erba della resurrezione, cioè la pianta che dà l’immortalità agli dei fa resuscitare gli uomini.
Un mito taoista descrive la dea Magu, dea della longevità, che ogni anno in occasione del compleanno della Regina Madre dell’Ovest, Xiwang mu, si reca presso lo Stagno di Turchese del regno celeste per offrire una coppa di vino di lingzhi (Geng & Huang, 2023). In una delle prime versioni del mito Magu beve da questa coppa (Lin, 2019). Questo tema mitologico ha dato origine alla moderna iconografia folclorica in occasione dei compleanni, in particolare delle persone anziane, della dea Magu che tiene fra le mani una coppa accanto a una gru che tiene nel becco un lingzhi.
Il Taoismo ha profondamente influenzato la cultura del lingzhi, poiché nel suo sistema di credenze ammette la possibilità che gli uomini possano diventare immortali mediante determinati regimi di comportamento e assumendo certe erbe magiche. Fra queste rientrava il lingzhi, a cui furono dati anche i nomi di shenzhi (“fungo paradisiaco”) e xiancao (“erba magica”). A partire dalla Dinastia Han gli scrittori del confucianesimo denominarono il lingzhi come “erba della fortuna” (Lin, 2019).
Uscendo dall’immaginario popolare di fungo leggendario, il ling chih a un certo punto è stato identificato con una specie realmente esistente in natura, il Ganoderma lucidum (Curtis) P. Karst. della famiglia delle Polyporaceae; un’attribuzione tassonomica che si è tramandata sino ai nostri giorni. La forma di questo bizzarro fungo legnoso dalla superficie laccata può variare notevolmente, e raramente può assumere l’aspetto di corna ramificate simili a quelle di un cervo. In Giappone il ling chih, scritto con i medesimi caratteri cinesi e attraverso la sostituzione della “l” con la “r”, prese il nome di reishi, identificato con il medesimo G. lucidum e denominato anche mannentake, “fungo dei diecimila anni” (Wasson, 1973).
Non sono riuscito a individuare le prime fonti che riguardano questa identificazione micologica. Forse, come indicato da Wasson (1973, p. 10, n. 6) sono stati dei micologi giapponesi a identificare le raffigurazioni del reishi o mannentake dell’antica iconografia giapponese come una specie di fungo, verso la fine del XIX secolo come Fomes japonicus, e durante gli anni ’30 del XX secolo come Ganoderma lucidum. Nel 1779 missionari cattolici di istanza a Pechino identificarono il lin-tchi come una specie di Agaricus (Missionnaires de Pe-Kin, 1779, pp. 500-3).
Ganoderma lucidum in forma di corna paragonato con il medesimo fungo nel suo aspetto normale (da Wasson, 1968, fig. 1, p. 87)
Nella cultura cinese v’è la credenza che il cervo viva a lungo e per questo è simbolo della lunga vita. Il cervo è ritenuto essere l’unico animale in grado di trovare il lingzhi (Asif & Majid, 2019), e un cervo bianco è di frequente in associazione con il lingzhi negli antichi poemi cinesi (Lin, 2019). E’ possibile che la forma di corna ramificate assunta pur raramente dal Ganoderma sia stata associata simbolicamente alle corna del cervo.
Il lingzhi è un elemento iconografico molto diffuso nell’arte cinese. E’ di frequente associato alla parola shou, “longevità”, e un comune schema iconografico fa emanare la parola shou come se fosse un vapore che fuoriesce dal fungo.
Coperchio di porcellana del periodo della Dinastia Ming con raffigurazione di cinque anziani in un “paesaggio immortale”, di cui quello più in basso tiene in mano un fungo lingzhi da cui fuoriesce un filo di vapore che da origine alla parola shou, “longevità” (da Wan, 2007, fig. 8, p. 102)
Raffigurazione di un discepolo di Buddha (luohan) che tiene in mano un lingzhi in un dipinto del XIX secolo riproducente un originale dell’894 EV andato perduto (da Blanchette, 2023, fig. 2, p. 34)
Era credenza che nei luoghi dove cresceva il lingzhi emanassero dei vapori denominati yunqi, “energia delle nubi”, o ziqi, “nebbie di buon auspicio”, e che questi vapori fuoriuscissero direttamente dal fungo o che gli facessero ombra. In un testo del IV secolo EV viene descritto il wude zhi, “lingzhi delle Cinque Virtù”, il cui cappello spesso conteneva rugiada e produceva vapori di buon auspicio. In un trattato cinese sui funghi del X-XII secolo EV vengono descritti e illustrati 22 specie di lingzhi di immortalità che crescono all’ombra di vapori di buon auspicio di diversi colori e forme (Wan, 2007).
Il lingzhi continua a essere raffigurato nell’arte cinese anche in questi ultimi secoli. Ne è testimonianza la sua presenza fra gli oggetti e dipinti appartenuti all’imperatore Quianlong (1711-1799 EV) della Dinastia Qing, facenti parte del tesoro della Città Proibita di Beijing (Pechino). Un oggetto particolare è lo scettro (ruyi) impugnato da imperatori, saggi e importanti personaggi religiosi, che aveva la forma del lingzhi. La prima raffigurazione di questo scettro è datato al VII secolo EV. Il Museo della Città Proibita conserva diverse migliaia di esemplari di ruyi, che era un tipico dono che veniva fatto all’Imperatore (Blanchette, 2023).
L’artista argentiere Zhu Huayu, vissuto nel XIV secolo EV, produsse delle coppe d’argento in forma di lingzhi, e vi sono testimonianze che in precedenza venivano ricavate coppe dal vero fungo per bere il vino. In una delle coppe d’argento è incisa un’iscrizione: “il fungo, se decantato in un po’ di vino, crea una bevanda gustosa e profumata. Una tazza garantisce una longevità fuori dal comune” (Wilson, 1994, p. 391).
L’artista cinese Xiaojing Yan (donna) ha recentemente prodotto una scultura basata su un impasto di trucioli di legno in forma di busto umano, su cui ha inoculato il micelio del Ganoderma, ottenendo la sua fruttificazione e generando quindi una innovativa opera bio-artistica (Yan, 2023).
Bio-scultura dell’artista cinese Xiaojing Yan (da Yan, 2023, fig. 7, p. 371)
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Il lingzhi cinese
The Chinese lingzhi
I vegetali mitologici che modificano lo stato vitale degli uomini si possono distinguere in cinque categorie:
Piante dell’immortalità, che trasformano un umano o una divinità da mortale a immortale (si veda il caso esemplare della pianta dell’irrequietezza di Gilgamesh);
Piante della lunga vita, che prolungano la vita di un uomo;
Piante della giovinezza, che fanno tornare giovane un uomo vecchio;
Piante della resurrezione, che ridanno vita a un uomo morto (si veda L’erba di Glauco)
Piante della morte, che danno la morte a un uomo vivo (si veda l’hebona di Shakespeare e La cicuta di Socrate)
In alcuni casi le piante che originalmente danno l’immortalità si trasformano successivamente in piante che resuscitano o che ridanno la giovinezza o che allungano la vita. Con uno sguardo alle mitologie di tutto il mondo si può intravedere in realtà una differente relazione originaria fra queste tipologie vegetali: le piante dell’immortalità sono quelle che rendono immortali gli dei e non gli uomini, e queste medesime possono fare resuscitare gli uomini morti, ma non renderli immortali, o donare giovinezza o allungare la vita agli umani vivi senza, nuovamente, renderli immortali. Secondo questa visione le piante della lunga vita, della giovinezza e della resurrezione sono da identificare con le piante dell’immortalità divina quando applicate agli umani.
Un esempio di questa interazione semantica fra le piante della vita è il lingzhi, o ling chih, il “fungo dell’immortalità” cinese.
Le origini del ling chih sono incerte. Dal punto di vista terminologico, nei periodi arcaici della cultura cinese, prima della Dinastia Han, viene menzionato il solo chih, che era indicato con il pittogramma “erba” (Wasson, 1968, p. 81), o la “pianta (erba) chih”. L’associazione di ling con chih si presenta a partire dallo scritto Han Shu (“Il libro degli Han”) di Pan Ku, del I secolo EV. De Groot (1901, p. 311) traduce ling chi come “chih animato”. Il concetto di ling chih come fungo sovrannaturale appare quindi a partire dalla dinastia Han (e non da quella Qin come riportato in Wasson, 1968, p. 82). E’ opportuno osservare che ciò che siamo soliti considerare come un fungo, gli antichi cinesi lo facevano rientrare nella categoria delle erbe o piante, interpretando il cappello del fungo come la sua foglia.
Secondo diversi racconti mitici cinesi, il ling chih cresceva nei monti appartati e nei paradisi Orientale e Occidentale, nelle Isole degli Immortali, e se un individuo fosse riuscito a trovarlo e a cibarsene, sarebbe divenuto immortale e sarebbe asceso al cielo. Il lingzhi non solo offriva l’immortalità al fortunato che lo avesse trovato, ma si riteneva che fosse immortale esso medesimo. Uno scritto datato fra la fine del I millennio AEV e gli inizi del I millennio EV riporta che la Madre Regina dell’Ovest, una figura divina femminile, fece dono del ling chih a Huang Di, il leggendario Imperatore Giallo vissuto nel terzo millennio AEV (Wan, 2007).
Tuttavia il chih appare per la prima volta nei testi cinesi in epoche più recenti, durante il regno storico di Shih-Huang della Dinastia Qin (221-206 AEV), noto come il Primo Imperatore, colui che unificò la Cina e che costruì la Grande Muraglia. Come riportato dallo storiografo Ssu-ma Ch’ien (noto anche come Sima Quian o come Se-Ma Ts’ien), vissuto durante la Dinastia Han a cavallo fra il II e il I secolo AEV, da quel momento ci fu una gran ricerca del chih, intesa come “erba magica”; ricerca promossa dal medesimo imperatore.
Il testo di Se-Ma Ts’ien, intitolato Shiji (“Memorie storiche”), è un’opera monumentale considerata uno dei grandi classici della storiografia cinese, in cui viene esposta la storia imperiale che va dal leggendario Imperatore Giallo del III millennio AEV sino all’Imperatore Wu della Dinastia Han (140-87 AEV). Nello Shiji sono riportati diversi passi che trattano della ricerca del chih, che si riteneva crescesse in alcune isole del mare orientale sede degli Immortali. I re Wei, Siuen e Tchao sono vissuti rispettivamente negli anni 378-343 AEV, 342-324 AEV e 311-279 AEV:
“E’ a partire dall’epoca dei re Wei e Siuen e del re Tchao di Yen che furono inviati degli uomini sul mare alla ricerca di P’ong-lai, Fang-tchang e Yng-tcheou. Queste tre montagne sante, si dice che si trovino in mezzo al P’o-hai [mare orientale]; non sono distanti dagli uomini ma, per malasorte, quando si è sul punto di raggiungerle, la nave è tirata indietro dal vento e devia. In precedenza, a dire il vero, della gente è riuscita a raggiungerle; è là che si trovano gli uomini fortunati e la droga che impedisce di morire; là tutti gli esseri, gli uccelli e i quadrupedi sono bianchi; i palazzi e le porte sono fatti d’oro giallo e d’argento; quando (questa gente) non era ancora giunta, le videro da lontano come una nube; quando giunsero le tre montagne sante si trovarono sommerse sotto l’acqua; quando furono vicini il vento portò il loro battello al largo; in definitiva, non c’è persona che sia stata in grado di raggiungerle. Non c’è sovrano che non abbia desiderato recarvisi” (Se-Ma Ts’ien, cap. XXVIII, 1967, vol. 3, pp. 436-7).
La ricerca della “droga che impedisce di morire” sarebbe quindi iniziata un secolo e mezzo prima dell’unificazione della Cina da parte dell’imperatore Shi-Huang. Anche questi fece partire a più riprese delle navi verso le isole degli Immortali. Un primo tentativo fu fatto nel medesimo anno in cui l’imperatore aveva unificato il regno, nel 221 AEV:
“Unificato il regno, Siu Che, originario del paese Ts’i e altre persone rivolsero una richiesta all’imperatore: ‘In mezzo al mare ci sono tre montagne sovrannaturali; i loro nomi sono P’ong-lai, Fang-tchang e Yng-tcheou; gli immortali vi abitano. Chiediamo che ci permetta, dopo esserci purificati, di partire con giovani ragazzi e ragazze alla loro ricerca’. Allora l’imperatore inviò Siu Che e fece partire con lui diverse migliaia di ragazzi e ragazze. Presero il mare per andare alla ricerca degli immortali” (Se-Ma Ts’ien, cap. VI, 1967, vol. 2, pp. 151-2)
La missione non ebbe esito, come del resto le successive che, stando al resoconto di Se-Ma Ts’ien, avvennero rispettivamente nel 217, 218 e 210 AEV. In quest’ultimo tentativo l’imperatore partecipò di persona alla missione destinata all’insuccesso, e lungo la strada del ritorno si ammalò e morì (ibid., vol. 2, pp. 190-1; vol. 3, pp. 437-8). In altri passi del medesimo testo appaiono accenni a eventi confusi, dove gli inviati per la ricerca del chih salpano all’insaputa dell’imperatore, il quale di conseguenza si infuria, e dove al loro ritorno danno notizie false per giustificare i loro insuccessi (ibid., vol. 2, pp. 180-1 e 190).
Tutte queste ricerche sono accompagnate da un nutrito gruppo di ragazzi e ragazze, e il motivo viene chiarito in un’altra versione data sempre da Se-Ma Ts’ien:
“[L’imperatore] inviò Siu Fou a prendere il mare e cercare gli esseri meravigliosi. Al suo ritorno Siu Fou trovò una scusa e disse: Ho visto un grande dio nel mare; mi ha detto: ‘Sei l’inviato dell’Imperatore d’Occidente’? Ho risposto si. ‘Cosa cercate?’ Gli ho detto: ‘Desidero chiedere la droga che prolunga gli anni e aumenta la longevità’. Il dio disse: ‘L’offerta del vostro re di Ts’in è magra; voi potrete vedere questa droga, ma non prenderla’. Allora egli si diresse con me verso sud-est e giungemmo alla montagna P’ong-lasi; ho visto la porta del palazzo Tche-tch’eng: c’era li un emissario che era colore del rame e che aveva il corpo di un drago; il suo bagliore illuminava in alto il cielo. Allora l’ho salutato per due volte e gli ho detto: ‘Che offerta posso farvi?’. Il dio del mare ha detto: ‘Datemi dei figli di buona famiglia con delle figlie vergini e degli operai di tutti i tipi. Allora otterrete la droga’. Ts’in Che-hoang [l’imperatore] fu molto contento: inviò tremila giovani ragazzi e ragazze; diede [a Siu Fou] i semi di cinque cereali e dei lavoratori di tutti i tipi; allora Siu Fou si mise in marcia. Siu Fou trovò un luogo calmo e fertile; vi si fermò, si fece re e non tornò” (Se-Ma Ts’ien, cap. CXVIII, 1967, vol. 2, pp. 152-3, n. 1).
In questa versione, dove la pianta dell’immortalità acquisisce il valore di pianta che allunga la vita, si possono intravedere tracce di un racconto originario dove la pianta dell’immortalità era custodita da un drago che richiedeva sacrifici umani (un tema classico eurasiatico), e dove nella versione rimaneggiata sparisce il tema del sacrificio umano e viene introdotto quello della costituzione di una nuova colonia umana. Che si tratti di un racconto rielaborato da uno originale si evince dalla incoerenza nell’indirizzamento della richiesta di fornire ragazzi e lavoratori, poiché Siu Fou rivolge la domanda al guardiano-drago, e a rispondere non è questi ma il dio del mare. In tutti i casi la ricerca del chih fallisce.
Una versione più tarda che tratta della vana ricerca del chih da parte dell’imperatore Shi Huang è presente nel testo Shih chou chi (“Note sui Dieci Continenti”), datato al IV-V secolo EV se non più tardi, e dove il fungo acquisisce il valore di vegetale che resuscita e che prolunga la vita:
“L’isola di Tsu è situata nelle vicinanze, nel Mare Orientale. Vi cresce una pianta che non muore mai, dalla forma simile all’erba acquatica, con lame lunghe 3 x 4 ch’ih. Un uomo che è morto da tre giorni rivive immediatamente quando questa pianta viene posta su di lui. Quando viene mangiata prolunga la vita. Ai tempi di Shi Huang della Dinastia Ts’in [Qin], quando i corpi delle persone assassinate giacevano sparsi nelle vaste pianure e attraverso le strade, apparvero degli uccelli simili a corvi o cornacchie con questa pianta nel becco, e la posarono sui volti di quei cadaveri, con l’effetto che questi si alzarono immediatamente e si rianimarono. Gli ufficiali riferirono ciò all’Imperatore. A questo punto Shi Huang mandò un messaggero a trovare quest’erba per lui; e questi interrogò il dottore della Valle degli Spettri [un filosofo ascetico taoista], che viveva vicino al muro settentrionale. ‘Quest’erba – disse così il saggio – è l’erba dell’immortalità dell’isola di Tsu nell’Oceano Orientale, dove cresce in un campo di marmo rosso. Alcuni la chiamano chi che nutre lo shen [spirito]. Le sue foglie assomigliano a quelle dell’erba acquatica; i suoi steli crescono rigogliosi e un solo stelo è sufficiente a dare la vita a un uomo’. A queste parole Shi Huang mostrò una certa agitazione e chiese: ‘Si può prendere da lì?’. E mandò un inviato sull’isola, un certo Sii Fuh, con cinquecento giovani di entrambi i sessi, al comando di una nave con ponti. Essi presero il mare per cercare l’isola ma non fecero più ritorno” (rip. in De Groot, 1901, pp. 307-8).
Il medesimo testo menziona altre isole sacre che producono il chih. In quella di Yuen, nel mar del nord, ne crescono cinque varietà, “che prolungano la vita a coloro che le prendono, o causano loro di non morire; e nell’isola di Fang-chang, nel centro del mare orientale, molte miriadi di famiglie di immortali erano impegnati nei campi di lavoro per la coltivazione del chi” (rip. in De Groot, 1901, p. 308). E’ interessante il tema della coltivazione del chih da parte degli Immortali, con l’implicito scopo di cibarsene. Nel testo Shiyi ji scritto da Wung Jia nel IV secolo EV è riportato che sul monte Kunlun ci sono estesi campi di funghi coltivati dagli Immortali (Wan, 2007, p. 116, n. 65). Appare palese in questi passi il valore del chih come “cibo degli dei”.
Un’altra testimonianza della trasformazione semantica da fungo dell’immortalità a fungo che ringiovanisce e che allunga la vita si trova in una ballata della Dinastia Han (200 AEV-200 EV), che riferisce di un accolito che riceve il fungo dell’immortalità e lo consegna al suo Maestro: “Egli afferra il fungo, prende il fungo dalla frangia rossa. Quando raggiungiamo le porte del Maestro, egli offre la droga in uno scrigno di giada. Il Maestro mangia la droga, il suo corpo in un giorno cresce forte e in forma, il suo capello bianco torna nuovamente nero, la durata della sua vita si allunga, i suoi anni sono aumentati” (Wallace, 2011, p. 92).
Da quanto sinora esposto si potrebbe evincere che il valore originario del lingzhi fosse quello di cibo degli dei e di pianta che conferiva loro l’immortalità; un tema diffuso presso altre culture umane, come nel caso dell’amrta indiano e dell’ambrosia degli antichi Greci (Samorini, 2017). Il contatto del medesimo ling chih con gli umani poteva far resuscitare quelli morti e allungare la vita e ringiovanire quelli vivi.
Si presentano alcune variazioni da questo schema semantico, che possono essere considerate frutto di fantasiose rielaborazioni o di ignoro della logica semantica originaria. E’ il caso presente nel Nei P’ien, uno scritto alchemico di Pao-P’u-Tzŭ (Ko Hung) del III secolo EV, dove il chih può rendere immortale o allungare la vita a seconda della migliore o minore qualità del fungo. Gli hsien sono romiti delle montagne, esseri alati, uomini che hanno raggiunto l’eternità divenendo numinosi ovvero geniali: “Un fang ts’un pi [unità di misura corrispondente a un cucchiaio di circa 6,5 cm3] di uno qualsiasi di questi chih fa diventare hsien; ma il chih di un fungo di qualità media dona un’età di varie migliaia di anni, mentre quello di un fungo inferiore dona mille anni” (Pao-P’u-Tzŭ, 1976: 243).
Oltre ai racconti che hanno come tema la ricerca del ling chih, nella letteratura cinese viene tramandata una leggenda che riguarda le sue origini. E’ presente ad esempio nel trattato Shuijingzhu (“Commentario dei Classici Corsi d’Acqua”), scritto dal geografo Li Daoyuan vissuto nel periodo 470-527 EV:
“Una volta c’era una ragazza di nome Yao Ji, che era la figlia più giovane nata all’Imperatore del Paradiso. Sfortunatamente morì prima di potersi sposare. Il suo spirito fu allora trasformato in erba, mentre il suo corpo divenne il lingzhi. L’Imperatore del Paradiso le concesse il lato sud del Monte Wu. Ogni giorno assumeva l’aspetto di nubi a vela alla mattina per poi trasformarsi in piogge al pomeriggio” (rip. in Di, 2013, p. 48).
La catena montuosa Wu esiste realmente ed è situata nella provincia cinese orientale di Fujian. In un altro testo, lo Xiangyang qijiuji (“Registrazione degli Uomini Venerabili nello Xiangyang”), scritto dallo storico Xi Zaochi nel IV secolo EV, viene aggiunto un dettaglio del medesimo racconto che evidenzierebbe proprietà onirogene del fungo: “chi lo mangia è in grado di incontrare Yao Ji nel suo sogno” (ibid., p. 50).
Oggigiorno uno dei dodici picchi del Monte Wu è ddenominato Picco della Dea, probabilmente in relazione con questa leggenda. Di questa parrebbero esistere tracce in un poema più antico dal titolo Shangui (“Fantasma della Montagna”) steso da Qu Yuan che visse nel periodo 340-278 AEV, dove è descritto un fantasma femminile che attende il suo innamorato mentre “raccoglie sanxiu sul Monte Wu”. Sanxiu sarebbe sinonimo di zhi, fungo (Di, 2013). Un racconto scritto nel periodo 476-221 AEV tratta della principessa Yaoji, figlia dell’imperatore Yan, che alla sua morte fu trasformata nell’erba yaocao (“erba di Yao”). E’ possibile che da questi racconti più antichi abbia preso forma la leggenda del lingzhi (Lin, 2019, pp. 8-9). Non sappiamo se l’erba yaocao fosse già in quei tempi arcaici intesa come un fungo o come altro vegetale.
Un tema comune a racconti diffusi in un esteso periodo cronologico riguarda il ritrovamento del lingzhi che era cresciuto all’interno dei palazzi imperiali; un evento considerato miracoloso e di buon auspicio per l’imperatore. Secondo le cronache dell’imperatore Wu-ti della Dinastia Han, “nell’estate del 109 AEV una pianta tche [chih] crebbe all’interno del recinto della sala principale del palazzo (..) L’imperatore emanò allora un decreto per annunciare che una pianta tche con nove gambi era cresciuta nel recinto del palazzo e proclamò un’amnistia nell’impero per coloro che non erano recidivi” (Se-Ma Ts’ien, 1967, vol. 3, p. 508).
Il lingzhi appare nelle cronache della Dinastia Sung, in particolare quelle che descrivono la vita dell’Imperatore Huizong, salito al trono nel 1100 EV. Fra gli eventi interpretati come auspici favorevoli (ruiyng) per il regnante fu registrato per il 5 dicembre del 1111 la crescita del lingzhi sui gradini del Tempio degli Antenati Imperiali di Qianzhou, nella provincia di Jiangxi. Per l’anno 1106 fu registrato il ritrovamento di un lingzhi che era cresciuto insieme a una spiga di grano dal medesimo gambo. Il 29 febbraio del 1112 vicino alla capitale Bianjing fu scoperto un rospo vecchio di diecimila anni con un lingzhi che cresceva sulla sua schiena (Sturman, 1990). Diecimila anni ha il significato di “immortale”. Si tratta di eventi avvolti da un alone leggendario ed è tuttavia opportuno menzionare che le medesime cronache imperiali riportarono che il fungo che cresceva sul rospo risultò essere frutto di una frode, in quanto era stato fissato sulla schiena del batrace mediante delle lumache (ibid., p. 49, n. 39). Sempre come auspicio favorevole fu descritta l’apparizione di un lingzhi che cresceva sul ginepro (ibid., p. 36).
Koh Hung, un famoso alchimista vissuto a cavallo del III e IV secolo EV, descrisse numerose varietà di chi di cui una era denominata “rospo vecchio di diecimila anni” (De Groot, 1901, p. 311). È interessante ritrovare il fungo in associazione con il rospo; un’associazione simbolica molto antica diffusa in tutta l’Eurasia e anche in altri continenti (Samorini, 2001, pp. 28-9; 2024).
Nel 1556 il lingzhi fu descritto dal funzionario Wu Shan della corte dell’imperatore Jiajing della Dinastia Ming come segue:
“Ci sono lingzhi di colore rosso, bianco, verde bluastro, nero, giallo e porpora. I lingzhi di differenti colori hanno differenti sapori. Si dice che colui che lo consuma per un lungo periodo di tempo può ottenere un corpo leggero. Il lingzhi cresce sulla terra. Quando l’energia della terra è in armonia, cresce il lingzhi. Se il governante è virtuoso e benevolo, cresce il lingzhi. Il fiore lucente del lingzhi cresce tre volte all’anno” (rip. in Wan, 2007, p. 107).
Nelle cronache del medesimo imperatore Jiajing è riportato ch’egli partecipava personalmente alla pratica nota come fuji o fuluan, che riguardava una tecnica di scrittura automatica che si riteneva fosse dettata da essere sovrannaturali. Nel corso di una pratica fuji l’essere sovrannaturale fece scrivere all’imperatore la frase “assumere lingzhi può prolungare la vita”. Da quel giorno l’imperatore fece cercare e raccogliere ovunque il fungo. I preti taoisti e i Grandi Segretari della corte distillavano elisir dal lingzhi che l’imperatore consumava continuamente (Wan, 2007).
Una delle leggende più note della cultura popolare cinese è quella del “Serpente Bianco”, che vede come protagonisti un uomo di nome Xu Xian e uno spirito femminile ofidico di nome Bai Shuzen. I primi riferimenti letterari sono datati alla Dinastia Tang (618-907 EV), e la leggenda si è progressivamente evoluta, modificata e ampliata in differenti versioni. In una di queste il Serpente Bianco ottenne poteri magici grazie a migliaia di anni di pratica. Si trasformò in una bellissima donna e sposò un umano di nome Xu Xian. Ma la violazione del confine tra umano e non umano provocò la morte di Xu Xian. Serpente Bianco si recò allora sul monte Emei per cercare di rubare l’erba dell’immortalità per salvare suo marito. Dopo essere passata attraverso innumerevoli difficoltà, uno degli Immortali, impressionato dalla sua sincerità e dalla sua perseveranza nel tentativo di salvare il marito, le diede il lingzhi per riportare in vita Xu Xian (Yan, 2023, p. 368; Lin, 2019, p. 9). In questo racconto, come in altri qui presentati, si evidenza l’equiparazione semantica dell’erba dell’immortalità con l’erba della resurrezione, cioè la pianta che dà l’immortalità agli dei fa resuscitare gli uomini.
Un mito taoista descrive la dea Magu, dea della longevità, che ogni anno in occasione del compleanno della Regina Madre dell’Ovest, Xiwang mu, si reca presso lo Stagno di Turchese del regno celeste per offrire una coppa di vino di lingzhi (Geng & Huang, 2023). In una delle prime versioni del mito Magu beve da questa coppa (Lin, 2019). Questo tema mitologico ha dato origine alla moderna iconografia folclorica in occasione dei compleanni, in particolare delle persone anziane, della dea Magu che tiene fra le mani una coppa accanto a una gru che tiene nel becco un lingzhi.
Il Taoismo ha profondamente influenzato la cultura del lingzhi, poiché nel suo sistema di credenze ammette la possibilità che gli uomini possano diventare immortali mediante determinati regimi di comportamento e assumendo certe erbe magiche. Fra queste rientrava il lingzhi, a cui furono dati anche i nomi di shenzhi (“fungo paradisiaco”) e xiancao (“erba magica”). A partire dalla Dinastia Han gli scrittori del confucianesimo denominarono il lingzhi come “erba della fortuna” (Lin, 2019).
Uscendo dall’immaginario popolare di fungo leggendario, il ling chih a un certo punto è stato identificato con una specie realmente esistente in natura, il Ganoderma lucidum (Curtis) P. Karst. della famiglia delle Polyporaceae; un’attribuzione tassonomica che si è tramandata sino ai nostri giorni. La forma di questo bizzarro fungo legnoso dalla superficie laccata può variare notevolmente, e raramente può assumere l’aspetto di corna ramificate simili a quelle di un cervo. In Giappone il ling chih, scritto con i medesimi caratteri cinesi e attraverso la sostituzione della “l” con la “r”, prese il nome di reishi, identificato con il medesimo G. lucidum e denominato anche mannentake, “fungo dei diecimila anni” (Wasson, 1973).
Non sono riuscito a individuare le prime fonti che riguardano questa identificazione micologica. Forse, come indicato da Wasson (1973, p. 10, n. 6) sono stati dei micologi giapponesi a identificare le raffigurazioni del reishi o mannentake dell’antica iconografia giapponese come una specie di fungo, verso la fine del XIX secolo come Fomes japonicus, e durante gli anni ’30 del XX secolo come Ganoderma lucidum. Nel 1779 missionari cattolici di istanza a Pechino identificarono il lin-tchi come una specie di Agaricus (Missionnaires de Pe-Kin, 1779, pp. 500-3).
Ganoderma lucidum in forma di corna paragonato con il medesimo fungo nel suo aspetto normale (da Wasson, 1968, fig. 1, p. 87)
Nella cultura cinese v’è la credenza che il cervo viva a lungo e per questo è simbolo della lunga vita. Il cervo è ritenuto essere l’unico animale in grado di trovare il lingzhi (Asif & Majid, 2019), e un cervo bianco è di frequente in associazione con il lingzhi negli antichi poemi cinesi (Lin, 2019). E’ possibile che la forma di corna ramificate assunta pur raramente dal Ganoderma sia stata associata simbolicamente alle corna del cervo.
Il lingzhi è un elemento iconografico molto diffuso nell’arte cinese. E’ di frequente associato alla parola shou, “longevità”, e un comune schema iconografico fa emanare la parola shou come se fosse un vapore che fuoriesce dal fungo.
Coperchio di porcellana del periodo della Dinastia Ming con raffigurazione di cinque anziani in un “paesaggio immortale”, di cui quello più in basso tiene in mano un fungo lingzhi da cui fuoriesce un filo di vapore che da origine alla parola shou, “longevità” (da Wan, 2007, fig. 8, p. 102)
Raffigurazione di un discepolo di Buddha (luohan) che tiene in mano un lingzhi in un dipinto del XIX secolo riproducente un originale dell’894 EV andato perduto (da Blanchette, 2023, fig. 2, p. 34)
Era credenza che nei luoghi dove cresceva il lingzhi emanassero dei vapori denominati yunqi, “energia delle nubi”, o ziqi, “nebbie di buon auspicio”, e che questi vapori fuoriuscissero direttamente dal fungo o che gli facessero ombra. In un testo del IV secolo EV viene descritto il wude zhi, “lingzhi delle Cinque Virtù”, il cui cappello spesso conteneva rugiada e produceva vapori di buon auspicio. In un trattato cinese sui funghi del X-XII secolo EV vengono descritti e illustrati 22 specie di lingzhi di immortalità che crescono all’ombra di vapori di buon auspicio di diversi colori e forme (Wan, 2007).
Il lingzhi continua a essere raffigurato nell’arte cinese anche in questi ultimi secoli. Ne è testimonianza la sua presenza fra gli oggetti e dipinti appartenuti all’imperatore Quianlong (1711-1799 EV) della Dinastia Qing, facenti parte del tesoro della Città Proibita di Beijing (Pechino). Un oggetto particolare è lo scettro (ruyi) impugnato da imperatori, saggi e importanti personaggi religiosi, che aveva la forma del lingzhi. La prima raffigurazione di questo scettro è datato al VII secolo EV. Il Museo della Città Proibita conserva diverse migliaia di esemplari di ruyi, che era un tipico dono che veniva fatto all’Imperatore (Blanchette, 2023).
L’artista argentiere Zhu Huayu, vissuto nel XIV secolo EV, produsse delle coppe d’argento in forma di lingzhi, e vi sono testimonianze che in precedenza venivano ricavate coppe dal vero fungo per bere il vino. In una delle coppe d’argento è incisa un’iscrizione: “il fungo, se decantato in un po’ di vino, crea una bevanda gustosa e profumata. Una tazza garantisce una longevità fuori dal comune” (Wilson, 1994, p. 391).
L’artista cinese Xiaojing Yan (donna) ha recentemente prodotto una scultura basata su un impasto di trucioli di legno in forma di busto umano, su cui ha inoculato il micelio del Ganoderma, ottenendo la sua fruttificazione e generando quindi una innovativa opera bio-artistica (Yan, 2023).
Bio-scultura dell’artista cinese Xiaojing Yan (da Yan, 2023, fig. 7, p. 371)
Si vedano anche:
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LIN ZHIBIN, 2019, Ganoderma (lingzhi) in traditional Chinese medicine and Chinese culture, in: Z. Lin & B. Yang (Eds.), Ganoderma and health. Biology, chemistry and industry, Springer, Singapore, pp. 1-13.
MISSIONNAIRES DE PE-KIN, 1779, Mémoires concernant l’histoire, les sciences, les arts, les moeurs, les usages, etc. des Chinois, vol. IV, Libraire Nyon, Paris.
PAO-P’U-TZŬ, 1976, Nei P’ien. I capitoli delle interiorità, Conoscenza Religiosa, pp. 215-264.
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