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I Pigmei e l’iboga
The Pygmies and the iboga
Per una presentazione generale dei culti dell’Africa equatoriale occidentale in cui viene usata come fonte visionaria la pianta dell’iboga, si veda I culti dell’iboga.
Il problema delle origini dell’uso umano dell’iboga
Le origini dell’impiego umano dell’iboga restano enigmatiche. Nella letteratura, sia divulgativa che scientifica, si trovano accenni a una scoperta archeologica del team dell’archeologo francese Richard Oslisly che riguarderebbe l’identificazione, attraverso analisi antracologiche, di reperti organici ascrivibili a Tabernanthe iboga in un contesto antropico della regione della Lopé. Situato nell’area centrale del Gabon, il sito, denominato Okanda-6 e con datazione attorno a 3000-2000 anni fa, riguarderebbe una popolazione umana caratterizzata da un’economia mista di caccia e agricoltura (Assoko Ndong, 2002, p. 140).1 Il francese Hugues Tatay, un buitista che risiede in Gabon da diversi decenni, ha affermato che questo ritrovamento di Oslisly riguarderebbe i Pigmei (Laval-Jeantet, 2005, p. 119). La citazione ai Pigmei sembra essere un’aggiunta fantasiosa di Tatay, in sintonia con quella diffusa mitizzazione dei Pigmei che attribuisce a questa popolazione la scoperta dell’iboga e che sarà discusso poco oltre.
Non essendo la notizia di questo ritrovamento archeologico suffragato da una precisa comunicazione scientifica,1 ho rivolto personalmente la questione a Oslisly, il quale ha risposto come segue: “L’antrocologo Hugues Doutrelepont che ha eseguito la determinazione dei carboni del legno di Tabernanthe iboga mi ha segnalato questo risultato, ma subito dopo è deceduto e non abbiamo potuto pubblicare un articolo a riguardo. La sola prova è una testimonianza orale, la mia” (Richard Oslisly, comunicazione personale del 25-11-2023). La scoperta di questo ritrovamento archeologico può quindi avere solamente un valore aneddotico, dovendosi basare sulla buona fede di Oslisly, che personalmente non metto in dubbio.
Passando dall’archeologia all’etnografia e osservando le testimonianze etnostoriche, pressoché tutte le etnie che fanno uso dell’iboga – e di conseguenza molti studiosi occidentali – indicano i Pigmei come gli originari detentori della conoscenza delle sue proprietà psicoattive.
Si deve tener conto che l’archeologia dell’Africa Equatoriale orientale – la regione dove è diffusa l’iboga – in questi ultimi decenni ha visto un sorprendente sviluppo e ha evidenziato la presenza di gruppi umani non necessariamente Pigmei a partire da almeno l’Età della Pietra Recente, cioè da 40.000-30.000 anni fa. Nell’area centrale del Gabon è stata evidenziata la presenza di popolazioni neolitiche con datazione a 2000-200 anni prima della nostra era e di successive popolazioni che da poco più di 2000 anni lavorano i metalli (Oslisly, 2010), queste ultime non potendo evidentemente ascriversi ai Pigmei, notoriamente privi di tecniche di metallurgia.
Di particolare interesse è la scoperta fatta nel 1992 dal team di Oslisly di un’attività antropica in un’area profonda della grotta di Paouan, situata nelle vicinanze di Lastoursville, nella regione gabonese dell’Alto Ogooué. Nel suolo di una vasta sala della grotta, non illuminata dalla luce del sole, insieme a strumenti litici sono stati ritrovati abbondanti resti carbonizzati di quattro specie vegetali – Pterocarpus tinctorius Welw., Copaifera, Combretum, Strophantus – tutte potenzialmente ascrivibili a impieghi con finalità rituali. La datazione di questa attività antropica mediante tecnica di radiocarbonio è stata determinata attorno ai 5600 anni fa (Oslisly et al., 1994) e non vi sono elementi che possano attribuirla a delle popolazioni pigmee.
L’attribuzione della scoperta dell’iboga ai Pigmei e più in generale a uno specifico gruppo umano resta per ora nel campo delle ipotesi, se non quando delle fantasie.
Circa le modalità deduttive che portarono gli umani a scoprire le proprietà psicoattive dell’iboga, possono risultare utili le considerazioni di natura etologica che riguardano l’osservazione umana di comportamenti bizzarri di animali che si sono cibati delle radici dell’iboga e che potrebbero essere stati alla base delle associazioni deduttive che portarono alla scoperta delle proprietà psicoattive di questa pianta. Si deve tener conto che, oltre ad alcune conferme dell’etologia scientifica, una tale argomentazione è stata più volte riferita dai nativi dell’Africa Equatoriale, e come tale ha un valore come dato etnografico (si veda Animali vari e Samorini, 2024c)
I Pigmei e l’iboga fra mito e realtà
Parlando di Pigmei si deve innanzitutto puntualizzare che queste popolazioni sono stati a più riprese vittime delle fantasie occidentali: a partire dagli orizzonti classici greco-latini puramente mitici, che li vedevano in eterna lotta contro le gru – un’immagine che si è trascinata nell’arte per tutto il Medio Evo – alla loro identificazione con le scimmie durante il periodo Illuminista; sino ad arrivare, quando gli esploratori Du Chaillu e Schweinfurth incontrarono realmente degli uomini di bassa statura nel cuore dell’Africa, alle idee ottocentesche che li volevano vedere come vestigia della prima popolazione umana, la Ur-umanità, e in relazione con gli antichi Egizi; per giungere infine all’invenzione di un loro ferreo monoteismo, frutto di una mirata forzatura della pseudo-disciplina etnografica cattolica che imperversò a cavallo fra il XIX e il XX secolo (si veda Falsi monoteismi e Samorini, 2024b).
Dal punto di vista etnografico moderno, esistono diversi gruppi etnici impropriamente denominati “Pigmei” che vivono separati fra loro in differenti aree geografiche dell’Africa equatoriale, e sono riconosciuti con i nomi di Baka, Aka, Bongo, Barimba, ecc. Il loro numero oggigiorno è stimato attorno ai 350.000. I moderni studi genetici parrebbero confermare un’origine comune di tutti questi gruppi, per lo meno quelli dell’Africa Equatoriale Occidentale, che si sarebbero differenziati fra di loro circa 2800 anni fa, in corrispondenza con il periodo dell’espansione neolitica nei loro territori dei gruppi non-pigmei, che di fatto portò all’isolamento fra di loro dei gruppi pigmei. L’origine di questi ultimi, cioè la loro divergenza genetica dalle popolazioni umane ancestrali, è stata calcolata attorno ai 90.000-54.000 anni fa (Verdu et al., 2009).
Riguardo alla loro bassa statura sono state proposte diverse ipotesi di natura essenzialmente adattiva – ambientali, climatiche, nutrizionali – sebbene nessuna sia stata considerata soddisfacente. Il problema principale risiede nel fatto che manca un dato fondamentale, che a tutt’oggi non conosciamo, cioè quale fosse la statura delle popolazioni pigmee ancestrali e di quelle da qui originarono i pigmei (Verdu, 2016).
La maggior parte di queste popolazioni parla oggigiorno le lingue bantu dei gruppi etnici con i quali intrattengono stretti rapporti economici e sociali. La loro relazione con le etnie circostanti è molto stretta, per lo meno negli ultimi secoli, al punto che vi sono antropologi che tendono a considerare queste convivenze come una singola società costituita da due differenti gruppi etnici, piuttosto che come due società separate (Grinker, 1990, p. 112). Questa interdipendenza è basata su un sistema di scambi commerciali, dove generalmente i Pigmei forniscono prodotti della foresta, in particolare selvaggina, e il gruppo vicino fornisce prodotti agricoli. Non è un caso che si parli sovente, anche presso le etnie africane, dei “Pigmei dei Masangu”, “Pigmei dei Mitsogho”, ecc. Se ne era già accorto Du Chaillu, che scriveva: “Gli Obongo [Pigmei Babongo] che vivono all’interno del territorio degli Ashango non escono da quel territorio – sono chiamati gli Obongo degli Ashango – quelli che vivono fra gli Njavi sono chiamati Obongo-Njavi” (Du Chaillu, 1867, p. 322).
La interdipendenza va al di là degli scambi di natura materiale e coinvolge l’adozione delle credenze e delle pratiche rituali fra i due gruppi, creando a volte fenomeni di sovrapposizione e di sincretismo che non sempre permettono di individuare l’originale attribuzione etnica degli elementi cultuali (Bonhomme et al., 2012).
Come si è visto, i Pigmei sono considerati un po’ ovunque coloro che hanno insegnato alle altre popolazioni le proprietà psicoattive dell’iboga, e il loro coinvolgimento nelle origini del medesimo culto religioso del Buiti è una costante mitologica presente in quasi tutte le versioni della “storia di Bandzioku”, che tratta delle origini del Buiti dei Fang, l’unica forma di Buiti che è stato sincretizzato con il Cristianesimo (si veda Il mito d’origine del Buiti e Samorini, 2024c).
Sia presso le popolazioni autoctone che fra diversi studiosi è diffusa la credenza che anche una prima forma del culto del Buiti fosse già presente fra i Pigmei, e che questi ne trasmisero la conoscenza agli altri gruppi etnici in contemporanea alla trasmissione della conoscenza dell’iboga. Nei racconti dei nativi che riguardano le origini del Buiti i Pigmei sono ovunque coinvolti e nelle maniere più fantasiose. Nel 1950 un prete cattolico d’origini etniche eshira della parrocchia di Tchibanga del Gabon meridionale riportò la seguente versione della diffusione del Buiti:
“Fu a Etembè, villaggio dei Babongo [Pigmei], che si danzò per la prima volta il Buiti, in questa immensa foresta che si estende fra Sindarn, Mimongo ed Eteké. Un giovane Simba2 di nome Bantsa, accompagnato dai suoi genitori e amici si recò a Etembè per sposare una ragazza pigmea di nome Dibengadianga. Fu allora che i pigmei, per marcare questo avvenimento danzarono il Buiti in presenza dei Simba, che furono molto soddisfatti. Dopo la festa di nozze, i Babongo si incamminarono con Dibengadianga sino al villaggio di suo marito, a Ngoubou. E lì i Simba chiesero ai pigmei di ripetere la loro meravigliosa danza, per diversi giorni, e molti Simba furono iniziati. Così il Buiti passò dai Pigmei ai Simba, e da questi ai Mitsogho, da questi agli Apindji, da questi ai Gisira [Eshira]” (Ngomba, 1950).
Uno degli informatori bavove di Bonhomme riferì che “tutti i differenti rami del Buiti vengono dai Pigmei. Quando la gente dice che viene dai Mitsogo, ciò significa che viene dai Pigmei dei Mitsogo”. Un informatore mitsogo riferì che il mitsogo che creò il Buiti aveva un fratello pigmeo, chiamato Motsoyi, che creò la versione pigmea del rito (Bonhomme et al., 2012, p. 396).
Anche gli studiosi di cultura occidentale si sono sbizzarriti nel fantasticare sull’origine pigmea del Buiti. Uno dei primi autori che seguì questa credenza che gli avevano riferito le popolazioni native fu Raponda-Walker (1910; ma successivamente non ha ripetuto questa credenza; cfr. Raponda-Walker & Sillans, 1962:, p. 190). Świderski (1971, p. 84) affermò che “Il ‘vero’ Buiti si trova ancora fra i Mitsogho e gli Apindji, continuatori del Buiti primitivo, fondato dai Pigmei”.
Negli anni ’80 il sociologo francese Michel Fromaget riportava che il circuito di trasmissione del Buiti più spesso evocato partiva dal Buiti dei Pigmei, trasmesso ai Mitsogo e da questi trasmesso ai Fang (Fromaget, 1986, p. 89). Più recentemente, l’antropologo e linguista mitsogo Hamidou Okaba ha riferito che il Buiti apparteneva all’inizio al solo mondo dei Pigmei, “pur in una forma non rituale” (Laval-Jeantet, 2006, p. 11); una mancanza di ritualità improponibile per qualunque culto e che fa parte del costrutto fantasioso di questo studioso.
Che il Buiti sia originato fra i Pigmei è un’ipotesi altamente improbabile, poiché questo culto è intrinsecamente associato ai culti degli antenati, che sono assenti presso i gruppi pigmei (Bonhomme et al., 2012, p. 396). Non che i Pigmei manchino di credenze e considerazioni nei confronti dei loro morti,3 ma non conservano e non venerano le ossa dei propri antenati, una pratica che è alla base dei veri e propri culti degli antenati praticati dalla maggior parte delle altre etnie gabonesi e, come si vedrà, del medesimo Buiti.
A rafforzare l’erronea credenza dell’origine pigmea del Buiti è la constatazione che da diversi decenni i Pigmei praticano i culti dell’iboga adottati dalle etnie vicine. Sono soprattutto i Babongo dell’area dei Monti Du Chaillu del Gabon meridionale, che vivono accanto ai Mitsogo, a essersi specializzati nella pratica divinatoria del misoko e a essere divenuti famosi in tutto il Gabon come eccellenti nganga-a-misoko, ricercati da individui di diverse etnie che desiderano farsi iniziare ai “segreti dell’iboga”. Questi nganga (stregoni-indovini) pigmei sono preferiti anche dagli Occidentali, che ritengono i “piccoli uomini” come la prima popolazione della foresta, nel senso di popolazione più antica e che quindi praticano la forma più genuina del Buiti.
Come ha evidenziato Bonhomme, la diffusa credenza di un’origine pigmea del culto del Buiti è dovuta alla generale immagine dei Pigmei come i primi umani che popolarono la foresta equatoriale, e come tali “rappresentano l’antenato dell’umanità, una specie di Ur-antenato”; una credenza che porta ad attribuire ai Pigmei più di quanto gli sia dovuto (ibid., pp. 396-7).
In Gabon è diffusa una danza folclorica che porta come nome “Buiti bakowa o akoa” o “Buiti pigmeo”. Nonostante il nome, non ha nulla a che vedere con i veri e propri culti del Buiti e non sembra venga fatto uso di iboga. Si tratta di una danza acrobatica molto appariscente che proviene dai Pigmei e che è danzata particolarmente dagli abitanti della regione di Fernan-Vaz. Oggigiorno rientra nei circuiti di espressione folclorica nazionale e la si può osservare nel corso delle feste istituzionali, anche a Libreville. Per diventare un danzatore del Buiti bakowa un individuo deve sottoporsi a un periodo di apprendistato che ha lo scopo di farlo diventare leggero e abile nei salti e nelle capriole: deve vivere per alcuni mesi in un luogo pieno di fumo affinché il suo corpo si “dissecchi”, contribuendo a fornirgli la leggerezza necessaria (Gaulme, 1979, p. 42). Non è chiaro il motivo per cui questa danza foclorica sia denominata Buiti, ma non sembra vi sia alcuna associazione recondita od originaria con il vero culto religioso buitista. Bonhomme ritiene che fosse una versione profana del Buiti disumba dei Mitsogo, dove dei Pigmei ricoprivano il ruolo di maestri di cerimonia, quindi una specie di parodia del vero culto buitista (Bonhomme et al., 2012, p. 399).
Viene da domandarsi quale sia stata la relazione originaria – cioè prima dell’influenza del Buiti sui Pigmei – che questi hanno avuto con l’iboga e in quali contesti la utilizzavano; una carenza di conoscenze che sarà difficile colmare. Negli anni ’70 fu riportato il suo impiego fra i “guaritori-indovini” dei Pigmei Aka della Repubblica Centroafricana (Motte, 1980). Diversi informatori hanno riportato che i Pigmei usavano l’iboga a piccole dosi come stimolante per suonare i tamburi (Raponda-Walker & Sillans, 1962, p. 48; Bonhomme et al., 2012, p. 397). Il francese Tatayo ha riportato che, secondo le testimonianze che raccolse presso i Baka del Gabon, questi assumono l’iboga prima di cacciare, la usano anche per ottenere informazioni sul mondo occidentale e nelle loro visioni riescono a vedere le città dei Bianchi (Laval-Jeantet, 2005, pp. 85, 118). Sempre Tatayo ha riportato che i Pigmei fecero conoscere l’iboga ai bellicosi gruppi bantu del Gabon per “fermare il massacro”, dato che si stavano decimando fra di loro (ibid., p. 120). Si tratta probabilmente di un racconto fantasioso piuttosto che di un evento reale, che ho tuttavia anch’io raccolto dalla voce di alcuni buitisti fang della corrente Ndea Kanga nel corso delle mie indagini sul campo negli anni ’90.
Note
1 – Come riferimento, Assoko Ndong riporta il seguente testo, introvabile: Oslisly R., 1996, Archéologie et paléoenvironnement dans la réserve de la Lopé. Rapport final. AGRECO/CFTC, Bruxelles. Oslisly non ha soddisfatto la mia richiesta di consultare questo suo scritto.
2 – I Simba, Shimba o Mushimba sono un gruppo etnico minore del Gabon meridionale, presente oggigiorno in pochi villaggi. Per Merlet (1991, p. 248) Simba è il nome dato ai Mitsogho negli scritti del XIX secolo, ma in diversi testi i nomi dei due gruppi etnici Simba e Mitsogho appaiono contemporaneamente, evidenziando quindi una loro implicita distinzione.
3 – Ad esempio gli Mbuti, Baka e Aka intrattengono una relazione funzionale con gli antenati che si presentano nei loro sogni e che gli danno dei suggerimenti sulla caccia, su come avvelenare le frecce o come migliorare la produzione di vino di palma. Anche il concetto di “antenato”, malamente interpretato dagli studiosi come “spirito dell’antenato”, è piuttosto interpretato dai Pigmei come un reale essere umano, che non vive in un aldilà sovrannaturale ma in precisi luoghi reali nella profondità della foresta (Sawada, 2001). Fra gli Efe dell’ex Zaire, i morti sono denominati Lodi, vivono in un luogo della foresta che è considerato il suo centro ed è chiamato Apalura (“farfalle”), dove è presente una caverna (Duffy, 1984, p. 116).
Si vedano anche:
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