Il fungo del demonio

The devil’s mushroom

 

Il seguente racconto popolare italiano è stato raccolto verso la fine del 1800 nell’alta valle del Tevere, nel Lazio, in Provincia di Rieti:

Una santa donna andava tapinando pel mondo convertendo le femmine cattive. Il diavolo la seguiva e le dava noia in tutte le guise.

Un giorno d’agosto, in sul mezzodì, si trovò perduta in una vasta campagna. Il caldo era grande. Sola. in quello spazio infuocato sentì ingigantire la sua fede e volse la mente a Dio.

Satana tenta di deviarla; ma, vistosi vinto, fa sentire un suono equivoco come il demone di Dante. Parve un tuono. La donna spaurita vide sorgere davanti a sé un fungo nero e sentì un lezzo che le penetrava dalle narici nella gola in un modo insopportabile. Ella dovette smettere e fuggire.

Chi s’imbatte in quel fungo e respira l’aria fetida che emana, acquista il potere sugli uomini e sulle cose e sorpassa d’astuzia il signor Berlik (De’ Colli, 1894-95, p. 390).

De’ Colli fa notare che nel mondo magico il “mezzodì” – il momento in cui si perde in campagna la santa donna – “è l’ora in cui ha più vigore il diavolo meridiano”. Il “suono equivoco” emesso dal diavolo è una flatulenza rettale, che in questo racconto viene associato alla produzione di un tuono e di conseguenza alla formazione di un fungo. Il fatto che il tuono possa essere visto come un evento conseguente o comunque associato alla produzione di una flatulenza divina o demonica non è nuovo nella mitologia e nella letteratura folclorica.

Questa novella si inserisce in un sistema di racconti folclorici associati alla figura del demonio e caratteristici della regione montana del Lazio settentrionale. Ad esempio, nella valle Del Nestoro si crede che il tuono non sia che una rumorosa emissione di aria intestinale dal corpo del demonio; e “quando quell’aria esce commista alle lapide ed infuocate deiezioni diaboliche, il tuono ‘scoppia’ e produce il fulmine; ecco perché, presso quelle popolazioni, il fulmine viene chiamato ‘una sporcizia’ (una porcheria)” (Nicasi, 1912, pp. 157 -8).

L’associazione del fungo con il tuono e il fulmine è ben noto nel mondo dell’etnomicologia. Frequente è la credenza che i funghi nascono nei luoghi dove cadono i fulmini (Samorini 2001, pp. 33-4).

E’ riconosciuta anche un’associazione dei funghi con la flatulenza, già individuata nel lavoro pionieristico dei coniugi Wasson, che associa in particolare le specie dei generi Lycoperdum e Bovista (“vescie” ) alle flatulenze di un qualche animale o del demonio (Wasson & Wasson, 1957, I, p. 98). Anche Carl Ginzburg evidenziava il fatto che “dall’Europa alle Americhe i funghi sono spesso chiamati con nomi che evocano orina, feci o flatulenze animalesche”(Ginzburg, 1989, p. 288).

Nel racconto laziale, le associazioni fra flatulenza, tuono e fungo non giustificherebbero l’ipotesi che il fungo in questione fosse originalmente inteso come psicoattivo. Si potrebbe pensare a un racconto popolare nato attorno a un fungo maleodorante. Ma la frase finale della novella apre in realtà le porte alla prima interpretazione: “Chi s’imbatte in quel fungo e respira l’aria fetida che emana, acquista il potere sugli uomini e sulle cose e sorpassa d’astuzia il signor Berlik”. Berlik è uno dei tanti appellativi dati al diavolo. Si tratta di un fungo che dà potere, che dà così tanta astuzia da sorpassare quella del Diavolo, un fungo che causa effetti sulla mente umana, quindi etnograficamente ascrivibile alla classe dei funghi psicoattivi. Nella frase finale risiede forse il tratto più arcaico di questo racconto dalle origini precristiane e che si rifà, come abbiamo visto, alle antiche credenze locali pre-romane; un elemento che è sopravvissuto ai plurimi rimaneggiamenti e interpretatio cristiane. Il colore nero, diabolico, del fungo, la santità della donna convertitrice di “femmine cattive”, la fuga di questa donna al comparire del fungo, sembrano essere elementi “posticci”, inventati ex novo o frutto di rielaborazioni di passi originari ormai non più comprensibili.

Una traccia di un altro passo forse appartenente alla versione originale del racconto (quindi alla sua versione mitologica) riguarda lo stato di disorientamento della donna, che si trova “perduta in una vasta campagna”, dove questo luogo ignoto, in cui si trova sola e si perde, può rappresentare un certo stato mentale, di coscienza e ricorda gli stati mentali in cui vengono predisposti i novizi nel corso dei riti iniziatici prima di esperire la “grande visione”. Questo racconto è un documento etnografico rilevante da un punto di vista etnomicologico, una isolata testimonianza letterale che attesterebbe – se non in maniera diretta, comunque solo parzialmente indiretta – antiche conoscenze e credenze sui funghi psicoattivi fra le popolazioni dell’Italia centrale (si veda L’Amanita muscaria in Europa).

 

Riferimenti bibliografici

De’ Colli N., 1894-1895, Credenze e superstizioni popolari nell’Abruzzo (piante e fiori), Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane, vol. 2, pp. 388-392.

Ginzburg Carl, 1989, Storia notturna. Un’introduzione al sabba, Einaudi, Torino.

Nicasi G., 1912, Le credenze religiose delle popolazioni rurali nell’Alte Valle del Tevere, Lares, vol. 1, pp. 137-176.

Samorini Giorgio, 2001, Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici, Telesterion, Bologna.

Wasson Valentina Pavolovna & Robert Gordon Wasson, 1957, Russia, Mushroom & History, Pantheon Books, New York.

 

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