La storia di Yube

The story of Yube

 

Le etnie amazzoniche del gruppo linguistico pano si tramandano un racconto mitologico di cui esistono numerose versioni, che possono essere riunite sotto il titolo/tema “L’uomo che si sposò con un’anaconda”. Le versioni più complete di questo mito evidenziano la sua natura di mito d’origine dell’ayahuasca.
Qui presento questo mito principalmente come viene tramandato fra gli Huni Kuin, altrimenti noti come Kaxinawa (Kashinahua o Cashinahua), un gruppo etnico pano che vive nella regione di frontiera fra Peru e Brasile. Gli Huni Kuin denominano nella loro lingua l’ayahuasca con il termine nixi pae (“liana dell’ebbrezza”).

Il racconto tratta delle origini del nixi pae, ed è ambientato nell’illud tempore, nel tempo delle origini, quando uomini e animali potevano scambiarsi le loro sembianze. Descrive le vicissitudini di un antenato degli Huni Kuin, di nome Dua Busen, che fu il primo uomo a provare gli effetti del nixi pae presso la “gente-anaconda” che abita nelle acque dei laghi e dei fiumi. Dua Busen si trasformò in seguito in Yube, l’antenato-anaconda (che in altri miti diventa in seguito la luna). Alcune versioni del mito, come nelle prime due qui presentate, il protagonista viene chiamano con il solo nome di Yube. Dal suo corpo, dopo morto, nacquero le due piante necessarie per la preparazione del nixi pae.

Per meglio comprendere il racconto, è opportuno chiarire alcuni elementi. La bevanda visionaria del nixi pae (ayahuasca) viene preparata con due ingredienti, entrambi indispensabili, costituiti da una liana (Banisteriopsis caapi) e dalle foglie di una pianta (Psychotria viridis). Fra gli Huni Kuin la liana è chiamata anch’essa nixi pae, e ne sono riconosciute tre o quattro varietà. Il numero preciso varia a seconda dell’informatore e a seconda della versione del mito. Nella prima versione qui presentata le varietà sono quattro, mentre nella seconda sono tre. Il secondo ingrediente, costituito dalle foglie di P. viridis, viene chiamato kawa dagli Huni Kuin.

Nel racconto è presente un’altra pianta, chiamata genipap. Si tratta dell’albero Genipa americana L. (Rubiaceae), i cui frutti sono usati per produrre una tinta nerastra, solitamente impiegata per le decorazioni corporee.

Nel racconto è presente il tema del succo di una foglia che viene spremuto nell’occhio di Busen con lo scopo di modificare la sua percezione nel mondo “altro”. Lagrou (2018, p. 35) parla di “foglia prospettica” che fa cambiare la percezione di Busen e che gli permette di vedere come persone umane le anaconda che vivono sott’acqua. Altrimenti, con la visione normale vedrebbe gli abitanti del mondo “altro” come animali, in questo caso come anaconda. Per tornare nel mondo degli uomini Busen deve sottoporsi nuovamente al collirio di trasformazione “prospettica” per poter ridiventare uomo (quest’ultimo dettaglio è presente solamente nella prima versione del mito). L’uso di questi colliri vegetali per cambiare la percezione di una persona (uso che è stato osservato presso diversi gruppi di lingua pano) si comprende considerando la concezione di “specchio inverso” dei due mondi, quello degli uomini e quello degli spiriti, entrambi abitati da esseri che possono assumere l’aspetto sia di animali che di uomini in entrambi i mondi. Si tratta di una concezione cosmografica comune a diverse etnie amazzoniche.

Quando un uomo (la sua anima) si reca nel mondo “altro”, non deve mai chiamare gli esseri che incontra con il nome con cui ordinariamente vengono chiamati nel mondo degli uomini. Ad esempio, non deve chiamare “anaconda” la gente-anaconda che vi abita (Lagrou, 2019, p. 34). Questo è un dettaglio importante per comprendere un passo del mito, quando Busen/Yume, avendo bevuto il nixi pae nell’altro mondo e spaventato nel vedere gli esseri con cui sta convivendo come delle vere anaconda, si fa prendere dalla paura e urla chiamandole con il nome “anaconda”, infrangendo quindi un tabù e offendendo la gente-anaconda.

 

Versione raccolta dall’antropologa brasiliana Els Lagrou nel 1989 e raccontata da Milton Maia e Maria Domingo presso il villaggio di Cana Recreio del fiume Purus, Peru.

Un uomo stava cacciando. Giunse presso un lago e, non lontano da un albero di genipap, costruì una piccola capanna per nascondersi e attendere la cacciagione. Quel giorno aveva deciso di uccidere un tapiro. Il tapiro arrivò e prese un frutto di genipap nella sua bocca. Ma invece di deglutirlo, lo gettò nel lago, txibun. Dopodiché ne prese un altro e lo gettò nel lago, e poi un altro, txibun txibun. Un’anaconda uscì dal lago, e quando abbandonò l’acqua si trasformò in una bellissima donna, tutto il suo corpo era coperto di squisito elaborato disegno di genipap.1 La donna cercò il tapiro, che stava nascosto dietro a un albero. Trovò il tapiro e fece l’amore con lui.

Il cacciatore li osservò di nascosto. “Che bella donna!”, pensò, “voglio questa donna. Domani farò la stessa cosa che ha fatto il tapiro”.

L’anaconda si rituffò nel lago e il tapiro scomparve nella foresta. L’uomo tornò a casa. Non era in grado di dimenticare ciò che aveva visto. Sua moglie gli diede della manioca da mangiare e della bevanda di banana da bere, ma egli non li toccò. “Non ho fame”, disse. Quando la moglie gli chiese cos’era accaduto, lui rispose “nulla”. Si ritirò nella sua amaca ma non chiuse occhio per tutta la notte.

Il giorno dopo, all’alba, si diresse verso il lago. Quando raggiunse l’albero di genipap, prese tre pezzi di frutto e li gettò nell’acqua, txibun txibun txibun. Il serpente uscì dall’acqua per incontrare il tapiro. Era la stessa bella donna del giorno prima, che si diresse verso l’albero. Lì incontrò l’uomo. Egli l’abbracciò con la forza, cercando di distenderla, ma lei resistette. Improvvisamente diventò un serpente, avvolgendo il suo corpo attorno all’uomo, quasi soffocandolo. Lei chiese: “Cosa fai qui?”. E l’uomo rispose, preso dal panico: “Ero qui ieri e ho visto il tapiro fare l’amore con te. Volevo fare la stessa cosa”.

“Vedi?”, disse, “noi siamo anche così. Se veramente vuoi fare l’amore con me, dobbiamo prima parlare”. “Certo!”, rispose l’uomo, sollevato. Il serpente mollò la presa e tornò nuovamente donna. “Hai una famiglia?”, domandò. “No, non ce l’ho. Sono solo”, mentì l’uomo.

“Questo è buono”, lei disse. “Anch’io sono sola. Sto cercando un marito da portare a casa con me per aiutare i miei genitori. Farò l’amore con te solo se prometti che verrai a vivere con me nel lago”. E l’uomo rispose avidamente: “Si. È proprio ciò che volevo. Ti voglio sposare”. L’uomo la possedette, e dopo di ciò lei spremette la linfa di una foglia nei suoi occhi. “Questo è perché tu non ti prenda paura”, disse.

Ma egli aveva paura. Anche così, senz’altri indugi, lei se lo mise in groppa e si tuffò nell’acqua. Quando giunsero al villaggio, la donna serpente lo fece attendere nel giardino e andò a dare la notizia ai genitori. Tornò presto, lo prese per il braccio e lo condusse in casa a salutare i suoi genitori, i quali lo ricevettero benevolmente offrendogli bevanda di banana e manioca. L’uomo si abituò alla vita nel villaggio delle anaconda, costruì il suo proprio giardino, cacciò con suo suocero, e fece tre figli con sua moglie.

Un giorno sua moglie gli disse che la gente-serpente avrebbe bevuto nixi pae, ma lo avvertì: “non prenderlo! Ti spaventerebbe. Non sei in grado di sopportarlo e chiameresti il nome della mia gente. Se tu facessi questo, loro ti ucciderebbero”.

Ma l’uomo, ostinato come sempre, volle bere. Uscì con suo suocero a tagliare la liana e a trovare le foglie [i due ingredienti vegetali del nixi pae], e di notte stette con tutto il villaggio. Gli servirono una tazza piena di nixi pae ed egli la bevve tutta in un sorso. Giunse la visione e l’uomo urlò per l’angoscia: “I serpenti mi stanno ingoiando!”. Tutti lo udirono e la gente-serpente si offese.

Il giorno dopo nessuno gli rivolse la parola e nessuno lo invitò a mangiare. Decise di andare nella foresta per cacciare della selvaggina. Lungo il sentiero incontrò il piccolo pesce-uomo che gli disse: “Fratello mio, sei in pericolo. I serpenti stanno per ucciderti. Seguimi. Ti porterò al ruscello dove ho sentito tua moglie [quella umana] piangere per te. Le manchi. È da tre anni che manchi di casa, e non v’è nessuno che cacci per lei. L’ho vista in quel ruscello. Mi ha quasi strappato la coda, ma sono riuscito a salvarmi. È affamata”.

L’uomo ricordò la sua famiglia e la desiderò. Il piccolo pesce-uomo mise il succo di una foglia negli occhi dell’uomo e lo portò verso il ruscello dove aveva visto sua moglie. Quando lei vide suo marito avvicinarsi si prese paura, poiché pensava fosse morto da tempo. Ma quando vide ch’era veramente lui, vivo, fu felice e lo portò a casa. Gli diede zuppa di manioca da bere e bollì delle banane. Egli mangiò e si mise a dormire. Sospese la sua amaca molto in alto, vicino al tetto, in modo da non farsi trovare dalle anaconda. Stette nascosto nella sua amaca per un anno intero, sino a che nacque il suo bambino.

L’uomo lasciò la casa per trovare il frutto di genipap per dipingere il suo bambino appena nato [come è costume presso gli Huni Kuin]. Lungo la strada, tuttavia, si mise a piovere e i fiumi iniziarono a salire. L’uomo scivolò in un ruscello e subito un serpente, che era il suo figlio-anaconda più giovane, lo afferrò per il grosso alluce. Subito dopo giunse la sua figlia-anaconda più grande, che ingerì il suo intero piede, e quando giunse sua moglie-anaconda, lei deglutì tutto il suo corpo sino alle ascelle. Non fu in grado di ingoiarlo totalmente poiché egli si teneva stretto al ramo di un albero con entrambe le braccia. L’uomo urlò cercando aiuto e i suoi parenti giunsero per salvarlo. Essi riuscirono a districarlo dalla presa dei serpenti, ma le sue ossa erano rotte e il suo corpo debole. Lo portarono a casa e, stando disteso sulla sua amaca, disse alla sua gente che voleva sapere quando sarebbe morto.

Così chiese loro di trovare la liana e le foglie per preparare il nixi pae. Quando glieli portarono e gli mostrarono tutti i tipi di liana, finalmente trovarono quella giusta. Lo stesso accadde con il kawa, la foglia per il nixi pae. Il nostro antenato quindi preparò e cucinò la bevanda, e la sua gente gli stette accanto per apprendere. Quando giunse la notte e il nixi pae si era sufficientemente raffreddato per essere bevuto, il nostro antenato riunì attorno a lui gli uomini del villaggio e diede loro una tazza da bere. Per tutta la notte egli intonò i canti che aveva appreso dalla gente-serpente. Cantò per tutta la notte, un altro giorno, la notte seguente e ancora un altro giorno. Alla fine della terza notte morì.

Il suo corpo fu seppellito, e dopo un poco le foglie di kawa crebbero dai suoi occhi, mentre quattro tipi di liane crebbero dai suoi arti: xane huni (“gente del piccolo uccello azzurro”) spuntò dal suo braccio destro, e baka huni (“gente pesce”) da quello sinistro, mentre dalla sua gamba destra spuntò xawan huni (“gente ara”) e da quella sinistra ni huni (“gente formica”).

La gente tagliò la liana e le foglie e preparò la bevanda per ricordare il suo antenato morto. Tuttavia, quando giunse l’ebbrezza nessuno si ricordava i canti. Il capo chiese ad ogni partecipante al rituale: “Ricordi?”. “No”, rispose ciascuno di loro. Infine, un ragazzo,2 con la sua amaca sospesa in alto, che non aveva bevuto la bevanda ma aveva ascoltato attentamente durante quei tre giorni, si mise a intonare i canti del nixi pae. È così che la nostra gente li ricorda sino a oggigiorno. I giovani ragazzi apprendono velocemente (Lagrou, 2016, pp. 64-67).

Versione raccolta nel 1997 da Eliane Camargo per bocca di Marcelino Piñedo presso la comunità Colombiana del fiume Curanja, affluente del fiume superiore Puru, Peru.

“Yube, l’uomo-anaconda”. Ora ti dico come ha vissuto Yube. Ascoltami.

Egli andò a caccia sul grande lago. Sul tapiri da caccia [specie di capanna per cacciare], prese la foglia di palma e vi si sedette sopra, aspettando che arrivasse un tapiro. Giunse il tapiro maschio che cercò il genipap. Raccolse tre frutti, ne lanciò uno in mezzo al lago e chiamò: “Duni?”.

Guardò nel lago e lanciò un altro genipap. Il tapiro, abituato ad aspettare un’anaconda, lanciò di nuovo un genipap. Ancora nulla. Aspettò un po’ e, proprio lì, in mezzo al lago, iniziò a uscire molta schiuma dall’acqua. Quando questo terminò, una donna uscì dal lago, si era trasformata in una bella donna. Si avvicinò al tapiro e l’abbracciò forte. L’uomo vide che la donna fornicò con il tapiro. Quando finirono di fornicare, il tapiro lasciò il luogo e la donna rientrò nel lago. L’uomo la osservò entrare in mezzo al lago e immergersi nell’acqua. Sorpreso, l’uomo si domandò: “Come può essere?”. Pensieroso per ciò che aveva visto pensò: “Che bella donna! Anch’io la voglio”.

Giunta la sera, tornò al suo villaggio di corsa, entrò in casa e passò la selvaggina a sua moglie. Ma non mangiò poiché pensava solo a quella bella donna. Dormì e si alzò presto dall’amaca, all’alba, e si recò nuovamente al tapiri. Entrò nel tapiri di palma e si sedette. Cercò lo stesso genipap. Fece come aveva fatto il tapiro: prese tre frutti di genipap e, imitando la voce del tapiro, chiamò il “serpente” lanciando i genipap: ei duni. Lì, nel mezzo del lago, lanciò di nuovo un genipap. Nel fare ciò, l’anaconda pensò che fosse il tapiro nascosto vicino al grande tronco. L’uomo fece come il tapiro. Nascosto dietro l’albero osservò il lago. La schiuma cominciò a diffondersi ovunque e la testa della bella donna spuntò dal lago. 

“Dove sei, dove sei?”, chiese l’anaconda alla ricerca del tapiro. Non vedendo nessuno, domandò: “Dove ti sei messo?”. Non vide nessuno. L’uomo si avvicinò da dietro alla donna-anaconda e l’afferrò da dietro. Prese quella bella donna. “Chi sei?”, lei chiese. Si voltò e vide quell’uomo. Trasformandosi subito in anaconda lo avvolse attorno al corpo fino al collo. L’uomo le disse: “Non farmi questo! Ieri ti ho visto fornicare con il tapiro e lo voglio fare anch’io. Ti desidero”.

La lingua dell’anaconda era agitata, oscillando dentro e fuori. “Mi piaci, non farmi del male!”, disse l’uomo. Quell’anaconda si trasformò di nuovo in una donna e chiese: “Che cosa hai detto?”. “Ieri ti ho visto fornicare con il tapiro. E voglio fare lo stesso. Sono venuto per questo. Non farmi del male!”, disse l’uomo.

“Non hai una moglie?”, chiese l’anaconda. L’uomo la ingannò dicendo: “Non ho moglie. Ti sposerò, quindi fornica. Fornichiamo e ti sposo”, rispose l’uomo. “Va bene”, pensò l’anaconda. La donna anaconda fornicò con l’uomo.

“Aspetta un momento, dico ai miei genitori che mi sposerò”. Quindi entrò nel lago per dire ai suoi genitori: “Ehi papà, ho trovato un uomo. Mi sposo. Non ho marito e qualcosa me lo ha fatto incontrare. Mi sta per sposare”. “Ben fatto, sposati!”, disse il padre. “Ehi mamma, ti darò un genero. Ho trovato un uomo. Sì, ho trovato un uomo”, disse. “Allora sposati!”, disse la madre-anaconda.

Tornò dall’uomo e disse: “L’ho detto ai miei genitori, andiamo! Aspetta! Cercherò un rimedio da mettere nei tuoi occhi in modo da trasformarti [la vista]. Vieni con me, entra in acqua!”.

L’uomo si immerse nell’acqua fino al petto abbracciando l’anaconda. “Lì, nel mezzo del lago, tuffati!” gli disse l’anaconda. L’uomo si tuffò e vide chiaramente come se fosse fuori dall’acqua. Si era trasformato con la medicina nei suoi occhi. Vide tutto chiaramente: vide alligatori in una stanza, serpenti di ogni genere in un’altra. Ogni animale aveva la sua stanza. L’anaconda lo portò dai suoi genitori, senza fermarsi a vedere gli altri abitanti delle acque. Sua madre era enorme e suo padre era gigantesco. “Ehi, vieni presto, sbrigati!”. Tutti erano felici, poiché l’anaconda aveva avvertito gli animali. “Lo porti dai tuoi genitori per presentarlo?”, dissero gli altri animali. “Sto arrivando, ho portato tuo genero”, disse la figlia anaconda. “Tua figlia ha portato suo marito per vederlo”, disse il padre. L’uomo si mise a vivere con loro. Si abituò a vivere lì, dormendo con loro nell’acqua. Vivevano in quel modo.

Presero nixi pae. Iniziarono a berlo. L’anaconda padre e sua moglie lo presero. La figlia-anaconda si raccomandò con il suo nuovo marito: “Berrò nixi pae con i miei genitori. Resta lì! Non bere! Avrai paura delle visioni. Non bere! Quando si prende nixi pae, la gente si incontra, la gente si vede. Non prenderlo! Non puoi ancora bere”. “No, voglio bere”. Non ascoltò il consiglio della donna. “Allora prendilo!”, pensò la donna-anaconda.

I suoi genitori lo presero per primi e poi lo servirono ai presenti. “Bevi!”, pensò lei. I genitori diedero a tutti da bere. Erano già ubriachi, sua moglie era ubriaca. Le visioni apparvero. Anche l’uomo-anaconda era ubriaco e, avendo le visioni, gridò a gran voce: “L’anaconda sta arrivando: kaaaai. È un’anaconda!”.

Sua moglie lo avvolse e cantò kaya wa per lui, sotto il consiglio delle anaconda: “Canta questa canzone di liana!”.3 Lo portò a casa, quando giunsero gli chiese: “Perché hai urlato così? Sono anche io un’anaconda e voglio vedere anaconda”, gli disse. “La liana è anaconda e vediamo sempre anaconda. Ti avevo avvertito: non bere! Non hai ascoltato e l’hai preso. Non bere di nuovo!”.

L’uomo continuò a vivere con lei e insieme ebbero dei figli: nacque un ragazzo che visse con loro. Quindi nacque un’altra ragazza. Poi nacque un’altra e finalmente nacque un altro ragazzo.

Un giorno Yube uscì a fare una passeggiata con i suoi amici. Incontrò il pesce ixkin, con il quale si allontanò passeggiando.

Poco prima la sposa [umana] dell’uomo-anaconda era entrata nel tapiri di caccia usato dal marito e stava pescando piccoli pesci che entravano nel buco di un tronco. Faceva sempre questo. Infilò la mano nel buco del tronco; toccò il pesce ixkin (l’amico di suo marito), ma questi si spinse più in profondità. Riuscì solo ad afferrare un pezzo della sua coda: “Ti ho solo toccato la coda. Lascia che ti prenda!”, disse la donna. Non ci riuscì, era difficile. La moglie dell’uomo anaconda disse: “Perché non riesco a catturare questo pesce testardo. Lasciati prendere!”. Ma il pesce ixkin non arrivava. Era ancora lì in fondo al buco del tronco. La donna mormorò: “chissà dove è andato mio marito. I miei bambini hanno fame di carne e non riuscirò a catturarti pesciolino. Lascia che ti prenda! Non ci riesco. Che pesce maledetto, non sarò in grado di mangiarlo!”.

Il pesce ascoltò ciò che la donna aveva detto e andò dall’uomo anaconda: “Sei sposato?”, gli chiese. “Sì, sono sposato”, rispose. “Tua moglie è entrata nel tapiri da caccia, voleva catturarmi, ma non ce l’ha fatta, mi ha solo preso un pezzo di coda. Lei diceva così: ‘dov’è andato mio marito? I miei bambini hanno fame di carne e voglio prendere crostacei e piccoli pesci e non ne sono capace. Dai pesciolino, lascia che ti prenda!’ Mi ha preso un pezzo della coda”, disse l’ixkin. “Va! Non vivere più qui, i tuoi figli soffrono. Vai a trovarli. Ti porto in quel luogo”, disse il pesce all’uomo anaconda. “È vero? Fammi vedere!” disse l’uomo. “Andiamo!”, disse il pesce. Attraversarono il fiume fino alla sua sorgente. “È qui. Ti ho messo sulla riva del fiume. Vai e torna dalla tua famiglia!”, disse il pesce. Yube divenne di nuovo un uomo.

Si incamminò verso casa e raggiunse i genitori e sua moglie. Entrando in casa disse: “Ehi mamma, sono qui. Dove sei?”. “Dove sei stato che appari solo oggi, figliolo?”. Sua moglie fu molto felice di vederlo e gli preparò da mangiare. “Dove sei stato che appari solo oggi, caro?”, gli chiese. “Un’anaconda mi ha portato in fondo al lago. Sono andato al mio tapiri di caccia sul lago e ho visto un tapiro fornicare con un’anaconda, quindi volevo fare lo stesso. Sono andato e ho fatto proprio come il tapiro. Ho lanciato il genipap, ho chiamato l’anaconda che è venuta e mi ha preso. Sono andato con lei e ora sono tornato”, disse. “Ah, lo prese l’anaconda”, pensarono tutti, ascoltando la storia dell’uomo.

“Non andare di nuovo nel lago! Non andare più a vivere lì! I nostri figli soffrono, mi hai dato dei figli, li allevo, quindi non andare più via”, disse sua moglie. “Non ci vado più. Sono tornato”, le assicurò. Tre giorni dopo i bambini erano affamati e volevano della carne, e l’uomo pensò: “Caccerò qualche animale”.

“Non andare!”, gli dissero. Ma non ascoltò nessuno e andò al lago in cerca di cacciagione. Trovò una scimmia Parauacu, le lanciò una freccia ma la scimmia fuggì via. Continuò ad avvicinarsi al lago nel tentativo di catturare l’animale. Lanciò un’altra freccia e la scimmia cadde morta. “Cercherò di recuperare la freccia, che è nuova”, pensò. Ma proprio in quel luogo c’era suo figlio-anaconda, raggomitolato su un ramo di un albero; vedendo suo padre che cercava la freccia, alzò la testa e disse: “Ehi papà, dov’eri? Arrivi adesso?”. “Caspita! È mio figlio?”, pensò. L’uomo guardò suo figlio, che disse: “Bene, andiamo, padre!”. “No. Ora sono diverso, sono ritornato uomo”, rispose.

“Perché mi stai abbandonando? Mia madre, mio cognato e mia nonna, sentiamo tutti la tua mancanza”, disse. “Ho intenzione di ingoiarlo”, pensò il figlio-anaconda, e si mise a succhiare il dito del piede del padre. Succhiò per un po’ il suo alluce. Quindi lo lasciò andare e fischiò, chiamando suo fratello. Questo si mise a succhiare l’altro alluce quando suo padre disse che non sarebbe andato con loro.

“Ehi papà, dove sei?”. “Sono qui”.” “Ti stiamo cercando da molto tempo. Andiamo!”, disse. “No”, rispose. “Ma perché non vieni? Ci hai reso tuoi figli, ti stiamo cercando”, disse. E iniziò a ingoiarlo. Anche questo figlio strisciò raggiungendo la punta dell’altro dito e quando iniziò a ingoiarlo giunse sua figlia, che nel frattempo era stata chiamata con il fischio. “Ehi papà, dove sei stato? Ci manchi. Andiamo!”, disse. “No”. La figlia-anaconda pensò: “Lo ingoierò”, e deglutì il piede del padre fino allo stinco. Lo rilasciò e chiamò suo fratello maggiore. Arrivò il figlio-anaconda maggiore strisciando. Era già molto cresciuto. “Ehi papà, tuo figlio ti porterà via”. Essendo il figlio maggiore, lo deglutì fino al ginocchio. Gli ingoiò il piede. Poi lo lasciò andare e fischiando chiamò sua madre. Ed ecco che giunse la moglie-anaconda.

“Dove stai camminando, piccolo? Dove sei stato? Mi hai abbandonato con i bambini, ci manchi. Mi piaci, piaci ai bambini. Ti porto a casa. Andiamo! Mi sono già abituato al tuo corpo. Questo non ti fa andare via. Mi hai sposato e ti sei abituato al mio corpo. La prima volta che abbiamo fornicato ti chiesi se eri sposato. Adesso andiamo!”, lei disse.

Quando lui rispose: “No”, l’anaconda iniziò a ingoiarlo. Lo deglutì fino all’altra coscia e rimase così fino a quando non si liberò e chiamò sua madre. Fischiando, chiamò sua madre. “Andiamo dunque!”, disse la suocera, inghiottendolo per un piede. Lei ingoiò le sue due gambe e i suoi fianchi fino all’altezza del ventre. Quindi mollò, estrasse il corpo dalla bocca e fischiando chiamò suo marito. Venne il marito (il suocero-anaconda), un mostro! “Ah, dove vai, dai?”. Disse la stessa cosa che avevano detto gli altri: “Ci manchi. Andiamo! Mia figlia e nipoti, ci manchi. Andiamo”.

“Non tornerò, sono già un altro”, rispose l’uomo. “Lo ingoierò”, pensò il suocero. L’uomo si tenne stretto ai rami degli alberi. Quell’uomo-anaconda pensò: “dato che si sta facendo buio, urlerò affinché la famiglia mi senta: hiiiiii”. La famiglia lo udì. “Ecco”, dissero e si diressero verso le urla. “L’anaconda mi sta inghiottendo”, disse l’uomo, “Porta un coltello!”. Portarono il coltello e tagliarono l’anaconda finché l’uomo non fu rilasciato. Te, fece il rumore dell’impatto della liberazione del corpo dell’uomo dall’anaconda. L’anaconda urlò. Fu gettata nel fiume.

Il corpo dell’uomo-anaconda si afflosciò a causa della stretta ricevuta dal serpente. Era molle e quasi svenuto. Fu portato e messo nell’amaca, dove venne bagnato con acqua bollente. Per lavarlo, sua moglie bollì l’acqua e preparò un bagno medicinale. Guarì, ma si accasciava sempre. Con un corpo molle non è possibile defecare e urinare. Tutto il suo corpo si afflosciò. Quindi, per defecare, praticarono un foro nell’amaca e gli dissero di cagare. Cagava molle [diarrea]. L’uomo si ammalò gravemente e visse così sino a che morì.

Prima di morire disse: “guariscimi! Prendi la liana! Mi puoi curare con la liana”, chiedeva. Andarono a cercare la liana di nixpu dun e la portarono. “Non è questa. È un’altra. Vai a prenderla!”, diceva. Dovettero cercare di nuovo fino a quando non trovano la giusta liana di nixpu dun. “Portate la foglia kawa!”, disse. Si misero alla ricerca del kawa, portando una grande varietà di foglie. “Non è quella”. Gli portarono diversi tipi di foglie, fino a quando disse: “Questa va bene. Mescolateli!” [i due ingredienti], ordinando loro di cucinare.

Fecero una miscela per l’uomo-anaconda, il quale insegnò loro il canto del nixi pae: iiiii. Lui, sua moglie, sua figlia e suo genero cantarono: eeaê. Egli insegnò il canto di nixi pae a tutta la famiglia. Insegnò loro iiii ed eeae. Cantò a loro anche il nixi pae per allontanare le visioni [spiacevoli]. “È nixi pae. Esatto, è nixi pae. Che buono!”. Tutti ebbero molte visioni e la bevanda piacque. L’uomo-anaconda insegnò loro le canzoni di nixi pae. Ha insegnato loro tutto! Ma poi morì. Povero ragazzo, morì e fu sepolto.

Dalla sua tomba spuntarono dei nixi pae, xane huni e xawan huni. Nel luogo in cui faceva pipì [cioè all’altezza del suo pene], nacque la liana huni kayabi, quella che un tempo prendevano le anaconda. È l’urina dell’anaconda che viene presa. Tre liane sono nate: xawan huni, xane huni e huni kayabi, raccontavano.

È così che è successo. Tutti hanno imparato a preparare e bere quel nixi pae. Quella liana viene bevuta. L’uomo-anaconda morto ha insegnato alla sua famiglia nixi pae. E sotto l’influenza della bevanda quando vediamo quell’anaconda trasformata, la gente grida.4 Alcuni conoscono le canzoni per far passare le visioni, ma altri non le apprendono. Fu così che visse il Caxinauá. Oggi anche i “bianchi” (nawa) hanno imparato a prendere. Questa è la storia che viene raccontata del nixi pae. Fine (Camargo, 1999, pp. 205-211).

 

Nel racconto è presente una contraddizione cronologica. Le piante ingredienti del nixi pae originano, nel mondo degli umani, dal cadavere di Yube una volta che questi è stato sepolto. Ma appaiono già esistere prima che Yube muoia, permettendo al medesimo Yube di indicarli alla gente del suo villaggio e a preparare e condurre il primo rito collettivo con nixi pae. Questa anticipazione dell’evento creativo è presente anche in alcuni altri miti d’origine delle piante psicoattive (ad esempio Samorini, 2016, p. 123), e nella visione delle etnie che si tramandano tali racconti non inficiano il valore creativo vero e proprio.

La seconda versione chiarisce il motivo per cui la liana di nixi pae è chiamata “urina di Yube” (o anche “sangue di Yube”) (Lagrou, 2018, p. 35), ed evidenzia la stretta relazione – praticamente l’identificazione – fra la liana con l’anaconda primordiale e con il corpo di Yube, incluse le sue deiezioni.

Negli anni ‘1920 il missionario bretone Constant Tastevin riportò un paio di versioni di questo mito, raccolto da informatori Cashinahua delle regioni brasiliane (la liana e la bevanda visionaria sono chiamati honi o honé negli scritti di Tastevin). Ma si tratta di racconti incompleti; non è chiaro se questa incompletezza sia causata da lacune degli informatori o dall’incomprensione del missionario. Nella prima, la più corta e raccolta nell’area del fiume Murú, dopo che il tapiro ha richiamato la fanciulla dall’acqua e dopo l’accoppiamento, entrambi vanno nel bosco, preparano lo honi (ayahuasca) e lo bevono; in questo modo la ragazza si trasforma in serpente e sotto questo nuovo aspetto si rituffa nell’acqua. L’uomo, che aveva osservato il tutto – un uomo Jaminaua, ritenuto da Tastevin uno dei clan degli Huni Kuin, in realtà un gruppo etnico distinto, pur sempre della famiglia linguistica pano (Yaminahua) – il giorno dopo si accoppiò con la donna-serpente e bevvero insieme nella foresta lo honi. Ma il racconto termina qui, venendosi quindi a perdere il senso di mito d’origine della bevanda visionaria (Tastevin, 1925, vol. 44, pp. 28-29).

Anche nella seconda versione, più estesa e raccolta nell’area del fiume Taraucá, manca il tema finale della nascita della pianta dell’honi dal corpo dell’uomo kachinahua, e solo la frase finale (“fu lui a insegnare l’uso dell’honi ai Kachinahua”) fa intuire il valore di fondazione culturale del racconto (Tastevin, 1926, pp. 171-173). Questo medesimo tema è invece inserito in un differente racconto, che fa originare quattro piante dalla tomba di un uomo; una di queste è a liana pati huni, dagli effetti visionari. Un altra, chapa huni, ha effetti stimolanti simili alle foglie di coca; le altre due – tuku huni e yura yuti – sono velenose o magico-velenose, e comunque dannose (ibid., pp. 173-4). Di seguito la versione più estesa riportata da Tastevin della “leggenda di Honi”:

L’antenato dei Kachinahua aveva visto il tapiro tirare tre frutti di genipa nell’acqua calma, e improvvisamente apparve una bella ragazza che si offrì al potente animale. Il giorno dopo [l’uomo] fece la stessa cosa e, come il giorno prima e meglio del giorno prima, vide uscire due belle sirene. Si era nascosto dietro a un albero e catturò una delle due da dietro. L’altra si rituffò nell’acqua.

“Lasciami”, disse la catturata, “non sei tu che amo!”. “Ma io ti voglio”. “Lasciami, ti dico”. Ma l’uomo la teneva stretta. Lei si trasformò in albero, in ruscello, in spina di mourou-mourou, all fine dovette arrendersi di buon o mal grado. Non si pentì: “Vuoi essere mio marito e vivere con me? Se tu acconsenti, vado ad avvertire i miei genitori”. Egli accettò con entusiasmo.

La ragazza si tuffò nell’acqua e tornò con il consenso dei genitori e con un rimedio magico. Gliene mise un po’ sulle spalle, sulle ginocchia, sulle caviglia, sulla testa; ed egli si trovò presto a tuffarsi senza correre il rischio di annegare. Giunse presso la sua nuova famiglia. Era una grande casa piena di provviste: mais, arachidi, ecc. Lì visse con il serpente delle acque, il delfino, il caimano e altri animali acquatici. Il caimano, furioso nel vedere questo straniero, voleva lanciarglisi contro; ma la sirena gli presentò il marito e calmò la sua furia.

Un giorno la ragazza disse al Kachinahua: “Oggi bevo lo honi per vedere delle belle cose e conoscere il futuro”. “Vengo anch’io, disse l’uomo”. “No, tu non puoi prenderlo; sei troppo debole. Ti farebbe piangere, gemere, urlare, vomitare e defecare e forse morire”. “Non mi importa, ne voglio”. Era testardo e l’aveva già dimostrato. Gliene fu dato. Ma appena lo prese, iniziò a lamentarsi, come gli aveva predetto la sua sposa. Coperto di sporcizia dalla testa ai piedi faceva pietà a vedersi. La sua donna lo prese sulle sue ginocchia e cantò per scuotergli il dolore; poco a poco si calmò sotto l’azione della melodia, vide delle belle cose e tornò al suo stato naturale.

Dopo cinque anni disse alla sua sirena: “Torno sulla terra dove ho lasciato moglie e bambini: desidero rivederli e farmi vedere dai miei”. Tutti i pianti di un grade serpente non riuscirono a convincerlo di restare: era testardamente intenzionato. Ma appena tornò sulla terra si mise a piovere in maniera torrenziale; tutti i fiumi strariparono; la sua sposa acquatica lo voleva riprendere. Terrorizzato, se ne rimase tranquillo nella sua casa per quattro giorni.

Al quinto giorno uscì per cacciare: un piccolo serpente lo morse e aveva quasi ingoiato il suo alluce; riuscì a sbarazzarsene. Più lontano un altro serpente più grande ingoiò la metà del suo piede, ma era troppo piccolo e dovette abbandonare la preda. Un terzo ingoiò tutto il piede; un quarto la gamba; un quinto la coscia; un sesto il corpo sino alla cintura. Nessuno di loro fu in grado di ingoiarlo per intero e dovettero mollare la preda. Un settimo e ultimo lo inghiottì sino alle ascelle. Di questo non riuscì a sbarazzarsene e il serpente, sebbene non riuscisse a deglutirlo, non lo mollava.

I suoi genitori, sorpresi nel non vederlo tornare, lo cercarono e lo trovarono in questa pietosa situazione. Uccisero il serpente e portarono via il Kachinahua. Ma le sue ossa erano tutte rotte e il corpo tutto molle. Morì lo stesso giorno. Fu lui a insegnare l’uso dell’honi ai Kachinahua (Tastevin, 1926, pp. 171-173.

In una versione raccolta da Laura Pérez Gil fra gli Yaminawa, manca totalmente il tema finale dell’origine dell’ayahuasca, che di fatto dà il senso completo del racconto; anzi, il racconto si ferma al momento dell’uomo che torna nella suo famiglia umana; egli semplicemente non potrà più recarsi nel lago dove aveva incontrato la donna-anaconda (Pérez Gil, 2006, pp. 117-9).

 

Note

1 – Disegni ornamentali che gli Huni Kuin eseguono sul loro viso e corpo mediante la tinta nerastra ricavata dal frutto del genipap.

2 – In alcune versioni del mito questo ragazzo si chiama Nambua; cfr. Lagrou, 2018, p. 35.

3 – Fra i vari canti intonati nel rito nixi pae, vi sono quelli che servono per fare andare via le visioni spaventevoli (Lagrou, 2018, p. 28).

4 – A causa del terrore nel vedere le anaconda. È solitamente una prima reazione nell’esperienza con nixi pae.

 

Riferimenti bibliografici

CAMARGO ELIANE, 1999, Yube, o homen-sucuriju. Relato caxinauá, Amerindia, vol. 24, pp. 195-212.

LAGROU ELS, 2016, Two ayahuasca myths from the Cashinahua of Northwestern Brazil, in: L.E. Luna & S.F. White (Eds.), Ayahuasca reader. Encounters with the Amazon’s sacred vine, Synergetic Press, London, pp. 60-67.

LAGROU ELS, 2018, Anaconda-becoming: Huni Kuin image-songs, an Amerindian relational aesthetics, Horizontes Antropológicos, vol. 51, pp. 17-49.

LAGROU ELS, 2019, Learning to see in Western Amazonia, Social Analysis, vol. 63, pp. 24-44.

PÉREZ GIL LAURA, 2006, Metamorfoses yaminawa. Xamanismo e socialidade na Amazônia peruana, Tese de Doutorado, Antropologia Social, Universidad Federal de Santa Catarina, Florianópolis.

SAMORINI GIORGIO, 2016, Mitologia delle piante inebrianti, Edizioni Studio Tesi, Roma.

TASTEVIN CONSTANT, 1925, Le fleuve Murú. Ses habitants. Croyances et moeurs kachinaua, La Géographie, vol. 43, pp. 403-422 e vol. 44, pp. 14-35.

TASTEVIN CONSTANT, 1926, Le Haut Tarauacá, La Géographie, vol. 45, pp. 33-54 + 158-175.

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