Le Solandra in Guerrero updated: 2026-03-09T10:02:06+01:00 by giorgio
The modern use of the Solandra in Guerrero (Mexico)
Le Solandra sono piante allucinogene originarie delle Americhe e appartenenti alla famiglia delle Solanaceae. Rientrano nel grande insieme delle piante tropaniche, cioè quelle che producono come principi attivi gli alcaloidi tropanici quali atropina, scopolamina, iosciamina. Dal punto di vista chimico, farmacologico ed etnobotanico le Solandra sono in stretta relazione con le Datura e le Brugmansia, e sono frequentemente considerate simili a queste nei sistemi di classificazione tradizionali di diversi gruppi etnici, in particolare le popolazioni messicane di lingua nahuatl e altre lingue uto-azteche.
Pianta di Solandra maxima (Moc. & Sessé ex Dunal) P.S. Green (foto dell’autore)
Tali affinità si rispecchiano nelle similitudini fonetiche dei nomi popolari di queste piante, e ciò ha promosso una confusione da parte dei primi etnografi. E’ il caso dei nomi wixárika (huichol) kieri, kierixa e kieriwiyeme attribuiti rispettivamente alle Solandra, Datura e Brugmansia (Aedo, 2011, pp. 146-7). Anche un certo grado di segretezza mantenuto nei confronti delle Solandra da parte delle popolazioni che ne fanno attualmente uso ha contribuito ad alimentare queste confusioni. Solamente nel 1977 fu riconosciuta l’identificazione del kieri dei Wixaritari come Solandra (Knab, 1977, si veda Il kieri dei Wixaritari), e ancor più recente è l’individuazione dell’impiego delle Solandra come agenti visionari nelle pratiche divinatorie delle attuali popolazioni di lingua nahuatl che vivono negli stati messicani di Guerrero e Morelos, come viene esposto di seguito.
I dati etnografici riguardanti l’uso moderno delle Solandra hanno portato a riconsiderarle come piante possibilmente note a utilizzate da lungo tempo dalle popolazioni native, e a ricercarne le tracce nel passato precoloniale attraverso la rivisitazione dei testi antichi. Uno dei problemi di questa rivalutazione riguarda l’individuazione dei nomi antichi dati alle Solandra, per il quale rimando a un mio recente scritto (Samorini, 2025).
Un primo importante contributo che ha aperto la strada al riconoscimento dell’attuale impiego tradizionale delle Solandra è stato apportato nel 1966 da Maximo Martínez. Oltre a individuare la nuova specie Solandra guerrerensis, indicata dai nativi dello stato di Guerrero come hueipahtli o hueitlaca, lo studioso ha riportato il suo impiego per le proprietà visionarie nel contesto di pratiche divinatorie. Egli riuscì a sapere da alcuni nativi che di questa pianta “raccolgono i rami e i semi il primo giorno dell’anno e ne ingeriscono a digiuno un frammento nei giorni di venerdì per acquisire poteri telepatici e divinatori”. Venne anche a sapere che viene usato il succo di un pezzo di ramo della lunghezza di 5 cm. (Martínez, 1966, p. 105).
Martínez ebbe l’opportunità di consultare un manoscritto riguardante le piante medicinali messicane scritto da un certo Guillermo Téllez e datato al 1908. Quest’opera, rimasta inedita, fu probabilmente proposta per la sua pubblicazione all’Instituto Medico Nacional del Messico, che la rifiutò poiché piena di grossolani errori (ad esempio l’autore identificò come un’unica fonte vegetale l’ololiuhqui, l’ayahuasca e l’hueipatli). Dell’hueipatli Téllez riportò che si trattava di una nuova specie da lui scoperta e che denominò Solanum hipnoticum. A parte i non pochi errori presenti nel manoscritto, vengono riportati dei dati interessanti riguardo all’hueipatli e che furono indispensabili a Martínez per individuarne il moderno impiego fra gli abitanti di Guerrero.
Secondo Téllez fu una curandera di nome Saurino a svelargli il segreto dell’hueipatli. Anch’egli riportò che la pianta veniva raccolta il primo giorno dell’anno e usata nei giorni di venerdì dopo nove ore di digiuno. La sua descrizione della pianta ben corrisponde a quella delle Solandra e – ciò che rende ancor più interessante il resoconto – affermò di avere effettuato tre esperimenti con l’hueipatli. Nei primi due, avvenuti nel 1886, egli somministrò la pianta a un paio di nativi, uno di Morelos e l’altro di Guerrero, i quali esperirono “effetti divinatori”, permettendo loro di ritrovare alcuni animali e oggetti che avevano smarrito. Nel 1889 Téllez provò su di sé gli effetti della pianta, accertandone le proprietà divinatorie che gli permisero di ritrovare “alcune cose che avevo in precedenza cercato inutilmente”. Egli non riportò la parte della pianta utilizzata e riferì di quattro pozioni in cui rientravano due piante di cui non offrì ulteriori ragguagli. Nonostante le imprecisioni, sembra trattarsi della prima auto-sperimentazione con una Solandra da parte di uno studioso moderno.
Continuando in un senso cronologico, internamente ai risultati di uno studio fitochimico svolto su due specie di Solandra e datato al 1988, viene riferito che M.C. Gispert (sembra trattarsi dell’etnobotanica messicana Montserrat Gispert Cruells) avrebbe individuato un uso di S. guerrerensis nel territorio di Guerrero, dove un macerato della sua corteccia è impiegata da alcuni curandero con lo scopo “di indurre la trance rituale che accompagna il processo diagnostico”. Sempre Gispert avrebbe osservato un impiego medicinale della medesima pianta in applicazione topica di un impiastro fatto con la corteccia per il trattamento dei dolori di origine reumatici e muscolari. Tali osservazioni sarebbero presenti in uno scritto di M.C. Gispert dal titolo “Diálogos entre etnobotánicos y un médico tradicional”, indicato come in corso di pubblicazione in Messico (Lozoya et al., 1988, p. 37). Non sono riuscito a individuare questo scritto.
Giungiamo quindi all’importante studio di Lilián González Chévez, basato su ricerche etnografiche svolte verso la fine degli anni ’90 nello stato di Guerrero (municipi di Copalillo, Atenando del Río, Chilapa). La ricercatrice ha studiato l’impiego di tre piante psicoattive fra gruppi nahua che vivono nella conca orientale del fiume Balsas, di cui una è risultata nuova come fonte psicoattiva: Leucaena matudae (Záratec) C.E.Hughes, famiglia delle Fabaceae. Si tratta di un albero attualmente in serio pericolo di estinzione che è riconosciuto presente solamente nello stato di Guerrero. E’ denominato huaxchiquimol dai nativi, che ne staccano pezzi di corteccia che impiegano per fini diagnostici e divinatori (González, 2002-2003). Le altre due piante psicoattive sono il tenexyetl o San Pedrito (Nicotiana rustica) e l’hueytlacatzintli (Solandra guerrerensis).
In realtà nella medesima regione la studiosa ha osservato l’impiego di altre cinque piante psicoattive: cecectzin (Riveacorymbosa), tlapatzintli (termine impiegato per entrambe Datura innoxia e Brugmansia arborea), rosita (Cannabis sativa), e tecomaxóchitl (Solandra maxima) (González, 2012).
Secondo un informatore di Atenango del Río, il hueytlacatzintli (S. guerrerensis) sarebbe stato un tempo usato dai re e dai governanti con lo scopo di ottenere informazioni sullo stato del regno, citando il caso di “Juan Motecuzoma” (possibilmente Montezuma I). La pianta è considerata come “un uomo vivo che ha spirito” e all’assumerla Motecuzoma faceva uscire dal corpo il suo spirito e in tal modo poteva sorvolare il suo regno (ibid., p. 304).
Cercando il nome hueytlacatzintli fra i testi precedenti lo studio della González, ho trovato un riferimento in un libro di etimologie di nomi geografici messicani datato al 1897. Alla voce Tonat è riportato: “Tonat (tavolo del) o del Tonati, chiamato così dal sole che adoravano i nayariti, il cui nome adulterato Tonat o Tonati viene da Tonatiuh, il sole, nome che si dava anche al Güestlacatl o Hueytlacatl, sovrano del Nayarit. Tonati si chiamò l’ultimo re che si sottomise al governo coloniale” (Peñafiel, 1897, p. 295). E’ interessante notare che uno degli epiteti regali – Hueytlacatl – è parte del nome della pianta hueytlacatzintli, e ciò trova una certa corrispondenza, per lo meno a un livello mitico, con quanto riportato dall’informatore della González. Il suffisso tzin ha valore reverenziale. Un ulteriore dettaglio che associa questa pianta alla figura del sovrano risiede nella sua etimologia. Gli informatori della González (2012, p. 310) traducono hueytlacatzintli con “grande uomo”. Seguendo i testi sulla lingua nahuatl di Garibay, huey significa “grande, alto, supremo” e tlacatl “degno dei re e signori”, per cui hueytlacatzintli significa pianta “degna dei re e signori”, dove per “signori” vanno intese le figure dei governanti.
Fra gli attuali curandero (sia uomini che donne) di Guerrero la parte animica della pianta del hueytlacatzintli, cioè lo spirito che vi risiede, è indicato come Hueytlacatl o Bartolito, ed è visto come “un uomo alto e magro che sta al centro di un salone suonando uno strumento musicale, cantando e creando un ambiente di grande gioia” (ibid., p. 316).
González descrive il moderno impiego dell’hueytlacatzintli per come ha potuto osservare nel corso della sua ricerca di campo. Si tratta di un contesto di cura, dove gli attori sono il curandero, il paziente e i suoi parenti. Tutti devono rispettare una precedente purificazione basata sull’astinenza sessuale, il digiuno, un bagno con cambio di vestiti. Il rito viene eseguito nelle notti dei giorni “grandi” della settimana, cioè il lunedì, giovedì o venerdì. Nella stanza dove si svolge il rito vengono accuratamente chiuse tutte le fessure per evitare che possa entrarvi un mal aire. Su un altare sono collocati diversi parafernali, fra cui immagini di santi, candele, incensieri per il copal e una tazza contenente il “santo rimedio”, cioè una miscela polverosa ottenuta da tre fonti psicoattive: ramo di hueytlacatzintli, corteccia di huaxchiquimolin (Leucaenamatudae) e rosita (Cannabis). Una piccola quantità di questa polvere viene messa in un tappo di bottiglia di plastica utilizzato come dosimetro e quindi versata in un bicchiere contenente acqua o mezcal (liquore di agave) a seconda delle preferenze del paziente, sebbene il curandero faccia notare che con il mezcal si ottengono “risultati migliori”. Il paziente deve bere il contenuto del bicchiere tutto in una volta, dopodiché viene fatto sdraiare su un letto. Lo stato visionario dura da cinque a dodici ore e al risveglio il paziente deve comunicare le sue visioni al curandero, che procede quindi alla loro interpretazione, che ha per scopo principale l’individuazione delle cause di una stregoneria e i modi per liberarsene. Con una serie di pratiche purificatorie, che includono fumigazioni di copal e di foglie di una specie di salice, il paziente viene portato alla normalità dissipando gli effetti residui della bevanda psicoattiva. Quattro giorni dopo viene eseguita un’offerta allo spirito dell’hueytlacatzintli mediante un pasto collettivo a base di gallina. I partecipanti a questo pasto sono Hueitlacatl (lo spirito dell’hueytlacatzintli), il cui posto a tavola è riempito con una tazza del “sacro rimedio” e una candela, il paziente, i suoi familiari e il curandero.
L’hueytlacatzintli viene impiegato anche nel processo di iniziazione dei curandero che intendono impiegare la pianta nei rituali di cura. Il futuro curandero è solitamente un paziente che è afflitto da una presunta stregoneria. Nel qual caso egli deve passare attraverso una serie di nove assunzioni consecutive della pianta, e nelle conseguenti visioni gli apparirà lo spirito della pianta (Hueytlacatl o Bartolito), che gli offre due tazze, una rossa e l’altra bianca. Se il paziente fa l’atto di prendere con la mano sinistra la tazza rossa, contenente formiche, vermi o lombrichi, significa che è destinato a diventare uno stregone. Se al contrario prende con la mano destra la tazza bianca, insieme a frutta e tovaglia per le offerte, significa che è destinato a diventare un curandero che contrasterà gli effetti della stregoneria (González, 2012). Troviamo qui la dicotomia concettuale e funzionale fra stregoneria e cura della stregoneria, in altri contesti intesa come opposizione fra stregoneria nera e stregoneria bianca, presente nell’universo curanderile e sciamanico dell’America Latina e di altre regioni del globo.
González raccolse campioni della pianta dell’hueytlacatzintli nelle vicinanze del monte Cruzco, vicino alla cittadina di Chilapa, e la fece analizzare da botanici dell’UNAM di Città del Messico, i quali la identificarono come Solandra guerrerensis (González, 2015).
Ulteriori testimonianze dell’impiego moderno dell’hueipahtli sono state registrate da Adriana Saldaña Ramírez (2013), che ha studiato le pratiche di cura tradizionale presso gruppi nahua originari dello stato di Guerrero che in maniera stabile o stagionale risiedono in aree dell’adiacente stato di Morelos, nei territori di Tula del Río e di San Agustín Oapan. La pianta, denominata anche remedio e cola del diablo oltre che hueipahtli, viene impiegata per individuare il responsabile di un atto di stregoneria e per curarlo. Nei territori di Morelos la popolazione ha una generale visione negativa della pratica del remedio utilizzata dai nahua, al punto da evitare di pronunciare questa parola, considerata una mala palabra, e ritengono che una volta che qualcuno si sottomette a questa pratica “il suo cuore si macchia”. La gente ritiene che chi beve il remedio diventa un “compagno” del brujo che glielo ha somministrato, cioè egli medesimo diventa un brujo. Le persone che si sottomettono a questa pratica sono solite dire agli altri che hanno saputo della sua partecipazione che “non hanno avuto alcun effetto” o che “non hanno visto niente”.
Gli specialisti (brujos, “stregoni”) di questa pratica sembrano essere gli unici a sapere riconoscere e raccogliere la cola deldiablo. Viene data da bere al paziente in soluzione in un tappo di bottiglia ed egli vedrà chi gli ha fatto il mal daño. Il paziente deve essere accompagnato da degli aiutanti, generalmente gente della sua famiglia. Il numero di aiutanti può raggiungere le 15 persone e si presentano casi in cui questi non devono necessariamente presenziare al rito ma restano nelle loro case. Prima della bevuta lo specialista lava il paziente e gli da da bere un brodo caldo. Il rito viene eseguito a mezzanotte. Il remedio provoca il vomito, ritenuto positivo in quanto attraverso questo viene espulso il male, inteso come il frutto della stregoneria.
Durante la visione appaiono degli oggetti, quali una tazza ricolma di denaro, intesi come strumenti per la cura dalla stregoneria, che il paziente deve prendere con sé, altrimenti non può guarire. Questi medesimi oggetti, o l’abilità di trasformarsi in un animale acquisita durante la visione, possono essere usati in futuro anche per azioni malefiche (stregoniche) e non solo per azioni positive (anti-stregoniche) (Saldaña Ramírez, 2013).
AEDO ÁNGEL, 2011, La dimensión más oscura de la existencia. Indagaciones en torno al kieri de los Huicholes, Universidad Nacional Autónoma de México, Méxido D.F.
GONZÁLEZ CHÉVEZ LILÍAN, 2012, Hueytlacatzintli. Enteógeno sagrado entre los nahuas de Guerrero, Cuicuilco, vol. 19, pp. 301-324.
GONZÁLEZ CHÉVEZ LILÍAN, 2015, Fragmentos de un complejo chamánico-enteogénico entre los nahuas de Guerrero. A propósito de las especies en uso actual y sus antecedentes, en: B. Albore Zárate (coord.), Flor-flora. Su uso ritual en Mesoamérica, Fondo Editorial Estado de México & El Colegio Mexiquense, Zinacantepec, pp. 278-325.
KNAB TIM, 1977, Notes concerning use of Solandra among the Huichol, Economic Botany, vol. 31, pp. 80-86.
LOZOYA X. et al., 1988, Estudio farmacológico y fitoquímico de dos especies de Solandra nativas de Mexico, Ars Pharmaceutica, vol. 29, pp. 35-42.
MARTÍNEZ MAXIMINO, 1966, Las solandras de México, con una especie nueva, Anales del Instituto de Biología, vol. 37(1-2), pp. 97-106.
PEÑAFIEL ANTONIO, 1897, Nomenclatura geográfica de México. Etimologías de los nombres de lugar correspondientes a los principales idiomas que se hablan en la República, Primera Parte, Oficina Tipógrafia de la Secretaria del Fomento, México D.F.
SALDAÑA RAMÍREZ ADRIANA, 2013, En busca de la cura. Prácticas adivinatorias y terapéuticas entre los nahuas del Alto Balsas (Guerrero) presentes en Morelos, Cuicuilco, vol. 20, pp. 203-222.
Le Solandra in Guerrero
The modern use of the Solandra in Guerrero (Mexico)
Le Solandra sono piante allucinogene originarie delle Americhe e appartenenti alla famiglia delle Solanaceae. Rientrano nel grande insieme delle piante tropaniche, cioè quelle che producono come principi attivi gli alcaloidi tropanici quali atropina, scopolamina, iosciamina. Dal punto di vista chimico, farmacologico ed etnobotanico le Solandra sono in stretta relazione con le Datura e le Brugmansia, e sono frequentemente considerate simili a queste nei sistemi di classificazione tradizionali di diversi gruppi etnici, in particolare le popolazioni messicane di lingua nahuatl e altre lingue uto-azteche.
Pianta di Solandra maxima (Moc. & Sessé ex Dunal) P.S. Green (foto dell’autore)
Tali affinità si rispecchiano nelle similitudini fonetiche dei nomi popolari di queste piante, e ciò ha promosso una confusione da parte dei primi etnografi. E’ il caso dei nomi wixárika (huichol) kieri, kierixa e kieriwiyeme attribuiti rispettivamente alle Solandra, Datura e Brugmansia (Aedo, 2011, pp. 146-7). Anche un certo grado di segretezza mantenuto nei confronti delle Solandra da parte delle popolazioni che ne fanno attualmente uso ha contribuito ad alimentare queste confusioni. Solamente nel 1977 fu riconosciuta l’identificazione del kieri dei Wixaritari come Solandra (Knab, 1977, si veda Il kieri dei Wixaritari), e ancor più recente è l’individuazione dell’impiego delle Solandra come agenti visionari nelle pratiche divinatorie delle attuali popolazioni di lingua nahuatl che vivono negli stati messicani di Guerrero e Morelos, come viene esposto di seguito.
I dati etnografici riguardanti l’uso moderno delle Solandra hanno portato a riconsiderarle come piante possibilmente note a utilizzate da lungo tempo dalle popolazioni native, e a ricercarne le tracce nel passato precoloniale attraverso la rivisitazione dei testi antichi. Uno dei problemi di questa rivalutazione riguarda l’individuazione dei nomi antichi dati alle Solandra, per il quale rimando a un mio recente scritto (Samorini, 2025).
Un primo importante contributo che ha aperto la strada al riconoscimento dell’attuale impiego tradizionale delle Solandra è stato apportato nel 1966 da Maximo Martínez. Oltre a individuare la nuova specie Solandra guerrerensis, indicata dai nativi dello stato di Guerrero come hueipahtli o hueitlaca, lo studioso ha riportato il suo impiego per le proprietà visionarie nel contesto di pratiche divinatorie. Egli riuscì a sapere da alcuni nativi che di questa pianta “raccolgono i rami e i semi il primo giorno dell’anno e ne ingeriscono a digiuno un frammento nei giorni di venerdì per acquisire poteri telepatici e divinatori”. Venne anche a sapere che viene usato il succo di un pezzo di ramo della lunghezza di 5 cm. (Martínez, 1966, p. 105).
Martínez ebbe l’opportunità di consultare un manoscritto riguardante le piante medicinali messicane scritto da un certo Guillermo Téllez e datato al 1908. Quest’opera, rimasta inedita, fu probabilmente proposta per la sua pubblicazione all’Instituto Medico Nacional del Messico, che la rifiutò poiché piena di grossolani errori (ad esempio l’autore identificò come un’unica fonte vegetale l’ololiuhqui, l’ayahuasca e l’hueipatli). Dell’hueipatli Téllez riportò che si trattava di una nuova specie da lui scoperta e che denominò Solanum hipnoticum. A parte i non pochi errori presenti nel manoscritto, vengono riportati dei dati interessanti riguardo all’hueipatli e che furono indispensabili a Martínez per individuarne il moderno impiego fra gli abitanti di Guerrero.
Secondo Téllez fu una curandera di nome Saurino a svelargli il segreto dell’hueipatli. Anch’egli riportò che la pianta veniva raccolta il primo giorno dell’anno e usata nei giorni di venerdì dopo nove ore di digiuno. La sua descrizione della pianta ben corrisponde a quella delle Solandra e – ciò che rende ancor più interessante il resoconto – affermò di avere effettuato tre esperimenti con l’hueipatli. Nei primi due, avvenuti nel 1886, egli somministrò la pianta a un paio di nativi, uno di Morelos e l’altro di Guerrero, i quali esperirono “effetti divinatori”, permettendo loro di ritrovare alcuni animali e oggetti che avevano smarrito. Nel 1889 Téllez provò su di sé gli effetti della pianta, accertandone le proprietà divinatorie che gli permisero di ritrovare “alcune cose che avevo in precedenza cercato inutilmente”. Egli non riportò la parte della pianta utilizzata e riferì di quattro pozioni in cui rientravano due piante di cui non offrì ulteriori ragguagli. Nonostante le imprecisioni, sembra trattarsi della prima auto-sperimentazione con una Solandra da parte di uno studioso moderno.
Continuando in un senso cronologico, internamente ai risultati di uno studio fitochimico svolto su due specie di Solandra e datato al 1988, viene riferito che M.C. Gispert (sembra trattarsi dell’etnobotanica messicana Montserrat Gispert Cruells) avrebbe individuato un uso di S. guerrerensis nel territorio di Guerrero, dove un macerato della sua corteccia è impiegata da alcuni curandero con lo scopo “di indurre la trance rituale che accompagna il processo diagnostico”. Sempre Gispert avrebbe osservato un impiego medicinale della medesima pianta in applicazione topica di un impiastro fatto con la corteccia per il trattamento dei dolori di origine reumatici e muscolari. Tali osservazioni sarebbero presenti in uno scritto di M.C. Gispert dal titolo “Diálogos entre etnobotánicos y un médico tradicional”, indicato come in corso di pubblicazione in Messico (Lozoya et al., 1988, p. 37). Non sono riuscito a individuare questo scritto.
Giungiamo quindi all’importante studio di Lilián González Chévez, basato su ricerche etnografiche svolte verso la fine degli anni ’90 nello stato di Guerrero (municipi di Copalillo, Atenando del Río, Chilapa). La ricercatrice ha studiato l’impiego di tre piante psicoattive fra gruppi nahua che vivono nella conca orientale del fiume Balsas, di cui una è risultata nuova come fonte psicoattiva: Leucaena matudae (Záratec) C.E.Hughes, famiglia delle Fabaceae. Si tratta di un albero attualmente in serio pericolo di estinzione che è riconosciuto presente solamente nello stato di Guerrero. E’ denominato huaxchiquimol dai nativi, che ne staccano pezzi di corteccia che impiegano per fini diagnostici e divinatori (González, 2002-2003). Le altre due piante psicoattive sono il tenexyetl o San Pedrito (Nicotiana rustica) e l’hueytlacatzintli (Solandra guerrerensis).
In realtà nella medesima regione la studiosa ha osservato l’impiego di altre cinque piante psicoattive: cecectzin (Rivea corymbosa), tlapatzintli (termine impiegato per entrambe Datura innoxia e Brugmansia arborea), rosita (Cannabis sativa), e tecomaxóchitl (Solandra maxima) (González, 2012).
Secondo un informatore di Atenango del Río, il hueytlacatzintli (S. guerrerensis) sarebbe stato un tempo usato dai re e dai governanti con lo scopo di ottenere informazioni sullo stato del regno, citando il caso di “Juan Motecuzoma” (possibilmente Montezuma I). La pianta è considerata come “un uomo vivo che ha spirito” e all’assumerla Motecuzoma faceva uscire dal corpo il suo spirito e in tal modo poteva sorvolare il suo regno (ibid., p. 304).
Cercando il nome hueytlacatzintli fra i testi precedenti lo studio della González, ho trovato un riferimento in un libro di etimologie di nomi geografici messicani datato al 1897. Alla voce Tonat è riportato: “Tonat (tavolo del) o del Tonati, chiamato così dal sole che adoravano i nayariti, il cui nome adulterato Tonat o Tonati viene da Tonatiuh, il sole, nome che si dava anche al Güestlacatl o Hueytlacatl, sovrano del Nayarit. Tonati si chiamò l’ultimo re che si sottomise al governo coloniale” (Peñafiel, 1897, p. 295). E’ interessante notare che uno degli epiteti regali – Hueytlacatl – è parte del nome della pianta hueytlacatzintli, e ciò trova una certa corrispondenza, per lo meno a un livello mitico, con quanto riportato dall’informatore della González. Il suffisso tzin ha valore reverenziale. Un ulteriore dettaglio che associa questa pianta alla figura del sovrano risiede nella sua etimologia. Gli informatori della González (2012, p. 310) traducono hueytlacatzintli con “grande uomo”. Seguendo i testi sulla lingua nahuatl di Garibay, huey significa “grande, alto, supremo” e tlacatl “degno dei re e signori”, per cui hueytlacatzintli significa pianta “degna dei re e signori”, dove per “signori” vanno intese le figure dei governanti.
Fra gli attuali curandero (sia uomini che donne) di Guerrero la parte animica della pianta del hueytlacatzintli, cioè lo spirito che vi risiede, è indicato come Hueytlacatl o Bartolito, ed è visto come “un uomo alto e magro che sta al centro di un salone suonando uno strumento musicale, cantando e creando un ambiente di grande gioia” (ibid., p. 316).
González descrive il moderno impiego dell’hueytlacatzintli per come ha potuto osservare nel corso della sua ricerca di campo. Si tratta di un contesto di cura, dove gli attori sono il curandero, il paziente e i suoi parenti. Tutti devono rispettare una precedente purificazione basata sull’astinenza sessuale, il digiuno, un bagno con cambio di vestiti. Il rito viene eseguito nelle notti dei giorni “grandi” della settimana, cioè il lunedì, giovedì o venerdì. Nella stanza dove si svolge il rito vengono accuratamente chiuse tutte le fessure per evitare che possa entrarvi un mal aire. Su un altare sono collocati diversi parafernali, fra cui immagini di santi, candele, incensieri per il copal e una tazza contenente il “santo rimedio”, cioè una miscela polverosa ottenuta da tre fonti psicoattive: ramo di hueytlacatzintli, corteccia di huaxchiquimolin (Leucaena matudae) e rosita (Cannabis). Una piccola quantità di questa polvere viene messa in un tappo di bottiglia di plastica utilizzato come dosimetro e quindi versata in un bicchiere contenente acqua o mezcal (liquore di agave) a seconda delle preferenze del paziente, sebbene il curandero faccia notare che con il mezcal si ottengono “risultati migliori”. Il paziente deve bere il contenuto del bicchiere tutto in una volta, dopodiché viene fatto sdraiare su un letto. Lo stato visionario dura da cinque a dodici ore e al risveglio il paziente deve comunicare le sue visioni al curandero, che procede quindi alla loro interpretazione, che ha per scopo principale l’individuazione delle cause di una stregoneria e i modi per liberarsene. Con una serie di pratiche purificatorie, che includono fumigazioni di copal e di foglie di una specie di salice, il paziente viene portato alla normalità dissipando gli effetti residui della bevanda psicoattiva. Quattro giorni dopo viene eseguita un’offerta allo spirito dell’hueytlacatzintli mediante un pasto collettivo a base di gallina. I partecipanti a questo pasto sono Hueitlacatl (lo spirito dell’hueytlacatzintli), il cui posto a tavola è riempito con una tazza del “sacro rimedio” e una candela, il paziente, i suoi familiari e il curandero.
L’hueytlacatzintli viene impiegato anche nel processo di iniziazione dei curandero che intendono impiegare la pianta nei rituali di cura. Il futuro curandero è solitamente un paziente che è afflitto da una presunta stregoneria. Nel qual caso egli deve passare attraverso una serie di nove assunzioni consecutive della pianta, e nelle conseguenti visioni gli apparirà lo spirito della pianta (Hueytlacatl o Bartolito), che gli offre due tazze, una rossa e l’altra bianca. Se il paziente fa l’atto di prendere con la mano sinistra la tazza rossa, contenente formiche, vermi o lombrichi, significa che è destinato a diventare uno stregone. Se al contrario prende con la mano destra la tazza bianca, insieme a frutta e tovaglia per le offerte, significa che è destinato a diventare un curandero che contrasterà gli effetti della stregoneria (González, 2012). Troviamo qui la dicotomia concettuale e funzionale fra stregoneria e cura della stregoneria, in altri contesti intesa come opposizione fra stregoneria nera e stregoneria bianca, presente nell’universo curanderile e sciamanico dell’America Latina e di altre regioni del globo.
González raccolse campioni della pianta dell’hueytlacatzintli nelle vicinanze del monte Cruzco, vicino alla cittadina di Chilapa, e la fece analizzare da botanici dell’UNAM di Città del Messico, i quali la identificarono come Solandra guerrerensis (González, 2015).
Ulteriori testimonianze dell’impiego moderno dell’hueipahtli sono state registrate da Adriana Saldaña Ramírez (2013), che ha studiato le pratiche di cura tradizionale presso gruppi nahua originari dello stato di Guerrero che in maniera stabile o stagionale risiedono in aree dell’adiacente stato di Morelos, nei territori di Tula del Río e di San Agustín Oapan. La pianta, denominata anche remedio e cola del diablo oltre che hueipahtli, viene impiegata per individuare il responsabile di un atto di stregoneria e per curarlo. Nei territori di Morelos la popolazione ha una generale visione negativa della pratica del remedio utilizzata dai nahua, al punto da evitare di pronunciare questa parola, considerata una mala palabra, e ritengono che una volta che qualcuno si sottomette a questa pratica “il suo cuore si macchia”. La gente ritiene che chi beve il remedio diventa un “compagno” del brujo che glielo ha somministrato, cioè egli medesimo diventa un brujo. Le persone che si sottomettono a questa pratica sono solite dire agli altri che hanno saputo della sua partecipazione che “non hanno avuto alcun effetto” o che “non hanno visto niente”.
Gli specialisti (brujos, “stregoni”) di questa pratica sembrano essere gli unici a sapere riconoscere e raccogliere la cola del diablo. Viene data da bere al paziente in soluzione in un tappo di bottiglia ed egli vedrà chi gli ha fatto il mal daño. Il paziente deve essere accompagnato da degli aiutanti, generalmente gente della sua famiglia. Il numero di aiutanti può raggiungere le 15 persone e si presentano casi in cui questi non devono necessariamente presenziare al rito ma restano nelle loro case. Prima della bevuta lo specialista lava il paziente e gli da da bere un brodo caldo. Il rito viene eseguito a mezzanotte. Il remedio provoca il vomito, ritenuto positivo in quanto attraverso questo viene espulso il male, inteso come il frutto della stregoneria.
Durante la visione appaiono degli oggetti, quali una tazza ricolma di denaro, intesi come strumenti per la cura dalla stregoneria, che il paziente deve prendere con sé, altrimenti non può guarire. Questi medesimi oggetti, o l’abilità di trasformarsi in un animale acquisita durante la visione, possono essere usati in futuro anche per azioni malefiche (stregoniche) e non solo per azioni positive (anti-stregoniche) (Saldaña Ramírez, 2013).
Si vedano anche:
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GONZÁLEZ LILÍAN, 2002-2003, Enteógenos entre los Nahuas de Guerrero (México). I. Huaxchiquimol (Leucaena matudae) y tenexyetl (Nicotiana rustica), Eleusis. Journal of Psychoactive Plants & Compounds, n.s., vol. 6-7, pp. 83-102.
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