Il veleno di serpente in India

The use of the snake venom in India as an intoxicant

 

Da alcuni decenni in India vengono registrati casi di individui che si sottopongono volontariamente al morso di serpenti velenosi con lo scopo di conseguire uno stato d’ebbrezza; un comportamento sorprendente di cui non è facile verificare l’attendibilità e l’estensione, a causa di una generale carenza di obiettività, di preconcetti e di superficialità che si riscontrano nella casistica medica e tossicologica, così come nelle notizie dei mass-media. Nell’analisi che segue si cerca di far luce su questo fenomeno, pur con i limiti di informazioni confuse e non sempre attendibili.

 

La casistica registrata

I primi casi registrati nella letteratura scientifica di morsi intenzionali di serpenti sono datati alla metà degli anni ’70 del XX secolo. Riguardavano soggetti dipendenti dall’eroina o altri oppiacei/oppioidi, che cercavano nell’effetto del morso di serpente un assopimento del craving nei momenti di difficile reperibilità di queste droghe. Una delle conseguenze del morso, e probabilmente la più ricercata dagli individui dipendenti dai derivati dell’oppio, è a detta loro un profondo sonno di lunga durata, che nei primi morsi può raggiungere o superare le 18-20 ore, per stabilizzarsi in seguito a ripetuti morsi sulle 12-14 ore. Il lungo e profondo sonno subentra dopo una prima fase di euforia, senso di benessere e di innalzamento dell’umore, priva di allucinazioni.

Uno di questi individui, dell’area di Bombay, si faceva mordere sul pollice o, nel caso di un serpente piccolo, sulla lingua, con una frequenza inizialmente di una volta alla settimana, sino a raggiungere successivamente le 2-3 volte alla settimana. Negli anni ’70 pagava 50 rupie per un morso di serpente. Sembra che inizialmente, negli anni ’70, il costume di farsi mordere dai serpenti fosse originato nei sobborghi di Bombay, dove erano presenti degli snake-den (“case del serpente”), frequentati da individui di alta classe sociale e/o appartenenti a certi gruppi religiosi. In seguito gli snake-den si diffusero a Goa, Calcutta e nel resto dell’India centrale e meridionale. In questi luoghi si possono trovare diversi tipi di serpenti, il cui morso produce effetti classificati in base a tre tipi di potenza: lieve, moderata e severa. Questi individui dipendenti dai derivati dell’oppio ritenevano di non provare una dipendenza dai morsi di serpenti, e se e quando aumentavano la frequenza dei morsi, soprattutto se potevano economicamente permetterselo, lo facevano perché lo preferivano all’eroina, cercando quindi di fatto una sostituzione ritenuta vantaggiosa (Pradhan et al., 1990).

I principali procuratori dei morsi di serpenti sono individui tribali nomadi e incantatori di serpenti che vivono nelle baraccopoli delle metropoli indiane. Il serpente viene fatto mordere nei pollici delle mani, nel piede, negli avambracci o, se il serpente è piccolo, sulla lingua. Sono preferiti i cobra (Naja), poiché non causano significative infiammazioni o edemi nelle aree del morso (Katshu et al., 2011; Kautilya & Bhodka, 2012). I serpenti più comunemente usati sarebbero il krait comune (Bungarus caeruleus) e il cobra (Naja naja) (come riportato da Das et al., 2016, sebbene non sia specificata la fonte di questa informazione; e in effetti Das et al. riportano dati non controllati, poiché inseriscono anche il serpente verde, Opheodris vernalis fra quelli usati in India, quando questa specie è nordamericana e non è velenosa).

Un ragazzo diciottenne di Mangalore, dipendente dagli oppioidi, riportò che due persone lo accompagnavano in una stanza d’hotel, dove si stendeva sul letto. Tirata fuori la lingua, veniva morso da un piccolo serpente che era tenuto dentro a una piccola scatola. A una prima fase di sensazione di benessere seguiva una fase di letargia e un profondo sonno della durata di 30-36 ore. Al risveglio restava nell’hotel un altro giorno, sentendosi debole e stanco, poi tornava a casa. Riportò che il piccolo serpente solitamente moriva dopo averlo morso (Krishnamurthy & Braganza, 2013).

Sono stati registrati casi in cui individui dipendenti dal brown sugar (forma adulterata dell’eroina) si fanno mordere dal serpente quando non riescono a trovare la loro droga. E’ il caso di un mussulmano di Mumbai di 22 anni d’età, che cercava nel lungo sonno indotto dal morso di serpente un modo per superare il craving causato dalla mancanza di brown sugar. Il costo del morso era salito a 2500 rupie. Un altro mussulmano di Mumbai riportò di aver partecipato a un rave nei sobborghi della città, e dopo aver cercato invano il brown sugar, si sottopose al morso del serpente con la modalità che sembra preferita negli ambienti dei rave, dove il serpente è tenuto in una scatola dotata di un foro in cui si deve infilare la lingua in attesa di essere morsi (Umate et al., 2015).

Indicativo il caso di un uomo di 39 anni di Odisha, che iniziò con i morsi di serpente quando aveva 22 anni, e precisamente da quando, nel 1999, un ciclone che devastò la regione rese introvabile il brown sugar. A quei tempi pagava 250 rupie a morso. Continuò con i morsi sino a quando il brown sugar fu nuovamente reperibile. Interessante ciò che ha riportato dell’incantatore di serpenti che gli procurava il morso: egli versava un liquido di natura ignota sulla lingua dell’eroinomane, e permetteva la morsicatura solamente se il colore della lingua rimaneva invariato; un test che indicava la possibilità di tollerare il veleno. L’incantatore prima di aprire il cesto con il serpente cantava qualche inno (Nath & Patra, 2018). Si tratta di un accenno di ritualità del processo del morso intenzionale del serpente che troviamo solo in questo caso, ma che potrebbe essere più diffuso di quanto non riportato dalla casistica medica, finalizzata alla sola descrizione degli aspetti tossicologici.

Come si vedrà oltre, l’impiego del veleno di cobra per contrastare la dipendenza da oppiacei/oppioidi ha un interesse medico di lunga data.

Sebbene i primi a sottomettersi al morso dei serpenti siano stati individui dipendenti dai derivati dell’oppio, questo costume si è in seguito esteso ad altri soggetti con scopi più genuinamente associati al tipo di ebbrezza apparentemente indotta dal morso.

Molto citato nella letteratura medica è il caso di due giovani ingegneri di software non dediti all’uso di droghe che, in tempi distinti, si presentarono in un ospedale del Tamil Nadu richiedendo un test per l’AIDS. Come motivazione di questa richiesta riportarono che si erano sottomessi intenzionalmente a dei morsi di serpente e per questo motivo avevano timore di avere contratto questa malattia virale. Uno di questi, venticinquenne, si era fatto mordere per un periodo di sei mesi, con intervalli fra un morso e quello successivo di 30-45 giorni. Era una fase della sua vita in cui si trovava molto stressato e con problemi di insonnia a causa della pressione lavorativa. I morsi di serpente lo rilassavano e gli permettevano di recuperare un buon ritmo sonno-veglia. Similmente l’altro giovane, ventitreenne, si faceva mordere per rilassarsi dallo stress e recuperare il ciclo del sonno, e riportò anche un aumento del desiderio sessuale. Sembra un’informazione data dai due ingegneri che il padrone del serpente inizialmente procurava loro un piccolo morso nel pollice o indice per un minimo avvelenamento; dopodiché gli faceva mordere la lingua (Senthilkumaran et al., 2013).

Oltre ai tentativi di riduzione della dipendenza dai derivati dell’oppio, sono registrati casi di alcolisti che cercano di ridurre la dipendenza dall’alcol attraverso i morsi di serpente. Un uomo di 28 anni della regione del Maharashtra, incantatore di serpenti, il cui alcolismo si era rafforzato in seguito al divorzio da sua moglie, a ogni morso di serpente seguiva un periodo di 6-7 giorni con un tono dell’umore migliorato e che gli permetteva di ridurre significativamente l’assunzione di alcol (Talwar et al., 2021). In un altro caso, un uomo di 33 anni del Rajasthan, con doppia dipendenza da alcol e oppiacei, apprese da un amico del morso di serpente come sostituto degli oppiacei. Si fece mordere sulla punta della lingua, e per un’ora provò movimenti a scatti del corpo, sfocatura della visione e un generale “black out”. Tuttavia, dopo essersi risvegliato dall’esperienza provò un senso di benessere che durò per 3-4 settimane, più intenso – a detta sua – delle esperienze con l’alcol e gli oppioidi. Durante queste 3-4 settimane non provò craving né per l’alcol né per gli oppioidi e non li utilizzò. Dopodiché ogni 3-4 settimane si faceva mordere dal serpente, il suo uso di alcol e di oppiacei si riduceva, e riprendeva ad assumerli in quantità minori a partire da 1-2 settimane dopo il morso (Mehra et al., 2018).

L’effetto del morso di serpente parrebbe essere ricercato anche dai consumatori di ganja (Cannabis). In un caso, registrato in un ospedale di Bangalore, un ragazzo di 19 anni si faceva mordere “per rendere più piacevoli gli effetti della ganja” (Gowda et al., 2014). Un altro ragazzo della medesima età, del Rajasthan, riportò che si faceva mordere dal serpente dopo aver fumato ganja, provando “una grande felicità, un umore gioioso e un desiderio ridotto di dormire che durava per una settimana” (Ram, 2021).

Nella casistica medica non mancano le forzature ed erronee interpretazioni dettate dai pregiudizi in materia di droghe psicoattive, quali il concetto che qualunque droga psicoattiva, soprattutto se utilizzata per scopi ludici, induce dipendenza, e la frase stereotipata “addiction to snake venom” viene sbandierata perfino nei titoli delle comunicazioni (Das, 2016). Nel caso del ragazzo di 19 anni di Bangalore sopra descritto, nel rapporto medico viene detto che “il ragazzo ha sviluppato un’abitudine al morso del serpente, quindi il livello di dipendenza ha virato dalla cannabis al morso di serpente, con un comportamento compulsivo che lo ha portato a farsi mordere una volta ogni 6 settimane” (Gowda et al., 2014, p. 134). Un’assunzione ogni 40 giorni difficilmente può essere considerato un comportamento compulsivo. In un altro articolo di tossicologia forense, per rafforzare l’allarme riguardo alla “generazione più giovane”, viene scritto che “sono stati riportati casi di suicidio per consumo di veleno e di dipendenza da veleno nei party ricreativi” (Verma et al., 2018, p. 537). Il caso di tentato suicidio riguardava un uomo 50enne totalmente estraneo all’ambiente dei party giovanili, e riunire i comportamenti di suicidio e di uso per scopi inebrianti è una forzatura dettata da deduzioni più preconcette che scientifiche.

Il caso del tentato suicidio del 50enne sopra accennato riguardava un incantatore di serpenti, che inizialmente aveva cercato di farlo passare come un incidente. Messo al lastrico finanziario per la legge del 1972 che vietava di manipolare serpenti, divenuto alcolista, tentò il suicidio dopo un litigio con la moglie e mentre era ubriaco (Mallik et al., 2016). Interessante la breve comunicazione che seguì questo rapporto nella medesima rivista, dove altri medici mettevano in guardia sulla possibilità, soprattutto se i morsicati erano degli incantatori di serpenti, indipendentemente che fossero dichiarate come morsicature accidentali o per scopi suicida, che potesse trattarsi di casi occultati di morsicatura intenzionale di serpente per scopi inebrianti (Senthilkumaran et al., 2017).

Anche la considerazione che gli eroinomani si fanno mordere dal serpente sulla lingua perché non hanno più spazio libero nelle loro braccia per iniettare la droga (Kautilya & Bhodka, 2012) è frutto di licenze poetiche dei medici.

E’ opportuno precisare che i rapporti medici di morsi intenzionali di serpente si basano su casi di individui che entrano nelle strutture ospedaliere non a causa delle conseguenze immediate di questi morsi, cioè non a causa di intossicazioni fisiche da questi morsi, ma per altri motivi: per problemi di dipendenza da oppiacei e altre droghe (ma non dal veleno di serpente) (Pradhan et al., 1990; Katshu et al., 2011; Shukla et al., 2016; Mehra et al., 2018); poiché condotti forzatamente dai genitori per abuso di droghe varie (Krishnamurthy & Braganza, 2013; Umate et al., 2015; Ram, 2021); per timore di aver contratto l’AIDS nel farsi mordere dai serpenti (Senthilkumaran et al., 2013); per frattura ossea e con evidenze di comportamento anomalo con lo staff medico (Nath & Patra, 2018). Il comportamento di farsi mordere intenzionalmente dai serpenti viene esternato dai pazienti nel corso dell’anamnesi.

Altre informazioni che sono date con una certa frequenza in questi rapporti medici riguarda il fatto che il veleno di cobra verrebbe anche estratto dal serpente per essere in seguito iniettato, e che il medesimo veleno può essere essiccato e polverizzato, e pizzichi di questo vengono aggiunti alle bevande alcoliche o altre bevande fredde – con il dosaggio di 1g di veleno ogni 10 litri di liquido – per indurre un “extra kick”, quindi con un’assunzione orale del veleno (Das et al., 2016); ciò sarebbe confermato dai numerosi sequestri di ingenti quantità di veleno di cobra da parte delle forze dell’ordine in diverse regioni dell’India, come riportato periodicamente dai quotidiani (si veda oltre).

 

Uno sguardo ai veleni dei serpenti1

I veleni dei serpenti si possono distinguere in emotossici e neurotossici. In linea generale vipere e crotali producono veleni emotossici, dotati di una tossicità sull’ endotelio vascolare che colpisce gravemente l’area del morso, dove restano evidenti i segni delle incisioni prodotte dalle zanne del serpente. Serpenti delle famiglie degli Elapidae e degli Hydrophiidae producono generalmente veleni neurotossici, con pochi o nulli effetti nell’area del morso, dove i segni delle zanne sono minimali. Quest’associazione fra tipo di veleno e specie di serpenti non è esclusiva, in quanto si conoscono casi di specie di serpenti che possiedono veleni dotati di una combinazione di effetti emotossici e neurotossici. Tuttavia, i veleni di serpenti impiegati come fonte inebriante sono di tipo neurotossico.

Il meccanismo d’azione del veleno di cobra è stato spiegato come segue: a basso dosaggio si osserva un effetto primario di stimolazione del tono vascolare e della respirazione. Con un incremento del dosaggio il centro respiratorio bulbare viene lentamente depresso e infine paralizzato. Nelle ultime fasi della paralisi bulbare si nota una cardiotossicità fino all’arresto cardiaco. La dose letale umana è stimata attorno ai 15 mg di veleno. I dosaggi impiegati negli studi clinici che saranno esposti più avanti sono stati generalmente inferiori a 0,1 mg, in alcuni casi hanno raggiunto l’1,0-2,0 mg (Reid, 2011).

Il veleno di cobra contiene diverse neurotossine, fra cui la cobrotossina (CT o COTX) e la cobratossina (CATX), che rappresentano il 10-15% del veleno. Questi bloccano i recettori acetilcolinici e attivano i recettori nicotinici (Reid, 2011). La cobrotossina possiede una potente attività analgesica, e sebbene agisca specificatamente sui recettori acetilcolinici muscolari, l’effetto analgesico sembra sia mediato centralmente con un meccanismo indipendente dal sistema oppioide (Chen et al., 2006).

Gli effetti inebrianti del morso di serpente, o per lo meno quelli che attrarrebbero gli utilizzatori in cerca di uno stato di ebbrezza, sono stati riassunti come segue: analgesia, visione offuscata, vertigini, intensa euforia, intensa eccitazione, letargia, narcosi (Das et al., 2016; Ram, 2021).

Una delle argomentazioni esposte da quanti dubitano della realtà della pratica di farsi intenzionalmente mordere da serpenti velenosi, si basa sulla considerazione che le neurotossine presenti in questi veleni non riescono a passare la barriera emato-encefalica, e non possono quindi agire sul Sistema Nervoso Centrale (SNC).

Studi di laboratorio hanno evidenziato come le neurotossine di veleni di diversi serpenti agiscano in buona parte sul sistema nervoso periferico. Parrebbe essere il caso, ad esempio, degli effetti analgesici dei veleni dei cobra asiatici, sebbene v’è chi avrebbe evidenziato con studi in vivo come la cobratossina agisca sul sistema colinergico e non su quello oppioide (Chen et al., 2006), mentre studi più recenti, sempre svolti in vivo, avrebbe evidenziato come l’effetto analgesico del cobra tailandese Naja kaouthia sia mediato dai recettori oppioidi periferici (Da Silva et al., 2022).

Tuttavia, a parte gli effetti sul sistema nervoso periferico, un insieme di studi ha comprovato che vi sono composti dei veleni di serpenti che riescono a passare la barriera emato-encefalica e ad agire di conseguenza sul SNC; fra queste la cobrotossina, l’α-cobrotossina e la najanalgesina presenti nel veleno di specie di cobra (Naja), e diversi composti presenti in altri serpenti della famiglia degli Elapidae (Bungarus, Micrurus) (Talukdar et al., 2023). Studi in vivo hanno evidenziato come la cobrotossina e l’α-cobrotossina, passando attraverso la barriera emato-encefalica, producano analgesia e rilascio di dopamina nello striato (Osipov & Utkin, 2012). A facilitare il passaggio della barriera emato-encefalica di queste sostanze contribuisce la presenza nel medesimo veleno degli enzimi ialuronidasi, fosfolipasi A e proteolitici, i quali aumentano la permeabilità della barriera (Chang, 1979).

Verificato il ruolo dei recettori nicotinici dell’acetilcolina nella ricompensa o nelle esperienze euforiche associate all’uso di sostanze mediate attraverso il sistema dopaminiergico mesolimbico, è plausibile ipotizzare che le esperienze piacevoli descritte dagli utilizzatori intenzionali di morsi di serpenti possano essere mediate dal medesimo percorso neuronale (Das et al., 2016).

Del resto, le proprietà come sostitutivo degli oppiacei, quelle potenti analgesiche e di induzione di prolungati e profondi sonni, come riportate sia nella casistica aneddotica che negli studi clinici poco oltre descritti, possono essere spiegate solamente con il coinvolgimento diretto del SNC. Una valida conferma fu ottenuta da una serie di esperimenti eseguiti su topi di laboratorio da parte del tossicologo David Macht, il quale iniettò il veleno di cobra insieme a diverse droghe che notoriamente agiscono sul cervello, quali cocaina, canfora, atropina, borneolo, coramina, ecc. Egli osservò come le convulsioni epilettiformi generalmente indotte dall’iniezione di canfora venissero contrastate dal veleno di cobra, e come questo neutralizzasse l’effetto centrale di diverse sostanze, fra le quali l’assenzio e la picrotossina. La combinazione di cocaina e veleno di cobra risultava in un potente effetto centrale sinergico. Questi dati confermavano il punto di vista che “il veleno di cobra deprime il sistema nervoso centrale agendo su entrambi il cervello e il tronco encefalico” (Macht, 1938b). L’effetto potentemente sinergico fra veleno di serpente e cocaina osservato da Macht potrebbe gettare luce su una modalità di somministrazione del veleno registrata in un case report moderno, dove il soggetto – un ragazzo di 19 anni – veniva invitato dal proprietario del serpente a inalare cocaina poco prima di ricevere il morso (Gowda et al., 2014); non si tratterrebbe di un modo per occultare una possibile frode – ad esempio il fatto che non si trattasse di un serpente velenoso – ma una tecnica di rafforzamento degli effetti inebrianti indotti dalla combinazione sinergica.

Per quanto riguarda l’assunzione orale del veleno come riportato da alcune fonti (Das, 2016), che verrebbe estratto dal serpente, essiccato e ridotto in polvere diluita nelle bevande alcoliche per rafforzarne l’effetto inebriante, diversi studi farmacologici parrebbero confermarne che non si tratta di effetti di mera suggestione psicologica. Le neurotossine frammentate o denaturate come conseguenza dell’ingestione orale, oltre a spiegare l’assenza di effetti concretamente tossici con l’amministrazione orale, hanno evidenziato legami con recettori, attività immunomodulatrice e attività analgesica. Si deve inoltre tener conto della lenta eliminazione dal corpo del veleno di cobra, confermata dalla sua emivita che varia dalle 15 alle 39 ore (Reid, 2011).

 

Il veleno di serpente come agente terapeutico

Il veleno di serpente, in particolare quello dei cobra, ha una lunga storia di interesse medico, dove i target terapeutici più promettenti riguardano le proprietà analgesiche e nelle terapie di disassuefazione dagli oppiacei.

Negli anni ’30 il veleno di cobra fu impiegato con successo in Francia e negli Stati Uniti come analgesico nelle esacerbazioni del dolore oncologico avanzato. I primi a interessarsene furono dei medici francesi, i quali agli inizi del 1929 vennero a sapere di un caso aneddotico da Cuba, dove un lebbroso fu morso da una tarantola. Nei giorni che seguirono fu constatato un miglioramento della componente neuropatica del dolore. Ciò li portò a porre l’attenzione sulle proprietà analgesiche dei veleni animali, e in seguito eseguirono uno studio clinico con veleno di cobra su 115 pazienti malati di cancro. Osservarono un lento ma efficace effetto analgesico, che sopraggiungeva dopo 4 o 5 iniezioni del veleno, dove queste venivano somministrate a distanza di 3-5 giorni l’una dall’altra (Monaelesser & Taguet, 1933).

Fra i vari studi clinici risaltano per ampiezza e meticolosità metodologica quelli del tossicologo David Macht, medico di Baltimore (Maryland, USA). In un suo studio egli trattò 115 pazienti oncologici in stadio avanzato con dolore incoercibile già trattati con radioterapia. Utilizzò i veleni di tre specie di cobra, somministrandoli via intramuscolo e via subcutanea, e in un caso per via intravenosa. Il 64,8% dei pazienti ebbe una risoluzione totale o significativa del dolore e non fu registrata alcuna reazione tossica. Un certo numero dei pazienti era dipendente dalla morfina, e fu osservata una riduzione significativa della somministrazione di questo oppiaceo sostituendolo con iniezioni di veleno di cobra, sino a raggiungere in alcuni casi la totale sospensione temporanea degli oppiacei (Macht, 1936).

In un altro studio Macht trattò 200 pazienti con veleno di cobra indiano (Naia tripudans) e di cobra africano (Naia haji), osservando come i due veleni agissero nel medesimo modo. Il 70% dei pazienti ottenne un sollievo completo dal dolore, e un altro 10% un sollievo lieve. Spesso il veleno di cobra veniva usato come ultima risorsa quando altre medicine non avevano dato risultati soddisfacenti, e nella maggior parte dei casi i farmaci analgesici furono gradualmente ridotti in dosaggio e alla fine sospesi totalmente dopo il trattamento con il veleno di cobra. E’ importante sottolineare che in questo e negli altri studi clinici non furono mai osservati fenomeni di dipendenza dal veleno di cobra. Anzi, Macht trattò un caso di dipendenza da morfina: senza farlo sapere al paziente, procedette a una graduale diminuzione degli oppioidi sostituendoli con il veleno di cobra, sino a raggiungere l’eliminazione totale degli oppioidi e con mantenimento del solo veleno di cobra. Un altro medico riportò due casi simili, trattati e risolti con iniezioni di veleno di cobra miscelato con l’insulina (Macht, 1938a).

Sebbene la riduzione della percezione del dolore fisico sia facilmente misurabile – ad esempio osservando la riduzione di analgesici necessari per far fronte al dolore –, Macht intraprese uno studio su 10 individui sani utilizzando la tecnica di stimolare dolore cutaneo mediante un flusso di corrente e misurando la variazione di soglia di percezione del dolore quando veniva somministrato il veleno di cobra. Il risultato fu un netto abbassamento della soglia percettiva del dolore, che persisteva per diverse ore e paragonabile a quello provocato dalla morfina e dal pantopon (Macht, 1935). In un altro studio sviluppato su 35 individui sani, Macht studiò l’effetto del veleno di cobra sulla visione. Egli osservò un generale stimolo della visione, con aumento dell’acutezza visiva in tre quarti dei soggetti; ciò in contrasto con la diminuzione del campo visivo data dagli oppiacei (Macht & Macht, 1939).

Nel paragone fra morfina e altri oppiacei e oppioidi (codeina, dilaulid, pantopon) e veleno di cobra, fu osservato come, a differenza dei primi, che per il mantenimento degli effetti analgesici richiedono un progressivo aumento dei dosaggi con conseguente induzione di fenomeni di dipendenza, il veleno di cobra non solo non induce alcuna tolleranza né dipendenza, ma non provoca nemmeno la nausea e il vomito, sintomi che si presentano nella maggior parte dei casi di trattamento con la morfina (id.).

In un altro studio clinico intrapreso in un ospedale del Massachusetts (USA) furono trattati 17 pazienti afflitti da dolore cronico. Anche in questo studio si osservò che l’effetto analgesico del veleno di cobra si instaurava dopo una serie di iniezioni giornaliere per almeno due giorni consecutivi, e solitamente erano necessari 3-4 giorni affinché apparisse l’effetto analgesico completo. Una volta indotta, l’analgesia persisteva più a lungo che nel caso della morfina, e cioè per 2, 3 e a volte 4 giorni. Circa il 50% dei pazienti riferirono scomparsa del dolore, e nell’88% il sollievo risultò del 50% o più (Rutherford, 1939).

Volgendo lo sguardo ai tempi più moderni, uno studio statunitense degli anni ’60 ha visto trattare sette casi di nevralgia del trigemino con il veleno di cobra. Il trattamento prevedeva da 5 a 9 iniezioni giornaliere sul viso di una combinazione di veleno di cobra e novocaina, e fu registrata la risoluzione completa in tutti i casi, con un follow-up di almeno un anno (Williams, 1960).

Uno studio svolto da un’équipe cinese ha evidenziato la possibilità di impiego del veleno di serpente come sostituto non additivo degli oppiacei. Preliminari studi sui topi hanno evidenziato la riduzione dei sintomi di crisi di astinenza da naloxone, e studi clinici svolti negli ospedali dello Yunnan su 300 individui dipendenti da oppiacei hanno ottenuto risultati promettenti per il veleno di serpente come terapia sostitutiva della morfina (Xiong et al., 1992a,b).

Agli inizi degli anni 2000 è stato svolto uno studio clinico doppio cieco e randomizzato su 230 pazienti affetti da dolore oncologico di distinte forme tumorali, e come farmaco è stata impiegata la cobrotossina, ma non da sola, per via della sua lenta insorgenza d’azione analgesica; per questo motivo è stata impiegata una miscela di cobrotossina, tramadolo e ibuprofene (denominata Composto Keluoqu, CKLQ), sulla base di studi preclinici che evidenziavano l’assenza di tolleranza crociata della cobrotossina con gli analgesici oppioidi. Lo studio clinico ha evidenziato un significativo sollievo dal dolore nell’83,7% dei pazienti (Xu et al., 2006).

Un dato significativo – ai fini anche della comprensione della moderna pratica dei morsi intenzionali per scopi inebrianti – evidenziato in tutti questi studi clinici, è l’assenza di reazioni tossiche in seguito all’iniezione di veleno di cobra.

L’impiego dei serpenti o di parti dei serpenti come farmaci è una pratica di lunga data nelle medicine tradizionali di tutto il mondo. Una curiosa pratica è quella di far macerare serpenti velenosi nelle bevande alcoliche per rafforzare queste con supposte proprietà terapeutiche o inebrianti. Questo costume è tuttora diffuso in diverse nazioni dell’Asia orientale (Cambogia, Cina, Giappone, Korea, Laos, Taiwan, Tailandia, Vietnam). A Taiwan è costume immergere un serpente velenoso nel liquore di kaoliang distillato dal sorgo, e conservarlo seppellito in profondità per alcuni anni prima di essere utilizzato. In Brasile i serpenti vengono immersi nella cachaça, un distillato alcolico ricavato dalla canna da zucchero, ottenendo un prodotto commercializzato come pinga de cobra. In Vietnam sono presenti negozi e siti web specializzati nel commercio del “vino di serpente” (roou ran), dove la bevanda alcolica di base è il vino di riso, un fermentato che può raggiungere i 15° e che può essere anche distillato raggiungendo una gradazione alcolica di 50° o più. I serpenti più impiegati sono Xenochrophis flavipunctatus e le due specie di cobra Naja kaouthia e N. siamensis. Sulla base di modalità culturali che si potrebbero definire di “terapeutica turistico-folclorica”, nelle etichette delle bottiglie contenenti il vino di serpente sono acclamate supposte proprietà medicinali, con indicazioni che vanno dalla perdita di capelli alla lombaggine, dal mal di testa ai reumatismi, sino all’aumento della performance sessuale. La posologia più frequentemente indicata è quella di due bicchierini al giorno di vino di serpente prima dei pasti principali (Somaweere & Somaweera, 2010).

 

Fra incongruenze e negazionismi

Il fenomeno di farsi intenzionalmente mordere da serpenti il cui morso è notoriamente ritenuto mortale è così sorprendente che provoca spesso incredulità, sino a casi in cui è stata negata in maniera recisa la realtà di questa pratica. Alcuni studiosi e conservazionisti di rettili hanno liquidato il fenomeno affermando che si tratta solamente di false notizie che si sono diffuse nel mondo dei drogati (Umate et al., 2015). Alcuni medici ritengono che si tratti di un disguido, se non di un vero e proprio imbroglio, dove i rettili utilizzati non sono velenosi, chiamando in causa fenomeni di suggestione, aspettative e altre motivazioni psicologiche per spiegare l’effetto inebriante riportato da quanti si fanno mordere da questi serpenti.

Per convalidare quest’ultima tesi, l’équipe del tossicologo Lekhansh Shukla ha preso spunto da un case report riguardante un giovane di 21 anni d’età dell’India del sud. Eroinomane e assuntore di altre droghe, in diverse occasioni si era fatto mordere sulle labbra presso un incantatore di serpenti. L’ultima volta il serpente lo morse nella lingua e il giovane sviluppò una paresi flaccida della metà sinistra della faccia per due settimane, che si risolse da sola. Il medico, intenzionato a identificare la specie di serpente, riuscì a contattare l’incantatore di serpenti che aveva fornito il morso al ragazzo. L’incantatore gli rivelò che il serpente non era un cobra ma un rat snake (Elaphe sp.), noto nella lingua locale come jerothana o jerri pothu. Disse che questo serpente, che assomiglia al cobra, lo aveva morso diverse volte, senza che sperimentasse alcun cambio di stato mentale o sviluppasse sintomi di avvelenamento, trattandosi di un serpente non velenoso. Da questo caso Shukla dedusse che “tenendo in mente ciò che sappiamo sul veleno dei serpenti, appare improbabile che l’avvelenamento neurotossico possa essere una forma conseguibile di ricreazione”. Prendendo in causa anche il fatto che “tutti gli incidenti riportati si sono presentati mentre il soggetto era sotto l’influenza di altre sostanze psicotrope” (pur non trattandosi di “incidenti” e non essendo vero che i soggetti siano sempre sotto effetto di altre sostanze psicoattive al momento del morso), ne ha concluso: “Proponiamo che un’elevata aspettativa dell’esperienza gratificante, forte suggestione, tratti di personalità e il più importante la natura pericolosa dell’intenzionalità di ricevere morsi di serpenti, spieghino le sensazioni riportate di high. In effetti, proponiamo che è il ‘processo’ e non la ‘chimica’ a essere importante nei morsi di serpenti ricreativi” (Shukla et al., 2016).

Questa generalizzazione e negazione totale del fenomeno è basata su argomentazioni più preconcette che scientifiche. Sarebbe stato sufficiente che l’équipe di Shukla osservasse più attentamente la letteratura medica prodotta in quegli anni per considerare la possibilità di una probabile frode nel caso da loro studiato, o per considerare la possibilità che l’incantatore di serpenti intervistato abbia evitato di confessare che il serpente era effettivamente velenoso. Del resto Shukla non ha visto alcun serpente, si è semplicemente fidato di quanto dettogli dall’incantatore di serpente. La richiesta sempre più elevata di morsi intenzionali di morsi di serpente per ottenere un’ebbrezza ha generato un lucroso mercato incontrollato, dove le frodi sono più che probabili e forse nemmeno tanto occasionali, come accade nel restante mercato delle droghe psicoattive illecite.

Anche Nath & Patra (2018) negano la possibilità d’utilizzo del veleno dei cobra come fonte inebriante, adducendo il fatto che i composti neurotossici presenti nel veleno non riescono ad attraversare la barriera emato-encefalica, non potendo quindi esercitare un effetto psicoattivo. Come sopra esposto, questa affermazione riportata da diversi autori non è corretta. I medesimi autori riportano inoltre che “i serpenti solitamente selezionati sono Dhanda, Kandanali e Gokhar, che sono principalmente non velenosi”, citando fonti bibliografiche che a un’attenta osservazione non fanno alcuna menzione di questi serpenti. E’ pur vero che sembrano ancora mancare esatte identificazioni delle specie di serpenti coinvolti nei comportamenti di morsicature intenzionali (Jadav et al., 2022), e proprio per questo riportare come dato accertato i nomi di serpenti non velenosi che sarebbero coinvolti in queste pratiche è una notizia inventata.

Un elemento a favore della tesi che i serpenti coinvolti nelle morsicature intenzionali siano realmente quelli velenosi – elemento che non è stato preso in considerazione da nessun medico, sia negazionista che possibilista – si basa sulla seguente considerazione: si è visto come i principali consumatori di morsi di serpenti siano individui dipendenti dai derivati dell’oppio che cercano con il morso di alleviare i sintomi del craving. La suggestione e simili effetti psicologici non possono acquietare i fenomeni di craving e le crisi di astinenza indotte dalla dipendenza dei derivati dell’oppio. Il meccanismo della dipendenza fisica da morfina, eroina, oppio e sostanze affini è tale da non poter essere by-passato con meri meccanismi psicologici, come sanno bene gli individui dipendenti dai derivati dell’oppio e i medici specializzati nel trattamento delle dipendenze patologiche (Dimauro & Patussi, 1999; Giancane, 2014).

Come sopra riportato, la dose mortale umana di veleno di cobra è stimata attorno ai 15 mg, e i dosaggi impiegati negli studi clinici sono generalmente inferiori a 0,1 mg, senza mai superare i 2,0 mg (Reid, 2011). E’ probabile che gli incantatori di serpenti siano in grado di regolare la quantità di veleno somministrata ai loro clienti attraverso il morso dei serpenti, evitando l’inoculazione completa; anche l’età del serpente, se piccolo e giovane o grande e adulto, può essere una variabile controllabile nella posologia di somministrazione del veleno.

Pur considerando credibile la realtà dell’impiego del veleno di serpente come fonte inebriante, restano molti lati oscuri, dati confusi o poco credibili nella casistica sinora pubblicata di questa pratica, dove non è sempre chiaro se i dati contraddittori siano da attribuire a esternazioni dei protagonisti diretti delle morsicature intenzionali, o se siano frutto di erronee interpretazioni da parte del personale medico che registra i case report.

Ad esempio, lascia perplessi la notizia della modalità del morso di serpenti negli ambienti rave indiani, dove l’individuo deve inserire la lingua in un foro di una scatola in cui si trova un serpente velenoso, in attesa di essere morso. In questo modo non vi sarebbe la possibilità da parte del proprietario del serpente di gestire la quantità di veleno iniettato, e si deve tener conto del fatto che dopo un morso completo le ghiandole del serpente che producono il veleno restano vuote per diversi giorni prima che sia prodotto del nuovo veleno. Ulteriori morsi del medesimo serpente nella medesima nottata rave provocherebbero semplicemente ciò che viene denominato un “morso secco”, cioè privo di veleno. Forse i serpenti impiegati nei rave sono con dosaggio di veleno prestabilito – ad esempio sono esemplari giovani – e forse il padrone dei serpenti ha con sé uno stock di scatole con serpenti, per somministrazioni “monouso”; purtroppo negli scarni rapporti medici non vi sono riferimenti dettagliati su questa ipotetica “droga da rave”. V’è chi ha suggerito che i morsi intenzionali siano morsi secchi, in cui solo una piccola quantità di veleno entra nel corpo umano, provocando l’effetto psicoattivo (Ram, 2021). Un’ulteriore incongruenza risiede nell’affermazione che gli individui che ai rave si fanno mordere dai serpenti sarebbero principalmente eroinomani (Das et al., 2016). L’utenza che affolla gli ambienti rave è solita utilizzare altri tipi di droghe, principalmente le cosiddette “dance-drugs”, quali empatogeni e psichedelici, e riunire gli eroinomani con i raver in un unico calderone di consumatori di droghe parrebbe essere frutto di preconcetti e ignoranze sulla cultura rave; una cultura che ha visto uno dei suoi principali sviluppi nella regione indiana di Goa.

Poco credibile è quanto affermato dal ragazzo di 19 anni del Rajasthan già presentato, il quale sarebbe riuscito a procurarsi un serpente, e seguendo i suggerimenti dei suoi compagni avrebbe iniettato al serpente delle sostanze chimiche non meglio precisate per potenziare l’effetto del morso, che si sarebbe quindi procurato da solo (Ram, 2021). Un’altra notizia poco chiara è quella riportata dal giovane di 18 anni studiato da Krishnamurthy & Braganza (2013), il quale avrebbe accennato all’uso “di una polvere bianca nella forma di un morso di serpente” (?), e che prima del morso “il serpente sarebbe stato nutrito in precedenza con la polvere bianca”. Sono affermazioni senza senso, e se si considera che il medesimo ragazzo affermò che i serpenti dopo il morso solitamente morivano – anche questa un’affermazione poco credibile – si può pensare a un informatore poco attendibile e probabilmente in stato confusionale.

I numerosi articoli giornalistici apparsi nei quotidiani indiani in questi ultimi 20 anni, con la superficialità e il sensazionalismo che li caratterizzano, non aiutano a chiarire la situazione.

In un articolo nel Mumbai Mirror del 20 ottobre 2011 dal titolo “Party circuit high on snake venom”, un ufficiale dell’anti-narcotici affermava che “il veleno viene iniettato nel corpo in quantità molto piccole ed è la droga più cara. Ogni puntura costa fra le 3000 e le 4000 rupie”. In un articolo del 18 agosto 2014 apparso nel The Hindu con il titolo “Giovane dipendente dal veleno di serpente arrestato in Kerala”, viene riferito di un ragazzo di 19 anni che era stato arrestato in realtà per essere stato trovato in possesso di 50g di ganja, e che aveva confessato che era solito farsi mordere sulla lingua da un serpente quando gli effetti della Cannabis risultavano deludenti, pagando per ogni morso 1000-2500 rupie. A sua detta l’effetto durava circa 4 giorni.

Un articolo del 7 Gennaio del 2017 apparso nell’India Today è intitolato “Giovane di Delhi che diventa dipendente dal veleno di serpente: i dottori stupefatti”. Tratta di un uomo di 30 anni che, dopo una storia di dipendenza da alcol e cannabis, inizia a essere dipendente dal veleno di serpente. L’articolo prosegue affermando che il giovane è entrato in un ospedale per cercare di liberarsi da questa nuova dipendenza, e i medici avrebbero riportato che “il suo sangue è diventato tossico e anche il suo sputo può essere fatale per gli altri”. Che perfino lo sputo di un “consumatore” di veleno di serpente possa risultare velenoso è un’evidente esagerazione sensazionalistica di matrice giornalistica, che prende tuttavia ispirazione da un preciso immaginario comune della cultura indiana, quello delle vishakanya, le “damigelle veleno”. Questo tema mitologico è presente nell’antica letteratura indiana e tratta di ragazze che sin dalla più tenera età venivano abituate a sopportare l’esposizione ai veleni in maniera tale da diventarne immuni. Quando diventavano più grandi e appetibili sessualmente, venivano impiegate come sicarie, inviate per uccidere determinate persone. Il loro corpo era così impregnato di veleno, che perfino il respiro e la saliva risultavano velenose, e mediante sensuali baci e abbracci uccidevano le loro vittime. Questo tema mitologico, pur originato in India, si diffuse nella letteratura persiana, araba ed europea e godette di una certa popolarità nei periodi medievali (Modi, 1928). Il veleno a cui queste ragazze diventavano immuni era variamente indicato come un veleno generico non meglio specificato, o come una pianta velenosa quale l’aconito, o come veleno di serpente. Norman Penzer, che sviluppò uno studio dettagliato sul tema delle vishakanya, riteneva che il veleno originario, cioè quello inteso nelle prime versioni indiane, fosse veleno di serpente, e che ciò provenisse dalla diffusa credenza che gli incantatori di serpenti diventassero immuni dai loro morsi mediante una graduale esposizione al loro veleno (Penzer, 1952, p. 69).

Il veleno di serpente viene utilizzato per elaborare antidoti agli avvelenamenti da morsi di questi rettili, ed è una sostanza molto richiesta dalle case farmaceutiche di tutto il mondo; una richiesta tale da aver creato un proficuo commercio, in parte legale e in parte illegale, come evidenziato dai numerosi sequestri di quantità industriali di veleno di cobra e di altri serpenti nelle diverse nazioni asiatiche, in particolare in India.

Sul Mumbay Mirror del 6 agosto 2009 è stata data notizia di un uomo arrestato con 2 litri di veleno di serpente; una quantità enorme, se si considera – come affermato nel medesimo articolo da un ispettore dell’anti-narcotici – che per estrarre un litro di veleno di serpente devono essere uccisi circa 3000 serpenti, e parrebbe essere questo il motivo per cui i serpenti sono diventati rari nelle aree rurali del Tamil Nadu e dell’Andra Pradesh. Una guardia forestale intervistata per il medesimo articolo aggiungeva la considerazione che da un serpente è possibile estrarre solamente 5 ml di veleno per volta, dopodiché si deve attendere una settimana per poter estrarre dal medesimo serpente del nuovo veleno. Il valore monetario di 2 litri di veleno è considerato equivalente a 15 milioni di rupie (oltre un milione e mezzo di Euro). La notizia di un altro ingente sequestro fu data nel The Indian Express il 28 giugno 2015. Si trattava di circa 4 kg di veleno di cobra intercettati dalla polizia nel Bengala Occidentale. Il veleno sembra avesse come meta, forse solo intermedia, il Bhutan, e altri giornali riportarono che la destinazione finale era la Cina. Lo scopo d’uso era forse medicinale e non come fonte inebriante. Gli arrestati affermarono che il materiale proveniva dalla Francia.

In questi ultimi 20 anni le notizie mediatiche sui sequestri di veleno di serpente che viaggiano attraverso le rotte commerciali illegali chiamano in causa, oltre all’impiego per fabbricare antidoti, l’uso come fonte inebriante. Nel Mumbai Mirror del 2 novembre 2013 viene riportata la notizia del sequestro di 1,7 litri di veleno di cobra che erano contenuti in una bottiglia di plastica, e la finalità d’uso come inebriante è indicata con sicurezza, con la notizia aggiuntiva che “una singola dose della droga, che può stare sulla capocchia di uno spillo, costa 10.000 rupie”.

 

Gli incantatori di serpenti

Se i morsi intenzionali di serpenti velenosi sono efficaci nell’ottenimento di una qualche forma di ebbrezza – e i dati sinora raccolti sembrerebbero non escludere questa possibilità – viene naturale domandarsi da dove origini questa conoscenza; una conoscenza che comporterebbe una revisione della storia della relazione umana con questi rettili.

Dalla scarsa casistica medica – che per ora resta la fonte meno inattendibile, pur con i suoi limiti nella raccolta di dati non prettamente medici – appare evidente che non furono gli eroinomani degli anni ’70, né gli “psiconauti” indiani degli anni ’90 a scoprire le proprietà psicoattive dei morsi di serpenti. Tutti i soggetti intervistati hanno indicato gli incantatori di serpenti come i detentori di questa conoscenza e come gli esperti delle adatte tecniche di somministrazione del morso di serpente. E’ già stato riportato come nei sobborghi delle metropoli indiane esistano luoghi, denominati snake-den, dove gli individui si recano per farsi mordere dai serpenti secondo modalità e tecniche gestite in prima persona dai padroni dei serpenti. Gli scarsi dati “etnografici” registrati nella casistica medica accennano a una certa riservatezza negli anni ’70, quando il comportamento di morso intenzionale di serpenti iniziò a essere riportato nelle pubblicazioni mediche. Si parla dell’esistenza di gruppi religiosi e gruppi dell’alta società di Bombay dediti a questa pratica, e che i padroni dei serpenti “danno il morso” solo alla gente che conoscono (Pradhan et al., 1990). In un altro rapporto viene detto che i padroni dei serpenti appartengono per lo più a una particolare comunità religiosa ed evitano di “dare il morso” agli stranieri (Gowda et al., 2014). In seguito questa pratica è dilagata estendendo il tipo di utenza agli utilizzatori di droghe psicoattive – un fenomeno dettato probabilmente da motivi economici. Potrebbe esistere una relazione causale fra il divieto promulgato dalla legge indiana del 1972 di catturare e impiegare serpenti per gli spettacoli degli incantatori di serpenti – divieto che mise questi in forti difficoltà economiche – e la diffusione della lucrosa pratica di “dare il morso” di serpente da parte dei medesimi incantatori di serpenti.

La somministrazione del morso di serpente richiede un certo bagaglio di conoscenze, abilità e tecniche, di cui sappiamo poco. In alcuni casi è stato riportato che il padrone del serpente procura un primo piccolo morso nel dito di una mano, e in seguito procede a un più completo morso su una parte della testa (Senthilkumaran et al., 2013; Ram, 2021). In un altro caso, già presentato, il padrone del serpente sembra praticasse una forma di verifica preliminare, versando un liquido sulla lingua dell’individuo poco prima di somministrargli il morso, e permettendo la morsicatura solo se il colore della lingua rimaneva invariato (Nath & Patra, 2018).

Sorgono naturali le seguenti domande: chi sono questi “incantatori di serpenti”? Qual’è la loro storia, la loro cultura, quali sono le loro origini? E soprattutto, quali sono le loro conoscenze più intime sui serpenti e sui loro veleni?

Secondo la definizione comune, gli “incantatori di serpenti” sono individui abili nel maneggiare i serpenti velenosi, nel catturarli, nell’“ipnotizzarli” mediante la musica o altre modalità; sanno riconoscere la presenza di serpenti nel territorio percependone il loro odore e riconoscendo dal solo odore il tipo di serpente; sarebbero immuni ai morsi di serpenti per via di specifiche tecniche di auto-somministrazione graduale e continuata nel tempo di morsi di serpente; dispongono di conoscenze sulle proprietà medicinali delle diverse parti dei corpi dei serpenti, inclusi i loro veleni.

Al di là delle fantasie e mitologie che avvolgono gli incantatori di serpenti, è indubbia la loro abilità nello stanare e catturare i serpenti, una competenza professionale per la quale vengono ingaggiati ogni qual volta si debba disinfestare una casa o un intero villaggio dai serpenti. Questa abilità costituisce probabilmente il nucleo originario della loro professione; una specializzazione all’interno della comunità che è presente non solo in India ma in molte altre parti del mondo e di cui disponiamo di testimonianze nei testi antichi. Nella letteratura classica greco-romana vengono descritte le abilità dei Marsi dell’antica Roma e degli Psilli della Libia (Canova, 1994). Anche un passo del Vecchio Testamento biblico accenna agli incantatori di serpenti (Salmi, 58: 5-6).

Un dato particolarmente interessante riguarda il fatto che presso diverse culture gli incantatori di serpenti si riuniscono in corporazioni o sette con connotazioni perlopiù religioso-esoteriche. In Egitto gli incantatori appartenevano a determinare confraternite sufi, e per accedervi era necessario passare attraverso un rito di iniziazione mantenuto segreto. Da quel poco che si è riusciti a conoscere, l’iniziazione parrebbe essere stata basata sull’astinenza, la meditazione e l’autoinoculazione di veleno di cobra; questo trattamento era sia esterno che interno, cioè sia con iniezioni di dosi crescenti del veleno, sia con unguenti a base dei veleno spalmati ogni notte sul corpo del novizio (Canova, 1994).

In Marocco esiste tutt’ora una confraternita di incantatori di serpenti denominati Aissawa, che fu fondata fra il XV e il XVI secolo, e i cui membri sarebbero dotati di baraka, la “grazia divina” che li rende immuni dai morsi dei serpenti che maneggiano. E’ indicativo il fatto che in tutto il mondo le pratiche degli incantatori di serpenti siano state svolte con un marcato accento mistico, perlomeno sino alla loro trasformazione nel XX secolo in diverse regioni in una profana attrazione turistica (Tingle & Silmani, 2017).

Non è possibile in questa sede sviluppare oltre lo studio storico degli incantatori di serpenti. E’ comunque plausibile sollevare il sospetto che il nucleo più “esoterico” delle conoscenze degli incantatori di serpenti non sia ancora stato svelato.

Le abilità “incantatrici” degli incantatori di serpenti sono spesso state interpretate e denigrate chiamando in causa classici imbrogli, ad esempio la rimozione delle ghiandole velenose o delle zanne dei serpenti manipolati, o l’usare serpenti non velenosi che assomigliano a quelli velenosi. Pur questi imbrogli essendo più che probabili, non sono la regola. Si deve inoltre tener conto della casistica di incidenti fra gli incantatori di serpenti o fra gli spettatori delle loro performance che vengono accidentalmente morsi e che raggiungono le strutture ospedaliere, dove viene accertato il morso di veri serpenti velenosi; come nel caso sopra presentato di tentato suicidio, inizialmente fatto passare come un incidente, e di cui fu sospettato che la causa fosse stata un morso intenzionale per conseguire l’ebbrezza, dove i parenti del paziente portarono in ospedale il serpente responsabile del morso, che fu identificato come un cobra monoculo (Naja kaouthia) (Mallik et al., 2016).

La generale credenza che ripetuti morsi di serpenti velenosi producano immunità o comunque che riducano i rischi trova conferma in alcuni casi clinici e negli studi di laboratorio. Interessante il caso del Direttore di un serpentario di Miami, che per proteggersi da eventuali morsi dei serpenti velenosi che maneggiava si era sottoposto a un processo di auto-immunizzazione, inizialmente iniettandosi dosi progressive del veleno di un cobra (Naja flava), e in seguito con quello di altre specie di cobra e altri serpenti. Successivamente fu accidentalmente morso da un bungaro (Bungarus caeruleiis), e una delle zanne del serpente entrò in una vena della mano. Mezz’ora dopo il morso percepì sensazioni di euforia, e riuscì a guidare l’auto, pur con disturbi della visione e dolori muscolari. Riportò che si sentiva come ubriaco, e che i suoni emanati da una radio erano aumentati e i colori più vividi. Si recò in ospedale, dove gli fu somministrato solamente del glucosio. Il giorno dopo era nuovamente dedito al lavoro di estrazione di veleno dai suoi serpenti. E’ stato ipotizzato che la mancanza di sintomi più seri sia stato dovuto a una protezione crociata fra il veleno del bungaro e quello degli altri serpenti con i quali aveva proceduto alla pratica di auto-immunizzazione (Haast & Winer, 1955).

Dall’osservazione di 14 casi di individui che furono accidentalmente morsi ripetutamente nel corso della loro vita da vipere nordamericane, Parrish & Pollard (1959) dedussero una mancanza di acquisizione di immunità permanente, sebbene notarono come questa mancanza potesse essere dovuta a diversi fattori, fra i quali la diversità di specie di serpenti che avevano procurato i morsi e la somministrazione di antiveleni che potrebbero contrastare l’insorgenza naturale di immunità. Un fattore ancor più incisivo potrebbe riguardare i lunghi tempi intercorsi fra una morsicatura e quella successiva, che potrebbero aver fatto svanire le proprietà immunitarie acquisite ad ogni morso. Negli animali di laboratorio l’immunità al veleno viene acquisita con incrementi di dosaggi a intervalli di tempo frequenti, e in animali quali i cani l’immunità acquisita svanisce solitamente dopo 90 giorni. Questi dati sono da tenere in conto anche quando si considerano le pratiche autoimmuni da parte degli incantatori di serpenti.

Un altro caso interessante riguarda un maneggiatore di serpenti del Myanmar, il quale sin da giovane (dal 1964) aveva ricevuto l’immunizzazione tradizionale con una miscela di veleni di serpenti a intervalli irregolari. Nel 1990 aveva ricevuto tre immunizzazioni, l’ultima 4 settimane prima di essere accidentalmente punto da un cobra reale. Aveva anche ricevuto in precedenza morsi minori accidentali da vipere e cobra, inclusi due morsi minori dal cobra reale nel medesimo anno 1990, senza sviluppare alcuni sintomo di avvelenamento neurotossico. Non ci fu bisogno di trattare il paziente con antiveleno, e l’analisi degli anticorpi IgG e IgM evidenziarono un’acquisizione degli anticorpi protettivi (Tun-Pe et al., 1995).

Si deve infine considerare che la pratica di morsi intenzionali di serpenti velenosi per scopi inebrianti non è un fenomeno isolato nel campo d’indagine che si può definire etnozoologia degli animali psicoattivi (in parallelo all’etnobotanica delle piante psicoattive). L’impiego antico o tribale-tradizionale e “psiconautico” moderno di animali o parti di animali per scopi inebrianti, è un campo d’indagine che resta in gran parte inesplorato, pur essendo probabilmente un comportamento storicamente di una certa ampiezza e universalità culturale. Uno dei motivi di questa carenza d’indagine risiede nel mancato riconoscimento da parte delle generazioni di etnografi dei secoli XIX e XX di una serie di rituali in cui è coinvolta la preparazione e assunzione di parti animali come pratiche che hanno lo scopo di indurre stati di ebbrezza. E’ sempre stato più facile e immediato riconoscere la psicoattività di una pianta che non quella di un animale.

Per restare in India, ultimamente è stata registrata la pratica di catturare gechi, staccarne la coda, seccarla, bruciarla e inalarne i fumi per conseguire effetti inebrianti. Questa pratica sembra essere particolarmente diffusa fra i detenuti delle carceri indiane (Bhad et al., 2014; Garg et al., 2014; Chahal et al., 2016; Das et al., 2020). E’ riconosciuta anche la pratica di fumare i pungiglioni degli scorpioni sempre per scopi inebrianti (Varghese et al., 2006).

 

Note

1 – Per la revisione degli argomenti di carattere medico ringrazio la dott.ssa Adriana D’Arienzo, medico anestesista.

 

Si vedano anche

 

 

 

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