Nakoviri, lo sciamano imbroglione

Nakoviri, the dishonest shaman

 

I Matsigenka sono un’etnia di lingua arawak attualmente stanziata nell’area dei fiumi Manu e Madre de Dios nella regione meridionale dell’Amazzonia peruviana. Il loro impiego dell’ayahuasca, intesa come bevanda completa dei due ingredienti vegetali – la liana di Banisteriopsis e le foglie di Psychotria – ha origini piuttosto recenti, successive alla metà del XX secolo (Shepard, 2014).
È noto un racconto mitologico dove rientra il tema dell’ayahuasca, qui intesa come sola liana di Banisteriopsis. La seguente versione è stata raccontata nel 1988 all’antropologo Glenn Shepard dall’informatore matsigenka Julio Quispe di Yomybato, un villaggio del Parco Nazionale del Manu.
Nel rito collettivo condotto dallo sciamano, i Matsigenka preferiscono prendere l’ayahuasca al buio completo, per timore che il più piccolo barlume di luce artificiale, che sia di candela, di fuoco di cucina o di torcia elettrica, possa bruciare l’anima che volteggia fuori dal corpo dei partecipanti (Shepard, 2014, p. 22).

 

Una volta c’erano due uomini, parenti lontani che si chiamavano entrambi con il soprannome affettuoso di Nakoviri, che si traduce letteralmente “il mio salabillo”, con riferimento a un pesce che assomiglia superficialmente alla trota; ma può anche essere tradotto come “il mio compagno di pesca”.

Uno dei due “compagni di pesca” era un vero sciamano, l’altro un falso sciamano. Il falso sciamano non sapeva come preparare la bevanda allucinogena della liana dell’ayahuasca. Invece di usare la liana della pianta, cuoceva le foglie dell’ayahuasca e la beveva come un tè. Le foglie non producono alcun effetto, ma egli mentiva e fingeva di avere visioni quando beveva il tè.

Il vero sciamano sapeva che il segreto per preparare la bevanda risiedeva nella liana, non nelle foglie della pianta. Ma non rivelò il segreto al suo compagno, il falso sciamano. Non gli rivelò nemmeno il fatto che stava avendo una relazione con la sposa del “suo sabadillo”.

Un giorno, il falso sciamano si recò dal suo compagno e gli disse: “Mio sabadillo! Dopo domani nella notte preparerò ayahuasca per conversare con gli spiriti del bosco. Vieni a bere con me!”.

I due giorni successivi il falso sciamano prese le sue frecce e andò nel bosco per cacciare il sajino (cinghiale selvatico amazzonico). Uccise un branco di sajino, ma non lo disse a nessuno. Invece, li nascose nel bosco vicino alla sua casa. Sua moglie chiese: “Hai ucciso qualche sajino?”. “No”, rispose, “Sono scappati. Ho bisogno di comunicare con il Grande Spirito Sajino, così sarà meno avaro con il suo gregge”.

Dato che si stava facendo sera, disse alla sua sposa: “Credo di aver sentito una pernice cantare nel bosco. Andrò a vedere”. Si recò dove aveva lasciato i sajino, li prese e li nascose in una piattaforma che stava sotto il tetto della cucina, la stanza dove avrebbero bevuto ayahuasca. Ma il suo compagno di pesca, il vero sciamano, già era vicino, fra i campi di aglio, divertendosi con la sposa del compagno, e vide il sotterfugio. Anche la sposa si stava piuttosto divertendo, e gridò senza controllarsi: “Ay!, mio piccolo compagno!”.

Il falso sciamano tornò dal bosco, fingendo che gli fosse scappata la pernice, e chiese a sua moglie: “Con chi stavi parlando?”. Essa rispose: “Con nessuno amor mio, deve essere stato il canto della pernice ciò che hai sentito”.

Quindi il vero sciamano giunse dalla direzione del campo di aglio, fingendo di essere appena arrivato. Il falso sciamano gli chiese: “Mio sabalillo! Benvenuto. Perché vieni da quella parte? Ti sei perduto?”. “No, mio sabalillo, è che ho udito una pernice cantare da quelle parti, ma mi è sfuggita”. “Che coincidenza, anch’io l’ho sentita. Bene, mio sabalillo, vieni a bere con me ayahuasca!”.

Si sedettero nella cucina e il falso sciamano servì al suo compagno e a sé stesso e bevvero il tè inutile. Dopo un po’ l’anfitrione disse: “Mio sabalillo! La mia ayahuasca è molto forte, vero? Sto per entrare in trance e salire al cielo per conversare con gli spiriti”.

Simulando di entrare in trance, il falso sciamano salì sulla piattaforma in cima alla cucina attraverso una scala e si mise a cantare: “Oh Grande Sajino! Dammi la generosità del tuo abbondante gregge!”. Gettò al suolo i sajino morti che erano nascosti, come se fossero stati inviati dagli spiriti del cielo.

“Mio sabalillo!”, disse il vero sciamano dissimulando, “sei davvero un grande sciamano”.

Il falso sciamano invitò diverse volte il suo compagno a bere ayahuasca, producendo drammaticamente ogni volta i sajino morti, come se fossero frutto della magica bontà degli spiriti. E il vero sciamano continuò a fingere di crederci e continuò la sua segreta relazione con la sposa del suo compagno nel campo d’aglio.

Un giorno, il vero sciamano preparò la vera bevanda allucinogena con la liana dell’ayahuasca. In segreto portò una pentola con la bevanda alla sposa del suo compagno, e le disse: “Quando il mio sabalillo prenderà la pentola dal fuoco per lasciarla raffreddare, scambia le pentole. Ma fai attenzione”, l’avvertì, “spegni il fuoco della cucina sino all’ultimo tizzone e non portare fuoco né tizzoni in cucina quando berremo l’ayahuasca. Questa è ayahuasca vera. È molto forte e il più piccolo barlume di luce potrebbe bruciare le nostre anime”.

Quella notte il falso sciamano iniziò il rituale come sempre. Prese grandi sorsi della bevanda senza sapere ciò che realmente fosse. “Mio sabalillo”, disse, “L’ayahuasca è molto amara. Sembra essere più forte del solito!”. Gli effetti sopraggiunsero forti e velocemente. Egli iniziò a salire la scala dove erano nascosti i sajino morti, ma si disorientò e cadde. “Mio sabalillo!”, gemette nell’oscurità, “Sono ubriaco. Mi sono cagato addosso”; l’ayahuasca gli aveva provocato una forte diarrea.

Davvero l’ayahuasca era molto forte, e portò per la prima volta in cielo l’anima del falso sciamano, nel regno degli spiriti. Tuttavia, la sua sposa non obbedì alla raccomandazione del vero sciamano, e portò un pezzo di tizzone nascosto sotto una pentola. Si era preoccupata per lo stato del suo sposo, e girò la pentola di argilla. Il tizzone incendiò le pareti della cucina e le fiamme salirono sul tetto. La sposa e il vero sciamano fuggirono dalle fiamme, ma il falso sciamano nella sua ubriacatura rimase nella cucina che bruciava. Il suo corpo si bruciò fino a ridursi in cenere, e la sua anima non poté tornare nel corpo terreno.

Il vero sciamano si lamentò per il tradimento contro il suo compagno, e si mise a intonare un canto in onore del suo amico. “Mio sabalillo, ti ho ingannato. L’ayahuasca era molto forte. Ho ucciso il tuo corpo, ma la tua anima se n’è andata in cielo, nel mondo degli spiriti. Finalmente ti sei convertito in un vero sciamano”.

Il falso sciamano si trasformò nell’uccello piha (Lipaugus voceferans), un uccello chiassoso che i Matsiguenka chiamano vuimpuyo e kovutatsirira, “il fischiatore”; da allora questo uccello è lo spirito guardiano degli sciamani matsiguenka.

Così fu (Shepard, 2003, pp. 250-251).

 

Riferimenti bibliografici

SHEPARD H. GLENN, 2003, Shamanes y la ambigüedad del bien y el mal en la mitología Matsiguenka, en: B. Huertas & A. Garcia (Eds.), Los pueblos indígenas de Madre de Dios: historia, etnografía y coyuntura, International Working Group on Indigenous Affairs (IWGIA), Lima, pp. 243-257.

SHEPARD H. GLENN, 2014, The recent adoption of ayahuasca among indigenous groups of the Peruvina Amazon, in: B. Caiuby Labate & C. Cavnar (Eds.), Ayahuasca shamanism in the Amazon and beyond, Oxford University Press, Oxford, pp. 16-39.

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