I culti dell’iboga

The iboga cults of Equatorial Africa

 

Frutti di Tabernanthe iboga

Nell’Africa equatoriale occidentale è diffusa una pianta dotata di potenti proprietà psicoattive. Si tratta dell’arbusto Tabernanthe iboga Baill., della famiglia delle Apocynaceae (si veda Piante psicoattive dell’Africa equatoriale). La scorza della radice è usata come fonte visionaria da diversi gruppi etnici del Gabon e dei paesi limitrofi nel contesto di un articolato sistema di pratiche religiose, terapeutiche e divinatorie che possono cumulativamente essere definite come i “culti dell’iboga”. I più noti e diffusi sono i culti religiosi del Buiti.1 Nella letteratura etnografica l’iboga viene generalmente e univocamente associata al Buiti, ma la complessità della relazione umana con questa pianta è così differenziata, che preferisco utilizzare il concetto più generale e plurale dei “culti dell’iboga” (Samorini, 2024a).

Quasi tutte le etnie che fanno uso dell’iboga indicano i Pigmei come gli originari detentori della conoscenza delle sue proprietà psicoattive (ma si veda I Pigmei e l’iboga); conoscenza che sarebbe stata trasmessa agli altri gruppi etnici della foresta equatoriale in un periodo indeterminato e seguendo un percorso che, a parte piccole varianti, appare il medesimo: dai Pigmei agli Apindji e ai Mitsogho del Gabon centro-meridionale, e da questi agli altri gruppi limitrofi, sino a raggiungere a nord i Fang verso gli inizi del XX secolo. I Mitsogho sono considerati coloro promossero una prima elaborazione del Buiti (si veda Il Bwete dei Mitsogho e Samorini, 2025d), che si diffuse in seguito fra le altre etnie, dove ciascuna procedette a delle rielaborazioni consone alla propria cultura, sino a giungere all’imponente rielaborazione sincretica con il Cristianesimo dei culti dei Buiti dei Fang (si veda Prospetto storico del Buiti e Samorini, 2025b).

I culti del Buiti sono culti iniziatici, cioè prevedono un rito di iniziazione attraverso cui i nuovi adepti devono passare per entrare a far parte della comunità buitista, e fanno parte della tipologia dei culti misterici, cioè gli adepti devono mantenere il segreto di ciò che accade nel corso del rito di iniziazione. Un tempo parlare ai profani del segreto iniziatico buitista costava la vita al trasgressore. Nel corso del rito iniziatico il neofita deve ingerire un’enorme quantità di scorza di radice di iboga, che lo predispone fisicamente in uno stato di incoscienza di lunga durata, durante il quale esperisce una visione, interpretata come un “viaggio nell’aldilà” dove contatta entità soprannaturali quali gli spiriti dei morti o esseri divini. Oltre al rito di iniziazione, che viene vissuto da ciascun adepto una sola volta nella vita, le comunità buitiste praticano dei riti periodici pubblici, a cui possono partecipare anche i non iniziati, e che consistono in veglie notturne durante le quali i partecipanti assumono una piccola quantità di iboga e danzano e cantano al suono di strumenti musicali tipici del culto, quali l’arpa (ngombi), l’arco sonoro (mongongo), il sonaglio (soke) e differenti tipi di strumenti a percussione.

I culti del Buiti non sincretici, quindi quelli praticati da tutte le etnie a eccezione dei Fang (e in Guinea Equatoriale da gruppi etnici limitrofi), sono a partecipazione unicamente maschile, mentre quelli sincretici sono a partecipazione mista. E’ stata questa apertura al mondo femminile, congiuntamente all’elaborazione sincretica con il Cristianesimo, ad aver caratterizzato e in un certo senso “rivoluzionato” il Buiti dei Fang.

Tutti i culti del Buiti usano una “lingua” esoterica, denominata mosowde fra i Mitsogho, mitimbo fra i Bavove, pope dai Fang buitisti, le cui parole appartengono principalmente alla lingua dei Mitsogho, a riprova della probabile origine del culto presso questa etnia.2

Sia fra i Mitsogho che fra i Fang il Buiti originario era in stretta relazione con i culti degli antenati. Questi culti, ampiamente diffusi presso i gruppi etnici dell’Africa equatoriale, erano basati sulla conservazione delle reliquie ossee di antenati quali i capi clan e i fondatori dei villaggi. Le reliquie erano disposte dentro a dei contenitori sopra ai quali erano di frequente erette delle statue. Uno dei culti degli antenati più noto e studiato è quello dei Fang: si chiama Byeri e prevede anche questo, come il Buiti, un rito di iniziazione segreto dove viene impiegata come fonte visionaria un’altra pianta psicoattiva, l’alan (Alchornea floribunda Müll.Arg., famiglia delle Euphorbiaceae; si veda Il culto degli antenati Byeri).

La popolazione dei Pahouin – come venivano denominati i Fang nel XIX secolo – fu l’ultima ad arrivare, in seguito a una lunga migrazione, nell’attuale territorio del Gabon e nelle aree limitrofe della foresta equatoriale occidentale. Quando raggiunsero il Gabon, i Fang incontrarono il Buiti tradizionale dei Mitsogho, il Cristianesimo missionario, e insieme al loro culto del Byeri svilupparono un nuovo culto in cui amalgamarono elementi mitologici, teologici, rituali e liturgici di queste tre tradizioni religiose, dando vita al Buiti Fang, altrimenti noto come Buiti Sincretico. Sebbene il culto del Byeri sia stato fortemente osteggiato durante il periodo coloniale francese, riuscì a sopravvivere nella clandestinità e, a discapito di quanti nella seconda metà del XX secolo affermarono che tale culto si era estinto, è riuscito a tramandarsi, modificandosi ed evolvendosi sino a diventare una moderna istituzione iniziatica fang (si veda Attualità del Byeri). Continua a essere impiegato l’agente visionario dell’alan e viene ancora mantenuto uno stretto riserbo nei confronti dei non iniziati (Samorini, 2002-2003; 2019).

Il principale luogo rituale delle comunità buitiste è un tempio denominato per lo più mbandja, costituito da una capanna posta generalmente in fondo a uno dei lati del villaggio e sorretta da una o più pali variamente intarsiati e dipinti e a cui sono attribuiti specifici valori simbolici.

A basse dosi l’iboga possiede proprietà soprattutto stimolanti, e viene per questo impiegata come coadiuvante degli sforzi fisici, per facilitare la veglia notturna e come afrodisiaco. Questi impieghi profani sono diffusi nei medesimi ambiti sociali in cui l’iboga, a più forti dosaggi, è impiegata per scopi religiosi, terapeutici e divinatori.

Accanto all’impiego per scopi prettamente religiosi – un impiego caratteristico ma non univoco dei culti del Buiti – presso diversi gruppi etnici si sono diffusi impieghi dell’iboga con finalità più specificatamente terapeutiche, di competenza di società iniziatiche che a prima vista parrebbero possedere notevoli similitudini con il Buiti. La principale differenza risiede nel tipo di esperienza psichica indotta dall’iboga: mentre nel Buiti vengono esperiti stati visionari, nel culto terapeutico vengono esperiti degli stati di possessione. Tale culto terapeutico porta differenti nomi a seconda del gruppo etnico: gli Eshira e i Balumbu lo denominano Mabandji, gli Mpongwè Abandji, i Mitsogho Ombudi, gli Nkomi Elombo; questi ultimi lo trasmisero ai Fang che lo hanno denominato Ombwiri.

Un’altra modalità d’impiego dell’iboga riguarda i riti magico-divinatori, i più noti dei quali sono i riti del misoko dei Mitsogho, che vengono generalmente inclusi fra i culti del Buiti; ma si tratta di un’appropriazione indebita del concetto di Buiti che fu imposta dagli nganga (“stregoni”) del misoko verso gli anni ’50 del secolo scorso (si veda Il misoko dei Mitsogho e Samorini, 2025c). Si tratta di impieghi dell’iboga che hanno un notevole interesse storico in quanto probabilmente furono i primi a diffondersi nell’Africa Equatoriale.

Sebbene il territorio corrispondente all’attuale stato del Gabon sia la regione con più estesa diffusione dell’utilizzo dell’iboga, il Buiti, l’Ombwiri e altri culti e pratiche rituali che impiegano questa pianta sono diffusi anche fra gruppi etnici del Camerun, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Congo, Repubblica Democratica del Congo e Angola. Vi sono riferimenti alla presenza del Buiti nell’ultimo decennio in Nigeria, soprattutto al confine con il Camerun (Havelka, 2023).

A differenza delle altre piante visionarie quali il cactus del San Pedro delle Ande (si veda L’uso tradizionale del San Pedro), o il cactus del peyote e i funghi del Messico (si veda L’uso dei funghi in Messico), per i quali esiste documentazione scritta antica di diversi secoli e documentazione archeologica che ne attesta un impiego umano antico di diversi millenni (Samorini, 2019), nel caso dell’iboga al momento non disponiamo di alcun dato archeologico accertato e la documentazione scritta non è più antica di circa un secolo e mezzo (Si veda I documenti antichi dell’iboga e Samorini, 2024a. Non è chiaro se ciò sia dovuto a dati esistenti non ancora individuati, o a una storia antica con l’iboga che non ha lasciato alcuna traccia, o a origini recenti della relazione umana con l’iboga.

Il presente studio è suddiviso nelle seguenti sezioni:

 

Note

1 – In francese Bouiti, in inglese Bwiti, in italiano e spagnolo Buiti.

2 – Solo recentemente è stato intrapreso un primo studio di questa “lingua liturgica” secondo i canoni della moderna disciplina della linguistica. Marie-France Mifune (2012, vol. I, pp. 406-7) ha registrato l’audio e trascritto un centinaio di parole del pope impiegato nei riti della corrente del Buiti Fang denominata Disumba Mongo Na Bata, e ha sottoposto questa documentazione all’analisi del linguista e lessicografo Paul-Achille Mavoungou dell’Università Omar Bongo di Libreville. Ne è risultata un’appartenenza di queste parole al gruppo linguistico B30 e nello specifico alla lingua tsogo (l’idioma dei Mitsogho), con tuttavia modifiche nella loro intonazione.

 

Si vedano anche:

 

ri_bib

HAVELKA ONDŘEJ, 2023, The Yoruba religion and complex interreligious relations in Nigeria, Acta Missiologica, vol. 17, pp. 43-52.

SAMORINI GIORGIO, 2002-2003, Il culto degli antenati Byeri e la pianta psicoattiva alan (Alchornea floribunda) fra i Fang dell’Africa Equatoriale Occidentale / The ancestor cult Byeri and the psychoactive plant alan (Alchornea floribunda) among the Fang of Western Equatorial Africa, Eleusis. Journal of Psychoactive Plants & Compounds, n.s., vol. 6/7, pp. 29-55.

SAMORINI GIORGIO, 2019, La plante alan et le culte des ancêtres chez les Fang du GabonAntrocom Journal of Anthropology, vol. 15(2), pp. 5-16.

SAMORINI GIORGIO, 2024a, Studies on the iboga cults. I. The ancient documents, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 20(1), pp. 93-114.

SAMORINI GIORGIO, 2024b, Studies on the iboga cults. II. Missionary and colonial mystifications, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 20, pp. 115-136.

SAMORINI GIORGIO, 2024c, Studies on the iboga cults. III. Iboga and Bwiti mythology, Antrocom, Journal of Anthropology, vol. 20(2), pp. 27-49.

SAMORINI GIORGIO, 2025a, Studies on the iboga cults. IV. The ethnobotanical complex, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 21(1), pp. 75-101.

SAMORINI GIORGIO, 2025b, Studies on the iboga cults. V. Historical aspects, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 21(1), pp. 103-128.

SAMORINI GIORGIO, 2025, Studies on the iboga cults. VI. The divinatory practices, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 21(2), pp. 53-74.

SAMORINI GIORGIO, 2025, Studies on the iboga cults. VII. The traditional Bwiti, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 21(2), pp. 75-97.

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