Le persecuzioni del Buiti

The Bwiti persecutions

 

 

Per una presentazione generale del culto religioso del Buiti dell’Africa equatoriale occidentale, in cui viene usata come fonte visionaria la pianta dell’iboga, si veda I culti dell’iboga.

Sebbene fosse già manifesta un’intolleranza missionaria nei confronti dei Buiti tradizionali, questa intolleranza sfociò negli anni ’30-50 in vere e proprie persecuzioni quando il Buiti si diffuse fra i Fang, che ne elaborarono una forma fortemente sincretica con la religione degli Occidentali (si veda Prospetto storico del Buiti). Questa inclusione dei simboli e dei valori cristiani in un culto “pagano” fu percepita dai missionari come una sfida e soprattutto come un pericolo di gran lunga più inaccettabile di quello dei culti tradizionali. Non a caso le vittime privilegiate delle persecuzioni furono i buitisti fang. Anche nella Guinea Equatoriale le persecuzioni si scagliarono contro i buitisti fang e quelli delle altre etnie che avevano adottato il Buiti sincretico.

L’atto di inizio delle persecuzioni fu un resoconto scritto dal governatore del Gabon Vuillaume datato al 1930.1 Delle 30 pagine del manoscritto, che aveva come tema i costumi dei Pahouin (Fang), cinque pagine sono dedicate al Buiti. Vuillaume si scagliò contro questo culto, ritenendolo “una manifestazione religiosa pericolosa”: “le pratiche del buiti sono dannose alle razze che l’adottano, provocano disturbi mentali che annientano tutta la volontà e la razza si abbruttisce” (rip. in Fernandez, 1982, p. 349).

Da un lato i missionari consideravano il Buiti sincretico un’eresia che si diffondeva in maniera incontrollata presso la popolazione che intendevano convertire al puro Cristianesimo; dall’altro lato l’amministrazione coloniale vedeva nel Buiti della principale popolazione nativa su cui si basava la costruzione del potere coloniale come un pericolo di natura politica, ravvisandovi – e non a torto – un potenziale di ribellione sociale attraverso i valori di identificazione e di orgoglio etnico professati da questo culto religioso. La comunanza di interessi missionari e governativi creò la base delle persecuzioni contro il Buiti.

Il costrutto accusatorio elaborato nei confronti del Buiti non poteva non rifarsi all’antropofagia dei Fang, una diceria che da tempo si era consolidata fra i coloni e la popolazione nativa gabonese. La credenza che l’iniziazione al Buiti richiedesse un sacrificio umano fu così tenacemente inculcata dai missionari che ancora oggi i medesimi buitisti fang la ritengono vera (si veda Falsi sacrifici umani e Samorini, 2024b). “Il Buiti è il padre del mongongo, del furto e dell’omicidio”, scriveva nel 1926 il missionario spiritano Joseph Coignard, ed è interessante notare in quest’accusa l’inclusione di uno degli strumenti musicali d’eccellenza del Buiti, il mongongo. Anche la musica del Buiti veniva demonizzata.

In diversi casi i missionari impiegavano l’astuta tecnica di spingere i Buitisti verso il conflitto con l’amministrazione coloniale (Fernandez, 1982, p. 354). In diversi altri furono i medesimi missionari a organizzare materialmente le persecuzioni, con l’aiuto di nativi convertiti e della gendarmeria coloniale. Gli attacchi venivano eseguiti soprattutto durante le veglie notturne buitiste, e al grido di guerra lanciato dai preti “tigan éboga!” (“sradicate l’iboga!”), il gruppo di attaccanti si lanciava contro i partecipanti. Chi poteva fuggiva, gli altri venivano catturati, legati con delle corde al collo, trascinati in caserma e frustati a sangue. Chi reagiva veniva ucciso, impiccato o fucilato. Sovente per umiliare i buitisti i militari francesi violentavano le loro donne davanti ai loro occhi (Świderski, 1990, vol. 1, pp. 299-300).

I Buitisti Fang si tramandano i nomi di diversi martiri, almeno una dozzina fra quelli uccisi in Gabon e quelli uccisi nella Guinea Equatoriale. Solo alcuni di questi eventi drammatici sono testimoniati da documenti ufficiali – resoconti di polizia, atti processuali, ecc. – e per alcuni altri casi, pur essendo accaduti realmente, non è possibile distinguere l’evento reale dai particolari aggiunti al racconto tramandato, che ha subito un inevitabile processo di mitizzazione.

Uno dei casi più documentati riguarda quello del prete cattolico Jérôme Mba. Nel maggio del 1934 egli organizzò una sistematica operazione di distruzione dei templi buitisti lungo il tragitto che portava da Libreville a Medouneu. Con una scorta armata entrava nei templi, distruggeva le arpe e altri parafernali del culto e provocava gli iniziati a rivoltarglisi contro. Nel villaggio di Abogotom il capo buitista Nguema Bibang si oppose fisicamente all’entrata del prete nello mbandja (tempio) e venne ucciso con un colpo di fucile. Il tempio fu parzialmente distrutto. Tutto il villaggio si rivoltò contro il prete e i suoi uomini, che dovettero frettolosamente rifugiarsi nel vicino distretto militare da cui furono scortati con un nutrito gruppo di militari sino a Libreville. Il caso ebbe un seguito giudiziario che si risolse a favore dei buitisti, riconoscendo il diritto di difesa del loro tempio e il permesso di ricostruirlo. Quanto accaduto fu confermato negli anni ’70 dall’allora capo del tempio buitista di Abogotom, che era il nipote di Nguema Bibang.2 Riguardo al prete Jérôme Mba, è citato in alcuni scritti missionari di quel periodo. D’origine Fang, con il nome completo di Jérôme Marie Mba Bekalé, nel 1923 divenne il settimo prete gabonese d’origine indigena (Assoumou Nsi, 2011, pp. 190, 194-5). In seguito al processo giudiziario per la morte di Nguema Bibang fu condannato a titolo di riparazione civile a un’ammenda monetaria, che venne versata dal suo superiore, e fu inviato in un’altra missione dal vicario apostolico del Gabon (Assoumou Nsi, 2011, p. 214). Egli continuò tuttavia la lotta contro il Buiti, poiché in una lettera indirizzata al vicario apostolico Tardy datata al 15 maggio 1943 si lamentava del fatto che fu assalito da un gruppo di persone del villaggio di Aboctom insieme a un uomo di nome Edzo Biban. Questi era sia il capo civile del villaggio che un capo buitista. L’anno precedente il medesimo prete lo aveva fatto destituire dalla carica di capo del cantone e aveva messo sottosopra il suo tempio buitista, e questo sarebbe stato il motivo per cui era stato assalito durante il suo ulteriore passaggio per quel villaggio.3

Świderski ebbe occasione di incontrare Jérôme Mba poco prima che questi morisse nel 1970, e il prete espresse il suo profondo rammarico per la campagna anti-buitista che condusse negli anni ’30-’40, spiegando che “aveva reagito in base alla sua educazione ricevuta al seminario, senza ben conoscere i valori culturali e religiosi dei suoi confratelli, i Fang” (Świderski, 1990, vol. 1, p. 301). A tal proposito è interessante conoscere un evento della vita di questo prete per come fu riportato da una suora che lo aveva conosciuto personalmente, Marie Germaine Godar: all’età di soli quattro anni egli fu colto in flagrante in un furto insieme ad altri Fang che gli stavano insegnando come rubare. Il giudice si rifiutò di condannare il bambino e lo diede in consegna al prelato cattolico, che lo allevò e istruì fino a farlo diventare prete (Godar, 1931, p. 83).

Si ha notizia che nel 1945 un altro missionario si prodigò nella distruzione di alcuni templi buitisti nei villaggi di Aderayoi e di Nkein, e che si rammaricava del fatto che quando se ne andò via i buitisti costruirono “un nuovo tempio ancora più bello” (Weinstein, 1966, p. 64, rip. in Fernandez, 1982, p. 642, nota 28).

Un altro celebre martire buitista è Nkogho Mba Ndzambiavanga (Ndzambiavanga era il suo kombo, cioè il suo nome d’iniziazione), celebre soprattutto per il modo brutale con cui fu ucciso, con un chiodo piantato nel cranio. Era un falegname che lavorava a N’toum in un cantiere di un francese di nome Zophine. Questi odiava i buitisti e quando venne a sapere che Nkogho Mba era uno di questi, insieme ad altri due Bianchi lo catturò mentre era di ritorno da una ngozé tenutasi nel villaggio di Alarmitang e lo rinchiuse nel magazzino degli strumenti della falegnameria. Il suo corpo fu trovato nel fiume alcuni giorni dopo dentro a un barile, con un chiodo piantato nella testa. L’assassino, Zophine, non subì alcuna condanna giuridica e fu semplicemente rimpatriato in Francia (Świderski, 1990, vol. 1, p. 301).

Ancor più accanite furono le persecuzioni nella Guinea Equatoriale, dove il regime coloniale spagnolo si identificava di fatto con un potere religioso cristiano di stampo inquisitoriale. I buitisti venivano continuamente accusati di sacrificare e cibarsi di esseri umani, un cliché interpretativo che si mantenne più a lungo che in Gabon:

“Per entrare nell’Embueti [Buiti] si deve sacrificare un essere umano, generalmente un figlio. La morte viene data molto lentamente mediante una bevanda che lo consuma poco a poco, e sono così abili in questo e calcolano così bene la dose, che sanno il mese sino al giorno in cui deve morire, che generalmente è fra i tre e i sei mesi. Una volta morto, siccome questa carne è necessaria per mangiarla insieme al tremendo narcotico chiamato EBOGA, prima di entrare nelle funzioni della loro setta, con lo scopo che non si corrompa, la sottomettono per alcune settimane al fumo per seccarla” (Un Continental, 1938a).

Un numero della rivista missionaria La Guinea Española datato al 1938 con un articolo diffamatorio e criminalizzante l’Embueti (Buiti)

Comune era la calunnia che durante l’iniziazione al Buiti l’iboga veniva mangiata insieme alla carne umana, attribuendo quindi a questa un valore di sacramento sacrilego (Un Continental, 1938b). I casi di persone scomparse o di morti misteriose, incluse quelle dei neonati e bambini, e dove l’aggettivazione “misteriose” veniva associata anche alle morti causate dalle innumerevoli malattie tropicali, erano immancabilmente attribuite al Mbweti (Fang, 1938). I missionari inculcavano questa interpretazione nell’impaurita popolazione, al punto da convincerla di questa infamia gettata sui buitisti.

Anche nella Guinea Equatoriale a dare impulso alle persecuzioni fu un informe (rapporto) governativo datato al 1939 dove, sebbene non fossero stati riconosciuti casi di sacrifici umani, si mostrava preoccupazione per il potere di plagio e di suggestione che lo “stregone” aveva sugli iniziati. Per far fronte al dilagare del Buiti il sub-governatore chiese e ottenne misure straordinarie, fra cui l’invio dei buitisti ai lavori forzati, e nei casi più gravi l’impiccagione, in modo da “dare all’anima dell’indigeno la tranquillità e la convinzione che il potere degli stregoni è limitato dal bianco”.

Nella Guinea Spagnola la repressione era iniziata ancor prima. Si ha notizia per il 1927 dell’arresto di uno dei capi buitisti, di nome Alfonso Mba. Nel suo nascondiglio furono trovati “ossa, teschi, mani, ecc.” e il colpevole passò due mesi a Calatrava (il nome del carcere) subendo torture per fargli confessare i nomi di altri buitisti, sino al punto da farlo morire: “Può essere che abbia detto qualcosa, forse avrà rivelato qualcosa di insignificante, ma il grosso se ne è andato con lui, lasciando a noi che gli rompiamo le teste il compito di verificare il più recondito della setta” (Fernández, 1927).

I redattori dei giornali missionari/governativi chiedevano soluzioni drastiche per risolvere le attività criminali dei Buitisti: “Vogliamo agire con il Mweti [Buiti]? Facciamo che il Signor Amministratore di Oyem li imbarchi tutti all’ergastolo ai lavori di Fernando Poo, e vedremo come sparirà per magia una setta così maledetta” (Fang, 1938). Uno dei principali motivi per cui un individuo decideva di entrare nel Buiti era ritenuto essere quello di volersi arricchire (Bourelly, 1928), e con il diffondersi del Buiti fra le classi sociali più acculturate, ad esempio fra gli impiegati negli uffici commerciali e governativi, iniziò a diffondersi il sospetto che la fortuna di un individuo fosse causata dalla sua segreta appartenenza alla “setta maledetta”: “Un mezzo per terminare con tutto questo sarebbe esiliare i capi [buitisti] a Fernando Poo, dato che lì c’è tanto bisogno di braccia. Un altro modo sarebbe togliere il lavoro a tutti quelli che hanno cariche negli uffici dello Stato, poiché molti di questi credono che hanno il loro lavoro per merito dell’Embueti” (Un Continental, 1938b).

La tenacia dei buitisti li portava spesso a essere recidivi nell’essere colti in flagrante nello svolgere i loro riti nella profondità della foresta. Un giornalista, nel riportare che una ventina di “delinquenti bevitori di iboga” dell’area del Río Benito erano stati nuovamente arrestati a distanza di un mese, si rallegrava per l’operato della polizia concludendo il suo articolo con il detto spagnolo “de los escarmentados salen los avisados” (“dai castigati escono gli avvisati”) (articolo del giornalista B. Bérnikon in data 26-1-1944 in La Guinea Española, Anno 41, N. 1167, 10 Febbraio 1944, p. 45).

Nel 1946 v’era chi argutamente scriveva:

“Credo che davanti al Mbueti ci siano solo due soluzioni: accelerare il processo di disgregazione, introducendo elementi perturbatori e fomentando le dimensioni interne, o utilizzare la setta per certi scopi di politica coloniale, controllando effettivamente la direzione e orientandola verso obiettivi predeterminati” (Scritto da un redattore della rivista Cuadernos de Estudios Africanos firmatosi come L.T.I., nella presentazione del testo di González de Pablo, 1946, p. 73.).

Tre anni dopo un altro autore – probabilmente un funzionario governativo coloniale spagnolo o un missionario – proponeva un’argomentazione simile:

“Due soluzioni si possono presentare [sul Mbueti]: distruggerla o approfittarla. Per il primo non è mai raccomandabile un’azione di durezza repressiva, che nemmeno va al modo caratteristico della nostra ben affermata dottrina colonizzatrice, esempio insolito di pietà e calore missionario, mentre sarà da applicare altra politica; politica che, partendo da una profonda conoscenza dell’organizzazione, eliminasse gli autentici dirigenti, e disconnetti più tardi i nuclei locali, le cellule che, come rami sottili, si estendono per tutta la popolazione. Per quanto riguarda il secondo caso (approfittarsene), potrebbe essere di magnifici risultati lo sviluppo della nostra ulteriore politica africana nel Golfo di Guinea” (Pinillos de Cruells, 1949, p. 52).

Un recente studio basato sulla consultazione degli atti processuali conservati presso l’Archivo General de la Administración di Fernando Poo (l’attuale Bioko), ha accertato l’esistenza del Buiti anche in quest’isola appartenente alle colonie spagnole del Golfo di Guinea. Portato dai lavoratori provenienti dall’area continentale – Guinea Equatoriale e Gabon – il Buiti sembra essersi diffuso anche presso i nativi Bubi. Nell’archivio di stato sono presenti diversi atti di processi contro i Buitisti. Il primo è datato al 1940 e intitolato “dedicación de medicinas Bueti”, e l’ultimo è datato al 1951. Diverse sentenze condannavano gli accusati al carcere per diversi mesi, spesso per un anno intero. L’episodio più tragico si presentò nel 1948, con l’impiccagione di 7 bandzi (iniziati) (Sánchez Azañedo, 2016). Fra i martiri buitisti della Guinea Equatoriale viene spesso citato un officiante fang di nome Essindong, che fu crocefisso sull’asta di una bandiera (Swiderski, 1990a, vol. 1, p. 300).

Interessante una sentenza del 1947, dove un nativo di nome Bernardo Ripen fu condannato a un anno di carcere “per aver trovato nelle sue mani un libro e oggetti medicineros e dedicarsi a praticare e spiegare la medicina del paese”. Anche in un’altra sentenza del medesimo anno viene fatto riferimento a un “libro della medicina del Boti [Buiti]” posseduto da una donna buitista. L’esistenza di “libri” – più probabilmente quaderni manoscritti – dove venivano e tuttora vengono riportate le conoscenze e le complesse pratiche rituali buitiste, con lo scopo principale di memorizzarle e tramandarle, è poco studiata dagli studiosi del Buiti. Della loro esistenza ebbi personalmente conferma quando negli anni ’90 gli officianti (kombo) della corrente fang Ndea Kanga mi mostrarono un grosso quaderno riempito di testo e di disegni, che usavano come strumento mnemonico nel corso della loro formazione per diventare kombo.

E’ un fatto noto che nel corso delle iniziazioni buitiste qualche neofito moriva; si tratta di un evento raro che si presenta anche oggigiorno. Questi eventi erano destinati a diventare “la punta di diamante” nel costrutto accusatorio nei confronti del Buiti.

Nel 1928 ad Akoré, un villaggio nei dintorni di Lambaréné, tre giovani Fang si fecero iniziare al Buiti. Uno o due4 di questi morirono nei giorni successivi. In precedenza i tre giovani erano stati convertiti alla religione cristiana, diventando catecumeni, ma non avendo mantenuto la promessa di entrare nella scuola biblica erano stati radiati dalla Missione. Il ritorno al “paganesimo” e il loro decesso fu fatto passare dai missionari come un eccellente esempio della punizione divina: “Dio ha fatto comprendere in una maniera tragica ad alcuni giovani che volevano essere iniziati al mistero del bwiti che non si deride impunemente di Lui” (Fillit, 1928). Incoraggiato dal missionario Bourelly, che aveva tenuto messa nel villaggio nel medesimo giorno dell’iniziazione buitista, il capo del cantone arrestò alcuni officianti del culto. Al processo che ne seguì, con l’accusa rafforzata da una lettera del medesimo missionario che chiedeva di infliggere una punizione severa, il principale colpevole fu condannato all’ergastolo, gli altri a diversi anni di carcere (Bourelly, 1928; Fillit, 1928).

Bourelly aggiunse la curiosa notizia che affinché il neofita che ha mangiato la grande quantità di iboga nel corso dell’iniziazione possa “resuscitare” dallo stato visionario, gli si deve fare assumere un’altra radice. Questa seconda pianta non sarebbe stata conosciuta da tutti gli “stregoni”, e per questo lasciavano morire le persone che si facevano sottoporre al rito iniziatico. Si tratta di una diceria probabilmente inventata dal missionario o a questi riferitagli da qualche nativo non buitista.

Vi sono riferimenti a un martire del Buiti che riguarderebbe uno dei primi preti di colore del Gabon, che sarebbe stato assassinato dai missionari. Questi si sarebbe in seguito presentato in visione al profeta riformatore buitista Ndong Obame Eya (Mary, 1993, p. 633).

Léon M’ba (1902-1967), primo presidente della Repubblica del Gabon (foto da wikipedia)

Nel 1951 si presentò un decesso nel corso di un’iniziazione buitista di cui è interessante osservare gli accadimenti giuridici che ne conseguirono, sia perché evidenziano come non sempre l’accusa rivolta al rito iniziatico come causa del decesso fosse valida, sia perché vide coinvolto come teste un personaggio d’importanza “mitica” nella cultura buitista, Léon M’ba, destinato un decennio dopo a diventare il primo Presidente del Gabon decolonizzato.

Il decesso riguardò una ragazzina di 13 anni e avvenne nel distretto di Mitzik. I capi buitisti che avevano svolto il rito iniziatico furono accusati dal prete cattolico di Mitzik di avere rapito la ragazza e di averla intenzionalmente sacrificata nel corso del rito iniziatico mediante avvelenamento. Si ripresenta in questo caso il cliché accusatorio di stampo missionario della presenza di sacrifici umani nel Buiti. L’autopsia tuttavia escluse la presenza di veleno nel corpo della ragazza, mentre fu osservato un allargamento del fegato tipico della malaria cronica. In un primo processo giudiziario gli accusati furono sbrigativamente condannati a 30 mesi di carcere e 7 anni di lavori forzati. Ma gli accusati fecero appello e si svolse un nuovo giudizio a Libreville, dove fu chiamato come teste Léon M’ba, che a quei tempi copriva la carica di Consigliere Territoriale, mentre dalla parte dell’accusa fu chiamato il prete di Mitzik. Nel corso del processo avvenne un confronto fra il prete e Léon M’ba. Il primo riferì che era noto che nel Buiti era necessario un sacrifico umano; M’ba rispose che non era mai venuto a conoscenza di simili crimini nel corso della sua approfondita esperienza territoriale e che si trattava di dicerie frutto dell’ignoranza; il prete accusò Léon M’ba di essere un buitista, e questi si difese energicamente. Il processo terminò con la completa assoluzione degli imputati, ritenendo che la ragazza fosse deceduta a causa di complicazioni della sua malaria cronica (Fernandez, 1982, p. 352).

Nei decenni che seguirono l’ondata di persecuzioni degli anni ’30-’50 il Buiti Fang ha continuato a diffondersi e, soprattutto, a evolversi in forme sempre più sincretiche, sino allo sviluppo delle moderne sette di stampo mariano. Lo scontro con i missionari è diventato uno scontro con la Chiesa Gabonese, tenuto soprattutto sul piano ideologico, ma anche sul piano delle conquiste territoriali. Continuarono a presentarsi attacchi al Buiti da parte dell’amministrazione governativa, sempre quando sobillata dal potente prelato cattolico. Nel 1969 un consigliere della regione dell’Estuaire, Ignace Bekalé, fervente cattolico e successivamente convertito all’Islam, promosse una nuova e anacronistica campagna contro il Buiti e l’Ombwiri. In un solo giorno, accompagnato da numerosi gendarmi, dal Prefetto dell’Estuaire e dal deputato Obiang Ndong, percorse con numerosi camion il tragitto Libreville-N’toum, sequestrando con la forza le arpe che si trovavano nei templi buitisti che incontrava. Riunite le arpe nello stadio di calcio di Libreville, in parte furono bruciate e in parte consegnate alla Missione Saint Marie della capitale. L’evento fece molto scalpore nell’opinione pubblica e fu controproducente dal punto di vista dell’immagine dell’amministrazione. Si deve considerare che già a quei tempi il Buiti era ampiamente diffuso fra il personale amministrativo, politico e militare del paese. Le arpe che si erano salvate dal fuoco furono riconsegnate ma molti buitisti, colpiti nel loro orgoglio, si rifiutarono si riprenderle poiché considerate profanate e ne costruirono delle nuove. In conseguenza di questo atto provocatorio il Ministro dell’Interno emanò un decreto con lo scopo di regolarizzare le pratiche buitiste; un gesto che implicitamente intendeva riconoscere questo culto. Ma il decreto destò ancora più scalpore e opposizione poiché prevedeva che i buitisti richiedessero un’autorizzazione scritta per ogni loro rito. Inoltre, la burocrazia indotta dal decreto era ingestibile da parte della medesima amministrazione governativa, e di fatto avvenne da parte di tutti un disinteressamento del decreto ministeriale (Świderski, 1990, vol. 1, p. 306).

Buitisti che celebrano un rito commemorativo attorno alla tomba di un martire buitista (da Świderski, 1990, vol. 1, p. 305, fig. 78)

I Buitisti di oggigiorno ricordano con diverse manifestazioni i loro martiri, che vengono spesso citati durante i sermoni. Nel maggio del 1982 un gruppo di Buitisti organizzò un pellegrinaggio da Libreville al villaggio di Abogotom per effettuare una veglia di ricordo attorno alla tomba di Nguema Bibang (Świderski, 1990, vol. 1, pp. 302-4). A Medouneu un tempio della corrente Fang Disumba porta una scritta con la citazione di Nguema Bibang. La corrente “Assumgha Eñin” (“Inizio della Vita”) ogni anno svolge a Kougouleu un rito denominato “Sangue dei Martiri” per ricordare tutti gli iniziati che nel passato hanno sofferto la repressione missionaria e governativa (Fernandez, 1982, p. 353).

 

Note

1 – Questo manoscritto è conservato presso gli Archivi della Presidenza del Governo di Libreville. Sia il nome del governatore che il titolo del manoscritto appaiono contraddittori presso gli studiosi moderni. Per quanto riguarda il titolo, Fernandez (1982: 640, nota 11) riporta “La coutume pahouine dans l’estuaire du Como”, ma nell’originale è scritto “Congo” invece di “Como”. Per quanto riguarda il nome del Governatore, nella bibliografia Fernandez (ibid., p. 673) riporta “G. Vuillaume”, mentre a p. 348 scrive di un “M. Vuillaume”. Inoltre, nella lista della pagina Wikipedia francese dei governatori del Gabon (alla voce “Liste des administrateurs coloniaux au Gabon”), risulta che nel 1930 era amministratore Marie Joseph Jules Pierre Bernard, e appare un Paul Vuillaume come governatore del Gabon negli anni 1943-1944. Sempre secondo Wikipedia francese, alla voce “Paul Vuillaume”, questi negli anni ’30 ricoprì in Gabon la carica di amministratore diplomato aggiunto e successivamente di capo di provincia. In seguito ricoprì cariche amministrative in India e nel 1943 fu eletto Governatore del Gabon. Bernault (2019, p. 119) ha riportato il nome di Pierre e non di Paul del governatore Vuillaume.

2 – Da documenti degli Archivi del Distretto di Medouneu datati al primo trimestre del 1934. Cfr. Fernandez, 1982, pp. 353-4 e 642 nota 27.

3 – Da documenti dell’epoca conservati presso gli Archives d’Outre Mer; cfr. Assoumou, 2011, p. 214. Assoumou riporta nel medesimo passo la storia dell’uccisione di Nguema Bibang, ma con un’interpretazione dei fatti tendenziosa, in quanto il suo scritto – una tesi universitaria – è volta a glorificare l’operato dei preti gabonesi. Infatti riporta che il colpo di fucile che uccise Nguema Bibang in realtà era stato sparato dai buitisti “per provocare certamente l’abate” (id.). Ma i documenti relativi agli atti processuali esaminati da Fernandez (1982, p. 642 nota 27) testimoniano che il colpo di fucile fu sparato da uno degli uomini che accompagnavano il prete, che erano gli unici dotati di armi da fuoco in quel tragico evento.

4 – I dati riportati da due missionari differiscono fra di loro. Secondo Fillit (1928) morirono due, secondo Bourelly (1928), che era presente nel villaggio in quel momento, ne morì uno.

 

Si vedano anche:

 

 

ASSOUMOU NSI MICHEL, 2011, L’Église catholique au Gabon. De l’entreprise missionnaire à la mise en place d’une Église locale, 1844-1982, Thèse Sciences Sociales et Humanites, Université de Pau et des Pays de l’Adour, Pau.

BERNAULT FLORENCE, 2019, Colonial transactions. Imaginaries, bodies, and histories in Gabon, Duke University Press, Durham and London.

BOURELLY J., 1928, En cours de route, Journal des Missions Evangeliques, vol. 103, pp. 622-629.

FANG, 1938, ¿Que hay sobre el Mbweti?, La Guinea Española, Año 35, N. 1042, pp. 279-280.

FERNÁNDEZ L., 1927, La magía entre los indígenas de nuestro Continente. V, Guinea Española, 24, N. 644, pp. 10-11.

FERNNADEZ W. JAMES, 1982, Bwiti. An ethnography of the religious imagination in Africa, Princeton University Press, Princeton.

FILLIT M., 1928, Rapport general de la Mission du Gabon, Journal des Missions Evangeliques, vol. 103, pp. 225-233.

GODAR MARIE GERMAINE, 1931, Le Christ au Gabon, Museum Lessianum, Louvain.

GONZÁLEZ DE PABLO AQUILINO, 1946, El Mbueti y sus doctrinas, Cuadernos de Estudios Africanos, vol. 2, pp. 69-92.

MARY ANDRÉ, 1993, Le travail symbolique des prophètes d’Eboga: logiques syncrétiques et entre-deux culturel, Cahiers d’Études Africaines, vol. 33, pp. 613-643.

PINILLOS DE CRUELLS MANUEL, 1949, La secta del “Mhueti”, Africa, N. 86, pp. 51-3.

SAMORINI GIORGIO, 2024b, Studies on the iboga cults. II. Missionary and Colonial mystifications, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 20(1), pp. 115-136.

SÁNCHEZ AZAÑEDO JESÚS, 2016, La represión del Bwiti en la Guinea Española: el caso de Fernando Poo (1939-1962), Éndoxa, vol. 37, pp. 363-383.

ŚWIDERSKI STANISȽAW, 1990, La religion Bouiti. Vol. I. Histoire, 2 vols., Legas, Ottawa.

UN CONTINENTAL, 1938a, Nuevo triunfo del Embueti, La Guinea Española, Año 35, N. 1028, pp. 175-176.

UN CONTINENTAL, 1938b, Nuevo triunfo del Embueti, La Guinea Española, Año 35, N. 1029, pp. 182-183.

 

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