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Miti del natem
Myths on natem
Presso gli Shuar dell’Ecuador e del Peru l’ayahuasca (si veda L’ayahuasca in Amazzonia) viene denominata natem (si veda Gli Shuar, cacciatori di visioni). Essi si tramandano un racconto mitologico che spiega i motivi per cui oggigiorno è difficile ottenere una buona visione (un arutam) quando si beve il natem, a differenza dei tempi ancestrali, quando era tutto più facile. Presento due versioni di questo mito, raccolte entrambe dal missionario italiano Siro Pellizzaro. Arútam viene qui presentato non solo come la visione indotta dal natém ma anche come personificazione di un essere sovrannaturale che presiede alle visioni.
Quando si udiva il tuntuí o il titiptímiamu [strumenti musicali a percussione], gli uomini del villaggio si avvicinavano all’ayamtai [capanna] per bere il natém. Tsénkush, nonostante fosse un giovane molto malvagio, si avvicinò all’ayamtai per bere anch’egli il natém. Si avvicinò mezzo folle, senza guardare dove metteva i piedi e inciampò nella pentola del natém che l’anziano aveva appena tirato fuori dal fuoco. Il natém ardente gli bruciò due dita dei piedi. Gridando per il dolore, solo riusciva a dire: “Tse tse tse!”, e nell’accovacciarsi per prendersi i piedi si bruciò anche le dita della mano trasformandosi nella scimmietta tséem, che da allora ha macchie rosse nelle dita, come segno delle sue bruciature. Allora Arútam maledisse gli uomini dicendo: “Dato che ha versato il natém al suolo, solo gli uomini più valorosi, che digiunino a lungo e prendano la bevanda in quantità potranno incontrare Arútam. Coloro che non bevono rimarranno deboli e molti di coloro che la berranno avranno false visioni per non aver bevuto a sufficienza. Saranno ingannati e verranno umiliati”. Per questo gli anziani raccomandano ai giovani di non versare nemmeno una goccia di natém e di rispettare severi digiuni (Pellizzaro, 1990, p. 208).
Di seguito la seconda versione:
Forse anticamente erano soliti bere natém senza suonare il grande tamburo tuntuí? Accadde che nell’ascoltare il tamburo un giovane un po’ maldestro pensò: “stanno bevendo natém, andrò a vederli”. Si avvicinò dove i vecchi bevevano il natém. Osservò da lontano e disse: “così sarà”, e corse come folle in mezzo alla riunione e inciampò sulla pentola di natém e la ruppe.
Allora l’anziano che serviva il natém disse: “Io avevo stabilito che tutti gli uomini incontrassero facilmente un arútam. Ma ora incontreranno arútam bevendo natém solo gli uomini più valorosi”. Il medesimo anziano che aveva preparato il natém per darlo da bere ai suoi figli aggiunse: “coloro che non berranno natém saranno deboli e non avranno visioni”. Per via di questa maledizione ora vi sono fra di noi quelli che incontrano arútam rapidamente e molto chiaramente, e quelli che non lo incontrano nemmeno dopo aver cercato a lungo. Come disse il medesimo anziano: “molti saranno oggetto di burla per credere di aver visto ciò che non hanno visto”.
Per questo i vecchi ci incoraggiano nel non fare come quell’antico giovane, affinché non diveniamo oggetto di burla. Nessuno deve versare il natém come lui. Se lo versiamo saremo maledetti come lui e non incontreremo l’arútam. Così ci parlano i grandi (Pellizzaro, 1978, 5, pp. 32-36).
Questo mito, oltre a trattare il tema della necessità di rispettare i precetti associati all’assunzione del natem, quali il prolungato digiuno e l’attenzione a non versare mai a terra nemmeno una goccia della bevanda visionaria, pone l’accento sulla difficoltà interpretativa delle visioni e sulla possibilità di ricadere in errori che non fanno distinguere le visioni dalle mere allucinazioni.
Il seguente racconto è un vero e proprio mito d’origine del natem raccolto dall’antropologo ecuadoriano Plutarco Naranjo; si sviluppa sul tema dell’origine di una pianta visionaria recante saggezza, in cui si trasforma alla fine della sua vita un eroe culturale o altra saggia figura umana o semi-divina, come mezzo lasciato agli uomini per comunicare con l’altro mondo.
Molto, molto tempo fa esisteva un uomo saggio. Aveva molta esperienza e sapeva tutto. Poteva vedere il passato e vaticinava quanto sarebbe avvenuto. Egli consigliava ciò che doveva fare la tribù, quando e come dovevano cacciare e quali erano gli animali buoni e quali erano gli iwanchi [spiriti malevoli]. Similmente egli dava consigli all’uwishin [sciamano] su come doveva curare, come doveva proteggere la salute dei membri del suo gruppo.
Questo vecchio saggio si chiamava Natem. Ma Natem non poteva restare eternamente con gli uomini, inoltre i membri della tribù dovevano essi medesimi convertirsi in uomini maturi, sperimentati e saggi. Per aiutarli lasciò il suo spirito incarnato in una pianta misteriosa. Gli uomini dovevano cercare questa pianta e nel bere la sua acqua avrebbero bevuto lo spirito di Natem; nel sentire la sua mente illuminata, nel vedere il passato e il futuro, si sarebbero accorti di aver bevuto lo spirito di Natem. E’ questo il motivo per cui la pianta natem è di genere maschile, e per il fatto che cresce nascosta nella foresta, la si deve scoprire (Naranjo, 1983, p. 113).
Riferimenti bibliografici
NARANJO PLUTARCO, 1983, Ayahuasca: Etnomedicina y Mitología, Libri Mundi, Quito.
PELLIZZARO SIRO, 1978, Mitología Shuar, 12 voll., Abya-Yala, Quito.
PELLIZZARO SIRO, 1990, Arutam. Mitología Shuar, Abya-Yala, Quito.
Si vedano anche: