Etnobotanica del Boophone disticha

Ethnobotany of Boophone disticha

 

Boophone disticha è una pianta africana dotata di potenti proprietà psicoattive, impiegata da diverse etnie dell’Africa meridionale come fonte visionaria, principalmente nel corso di riti iniziatici e divinatori (si veda Leshoma, la pianta visionaria dell’Africa del Sud). Di seguito espongo alcuni dati etnobotanici relativi a questa pianta.

 

Botanica e nomenclatura

Il genere Boophone Herb. appartiene alla famiglia delle Amaryllidaceae ed è costituito da sole due specie, Boophone disticha (L.f.) Herb. e Boophone haemanthoides F.M. Leighton. B. disticha è distribuita su un ampio territorio del continente africano, che va dal Sudan alla punta meridionale del Sud Africa, mentre B. haemanthoides, oltre a essere una specie più rara, ha un areale più ristretto, distribuito fra Sud Africa e Namibia (Van Jaarsveld, 2020).

B. disticha è stata soggetta a una complessa e non sempre appropriata nomenclatura tassonomica. Il Plant List riconosce una quindicina di sinonimi, di cui offro di seguito un elenco parziale: Amaryllis disticha L.; A. toxicaria (L.f. ex Aiton) D. Dietr.; Boophone intermedia M. Roem; B. longipedicellata Pax; B. toxicaria (L.f. ex Aiton) Herb.; Brunsvigia disticha (L.f.) Sweet; B. rautanenii Baker; B. toxicaria (L.f. Ex Aiton) Ker Gawl.; Haemanthus ciliaris L.; H. distichus (L.f.) L.f. ex Savage; H. lemairei De Wild.; H. robustus Pax.

Il nome del genere ha subito alcune variazioni – Buphane, Buphone, Boophane – e nonostante le raccomandazioni di Huttleston (1960) di considerare come termine appropriato quello di Boophane, quest’ultimo termine è stato considerato invalido dalla moderna tassonomia, che ha fatto prevalere come termine corretto quello di Boophone (Van Jaarsveld, 2020). Il termine Boophane viene tuttavia ancora riproposto nelle comunicazioni scientifiche.

B. disticha è una pianta con un grande bulbo che produce ogni anno un ventaglio di foglie e un denso ombrello di fiori color rosso opaco quando privo di foglie. L’infiorescenza, una volta giunta a maturazione producendo i frutti, può rompersi e rotolare sul terreno disperdendo in tal modo i semi (da cui i nomi popolari di tumble-weed e wind-ball). Il bulbo è ovoide, di dimensioni medie di 22 cm di lunghezza, 15 cm di spessore e con un peso di 1,4 kg. Le scaglie esterne del bulbo diventano di colore dal rosso vinoso al brunastro, cartaceo-membranosi e lucenti-sericei, quelle interne sono bianche e carnose.

Le foglie sono verde-bluastre, da 8 a 16 in numero, erette, distiche, lineari, coriacee, di dimensioni 30-50 x 2-4 cm, più o meno contorte a spirale, gradualmente restringentesi all’apice. Sono disposte come un ventaglio verticale. I fiori sono numerosi (75-100) disposti in un ombrello sferico denso su un peduncolo forte appiattito di 5-10 cm di lunghezza e 3 cm di larghezza. Fiori con pedicelli rigidi, lunghi 5-10 cm, da rosa a rossi. Dopo la fioritura i pedicelli aumentano in lunghezza di 15-30 cm e diventano rigidi, dritti e diffusi, e in questo modo l’intero corpo di semi forma una sfera con un diametro di oltre 60 cm. Quando si stacca viene rotolata dal vento. Il frutto è una capsula a tre valve, irregolarmente deiscenti, con dimensioni 1,5-3 x 1-1,5 cm. I semi hanno un diametro di 3,5 mm (Newinger, 1996, p. 10).

Raffigurazione di infiorescenze di B. disticha (da “The Flowering Plants of Africa”, in Watt & Breyer-Brandwijk, 1962, fig. 7, p. 24)

Dato il suo impiego in un ampio territorio e presso numerosi gruppi etnici, B. disticha viene denominato con una lunga serie di nomi vernacolari. Innanzitutto con i nomi generali di gifbol (“bulbo velenoso”), malgif (“bulbo matto”), seeroogblom, Cape poison bulb, wind ball, tumble weed, candelabra flower. Seguono alcuni nomi specifici di gruppi etnici e/o linguistici: leshoma, motlatsia (Sotho, Sud Africa); inkwadi, iswadi (Xhosa, Sud Africa); ibadui, inkwadi (Nguni, Sud Africa); incotho, inkotha, bate (Zulu, Sud Africa); incumbe (Swazi, Sud Africa); kgutsana ya naha (Tswana, Sud Africa); muwandwe, munzepete (Shona, Zimbabwe); ingkoto (Ndebele, Zimbabwe); ehikihala (Nyanyeka, Angola); lunteunteu (Tabwa, Zaire); luteoto (Luba, Zaire); mba dia tseke (Jaka, Zaire) (nomenclatura raccolta principalmente da Neuwinger, 1996, pp. 10-1).

Presso la cultura basuto la pianta del leshoma ha dato il nome al terzo mese del calendario, corrispondente al nostro mese di ottobre, e denominato in idioma sesuto mphalane ‘a leshoma, che Sechefo (1909, p. 935) tradusse maldestramente come “ottobre del leshoma”, mentre Laydevant (1932, p. 66), che lo riporta come mphalane ea leshoma, lo tradusse come “il gambo della buphane”. In effetti è in questo mese che la pianta di B. disticha entra nella fase vegetativa facendo fuoriuscire dal bulbo il grosso stelo floreale.

 

Boophone disticha nei documenti storici

I primi riferimenti a questa pianta nella letteratura occidentale sembrano essere datati alla seconda metà del XVIII secolo. Di seguito presento alcuni di questi documenti storici, senza pretesa di completezza.

Il luogotenente della marina inglese William Paterson descrisse in un libro del 1789 quattro viaggi ch’egli eseguì negli anni 1777-1779 fra gli Ottentotto (antica denominazione del gruppo etnico dei Khoi) della regione di Caffraria (una antica denominazione di una regione dell’attuale Eastern Cape del Sud Africa). In un capitoletto dedicato ai veleni vegetali riferisce del B. disticha, denominandolo Amaryllis disticha, e al suo impiego come veleno per le frecce nel contesto della caccia alla selvaggina:

“Il primo è una grande pianta bulbosa, Amaryllis disticha, che è chiamata Mad Poison, dagli effetti solitamente prodotti sugli animali che vengono feriti con armi impregnate con questo. I nativi preparano questo veleno nella seguente maniera: prendono i bulbi, circa nel periodo in cui spuntano le loro foglie, li tagliano trasversalmente ed estraggono un fluido spesso, che viene tenuto al sole sino a quando diventa della consistenza della gomma. I cacciatori usano questa specie di veleno principalmente con lo scopo di uccidere quegli animali di cui intendono cibarsi, quali antilopi e altri piccoli quadrupedi. Dopo che sono stati feriti, gli animali possono correre per molte miglia, e generalmente fanno così; e accade di frequente che non vengono trovati sino al giorno dopo, nonostante la sostanza velenosa sia entrata nelle parti muscolari. Quando le foglie di questa pianta sono giovani, il bestiame ne è molto attratto, sebbene inducano la morte istantanea; gli allevatori fanno quindi molta attenzione a non far passare il bestiame nelle zone dove abbiano il sospetto che cresca questa pianta” (Paterson, 1789, pp. 169-170).

E’ interessante notare come Paterson sembri specificare che il nome popolare di mad poison sia dovuto al fatto che gli animali che vengono feriti con frecce che contengono il latice di questa pianta, diventano “matti” prima di morire; e sarebbe l’effetto della pianta a farli correre all’impazzata per molto tempo prima di accosciarsi a terra. Quindi mad poison sarrebbe riferito a un effetto sugli animali, e non sull’uomo.

Come altri autori antichi, Paterson riportò la notizia della tossicità delle foglie di B. disticha per il bestiame, il quale ne morirebbe istantaneamente qualora ne mangiasse. Ma questa notizia non sembra corrispondere a verità. Diversi autori hanno osservato il bestiame cibarsene impunemente (Watt & Breyer-Brandwijk, 1962, p. 25), e sembra che anche gli uccelli se ne cibino senza gravi conseguenze. A quest’ultimo riguardo è interessante osservare quanto riportato da Andrew Smith in un trattato di fine XIX secolo sulla Materia Medica sudafricana. In un dialogo che riguardava il perché gli avvoltoi e altri uccelli che si cibano di carogne fossero in grado di mangiare impunemente carne in un siffatto stato di marcescenza, un anziano della regione rispose che il motivo risiedeva nel fatto che questi uccelli si cibano di determinate piante, e indicò specificatamente due piante, B. disticha e Senecio angulatus L.f. (Compositae). Anche un altro nativo disse di conoscere questo costume degli uccelli, senza tuttavia sapere quali fossero le piante. Un altro nativo ancora riportò che aveva sentito parlare degli avvoltoi che si cibano di B. disticha, ma credeva che il motivo fosse per acutizzare la vista (Smith, 1895, p. 181).

Nel corso di un viaggio svolto nel 1774 nell’altopiano di Roggeveld, in Sud Africa, il naturalista svedese Carl Peter Thunberg osservò le piante di B. disticha e raccolse alcune notizie fra i nativi, fra cui la credenza che le piante cresciute all’ombra siano più velenose di quelle cresciute al sole:

“Piante bulbose velenose (Giftbolles, Amaryllis disticha) crescono in numerosi luoghi comuni, con i loro bei mazzi di fiori. La radice, che è velenosa, è grande quasi un pugno. Gli Ottentotto la usano principalmente per avvelenare le frecce con cui cacciano il tipo di selvaggina più piccola, quali le antilopi (Capra pygargus) e simili. Quei bulbi che crescono all’ombra sono ritenuti possedere un veleno più potente di quelli che sono esposti al sole” (Thunberg, 1795, vol. 2, p. 163).

Il primissimo disegno occidentale di Boophone haemanthoides F.M. Leighton (=B. disticha), eseguito nell’arco di tempo 1777-1795 dal naturalista olandese Robert Jacob Gordon (dall’archivio web robertjacobgordon.nl)

L’esploratore e naturalista inglese William J. Burchell, nel trattare dell’Amaryllis toxicaria (=B. disticha) riferisce di una composizione di un veleno da frecce in cui il bulbo di questa pianta viene mescolato con dei veleni animali; una combinazione che verrà riferita a più riprese dagli osservatori occidentali del XIX e XX secolo (es. Barrow, 1801, pp. 391-2; Creighton Wellman, 1907; Schapera, 1923, p. 200). Burchell accenna inoltre all’impiego di queste frecce avvelenate non solamente per la caccia della selvaggina, ma anche come temibile arma bellica:

“Questo veleno è ottenuto rendendo spesso il succo lattiginoso, sia scaldandolo al sole o, come mi è stato detto, bollendolo. Viene mescolato con il veleno di serpenti, o una specie di grande ragno nero del genere Mygale, e forma un composto gommoso semi-viscoso. In questo stato viene spalmato sulle punte delle loro frecce; e gli effetti terribili e fatali di una ferita fatta da queste sono la principale e quasi unica causa di quel terrore che tutti gli altri abitanti dell’Africa del Sud hanno nei confronti dei Boscimani” (Burchell, 1822, vol. I, p. 539).

Come ultimo documento storico riporto la descrizione di William Leonard Hunt, in uno scritto in cui si firmò con lo pseudonimo di Guillermo Antonio Farini. Egli era noto al grande pubblico della fine del XIX secolo come “il grande Farini”, per via delle sue prodezze come funambolo che lo videro attraversare su delle funi fiumi e cascate, fra cui le cascate del Niagara. Alla fama di funambola si aggiunse quella di essere stato il primo uomo ad attraversare a piedi il deserto del Kalahari. Dal libro in cui descrisse questa avventura leggiamo una sua testimonianza riguardante la raccolta del veleno per freccia dai bulbi di B. disticha, incluso un interessante particolare rituale associato a quest’operazione:

“Di fronte a loro v’erano 30-40 bulbi, che riconobbi come bulbi velenosi per via delle loro foglie disposte a ventaglio, che portano un fiore così bello. Le parti terminali delle radici furono tagliate via e vennero rimosse dallo scafo esterno del bulbo le scaglie secche simili alla seta, e quindi un liquido latteo sgocciolò fuori. Quando il succo smise di uscire, furono praticati nuovi tagli profondi circa un pollice e il succo tornò a fluire; fecero così sino a che non si svuotò tutto il bulbo. Ad ogni nuovo taglio i Boscimani ballavano in circolo, emettendo una specie di grugnito e battendo a ritmo i talloni. Furono così raccolti 2 quarti [di gallone, circa 2 litri] dell’essudato lattiginoso in una delle nostre pentole rotonde di ferro, che avevamo sino a quel momento usato per portare il grasso per il vagone, e fu messo sul fuoco” (Farini, 1886, p. 328).

Il bulbo di B. disticha viene usato come veleno da freccia anche in altre regioni africane, fra cui Tanganika, Angola, Zimbabwe, Gabon, Botswana (Neuwinger, 1996, pp. 11-2).

 

Medicina tradizionale

Il bulbo di B. disticha è impiegato nelle medicine tradizionali di numerose etnie dell’Africa meridionale per una lunga serie di affezioni, di cui riassumo di seguito quelle più comuni.

Un impiego diffuso in tutta l’Africa meridionale è l’applicazione delle scaglie secche esterne del bulbo sulla pelle, sulle ferite, bruciature, foruncoli, paterecci, nelle aree colpite da urticaria e più in generale in tutte le affezioni dermiche (Watt & Breyer-Brandwijk, 1962, p. 23).

Un’altra area di impiego riguarda il trattamento di malattie mentali e problematiche psichiche. Il decotto del bulbo viene somministrato ai pazienti psicotici violenti come sedativo (Van Wyk & Gericke, 2000). Nel Karoo, vicino al fiume Touws, un rimedio europeo per l’isteria e l’insonnia è quello di dormire su un materasso riempito di bulbo, e si ritiene che questo materasso debba essere usato con precauzione (Watt & Breyer-Brandwijk, 1962, p. 23). In assunzione orale il bulbo è somministrato negli stati di ansia, stress, depressione, nella demenza senile (Nair & Van Staden, 2014).

Il bulbo viene usato anche per trattare l’alcolismo nell’area del Capo, contro le vertigini, nella debolezza, per “cacciare via” gli spiriti, nel mal di testa, nei dolori del petto e addominali, nelle affezioni oculari. Ancora, nei dolori reumatici, con applicazione topica delle scaglie del bulbo inumidite. Decotti deboli del bulbo vengono somministrati oralmente o come clistere nel mal di stomaco, mal di capo, e alla vescica (Watt & Breyer-Brandwijk, 1962). Il bulbo è impiegato anche nel trattamento del cancro, della malaria, della tubercolosi (Nair & Van Staden, 2014).

Nel Mozambico la pianta viene usata per aumentare la potenza sessuale virile. Per fare questo alcune fette del bulbo fresco vengono messe nell’acqua e il giorno dopo vengono scrollate e applicate sull’organo sessuale (Verzár & Petri, 1987).

Il bulbo di B. disticha viene usato anche per indurre il suicidio, assunto come clistere (Watt & Breyer-Brandwijk, 1962, p. 25), o introdotto nella vagina (Juritz, 1914).

 

Altri impieghi

Scaglie esterne essiccate del bulbo di Boophane disticha usate come vestito (da Watt & Breyer-Brandwijk, 1962, fig. 8, p. 25)

Oltre agli impieghi per le sue proprietà inebrianti (raccolti in Leshoma, la pianta visionaria del Sud Africa), B. disticha viene usato per una serie di motivi, fra cui alcuni curiosi impieghi manifatturieri e strumentali.

Gli Xhosa usano la scaglia secca del bulbo come un vestito dopo la circoncisione (Watt & Breyer-Brandwijk, 1962, p. 23), e questa usanza è diffusa anche presso altre etnie, ad esempio fra i Basoto del Lesotho.

Le foglie e le scaglie del bulbo di B. disticha hanno la curiosa proprietà di non bruciare quando vengono messe sul fuoco. Le scaglie messe a scaldare danno una pece simile alla plastica, che viene usata per costruire un caratteristico anello messo sulla testa, indossato dai capi villaggio o altri personaggi di spicco. Questo anello viene chiamato incotho o incoco, che è uno dei nomi dati a B. disticha da Swazi e Zulu. Questo originale copricapo probabilmente ricopriva un tempo funzioni apotropaiche (Thornton, 2017, p. 245-6).

I giovani pastori basuto a volte prendono due o tre foglie di B. disticha, quelle più esterne, e le usano come contenitori per raccoglie il latte delle capre. Mettono quindi la foglia ricolma di latte sopra al fuoco, e il latte inspessisce senza bollire; le foglie non bruciano, solo i bordi si carbonizzano. I pastori si cibano del latte così ispessito (Leydevant, 1932, p. 67).

Presso diverse etnie la pianta è ampiamente coltivata nei giardini dei guaritori, sangoma, erbalisti, “profeti”, sia per utilizzarlo nei riti magici e terapeutici, sia come amuleto e strumento di difesa magica, per scacciare i sogni diabolici, per portare fortuna e per portare la pioggia.

In alcuni musei etnografici europei sono conservati dei curiosi amuleti d’origine sudafricana costituiti dagli esoscheletri di un coleottero che vive in stretta associazione con un paio di Amaryllidaceae, B. disticha e Ammocharis coranica (Ker Gawl.) Herb. Il coleottero è stato identificato come Brachycereus ornatus Westwood, è di grossa taglia, lungo fino a 4,5 cm, ha il corpo nerastro punteggiato da numerose macchie rosse, e non vola; si ciba esclusivamente di queste due piante. Non è noto se questo coleottero sia tossico, e nel caso lo fosse, se lo sia di per sé o per via degli alcaloidi delle specie di Amaryllidaceae di cui si ciba. La vistosa colorazione maculata di rosso parrebbe avere una tipica funzione aposematica, cioè per avvisare gli eventuali predatori della sua reale o non reale velenosità (Thornton, 2017, pp. 224-262).

 

Aspetti tossicologici

Il consumo incauto del bulbo di B. disticha, sia per scopi terapeutici che che scopi inebrianti, è causa di intossicazioni più o meno gravi in Sud Africa e nelle altre nazioni dell’Africa meridionale, che in alcuni casi possono portare alla morte. In diversi casi si tratta di difficoltà di gestione dell’esperienza allucinatoria, in altri, più gravi, di intossicazione fisica indotta da un eccesso di dosaggio.

Oltre a stati di delirio e di allucinazione, i sintomi fisici dell’intossicazione da B. disticha possono essere così riassunti: midriasi, nausea, coma, flaccidità muscolare, scompenso visivo, respiro stertoroso, paralisi respiratoria, polso flebile o aumentato, dispnea, iperemia ed edema dei polmoni (Nair & Van Staden, 2014, p. 23).

Un caso rimasto famoso e ripetutamente riportato in letteratura evidenzia gli effetti allucinogeni del bulbo di B. disticha. Tre giovani del distretto di Gutu (Zimbabwe) si presentarono in un ospedale dello Zimbabwe la mattina dopo aver assunto il bulbo. Uno di questi era profondamente inconscio e aveva pupille dilatate, tachicardia, pressione sanguigna elevata, una temperatura corporea lievemente aumentata e respirazione affaticata. Rimase in questo stato per 24 ore e fu dimesso dopo 72 ore con polso, pressione sanguigna e temperatura ritornati normali. Un altro giovane soffriva di un acuto episodio psicotico con allucinazioni violente e con sintomi fisici inferiori a quelli del primo caso. Dopo trattamento con clorpromazina fu dimesso dopo 48 ore. Il terzo giovane, che non fu ammesso all’ospedale e che aveva assunto il bulbo insieme agli altri due, aveva passato la notte sentendosi come ubriaco e percependo delle visoni; si sentì perfettamente bene la mattina seguente e l’unico segno rimasto erano le pupille lievemente dilatate. I tre ragazzi affermarono di avere ingerito il bulbo per ottenere uno stato di ebbrezza, essendo un fatto noto nella loro regione il potere allucinogeno di questa pianta (Laing, 1979).

In un altro caso un giovane uomo di 24 anni si presentò al Native Hospital di Salisbury nel gennaio del 1952. Egli riportò di aver tagliato la radice del bulbo per motivi terapeutici (soffriva di dolori addominali); raccolse alcune gocce del succo lattiginoso, le mescolò con del porridge cotto e ne ingerì solamente due cucchiai. In pochi minuti sentì un dolore alla bocca e un forte bruciore nell’epigastrio. Ebbe delle vertigini e cadde al suolo perdendo conoscenza. Riprese conoscenza dopo 20 ore, e quando si recò in ospedale si trovava ancora in uno stato confusionale. Manifestava un’intensa fotofobia e le pupille erano molto dilatate. Riprese il controllo mentale il giorno seguente l’ammissione (Gelfand & Mitchell, 1952). I medesimi medici che trattarono questo ragazzo hanno elencato i tratti caratteristici dell’intossicazione con B. disticha, per differenziarli da quelli causati dall’ubriachezza alcolica, dalla meningite e dalla malaria acuta: 1) rapido sviluppo di atassia e capogiri; 2) visone distorta; 3) loquacità o, in altri casi, taciturnità e depressione; 4) stupore; 5) coma finale (ibid., p. 573).

E’ stato riportato che la semplice inalazione dei “fumi” del fiore o possibilmente del polline provoca un severo mal di testa e sonnolenza (Watt & Breyer-Brandwijk, 1962, p. 25).

 

Aspetti biochimici

Gli studiosi sono soliti indicare come prime analisi chimiche eseguite su B. disticha quelle svolte in contemporanea e separatamente da Frank Tutin e Louis Lewin. Ma devo all’amico toscano Luca Pasquali, che qui ringrazio, l’avermi indicato uno studio più antico, datato al 1880 e firmato dai farmacologi inglesi Sydney Ringer e E. Morshead, e che non fu citato né da Tutin né da Lewin, probabilmente poiché a loro ignoto. Ringer sviluppò una serie di studi fisiologici e farmacologici pionieristici sugli alcaloidi di diverse piante psicoattive, incluse il pituri australiano (Duboisia hopwoodii F.v. Mueller, Solanaceae, si veda Il pituri australiano) (Ringer, 1912a,b), la belladonna (Atropa belladonna L., Solanaceae) (Ringer, 2012c,d), e B. disticha (Ringer & Morshead, 1880). In quest’ultimo studio fu isolato un alcaloide che Ringer denominò hemanthia e che probabilmente era una combinazione di alcaloidi. Egli studio questa sostanza somministrandola a diversi animali e a una quindicina di uomini, diversi dei quali erano suoi colleghi di laboratorio. Nell’uomo furono osservati i seguenti sintomi: “debolezza generale, delirio, secchezza alle fauci, aumento della secrezione urinaria; applicato topicamente dilatazione pupillare”. (Ringer & Marshead, 1880). 

30 anni dopo Tutin (1911) isolò dal bulbo un alcaloide che denominò buphanina, con un’azione fisiologica che riconobbe simile a quella della ioscina, quest’ultimo essendo uno degli alcaloidi delle Solanaceae tropaniche, in particolare del genere Hyoscyamus. Isolò anche altre tre alcaloidi presente in minori concentrazioni e identificò uno di questi con la narcissina (presente nel genere Narcissus). Egli osservò anche l’assenza di alcaloidi nelle scaglie secche che avvolgono il bulbo di B. disticha. La narcissina fu in seguito riconosciuta identica alla lycorina, un alcaloide comune in numerose specie di Amaryllidaceae (Gorter, 1920).

Nello stesso periodo degli studi di Tutin, Lewin (1912a) isolò dal bulbo di B. disticha un alcaloide che denominò haemanthina, e osservò in vivo una sua azione emetica e narcotica. Ritrovò la medesima sostanza in un campione di veleno da freccia boscimane che il tossicologo Lichtenstein aveva portato dal Sud Africa nel 1806. Sia Tutin che Lewin erano ignari delle ricerche svolte dall’altro studioso, e seguì un battibecco fra di loro circa la genuinità della haemanthina, considerata da Tutin una miscela degli alcaloidi da egli medesimo scoperti (Tutin, 1912), mentre Lewin lo riteneva un alcaloide puro (Lewin, 1912b). Il fatto che la haemanthina isolata da Lewin fosse un alcaloide genuino e originale, oppure una miscela di alcaloidi, fu una questione che occupò diversi studiosi, e che si risolse alcuni decenni dopo con l’opzione della miscela (di buphanamina e norbowdina; per una review dell’“affaire” haemanthina cfr. Nair, 2014).

Dopo gli studi pionieristici di Tutin e Lewin, a partire della metà del XX secolo seguirono altre analisi chimiche, che portarono all’individuazione di una serie di alcaloidi, insieme a una serie di discussioni sull’identità di alcuni degli alcaloidi denominati dai diversi studiosi. In uno studio furono isolati gli alcaloidi buphanitina (haemanthina “cristallina”), buphanamina e buphanidrina (=distichina) (Goosen & Warren, 1960;); in un altro studio, che è a tutt’oggi il più completo sugli alcaloidi di B. disticha, ne furono isolati 11, di cui i principali sono buphanidrina, undulatina, buphanisina, buphanamina e nerbowdina, e altri alcaloidi minori sono crinina, distichamina, crinamidina, acetilnerbowdina, lycorina, buphacetina (Hauth & Stauffacher, 1961).

Alcuni degli alcaloidi presenti nel bulbo di B. disticha (da Nair et al., 2012, fig. 1, p. 90)

E’ opportuno precisare che gli alcaloidi della famiglia delle Amaryllidaceae fanno parte di tre principali gruppi di strutture chimiche: quelle della galanthamina, della lycorina e della crinina. Ad eccezione della lycorina, nel bulbo di B. disticha sono presenti alcaloidi che fanno parte del gruppo della crinina (Nair & Van Staden, 2014). Uno di questi alcaloidi, la distichamina, è presente solamente nel genere Boophone, per cui è considerato un marker chemio-tassonomico per questo genere (Nair et al., 2012).

 

Farmacologia

I principali composti presenti nel bulbo di B. disticha e responsabili della sua attività allucinogena parrebbero essere gli alcaloidi buphanidrina e buphacetina, ma potrebbe anche essere una miscela di diversi alcaloidi, inlcusa la lycorina, che potrebbero operare in maniera sinergica nell’indurre lo stato allucinatorio-visionario (Nair et al., 2014).

Il bulbo di B. disticha possiede significative proprietà antibatteriche (cfr. ad es. Cheesman et al., 2012), che giustificano il suo impiego tradizionale come antisettico nel trattamento topico delle ferite e delle infezioni, così come nella conservazione degli alimenti (una pratica attestata anche nei tempi antichi, si veda Archeologia del Boophone disticha). Gli studi di laboratorio hanno anche osservato proprietà anti-infiammatorie e anticancerogene (per una rassegna, Nair et al., 2014).

Ma le proprietà farmacologiche più promettenti, che tra l’altro confermano uno degli attuali impieghi tradizionali più diffusi in tutta l’Africa meridionale, riguardano l’attività nei disordini mentali, fra cui ansia e stress, depressione, demenza senile e squilibri nelle funzioni mnemoniche (Stafford et al., 2008). Le proprietà ansiolitiche e antidepressive sono almeno in parte dovute all’affinità per il trasportatore della serotonina (SERT), comprovata da studi in laboratorio per alcuni degli alcaloidi presenti nel bulbo di B. disticha, in particolare buphanidrina, distichamina, buphanamina e buphanisina (Nielsen et al., 2004; Sandager et al., 2005; Neergaard et al., 2009). L’efficacia dell’impiego tradizionale per migliorare le funzioni mnemoniche e nel trattamento dell’Alzheimer è avvalorata dal riscontro dell’attività di inibizione dell’acetilcolinesterase degli estratti del bulbo (Risa et al., 2004; Adewusi et al., 2012). L’impiego tradizionale come anti-epilettico non è per ora stato confermato dagli studi in laboratorio.

 

Si vedano anche:

 

 

 

ADEWUSI A. EMMANUEL, GERDA FOUCHE & VANESSA STEENKAMP, 2012, Cytotoxicity and acetylcholinesterase inhibitory activity of an isolated crinine alkaloid from Boophane disticha (Amaryllidaceae), Journal of Ethnopharmacology, vol. 143, pp. 572-578.

BARROW JOHN, 1801, An account of travels into the interior of Southern Africa in the years 1797 and 1798, A. Strahan, London.

BURCHELL J. WILLIAM, 1822, Travels in the interior of Southern Africa, vol. I, Longman, Hurst, Rees, Orme, and Brown, London.

CHEESMAN LEE, JERALD J. NAIR & JOHANNES VAN STADEN, 2012, Antibacterial activity of crinane alkaloids from Boophone disticha (Amaryllidaceae), Journal of Ethnopharmacology, vol. 140, pp. 405-408.

CREIGHTON WELLMAN F., 1907, Über Pfeilgifte in Westafrica und besonders eine Käferlarve als Pfeilgift in Angola, Deutsche Entomologische Zeitschrift, pp. 17-19.

DE SMET A.G.M. PETER, 1996, Some ethnopharmacological notes on African hallucinogens, Journal of Ethnopharmacology, vol. 50, pp. 141-146.

FARINI G. ANTONIO (William Leonard Hunt), 1886, Durch die Kalahari-Wüste. Streif- und Jagdzüge nach dem Ngami-See in Südafrika, F.A. Brockhaus, Leipzig.

GELFAND MICHAEL & C.S. MITCHELL, 1952, Buphanine poisoning in man, South African Medical Journal, vol. 26, pp. 573-574.

GOOSEN A. & F.L. WARREN, 1960, The Alkaloids of the Amaryllidaceae. Part VII. The alkaloids from Boophane disticha Herb., buphanitine (“crystalline” haemanthine), buphanamine, and buphanidrine (distichine), Journal of the Chemical Society, pp. 1094-1096.

GORTER K., 1920, Sur la distribution de la lycorine dans la famille des Amaryllidacées, Bulletin du Jardin Botanique de Buitenzorg, s. 3, vol. 2, pp. 331-334.

HAUTH H. & D. STAUFFACHER, 1961, Die Alkaloide von Buphane disticha (L. f.) Herb., Helvetica Chimica Acta, vol. 44, pp. 491-502.

HUTTLESTON D.G., 1960, The spelling of Boophane, Taxon, vol. 9, p. 27.

JURITZ C.F.,1914, South African plant poisons and their investigation, South African Journal of Science, vol. 11, pp. 109-145.

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