Nettare e ambrosia

Nectar and ambrosia

 

 

Il nettare e l’ambrosia sono alimenti mitologici delle divinità che dimoravano nell’Olimpo greco. Sono stati considerati la fonte dell’immortalità degli dei, ma si tratta di una convinzione discutibile che originò già ai tempi della letteratura classica più tardiva e che si è trascinata sino ai nostri giorni (si veda ad esempio Roscher, 1883, p. 51 e Piccaluga, 1968, p. 160; per una critica a questa convinzione, Baratz, 2015).

Nella concezione greca arcaica gli dei sono immortali per loro natura e non hanno bisogno di alcun cibo che giustifichi l’incolmabile distanza dagli umani. Una considerazione che aveva già esposto Aristotele in una critica razionalista rivolta alle tesi di “Esiodo e altri teologi” secondo i quali “gli esseri che non avevano gustato nettare e ambrosia erano mortali”. In realtà Esiodo non aveva esplicitato questa credenza, per lo meno stando ai suoi scritti che ci sono pervenuti; una credenza che potrebbe essere stata riportata dagli “altri teologici” i cui testi non conosciamo. L’allievo di Platone commentò:

“Se gli dei gustano queste bevande per piacere, allora non sono il nettare e l’ambrosia la causa del loro essere; se invece sono causa del loro essere, come è possibile che gli dei siano eterni, avendo bisogno di nutrimento?” (Aristotele, Metafisica, 1000a, 7-19).1

Aristotele concluse che “non vale la pena prendere seriamente in considerazione queste elucubrazioni mitologiche”. Questo passo rappresenta l’unico locus della letteratura greca arcaica dove appare, pur in maniera critica, l’idea che il nettare e l’ambrosia sono la causa dell’immortalità degli dei.

Un ulteriore riferimento che evidenzia come questi alimenti non siano la causa dell’immortalità divina si trova nella Teogonia di Esiodo, in cui è detto che la punizione per una divinità che spergiuri sull’acqua dello Stige è quella di essere privato di questi cibi per un anno. A causa di ciò il dio non muore ma “giace senza respiro e senza parola sul letto ben disteso e un cattivo torpore lo copre” (Esiodo, Teogonia, 797-798).2 Nettare e ambrosia parrebbero ridare energie agli immortali. Sempre seguendo Esiodo, nella Titanomachia i Ciclopi e gli Ecatonchiri, esseri immortali in quanto figli delle divinità Gea e Urano che erano stati reclusi nel Tartaro, furono liberati da Zeus affinché li aiutasse nella lotta contro i Titani. Per rinvigorirli Zeus gli offrì nettare e ambrosia (Esiodo, Teogonia, 640-643).

La credenza che nettare e ambrosia fossero alimenti fonti di immortalità è dovuta principalmente a considerazioni etimologiche, poiché entrambi i termini hanno il significato di “non-mortale”, cioè di qualcosa che fa evitare la morte, e “di conseguenza” di qualcosa che rende immortale. Ambrosia deriva dal termine brótos, “mortale” con l’aggiunta del prefisso “a” con valore privativo, quindi con il significato di “non-mortale” (Chantraine, 1999, pp. 197-8). Il medesimo termine “ambrosia” trova uno stretto parallelismo etimologico con l’amṛta della lingua sanscrita, questa si ritenuta nella mitologia induista la fonte dell’immortalità divina (Fowler, 1942).

Riguardo al termine nettare (vέκταρ), alcune fonti antiche (fra cui Apollonio sofista ed Eustazio) lo fanno derivare dal termine “giovinezza” (neótes), attribuendogli quindi il significato di bevanda che rende giovani coloro che la bevono (Llamosas, 1998). Fra gli studiosi moderni l’etimologia maggiormente seguita vede un nome composto dai termini indo-germanici, e in definitiva indo-europei *nek, “morte” e la radice *tr, “attraversare”, quindi con il significato di “attraversare la morte”, nel senso di qualcosa che evita la morte (Thieme, 1952, p. 5). Sono state formulate alcune altre ipotesi, un po’ fantasiose e poco seguite, come quella di Saul Levin (1971) che vede una derivazione semitica della parola e in associazione con una bevanda incensata, e quella di Drew Griffith (1955) che vede una sua derivazione dall’antico egiziano e con il significato di un prodotto utilizzato nel processo di mummificazione.

A un’attenta osservazione, nella più antica fase della letteratura greca, espressa nella letteratura omerica e di Esiodo, il nettare e l’ambrosia non rendono immortali gli dei e sembrano solamente prevenirne l’invecchiamento. Poiché non è sufficiente per un dio essere immortale, deve sempre avere la stessa età o ringiovanire continuamente, altrimenti rischierebbe di invecchiare all’infinito. E’ importante riconoscere che essere immortale e non invecchiare non sono sinonimi, in quanto il primo di questi concetti non implica il secondo. Tale distinzione diventò sempre più labile e sfuocata nella tradizione greca più tarda, sino alla completa sovrapposizione come dato acquisito presso gli scrittori medievali e diversi studiosi moderni, per i quali nettare e ambrosia sono la diretta causa dell’immortalità divina.

In realtà questa distinzione fu sottolineata dai primi scrittori greci attraverso i miti di Ganimede e di Titone, come raccontati nell’Inno Omerico ad Afrodite. Il primo, figlio di un re troiano, fu rapito da Zeus per farne il coppiere degli dei, affinché “versasse da bere agli dei (..) attingendo il rosso nettare dal cratere d’oro” (vv. 204-206), e il dio supremo dell’Olimpo lo rese contemporaneamente “immortale e immune da vecchiaia” (214). Titone, citato da alcune fonti come figlio del re degli Etiopi, fu rapito dalla dea Aurora per farne il suo sposo. Aurora chiese a Zeus di renderlo immortale – una richiesta che il re olimpico esaudì – ma si dimenticò di chiedere anche l’eterna giovinezza per il suo amato, il quale di conseguenza invecchiò all’infinito. Per questo motivo a un certo punto Aurora, “che nutriva di cibo terreno e di ambrosia” il suo sposo, iniziò a evitare le sue effusioni amorose (231-232), e alla fine lo rinchiuse in una stanza dalla quale fuoriescono per l’eternità le sue lamentele (236-237). La combinazione “immortale e immune da vecchiaia” è frequente nella letteratura classica. Anche in alcune versioni del mito greco di Glauco (si veda L’erba di Glauco), viene riportato che, ottenuta l’immortalità mediante un’erba, questa gli aveva tuttavia conferito un’immortalità incompleta tale per cui continuava a invecchiare e, stanco di non poter morire, si gettò in mare trasformandosi in una divinità marina (Paladino, 1978, p. 290).

Nella letteratura greca appaiono contraddizioni circa la consistenza del nettare e dell’ambrosia e, come osservato da Baratz (2015, p. 151), “la loro natura e funzioni dipendono principalmente dall’immaginazione creativa dei poeti che li hanno descritti”. Nella maggioranza dei casi parrebbe che l’ambrosia fosse solida e il nettare liquido. Nell’Iliade (I, 595-600), in un convivio fra gli dei olimpici Era prende la coppa che tiene in mano il figlio Efesto, “ed egli anche a tutti gli altri numi, girando da destra, versava il dolce nettare, dal cratere attingendo”. Nell’Odissea (V, 92-95) Calipso offre a Hermes “una tavola colma di ambrosia, e gli mescé rosso nettare”. Platone (Fedro, XXVII), nel descrivere il viaggio dell’anima dopo morti verso la dimora degli dei, riporta che una volta raggiunta, “l’auriga riconduce i cavalli alla greppia e li governa con ambrosia e in più li abbevera di nettare”.

Ma Ateneo riportò alcuni passi di altri autori in cui si evidenziava il contrario, cioè che il nettare era solido e l’ambrosia liquida:

“So che Anassandride dice che il nettare non è una bevanda, bensì un cibo degli dei: ‘Mangio il nettare, impastandolo bene, e bevo ambrosia in quantità; servo Zeus a tavola, e sono orgoglioso di parlare in ogni momento con Hera e sedermi insieme a Cipro [Afrodite]’. Anche Alcmano afferma che gli dei ‘mangiano il nettare’, e Saffo dice: ‘Si era mescolato un cratere di ambrosia, ed Hermes prese una brocca per versare vino agli dei’. In cambio Omero conosce il nettare come bevanda degli dei” (Ateneo, Deipnosofisti, II, 39a-b).3

Anche Euripide, nel descrivere il giardino delle Esperidi dove “accanto al letto di Zeus scorrono fonti d’ambrosia, e la sacra terra feconda nutre il benessere degli dei” (Euripide, Ippolito, 745-750),4 parrebbe ritenere l’ambrosia liquida. Nonno di Panopoli riportò l’evento di Dioniso che fu ucciso nella battaglia contro gli Indiani e il loro principe Deriade. L’evento funesto era stato promosso dalla gelosa Era, ma Zeus le ordinò di ridare vita a Dioniso, e la dea allora unse il suo corpo con il latte della sua mammella “ricolma d’ambrosia”, e quando porse il seno alle labbra del dio questi tornò in vita (Nonno, Dionisiache, XXXV, 314-327). Parrebbe trattarsi dell’unico caso di un valore dell’ambrosia come fonte di resurrezione, del resto presente in un testo molto tardo, del V secolo della nostra era, cioè a più di mille anni di distanza dalla letteratura esiodea e omerica, e per questo non sembra fare testo.

Riguardo alla geografia mitica, il passo citato di Euripide, dove l’ambrosia scorre accanto al letto di Zeus nel giardino delle Esperidi, suggerirebbe che questo alimento divino origini all’estremo occidente del mondo (Ballabriga, 1997). Nell’Odissea (XII, 62-63) sono descritte le Rupi Erranti, che si trovano ai confini dell’universo, dove “neppure gli uccelli vi passano, neppure le timorose colombe che al padre Zeus portano ambrosia”.

V’è chi ha cercato di identificare il nettare e l’ambrosia con alimenti reali. Si è già visto come Levin (1971) intendesse per nettare una bevanda incensata e Griffith (1955) un prodotto per il processo di mummificazione egizia. Il filologo tedesco Wilhelm Roscher (1883) stese un lungo saggio per dimostrare che nettare e ambrosia altro non erano che, rispettivamente, il miele e l’idromele, essendo quest’ultimo la bevanda inebriante ricavata dall’uomo per fermentazione del miele.

Come detto, il nettare il più delle volte era inteso come un liquido, e in diversi casi era aggettivato di colore rossastro, caratteristiche che lo ponevano in analogia con il vino. Ateneo riportò l’esistenza di un vino reale denominato “nettare”:

“Certamente dice bene Aristone di Ceos che la bevanda più gradevole è quella che partecipa al medesimo tempo di dolcezza e grato aroma; e che per questo alcuni villaggi nei dintorni dell’Olimpo di Lidia preparano e denominano nettare unendo in una miscela omogenea vino e favi di miele, e i fiori più odorosi” (Ateneo, Deipnosofisti, II, 38f).5

Porfirio, che scriveva nel III secolo della nostra era, associò invece il colore rosso del nettare con il miele:

“D’altra parte, quando viene offerto miele al Perse, come protettore delle messi, è la sua capacità protettiva che nel simbolo si considera. Questa è la ragione per cui alcuni pensarono di interpretare come miele il nettare e l’ambrosia che il poeta [Omero] fa istillare nelle narici dei cadaveri perché i corpi non imputridiscano, dato che il miele è nutrimento degli dei. Ecco perché in un passo il poeta dice: ‘rosso nettare’: tale, infatti, è il colore del miele. Ma se con ‘nettare’ si debba intendere miele, è una ricerca che approfondiremo in altra occasione” (Porfirio, L’antro delle Ninfe, 16).6

Il vino che Ulisse offrì al ciclope Polifemo fu da questi paragonato a una “goccia di ambrosia e nettare” (Odissea, IX, 359). Si potrebbe intravedere un’ulteriore associazione, pur indiretta, fra l’alimento liquido divino e il vino in una versione del mito della ninfa che porta il nome di Ambrosia. Ad Ambrosia e ad altre ninfe furono affidate le cure del neonato Dioniso, ma furono assalite dal tracio Licurgo, acerrimo nemico umano del dio. Tutte le ninfe riuscirono a fuggire e trovarono rifugio presso la ninfa marina Teti, a eccezione di Ambrosia che fu raggiunta e uccisa da Licurgo. Ambrosia e le sue sorelle furono trasformate da Zeus nel gruppo di stelle Iadi della costellazione del Toro (Igino, Mitologia astrale, II, 21). Nella tarda versione di questo mito presentata da Nonno di Panopoli, quando Ambrosia fu raggiunta dall’aggressore si rivolse alla madre Terra. Questa rispose alla richiesta d’aiuto trasformando immediatamente la ninfa in un tralcio di vite, e i rami della “vigna bellicosa” imprigionarono Licurgo sino al ritorno di Dioniso (Nonno, Dionisiache, XXI, 25-147). Parrebbe trattarsi dell’unico passo della letteratura classica che associa il nome di Ambrosia con la vite, fonte del vino. Del resto non sembra esistano riferimenti che possano chiarire i motivi per cui una ninfa porti il nome dell’alimento divino.

Un dettaglio singolare nella letteratura classica e pressoché ignorato dagli studiosi che si sono occupati del problema dell’ambrosia si trova in un passo dell’Iliade. La dea Era, una volta giunta a Troia con il carro trainato dai suoi cavalli, li scioglie dal giogo e fa produrre al fiume Simòenta l’ambrosia per farla pascolare ai quadrupedi (Iliade, V, 773-777). In questo caso l’ambrosia parrebbe essere di natura vegetale, poiché serve da pascolo per i cavalli olimpici.7 In altri due passi dell’Iliade ai cavalli olimpici vengono “gettati loro cibo ambrosio” (V, 369; XIII, 35).

Nettare e ambrosia appaiono di frequente citati insieme, non potendo ciò far ritenere che si tratti di due sinonimi della medesima sostanza, come è stato affermato da alcuni studiosi che hanno ritenuto che i due prodotti erano interscambiabili, almeno originalmente (Grand-Clément, 2018). In realtà l’abbinamento “nettare e ambrosia” parrebbe implicare una qualche loro funzione di tipo complementare. Nell’Odissea (V, 195-199) a Ulisse “la ninfa offrì ogni cibo da mangiare e da bere, di cui i mortali si cibano. Lei stessa sedette di fronte al divino Odisseo e le ancelle le misero innanzi ambrosia e nettare”.8 E’ palese in questo passo omerico la contrapposizione fra il cibo per gli umani e gli alimenti riservati alle divinità. Nell’Inno Omerico ad Apollo (123-125) è riportato che quando nacque Apollo dalla madre Leto, questa non lo nutrì con il latte del suo seno, ma “Temide invece il nettare e l’amabile ambrosia con le mani immortali gli versava”. Secondo Ateneo (Deipnosofisti, I, 9e-f) “agli dei si attribuisce un semplice regime di nettare e ambrosia”. Nell’Inno Omerico a Demetra (48-49) la dea vagò sulla terra per nove giorni alla ricerca della figlia Persefone che era stata rapita da Ade, e in tutto questo tempo “né mai d’ambrosia e di nettare, dolce bevanda, si nutriva”.

Un interessante contributo al problema della distinzione semantica fra nettare e ambrosia è stato offerto da Romano Lazzeroni (1988), che si è basato sul riconoscimento di una distinzione originale di due tipi di morte presso le culture indo-europee: la morte prematura, in particolare quella per cause violenti, e la morte naturale, intesa quella conseguente alla vecchiaia. Il nettare sarebbe stato un rimedio contro la morte prematura, mentre l’ambrosia un rimedio contro la morte naturale. L’ambrosia agirebbe quindi come sostanza che previene l’invecchiamento e in definitiva promuove la giovinezza. Secondo Lazzeroni questa differenza semantica era già stata dimenticata ai tempi di Omero, e sarebbe questa medesima dimenticanza il motivo delle contraddizioni nell’impiego delle due parole nella letteratura antica. Da ciò si evince che gli dei per essere veramente immortali devono evitare sia la morte prematura che l’invecchiamento, un accoppiamento di significati che effettivamente si trova di frequente nei poemi omerici e negli Inni Omerici (Varela, 1992).

A tal riguardo è interessante osservare che nel già citato passo dell’Inno Omerico ad Afrodite Aurora nutre Titone della sola ambrosia e non di nettare, per cui, stando alla differenziazione semantica proposta da Lazzeroni, Titone è divenuto immortale cibandosi di ambrosia, ma non cibandosi anche di nettare non può prevenire l’invecchiamento, inteso come eterno invecchiamento.

E’ probabile che il nettare e l’ambrosia fossero stati concepiti originalmente per esclusivo uso divino (come suggerito da Taida, 2022), ma già ai tempi di Omero in diversi casi queste due sostanze vengono fatte interagire con gli umani con differenti scopi e risultati: per preservare dalla corruzione i cadaveri, per rinvigorire, allungare la vita o ringiovanire gli uomini, e perfino per rendere o per cercare di rendere immortali degli umani.

Riguardo alla preservazione dei cadaveri sono noti alcuni passi dell’Iliade. Sarpedone viene ucciso in combattimento da Patroclo e Zeus comanda che il suo corpo sia lavato nella corrente del fiume e unto con ambrosia (XVI, 666-683). Per preservare il cadavere di Patroclo, l’amico di Achille ucciso da Ettore, la dea Teti istilla nella sue narici “ambrosia e rosso nettare” (XIX, 37-39). Afrodite unge con “olio di rose, ambrosio” il corpo di Ettore ucciso da Achille, “affinché Achille non lo scortichi trascinandolo” (XXIII, 186-187).

L’ambrosia è usata come belletto ringiovanente da Atena, che lo applica sul viso di Penelope, la cui lunga e sospirata attesa dello sposo Ulisse aveva segnato con le rughe (Odissea, XVIII, 192-3). Secondo l’Inno Omerico ad Afrodite (256-272) le ninfe Oreadi, che erano mortali, vivevano a lungo nutrendosi di ambrosia.

Nettare e ambrosia hanno proprietà rinvigorenti negli uomini, alla pari che nelle divinità. Su richiesta di Zeus Atena istilla nettare e ambrosia nel petto di Achille, che era addolorato per la morte di Patroclo e non mangiava, affinché “l’orrida fame non gli vincesse le membra” (Iliade, XIX, 347-354).

L’ambrosia ha anche proprietà medicamentose, come riportato in un passo del latino Virgilio: Venere contribuisce alla guarigione di Enea, che era stato colpito da una freccia nella coscia, versando segretamente il succo di dittamo “mescolato con ambrosia”nell’acqua medicamentosa del medico Iapige che stava cercando di curare l’eroe. In tal modo la freccia che si era conficcata nella coscia cade ed Enea recupera le forze (Virgilio, Eneide, XII, 411-424).

L’ambrosia è profumata e questa proprietà organolettica è impiegata in un caso singolare riportato nell’Odissea (IV, 445-446): per catturare Proteo, una divinità marina, Menelao e i suoi compagni si nascondono dentro a delle pelli di foca, ma il cattivo odore che emanano rendono difficile l’operazione. Allora la figlia di Proteo, la ninfa Idotea, “mise sotto le nari a ciascuno un’ambrosia che olezzava dolcissimamente, e cancellò l’odore di foca”.

I casi più eclatanti dell’applicazione di nettare e ambrosia agli umani sono quelli in cui questi acquisiscono l’immortalità.

Agamennone deve sacrificare la figlia Ifigenia ad Artemide per espiare la colpa di un’offesa alla dea. Ma mentre sta per compiere sull’altare il sacrificio, Artemide si impietosisce e al suo posto mette una cerva. A seconda delle versioni Ifigenia diventa sacerdotessa di Artemide o questa la rende immortale (Apollodoro, Epitome, III, 21-22). In una versione presente in un frammento di Esiodo (fr. 23a) Artemide rende immortale Ifigenia mediante l’ambrosia: “La cacciatrice di cervi che si diletta con grande facilità nell’uso delle frecce, la misi in salvo, e un’incantevole ambrosia sgorgò dalla sua testa affinché il suo corpo rimanesse illeso; immortale e libera dalla vecchiaia la feci” (rip. in Llamosas, 1998, p. 155).

Pindaro (Pitica, IX, 62-64) riporta che le Ore resero immortale Aristeo, un eroe culturale pastorale inventore della produzione del miele e del formaggio: “nettare nelle sue labbra e ambrosia distillarono e lo faranno immortale”.

Teocrito riporta che Afrodite rese immortale Berenice: “Cipride Dionea, tu Berenice rendesti immortale (così si racconta tra gli uomini), ambrosia stillando nel seno di lei”. Berenice era la moglie del faraone egiziano Tolomeo III che era partito per una guerra in Siria. Berenice aveva fatto voto agli dei che se lo sposo fosse tornato sano e salvo si sarebbe tagliata i lunghi capelli. Tornato Tolomeo salvo dalla guerra, Berenice compì la promessa, si tagliò i capelli e li depose sull’altare. Ma la capigliatura sparì misteriosamente e l’astronomo di corte ritenne che Afrodite avesse trasferito la chioma nel firmamento creando la costellazione denominata Chioma di Berenice (Teocrito, Idilli, XV, 106-107).

Virgilio riportò che Venere chiese a Giove di rendere immortale Enea. Giove e Giunone accondiscesero e, dopo una purificazione nelle acque del fiume Numico che toglie la parte mortale dell’eroe, Venere cosparge Enea di unguenti celesti, “gli tocca la faccia con nettare dolce misto d’ambrosia e lo rende immortale” (Virgilio, Eneide, XIV, 605-607).

Nell’opera di Apuleio la mortale Psiche si innamora di Eros, il dio dell’amore e, dopo una serie di avventure, Giove la rende immortale: “le tese un bicchiere colmo di ambrosia e le disse: ‘Prendi, Psiche, e sii immortale. Mai amore ripudierà il vincolo che a te lo unisce. Da oggi voi siete uniti per l’eternità’” (Apuleio, Le metamorfosi, VI, 23).9

In questi passi tardi della letteratura classica è già implicito il valore dell’ambrosia come fonte di immortalità degli dei.

Anche Tantalo, re della Lidia (o della Frigia a seconda delle versioni), fu reso immortale dagli dei mediante il nettare e l’ambrosia. Ma fu duramente castigato per avere rubato questi alimenti divini per offrirli in un festino ai suoi amici: “Inflissero un quarto tormento insieme agli altri tre, perché rubò agli Immortali e diede ai suoi contemporanei, compagni di festa, il nettare e l’ambrosia con cui lo avevano reso immortale” (Pindaro, Odi, I, 60-63).10 Apollodoro (Miti, II, 7) riportò che Tantalo “viene così punito perché rivelò agli esseri umani i misteri degli dei e perché donò l’ambrosia ai suoi compagni”.11

Si presentano casi dove il il tentativo da parte di una divinità di rendere immortale un umano viene vanificato per cause umane. Nell’Inno Omerico a Demetra (227-239) a Eleusi Demetra si prende cura del piccolo Demofonte, figlio di Metanira: “Demetra lo ungeva d’ambrosia come il figlio di un dio, dolcemente soffiando su di lui e stringendolo al seno. Di notte lo celava nella vampa del fuoco, come un tizzone, nascondendosi ai genitori: per essi era grande meraviglia come egli cresceva precoce, e somigliava nell’aspetto agli dei”.12 Ma Metanira la scopre e urla interrompendo di fatto il processo di immortalizzazione: “immortale certo, e immune da vecchiaia per sempre io avrei reso tuo figlio” (260-261), le dice Demetra infuriata.

Apollonio Rodio riporta la storia della ninfa Teti che cerca di rendere immortale il figlio Achille: “essa bruciava alla fiamma del fuoco le carni mortali in piena notte: poi, durante il giorno, ungeva d’ambrosia il tenero corpo perché divenisse immortale e gli stesse lontana l’odiosa vecchiaia”. Ma lo sposo di Teti, Peleo, la vide e urlò interrompendo il processo. Teti gettò a terra il bambino e si immerse per sempre in mare (Apollonio Rodio, Argonautiche, IV, 869-879).

Da notare in entrambi i casi di Demofonte e di Achille la combinazione di “immortale” e “immune da vecchiaia”.

 

Note

1 – Dalla traduzione del 1993 di Giovanni Reale per i tipi di Rusconi.

2 – Dalla traduzione del 1984 di Graziano Arrighetti per i tipi di Rizzoli.

3 – Dalla traduzione spagnola del 1998 di Lucía Ridríguez-Noriega Guillén per i tipi di Editorial Gredos.

4 – Dalla traduzione del 2016 di guido Paduano per i tipi di Rizzoli.

5 – Dalla traduzione spagnola di Lucía R.-N. Guillén del 1998 per i tipi Gredos, Madrid.

6 – Dalla traduzione del 1986 di Laura Simonini per i tipi di Adelphi.

7 – In effetti nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti (del 1950 per i tipi di Einaudi) è riportato “erba ambrosia”, e in quella di Giovanni Cerri (del 1999 per i tipi della Rizzoli) “ambrosia da pascolo”.

8 – Dalla traduzione del 1963 di Rosa Calzecchi Onesti per i tipi di Einaudi.

9 – Dalla traduzione del 1955 di Claudio Annaratone per i tipi di Rizzoli.

10 – Dalla traduzione spagnola del 1988 di Emilio Suárez de la Torre per i tipi di Catedra.

11 – Dalla traduzione del 1996 di Maria Grazia Ciani per i tipi di Arnoldo Mondadori.

10 – Dalla traduzione di Filippo Càssola del 1971 per i tipi della Fondazione Lorenzo Valla.

 

Si vedano anche:

 

 

BALLABRIGA ALAIN, 1997, La nourriture des dieux et le parfum des déesses, Mètis, vol. 12, pp. 119-127.

BARATZ AMIT, 2015, The source of the God’s immortality in archaic Greek literature, Scripta Classica Israelica, vol. 34, pp. 151-164.

CHANTRAINE PIERRE, 1999, Dictionnaire étymologique de la langue grecque. Histoire des mots, Klincksieck, Paris.

FOWLER MURRAY, 1042, A note on ἀμβροτοζ, Classical Philology, vol. 37, pp. 77-79.

GRANDE-CLÉMENT ADELINE, 2018, La saveur de l’immortalité: les mille et une vertus de l’ambroisie et du nectar dans la tradition homérique, Pallas, vol. 106, pp. 69-83.

GRIFFITH DREW, 1955, Nektar und Nitron, Glotta, vol. 72, pp. 2-23.

LAZZERONI ROMANO, 1988, Il nettare e l’ambrosia. Su alcune rappresentazioni indoeuropee della morte, Studi e Saggi Linguistici, vol. 28, pp. 177-179.

LEVIN SAUL, 1971, The etymology of νέκταρ: exotic scents in early Greece, Studi Micenei ed Egeo-Anatolici, vol. 13, pp. 31-50.

LLAMOSAS MUŇOZ VIRGINIA, 1998, Néctar y ambrosia: atraversar la muerte, Ilu, vol. 3, pp. 147-160.

PALADINO IDA, 1978, Glaukos, o l’ineluttabilità della morte, Studi Storico-Religiosi, vol. 2, pp. 289-303.

PICCALUGA GIULIA, 1968, Lykaon, un tema mitico, Edizioni dell’Ateneo, Roma.

ROSCHER H. WILHELM, 1883, Nektar und Ambrosia, mit einem Anhang üb er die Grundbedeutung der Aphrodite und Athene, B.G. Teubner, Leipzig.

TAIDA ICHIRO, 2022, Ambrosia in Greek epics, Études Classiques, vol. 90, pp. 427-435.

THIEME PAUL, 1952, Studien zur indogermanischen Wortkunde und Religionsgeschichte, Akademie Verlag, Berlin.

VARELA URÍA JAVIER, 1992, El néctar y la ambrosía: nota interpretativa al Himno a Apolo 8189-193), Myrtia, vol. 7, pp. 141-145.

 

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