Animali vari

Other animals

 

Di seguito vengono elencati altri casi di animali che si drogano.

Nelle Montagne Rocciose del Canada, la pecora dalle grandi corna passa attraverso i più grandi pericoli, fra profondi burroni e rocce taglienti, per raggiungere i luoghi dove cresce un lichene, di insignificante utilità alimentare, per divorarlo avidamente. Questo lichene, tinto di giallo e di verde, cresce sulle superfici rocciose. Certe pecore sono solite uscire dal gruppo per recarsi alla ricerca del lichene e per consumarlo in grandi quantità. Questo comportamento è così tenace che gli animali, a furia di raschiare la roccia, perdono l’affilatura dei denti, se non addirittura i denti frontali. La spiegazione di ciò è stata trovata dalle popolazioni native di Indiani, scoprendo gli effetti narcotici di quella specie di lichene: narcotici per l’uomo e per le capre (Siegel, 1989, pp. 51-52).

I babbuini ricercano e mangiano il frutto rosso di un albero della famiglia delle Cycadaceae e non lo fanno in periodi di carestia, cioè per il motivo che non trovano altro di cui nutrirsi. Dopo aver mangiato di questo frutto, essi appaiono come ubriachi, con andatura barcollante, incapaci di muoversi velocemente e possono diventare facile preda dei cacciatori umani. Non sono mai stati osservati casi di morte diretta nell’uso di questo frutto nei babbuini, al contrario che nell’uomo, per il quale risulta velenoso. Il frutto produce una qualche sensazione piacevole o uno stato di euforia nei babbuini, i quali hanno probabilmente sviluppato una tolleranza nei confronti degli effetti tossici (Marais 1940).

L’arbusto del kava (Piper methysticum Forst, famiglia delle Piperaceae) è diffuso nelle isole della Melanesia e della Polinesia. Dalle sue radici gli indigeni ricavano una bevanda inebriante, che è consumata ancora oggi da buona parte della popolazione. Diversi racconti sull’origine della conoscenza umana di questo inebriante mitizzano l’evento della sua scoperta attraverso l’osservazione del rapporto che i topi (del genere Rattus exculans Peaple) intrattengono con la pianta del kava (si veda Kava e topi). Ad esempio, in un racconto originario delle Nuove Ebridi, un uomo vide più volte un topo che rosicchiava la radice del kava, morire e dopo un po’ di tempo tornare in vita. Così l’uomo decise di provare su di se gli effetti della radice e in tal modo originò l’uso del kava (De Felice, 1990, pp. 104-5). In effetti, sembra che i topi (ma anche i maiali) rosicchino le radici del kava nelle piantagioni e ne rimangano di conseguenza inebriati (Samorini 1995, p. 102).

I Masai del Kenya e della Tanzania affermano che i rinoceronti si cibano occasionalmente di una specie di “mimosa” (probabilmente un’Acacia o altra Fabacea) e a causa di ciò diventano notevolmente pericolosi poiché attaccano qualunque cosa gli si avvicini (Hinde & Hinde, 1901, p. 63). Questa medesima pianta è una delle droghe stimolanti usate dai guerrieri Masai.

Frutti di Tabernanthe iboga Baill.

Nel corso delle mie ricerche in Gabon, volte allo studio dell’uso dell’iboga (Tabernanthe iboga Baill.) nel culto religioso del Buiti (Samorini, 1997-98; si veda Il culto del Buiti), numerose volte i miei informatori hanno riferito che diverse specie di animali si cibano di iboga per inebriarsi. Uno “sciamano” (nganga) mitsogho riferì l’uso dell’iboga fra i mandrilli maschio. Quando un mandrillo maschio deve intraprendere una lotta con un altro maschio, non si cimenta immediatamente nella lotta. Egli si reca prima a cercare una pianta di iboga, la sradica dal terreno e ne mangia la radice; attende che gli siano saliti gli effetti (un’attesa che può durare 1-2 ore), dopodiché va all’attacco dell’altro maschio contro cui deve lottare. Il fatto che il mandrillo attenda che gli salgano gli effetti dell’iboga prima di attaccare, dimostra un elevato grado di premeditazione di ciò che sta facendo.

Sempre in Gabon, Valker (1931) riportò che i gorilla si. cibano dei frutti, rami e radici dell’iboga. André Walker (1949, p. 630) riportava che “gli indigeni attribuiscono la scoperta dell’iboga ai cinghiali, che ne sono molto attratti. Questi animali in effetti scavano delle buche ai piedi dell’arbusto per rosicchiare la scorza delle radici. Anche i porco-spini fanno il medesimo. A dire dei Neri, i gorilla cercherebbero anch’essi queste radici”. Gollnhofer & Sillans (1983, p. 24) riportano che “mangiano l’iboga i pacoceri, che sarebbero stati quelli a far scoprire all’uomo le proprietà della pianta; anche gli elefanti secondo i Pigmei e i cinocefali e il gorilla presso i Mitsogo”. L’assunzione dell’iboga da parte dei gorilla è stata osservata pure in Camerun, e per la specie Gorilla gorilla gorilla pure nelle regioni costiere del Gabon (Cousins & Huffman, 2002). L’impiego delle radici non sembra avere scopi nutritivi, “per via dell’intensa risposta mostrata”, cioè degli intensi effetti inebrianti subiti da questi animali (Huffman, 2022, p. 193).

Oltre all’iboga, i gorilla assumono anche altre piante psicoattive. Sono state osservate le assunzioni di noci di Cola, che contengono alcaloidi caffeinici, delle specie C. gabonensis Mast., C. nitida (Vent.) Schott & Endl., C. pachycarpa K. Schum. e C. rostrata K. Schum (Cousins & Huffman, 2002). In Gabon i gorilla sembrano preferire soprattutto le noci di Cola pachycarpa K. Schum, e per questo i nativi hanno dato a questa pianta il nome di “cola dei gorilla”. Le scimmie si cibano delle noci di C. nitida, e ne sono così avide che devastano letteralmente gli alberi della foresta (si veda a tal proposito il Racconto sulla cola della Costa d’Avorio). Pure le antilopi sono state viste nutrirsi di noci di C. nitida (Raponda-Walker & Sillans, 1995, pp. 408-9). Dato che le noci di cola contengono piccole quantità di proteine, il loro consumo da parte di questi animali sarebbe da addurre alla ricerca di effetti stimolanti (Cousins & Huffman, 2002). Infine, i gorilla del Rio Muni della Guinea Equatoriale sono stati visti cibarsi di fiori di Alchornea floribunda Müll.Arg. e A. cordifolia (Schumach. & Thonn.) Müll.Arg. (Sabater Pi, 1977). Le radici di queste piante sono psicoattive, e la prima di queste, con il nome di alan, è impiegata come fonte inebriante nel culto degli antenati dei Fang del Gabon (si veda Il culto degli antenati Byeri e L’alan, Alchornea floribunda).

I coltivatori di Cannabis devono fare i conti con animali avidi di questa pianta. Nelle Hawaii, mucche e cavalli ricercano come cibo prelibato i suoi fiori e ciò provoca in essi per un certo periodo un lieve barcollamento.

Nell’Europa orientale, gli agnelli entrano nei campi di canapa, brucano le piante e diventano “gaie e folli”. Negli anni ’50 un veterinario riportò un caso in Grecia di un agnello che si inebriava ripetutamente di Cannabis e che mostrava tuttavia uno sviluppo e un ingrassamento normali (Cardassis 1951, p. 973). Nel Nord America il cervo si infiltra nei campi di Cannabis e nel Sud America sono le scimmie a compiervi frequenti incursioni.

In Europa, la ginestra della specie Cytisus scoparius (L.) Link è una leguminosa che può indurre nell’uomo effetti psicoattivi o tossici – a seconda della dose. L. Lewin riportava che certe razze di pecore delle lande tedesche la prediligono. Perciò spesso la si semina nella landa e si fanno attraversare le pecore lentamente nella piantagione, senza permettere che vi si arrestino. Certi animali la mangiano con avidità e passione ed entrano così in uno stato di eccitazione, cui fa seguito la perdita completa della coscienza. In questo modo essi cadono più facilmente preda delle volpi o degli stormi di cornacchie. Vengono chiamati “gli ubbriaconi” (Lewin 1981(1924): II, p. 179).

Frutti di Coriaria myrtifolia L.

In Spagna l’arbusto Coriaria myrtifolia L. (famiglia Coriariaceae) è chiamato popolarmente emborrachacabras (“ubriacacapre”). Pianta molto veleosa per gli uomini, è riconosciuto dai pastori che montoni e capre ne rimangono inebriati; un’ebbrezza che tuttavia svanisce in poco tempo (Font Quer, 2002, pp. 448-450).

Parrebbe che anche le lumache siano attratte dall’alcol. In alcune regioni italiane i contadini, per disinfestare gli orti dalle invasioni di lumache, vi collocano dei contenitori bassi e ampi (i portavasi in plastica sono adatti all’uopo) in cui hanno versato un poco di birra o di vino. Si tratta di vere e proprie trappole per questi molluschi, i quali vi confluiscono a decine, ammassandosi gli uni sugli altri. Si formano così mucchi di lumache apparentemente inebriate e incapaci di muoversi, quindi facilmente catturabili ed eliminabili.

I contadini del nord Italia usavano un metodo simile per “invitare” i ricci a stabilirsi nei pressi dei loro orti. I ricci sono dei formidabili insettivori e la loro presenza negli orti assicura che cavoli e insalate non vengano divorati dagli insetti. I ricci sono attratti dall’alcol e deporre ogni tanto in mezzo all’orto una ciotola con una miscela di acqua e vino insieme a una manciata di larve assicura il fatto che questi piccoli mammiferi eleggono l’orto a loro dimora (Celli 1999, pp. 15-6).

 

Si vedano anche:

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CARDASSIS J., 1951, Intoxication des Équidés par Cannabis indica, Recueil de Médicine Vétérinaire de l’École d’Alfort, vol. 127, pp. 971-973.

CELLI GIORGIO, 1999, Vita segreta degli animali, Piemme, Casale Monferrato.

COUSINS DON & MICHAEL A. HUFFMAN, 2002, Medicinal properties in the diet of gorillas: an ethno-pharmacological evaluation, African Study Monographs, vol. 23(2), pp. 65-89.

DE FELICE PHILIPPE, 1990 (1936), Le droghe degli dèi, Ecig, Genova.

FONT QUER P., 2002, Plantas medicinales. El Dioscórides renovado, Península Ediciones, Barcelona.

GOLLNHOFER OTTO & ROGER SILLANS, 1983, L’iboga, psychotrope africain, Psychotropes, vol. 1, pp. 11-27.

HINDE L. SIDNEY & HILDEGARDE HINDE, 1901, The last of the Masai, William Heinemann, London.

HUFFMAN A. MICHAEL, 2022, Folklore, animal self-medication, and phytotherapy. Something old, something new, something borrowed, some things true, Planta Medica, vol. 88, pp. 187-199.

LEWIN LOUIS, 1981[1924], Phantastika, 3 voll., Savelli, Milano.

MARAIS E., 1940, My Friends the Baboons, McBride, New York.

RAPONDA-WALKER ANDRÉ & ROGER SILLANS, 1995 [1961], Les plantes utiles du Gabon, Fondation Raponda-Walker, Libreville.

SABATER PI JORGE, 1977, Contribution to the study of alimentation of lowland gorillas in the natural state, in Río Muni, Republic of Equatorial Guinea (West Africa), Primates, vol. 18, pp. 183-204.

SAMORINI GIORGIO, 1995, Gli allucinogeni nel mito. Racconti sulle origini delle piante psicoattive, Nautilus, Torino.

SAMORINI GIORGIO,  1997-98, The Initiation Rite in the Bwiti Religion (Ndea Narizanga Sect, Gabon), Jahrbuch für Ethnomedizine, vol. 6-7, pp. 39-55.

SAMORINI GIORGIO, 2013, Animali che si drogano, Shake Edizioni, Milano.

SIEGEL RONALD, 1989, Intoxication. Life in Pursuit of Artificial Paradise, Dutton, New York.

VALKER ANDRÉ (nome errato di Walker André), 1931, La vie du Gorille au Gabon, Bulletin du Muséum National d’Histoire Naturelle, 2° s., vol. 3, pp. 393-398.

WALKER ANDRÉ, 1949, L’Iboga et le faux Iboga du Gabon, Revue de Botanique Appliqué et d’Agriculture Tropicale, vol. 29, pp. 630-1.

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