Mammiferi e alcol

Mammals and alcohol

 

Primati e alcol

La ricerca di un’ebbrezza, di un “high”, sia mediante l’assunzione di fonti inebrianti che mediante altre tecniche, è confermata presso i primati da alcune osservazioni etologiche, oltre a essere da diverso tempo riportata come informazione aneddotica presso le popolazioni tradizionali.

Un interessante caso che non riguarda l’assunzione di fonti inebrianti è stato recentemente osservato presso le grandi scimmie quali gli oranghi, i gorilla, gli scimpanzé e i bonobo. Vi sono individui che si afferrano a delle liane (in natura) o a delle corde (in cattività) per fare ruotare velocemente il loro corpo con l’apparente scopo di esperire delle vertigini. In diversi casi i primati ruotano/contorcono la liana o la corda afferrata con le mani girando diverse volte su se stessi prima di staccarsi dal terreno, con lo scopo di indurre una più veloce rotazione del corpo. In altri casi afferrano con i denti la liana o corda e quindi sollevano le gambe dal terreno per promuovere la rotazione del corpo. Sebbene questo comportamento sia stato osservato con una maggior frequenza in cattività, è stato registrato anche in natura. Tale differenza quantitativa può essere dovuta o a un concreto incremento di questo comportamento in condizioni di cattività e di conseguente noia con lo scopo di aumentare gli stimoli, o a una carenza delle osservazioni in natura (Lameira & Perlman, 2023).

Venendo alla relazione dei primati con l’alcol etilico, i moderni studi genetici stanno svelando la genesi dei sistemi enzimatici che metabolizzano questa molecola. In questo Ordine è presente una classe di enzimi ADH (alcol deidrogenasi) denominata ADH4, presente sin dagli inizi della sua formazione filogenetica, avvenuta attorno ai 70 milioni di anni fa. Questi enzimi metabolizzano una serie di alcol, inclusi alcol terpenoidi quali il geraniolo, che sono abbondanti nelle foglie delle piante. Gli ADN4 dei nostri antenati primati non erano tuttavia in grado di metabolizzare l’etanolo. Una mutazione dell’enzima ADNH4, avvenuta attorno ai 10 milioni di anni fa, aumentò di 40 volte la possibilità di ossidare l’etanolo. Tale mutazione (A294) si presentò nel filum evolutivo presso un antenato ominide, dopo la divergenza con gli oranghi e prima della divergenza con i gorilla e gli scimpanzé. Ciò come probabile conseguenza della transizione climatica del Miocene medio, avvenuta attorno ai 16 milioni di anni fa, che portò a una maggiore vita al suolo rispetto a quella arboricola dei nostri antenati. Una delle conseguenze di questo cambiamento di habitat riguardò la raccolta e ingestione dei frutti caduti a terra, con un maggior grado di maturazione e di conseguente produzione di alcol, e non più solo quelli staccati direttamente dagli alberi. E’ interessante osservare come la medesima mutazione A294 nell’ADNH4 si fosse già presentata fra i 50 e i 40 milioni di anni fa nel corso dell’apparizione di un singolo primate del Madagascar, l’aye-aye (Daubentonia madagascariensis). Si deve tenere in considerazione che, oltre all’ADN4, altri enzimi contribuiscono alla metabolizzazione dell’alcol etilico; enzimi presenti ad esempio fra le specie arboricole dei mammiferi dell’Ordine Scandentia, quali le Tupaia arboricole (Carrigan et al., 2014).

L’attrazione di specie di primati nei confronti dell’alcol è stata confermata da alcuni esperimenti in cattività. In uno di questi, soluzioni che simulano il nettare con differenti concentrazioni di alcol sono state proposte a due primati – il lemure notturno aye-aye del Madagascar (Daubentonia madagascariensis) e il lori lento del sudest asiatico (Nycticebus coucang). Per l’aye-aye sono state usate soluzioni con concentrazioni di alcol dello 0, 1, 3 e 5%, mentre per il lori lento le concentrazioni erano dello 0, 1, 3, e 4%. Gli individui di entrambe le specie hanno mostrato preferire le soluzioni con maggior concentrazione di alcol (Gochman et al., 2016). In un altro esperimento con le scimmie ragno queste hanno mostrato preferire soluzioni contenenti etanolo in concentrazioni fino al 3% rispetto all’acqua (Dausch Ibañez et al., 2019). Questi esperimenti confermano una relazione dei primati con l’alcol dietetico, ma non dicono molto sulla loro relazione con l’alcol inebriante (per queste definizioni si veda Animali e alcol).

Che i primati in natura siano esposti a elevate concentrazioni di alcol dietetico è oramai accertato da diversi studi. Contrariamente a quanto ritenuto da Milton (2004, p. 307), secondo il quale nessun primato è attratto da frutti in stato avanzato di maturazione, quindi con elevato contenuto di alcol, osservazioni più approfondite hanno evidenziato come numerosi primati se ne cibino. In certi casi è stato possibile calcolare a livello stagionale un contributo sino al 15% di questi frutti altamente maturi sul volume totale di cibo ingerito da determinati primati, e spesso tale comportamento non è associato a momenti di ridotta disponibilità di cibo. In alcuni altri casi i primati hanno mostrato preferire frutti con un elevato grado di maturazione, sino alla fase finale di maturazione (marcescenza), rispetto a frutti acerbi o semi-maturi. Sebbene questo comportamento sia ritenuto infrequente in base alle osservazioni registrate dagli etologi, è possibile che sia più pervasivo nell’Ordine dei primati e più frequente di quanto sinora osservato, e ciò per via della difficoltà da parte degli etologi di determinare il grado di maturazione dei frutti di cui si stanno nutrendo i primati oggetti delle loro osservazioni. Nella maggioranza dei casi questi frutti vengono ingeriti totalmente dai primati, senza lasciare residui che possano in seguito essere esaminati dagli studiosi (Amato et al., 2021).

In uno studio eseguito nell’isola di Barro Colorado dell’area del canale di Panama su una comunità di scimmie ragno (Ateles geoffroyi) costituita di 42 individui, è stata osservata l’assunzione dei frutti dell’anacardiacea Spondias monbin L. L’86% dei resti di frutti mangiati da questi primati ha evidenziato la presenza di etanolo in concentrazioni variabili, la maggior parte minori del 3%, in alcuni casi raggiungenti il 6 e l’8% (Weaver, 2016). E’ tuttavia opportuno considerare, come sottolineato dalla medesima ricercatrice, che l’impossibilità di misurare la concentrazione alcolica dei frutti mangiati interamente dalle scimmie ha limitato la ricerca, e forse in maniera significativa. Le uniche deduzioni possibili riguardano l’elevata concentrazione di alcol per una parte, pur minoritaria, dei frutti che fanno parte della dieta di queste scimmie ragno, e il fatto che queste sono comunque esposte all’etanolo.

In un altro studio eseguito sempre su scimmie ragno del medesimo Barro Colorado, le loro urine sono risultate positive all’etil glucuronide e all’etil solfato, entrambi metaboliti dell’etanolo. In tre casi la concentrazione di questi metaboliti superava la soglia della rilevanza clinica per gli umani (Campbell et al., 2022).

Studi ancor più recenti hanno evidenziato che scimpanzé delle foreste dell’Uganda assumono ogni giorno quantità di 14 g di etanolo attraverso l’ingestione di frutti maturi, e la sua metabolizzazione è stata valutata verificando le significative quantità di metaboliti dell’etanolo presenti nelle urine di questi primati (Maro et al., 2025; 2026).

Più interessanti sono le osservazioni dell’assunzione di alcol inebriante, che induce nei primati un evidente stato ebbro. Gli abitanti del villaggio di Bossou, situato nella Guinea meridionale, al confine con la Liberia e la Costa d’Avorio, sono soliti raccogliere la linfa di una palma in contenitori di plastica per farla fermentare e produrre una bevanda alcolica con gradazione media del 3,1% e con gradazione massima del 6,9%. I contenitori di plastica vengono coperti con delle foglie per evitare contaminazioni. Sono stati osservati degli scimpanzé avvicinarsi ai contenitori, prendere le foglie di copertura o foglie da piante vicine, schiacciarle o piegarle per trasformarle in “spugne” che inseriscono nell’apertura del contenitore per immergerle nel liquido, e quindi estrarle e metterle in bocca per bere il liquido trattenuto dalla foglia/“spugna”. Questo comportamento, da tempo noto agli abitanti del villaggio, è stato attentamente studiato da etologi professioni. Nell’arco di tempo di 17 anni sono state osservate 20 eventi che hanno coinvolto sino a 13 scimpanzé adulti e altri individui immaturi. Gli individui coinvolti avevano tutte le età ed erano di entrambi i generi. Alcuni scimpanzé hanno mostrato evidenti segni di ubriachezza. In questo caso l’assunzione di alcol non è una conseguenza di una dieta frugivora, ma un comportamento opportunistico che si basa su un’attività umana. L’osservazione di scimpanzé che ripetutamente si avvicinavano ai contenitori di linfa fermentata e ne assumono in grandi quantità esclude l’accidentalità dell’ingestione di etanolo (Hockings et al., 2015). Questa osservazione sul campo contraddice quanto riportato in precedenza da altri autori che “qualunque assunzione di etanolo da parte dei primati selvatici sarebbe sempre in un contesto di alimentazione” (Milton, 2004, p. 306), un’assunzione definita come prandiale.

Andrew Ritchie ha osservato in un paio di occasioni nel Madagascar dei lemuri sifaka (Propithecus diadema candidus) mostrare evidenti comportamenti di ebbrezza in seguito all’ingestione di semi di frutti caduti al suolo che erano molto maturi (rip. in Milton, 2004, p. 307). Sempre in Madagascar il lemure dalla coda anellata (Lemur catta) si inebria quando si ciba di baccelli fermentati di Tamarindus indica (Jolly, 1966, p. 82, rip.in Krebs & Perkins, 1970, p. 643).

 

Elefanti e alcol

Da tempo è nota la passione che hanno certi elefanti per l’alcol. In Africa questi pachidermi sono golosi dei frutti degli alberi di diverse specie di palme, soprattutto i frutti di doum (Hyphaene sp. Mart.), marula (Sclerocarya birrea [A. Rich.] Hochst.), e palmira (Borassus sp.). Per quanto riguarda i frutti del marula, questi sono utilizzati da diverse etnie sudafricane per produrre bevande fermentate alcoliche tradizionali note con diversi nomi, fra cui quelli di mapfura fra gli Shona e di amaganu fra gli Ndebele dello Zimbabwe (Mugochi et al., 1999), e con il nome usato dagli Europei di morula beer per indicare le bevande fermentate ricavate dal marula presso diverse etnie del Sud Africa (Krige, 1937).

Quando maturi, questi frutti tendono a fermentare velocemente, alcuni quando sono ancora attaccati all’albero. Gli elefanti si cibano dei frutti in fermentazione caduti al suolo, quindi agitano e colpiscono l’albero con la proboscide e con il corpo per fame cadere altri. Il processo di fermentazione del frutto parrebbe produrre alcol etilico, ed è stato ipotizzato che questo processo continui quando il frutto si trova nell’apparato digerente dell’animale, con conseguente produzione e assorbimento di ulteriori quantità di alcol (Makopa et al., 2023). Se gli elefanti sono in gruppo, la competizione fa sì ch’essi mangino una maggior quantità di frutti nel periodo di tempo più breve possibile. Gli elefanti si ubriacano, e ciò appare essere una conseguenza tutt’altro che accidentale. Mentre il branco è solito percorrere nella foresta non più di una decina di chilometri al giorno, quando è il periodo della maturazione dei frutti di quelle palme (in particolare le specie di Borassus), i maschi adulti possono staccarsi dal branco per percorrere in un giorno la distanza di oltre 30 km che li separa dal luogo di crescita di quegli alberi, la cui localizzazione è a loro ben nota (Siegel, 1989).

Gli elefanti ubriachi diventano iper-eccitati, sobbalzano di fronte a suoni insoliti o a movimenti repentini di altri animali o dell’uomo. Si impauriscono facilmente e ciò li rende aggressivi, come reazione di difesa. Un branco di elefanti ubriachi è considerato un serio pericolo per gli uomini.

Anche gli elefanti indiani del Bengala e dell’Indonesia sono attratti dai frutti fermentati che cadono al suolo, in particolare il grosso frutto del durian (Durio zibethinus L., famiglia delle Malvaceae). In realtà, diverse specie di animali cercano il frutto fermentato del durian: scimmie, orangutan, volpi volanti (specie di pipistrelli), elefanti. Perfino le tigri di Sumatra, per il resto carnivore, apprezzano moltissimo il frutto del durian, ma non è chiaro se mangiandolo si inebrino e se lo cerchino per questo scopo. È comunque nota ai nativi l’assoluta determinazione di questi felini nell’impossessarsi di questi frutti. Si racconta di casi in cui bambini che raccoglievano e trasportavano al villaggio cesti di questi frutti, sono stati aggrediti da una tigre e che questa, invece di ucciderli, li ha privati del loro raccolto (Siegel, 1989, pp. 117-124).

Gli elefanti che si ingozzano di frutti di durian ondeggiano e cadono al suolo in uno stato letargico. Le scimmie perdono la coordinazione motoria, fanno fatica ad arrampicarsi sugli alberi e agitano la testa (si veda L’head twitch animale). Le volpi volanti, che sono i più grossi pipistrelli del mondo, si cibano dei frutti fermentati di durian durante la notte. L’ebbrezza alcolica che ne consegue distorce il complesso sistema radar di cui sono dotati questi animali e per mezzo del quale si orientano nel volo notturno, sino a farli cadere al suolo. Gli elefanti non cercano l’ebbrezza alcolica solamente dai frutti fermentati, ma ovunque percepiscano l’odore dell’alcol si dirigono velocemente alla fonte che emana questo tipo di odore. Nel 1974, nel Bengala occidentale un branco di 150 elefanti irruppe in un laboratorio clandestino dove veniva prodotto alcol e bevvero a più non posso grandi quantità di malto distillato. Come conseguenza dell’ubriacatura, si misero a scorrazzare per il territorio circostante, correndo di qua e di la, calpestando e uccidendo cinque persone. Un’altra dozzina rimase ferita, sette case in mattone e una ventina di capanne furono distrutte (Siegel & Brodie, 1984).

La passione per l’alcol degli elefanti indiani è nota da tempo. Cludio Eliano, che scriveva nel III secolo della nostra era, riportò l’uso bellico degli elefanti alcolizzati: “Un elefante che fa parte di un branco e che è stato addomesticato, beve acqua; invece un elefante impiegato in azioni guerresche, beve vino; non vino d’uva, però, ma quello che gli Indiani ricavano dal riso o dalla canna” (Eliano, La natura degli animali, XIII, 8). Lo scrittore persiano Nezāmī, che scriveva nel XII secolo, fece dire al re Bahrām Gūr: “Il mio riso e la mia ebbrezza, se riportati all’essenza, sono risa di leone, ebbrezza d’elefante. Il leone, quando ride, versa sangue, e chi non fuggirebbe dall’elefante inebriato?” (Nezāmī, 2002, p. 138).

Dumbo, l’immaginario elefantino voltante protagonista dell’omonimo cartone animato di Walt Disney, prodotto nel 1941, beve alcol e in conseguenza di ciò vede fra le nuvole elefanti rosa che danzano; anche questa tematica moderna, inserita in un racconto per l’infanzia, origina dalla conoscenza che questi pachidermi in natura si ubriacano.

Per quanto riguarda il marula, chiamato popolarmente “elephant tree” (“albero dell’elefante”) – Sclerocarya birrea subsp. caffra (Sond.) Kokwaro, fam. Anacardaceae – recentemente è stato messo in dubbio che gli elefanti si inebrino nel corso delle loro scorpacciate dei suoi frutti. Non sarebbe vero che i frutti di marula possano raggiungere la concentrazione del 7% di etanolo, così come sarebbe dubbio il fatto che la fermentazione del frutto, con conseguente e ulteriore produzione di alcol, possa avvenire in quantità significative dentro allo stomaco del pachiderma. Il fatto che gli elefanti si ubriachino con i frutti di marula non sarebbe quindi che un mito, indotto dalla tendenza umana a interpretare in maniera antropocentrica certi comportamenti animali (Morris et al., 2006). Lo sviluppo di questo studio critico appare carente dal punto di vista metodologico, poiché si basa eccessivamente su un’estrapolazione dai dati umani per quanto riguarda i calcoli sul metabolismo dell’alcol, quando, al contrario, sono questi medesimi ricercatori ad affermare che “la conoscenza fisiologica di come gli elefanti trattino l’alcol è praticamente inesistente” (Samorini, 2013, pp. 44-5). In questo studio non viene presa in considerazione la possibilità che altre sottili relazioni ecologiche possano influenzare il ciclo fisiologico dell’alcol sia esternamente che internamente al pachiderma. E’ pur vero che gli autori prendono in considerazione l’ipotesi che l’effetto inebriante del frutto di marula possa esser causato da composti differenti dall’alcol etilico, chiamando in causa delle larve di coleotteri che risiederebbero nella corteccia del marula; larve che sono impiegate dai Boscimani San come veleno per le loro frecce. Che queste larve risiedano nella corteccia e non nel frutto dell’albero dovrebbe già di per sé escluderle come possibile fonte di intossicazione. Gli autori non hanno prestato attenzione al ciclo biologico di queste larve del genere Diamphiba, che dopo essersi cibati delle foglie di alcuni alberi, fra cui anche quello di Sclerocarya birrea, non fanno il bozzolo nella corteccia dell’albero, ma nel suolo sabbioso sottostante, dove i San li cercano scavando, per ricavarne il veleno da freccia (Mebs et al., 1982). Queste larve non possono avere nulla a che fare con l’ebbrezza degli elefanti. I medesimi autori hanno considerato anche la possibilità di un coinvolgimento della vitamina niacina come possibile fonte d’ebbrezza, che parrebbe essere presente in significative quantità nel frutto del marula, affermando che a grandi dosi può causare “overt effects” (Morris et al., 2006, p. 367), cioè “effetti palesi”, senza specificare di quale natura sarebbero questi effetti, e senza nemmeno referenziare quanto stanno dicendo. Tacciare come un “mito” l’ebbrezza degli elefanti conseguente alle loro scorpacciate di frutti di marula – così fortemente avvalorato da secolari dati aneddotici – risulta speculativo. Gli accertati incidenti, alcuni gravi, che hanno coinvolto elefanti ubriachi sono sufficienti per considerare tutt’altro che mitologico questo bizzarro comportamento animale.

Anche l’équipe canadese di Mareike Janiak ha recentemente criticato il negazionismo di Morris e coll. Sulla base di valutazioni genetiche del metabolismo degli elefanti sia indiani che africani, Janiak e coll. hanno ritenuto errati i calcoli del metabolismo dell’alcol eseguiti dall’équipe di Morris e hanno confermato la possibilità di un’ebbrezza alcolica degli elefanti conseguente all’ingestione dei frutti di marula. Anche per Janiak e coll. l’errore di Morris e coll. consiste nell’aver calcolato i parametri metabolici per l’alcol degli elefanti sulla base dei parametri metabolici umani, e nell’essere di fatto ricaduti in quella “tendenza ad antropomorfizzare i comportamenti animali” ch’essi medesimi avevano chiamato in causa per denigrare il “mito” degli elefanti ubriachi (Janiak et al., 2020).

Un’ulteriore conferma della realtà dell’ebbrezza alcolica degli elefanti conseguente all’ingestione dei frutti di marula proviene dai risultati di una recente ricerca sui processi di fermentazione di questi frutti da parte di una lunga serie di lieviti, che portano a concentrazione di etanolo di 1,67-4,19%, una misura che va valutata sulla base della grande quantità di frutti di marula ingeriti in una singola “scorpacciata” (Makopa et al., 2023).

Gli elefanti non sono attratti solamente dall’alcol. E’ stato da tempo osservato che quelli indiani, prima di partire per un lungo viaggio, si cibano di una leguminosa (Entada schefferi Ridl.) che potrebbe avere effetti stimolanti su questo pachiderma (Engel, 2003, p. 171; E. schefferi Ridl. è oggigiorno considerato sinonimo di E. rheedii Spreng).

 

Orsi e alcol

Il lappone Joahn Turi, nella sua biografia datata al 1910, riportava quanto segue riguardo alla caccia all’orso:

“Bisogna conoscere i posti che l’orso frequenta. Quindi bisogna mettere dell’acquavite in una ciotola d’argilla azzurra, in mezzo a un cespuglio di ginepro o fra le betulle nane. Quando l’orso arriva in quella zona l’annusa già a distanza e la va subito a cercare, e quando la trova la beve tutta, non importa quanta ce n’è. E allora è tanto ubriaco che non capisce assolutamente niente e strilla e si dimena in tutti i modi, e lo si sente da lontano. All’alba e al tramonto si va in giro ad ascoltare e quando si sente l’orso si va lì a sparargli, non sente niente e non fiuta niente. E può anche bere e svenire.
Capita anche che trovi l’acquavite e la beva, e quando la sbornia gli passa torna spesso a cercarla. Quando si è riusciti a farlo bere una volta è facilissimo, si rimette l’acquavite e ci si apposta, è sicuro che verrà regolarmente, e nemmeno si allontana tanto dai posti dove ha già trovato l’acquavite” (Turi, 1991, p. 111).

Turi affermava che anche le renne venivano catturate offrendo loro dell’acquavite (id., p. 70).

Questo comportamento dell’orso rientra fra i comportamenti intenzionali condizionati (si veda Animali che si drogano), poiché influenzati dall’uomo. Tuttavia, è possibile che nell’orso vi sia un comportamento intenzionale naturale nell’avvicinarsi alle fonti alcoliche, quali dei frutti in fermentazione, così come che i Lapponi abbiano elaborato questa tecnica di avvicinamento e di caccia dell’orso in seguito all’osservazione della preferenza in natura dell’orso delle fonti alcoliche.

Gli orsi sembrano intrattenere una relazione intenzionale anche con altre fonti inebrianti. L’etnografo Vladislav Kulemzin, del Tomsk State University (Siberia), riportava nel 1948 che “un orso mangia l’Amanita muscaria durante la stagione dei calori con lo scopo di non avere paura” (comunicazione a Saar Maret, 1991, p. 163).

Sempre riguardo agli orsi, fra le etnie dell’India centrale è diffusa la credenza che questi animali si inebrino con i carnosi fiori fermentati dell’albero del mahua (Madhuca longifolia var. latifolia, Sapotaceae), dai quali l’uomo ricava sin dall’antichità un liquore distillato (Dunbar Brande, 1927, p. 7 e Elwin, 1949, p. 231; si veda Leggende sul madhu dell’India). Dunbar Brande riportava che:

“Il tempo dell’abbondanza è quando il calice carnoso dell’albero del Mohwa [mahua] sgocciola continuamente, ed è una visione straordinaria vedere gli orsi che competono l’uno con l’altro per essere i primi sul posto. Il grosso della bevanda spiritosa del luogo è distillato da questi fiori, che vengono attentamente raccolti dalla gente del posto durante il giorno, ma la notte appartiene all’orso, ed è il caso di primo arrivato primo servito. V’è una comune credenza che a volte gli orsi si inebriano come risultato del mangiare i fiori fermentati. Il comportamento normale dell’orso può essere così eccentrico che nessun poliziotto dell’East End giurerebbe che non fosse sotto “l’influenza”. Una notte alla luce della luna nel Melghat, accampato accanto ad alcuni alberi di Mohwa, dall’entrata della tenda vidi sette orsi nel giro di un’ora correre da un albero all’altro” (Dunbar Brande, 1927, p. 7).

 

Altri mammiferi

Anche il facocero (Phacocerus africanus) è stato osservato inebriato dopo avere ingerito i frutti marcescenti di marula (Moorehead, 1962, p. 26, rip.in Krebs & Perkins, 1970, p. 643).

Sono state osservate sette specie di mammiferi che nelle foreste della Malesia occidentale assumono quotidianamente fonti alcoliche in concentrazioni fino al 3,8%. I mammiferi riguardano il toporagno pentato ( Ptilocercus lowii), il toporagno comune (Tupaia glis), uno scoiattolo (Callosciurus notatus), tre specie di ratto (Lenothrix canus, Rattus tiomanicus, Niviventer bukit), e un primate (il lori lento, Nycticebus sp.). La fonte alcolica riguarda il nettare fermentato della palma Eugeissona tristis Griff. Gli animali visitavano la lunga infiorescenza della palma e la muovevano su e giù leccando il nettare fuoriuscente. Gli etologi non hanno osservato segni di ebbrezza nei mammiferi coinvolti, per lo meno segni evidenti esteriori. L’elevata concentrazione di alcol nel corpo dei mammiferi è stata confermata mediante l’analisi chimica del loro pelo. E’ possibile che l’alcol prodotto dalla palma migliori l’attrazione alle infiorescenze per i mammiferi impollinatori. Questo ritrovamento suggerisce un beneficio adattivo riguardante una dieta ad alto contenuto in alcol, ed è in contrapposizione con la possibilità che “qualsiasi alcol naturalmente disponibile non consente dosi che potrebbero inebriare gli esseri umani” (Wiens, 2008).

Per quanto riguarda gli scoiattoli, il microbiologo tedesco Paul Lindner elencava questi roditori, insieme al rodilegno rosso (Cossus cossus) e al cervo volante (Lucanus cervus), fra gli animali che, cibandosi della linfa fermentata delle querce, ne rimangono inebriati (Lindner, 1923, p. 87). Una notizia simile fu riportata in un settimanale italiano nel 1941 in un articoletto intitolato “Anche lo scoiattolo si ubriaca”:

“Quando d’estate i tronchi delle querce secernono la loro linfa acidula, lo scoiattolo, che ne è ghiottissimo, la succhia avidamente fino all’ultima goccia; ne è anzi tanto goloso da scacciare brutalmente gli uccelli e gli insetti che tentino di sottrargli una parte del nettare. Poiché codesta linfa è in fermentazione, ne consegue che lo scoiattolo, ingerendola, piglia una vera e propria sbornia: tentenna, barcolla, agita tutt’attorno la coda, fa balzi sconsiderati e, quel che è peggio, perde ogni prudenza di fronte ad animali più grossi di lui: sicché paga qualche volta con la vita l’attimo di ebrietà” (Domenica del Corriere, Anno XLIII, 27 aprile 1941, p. 7).

 

Si vedano anche:

 

 

ri_bib

AMATO R. KATHERINE et al., 2021, Fermented food consumption in wild nonhuman oprimates and it ecological drivers, American Journal of Physical Anthropology, pp. 1-18.

CAMPBELL J. CHRISTINA et al., 2022, Dietary ethanol ingestion by free-ranging spider monkeys (Ateles geoffroyi), Royal Society Open Science, vol. 9: 211729.

CARRIGAN A. MATTHEW et al., 2014, Hominids adapted to metabolize ethanol long before human-directed fermentation, PNAS, vol. 112, pp. 458-463.

DAUSCH IBAÑEZ DANIEL et al., 2019, Taste responsiveness of spider monkeys to dietary ethanol, Chemical Senses, vol. 44(8), pp. 631-638.

DUNBAR BRANDER A.A., 1927, Wild animals in Central India, E. Arnold & Co., London.

ENGEL CINDY, 2003, Wild Health. How Animals Keep Themselves Well and What We Can Learn from Them, Houghton Mifflin, New York.

GOCHMAN R. SAMUEL, MICHALE B. BROWN, NATHANIEL J. DOMINY, 2016, Alcohol discrimination and preferences in two species of nectar-feeding primate, Royal Society Open Science, vol. 3: 160217.

HOCKINGS J. KIMBERLEY et al., 2015, Tools to tipple: ethanol ingestion by wild chimpanzees using leaf-sponges, Royal Society Open Science, vol. 2: 150150.

JANIAK C. MAREIKE et al., 2020, Genetic evidence of widespread variation in ethanol metabolism among mammals: revisiting the “myth” of natural intoxication, Biology Letters, 16: 20200070.

JOLLY ALISON, 1966, Lemur behavior, University of Chicago Press, Chicago.

KREBS H.A. & J.R. PERKINS, 1970, The physiological role of liver alcohol dehydrogenase, Biochemical Journal, vol. 118, pp. 635-644.

KRIGE J. EILEEN, 1937, Note on the Phalaborwa and their morula complex, Bantu Studies, vol. 11(1), pp. 357-366.

LAMEIRA R. ADRIANO & MARCUS PERLMAN, 2023, Grerat apes reach momentary altered mental states by spinning, Primates, vol. 64, pp. 319-323.

LINDNER PAUL, 1923, Entdeckte Verborgenheiten aus dem Alltagsgetriebe des Mikrokosmos, Verlagsbuchhandlung Paul Parey, Berlin.

MAKOPA P. TAWANDA et al., 2023, The marula and elephant intoxication myth: assessing the biodiversity of fermenting yeasts associated with marula fruits (Sclerocarya birrea), FEMS Microbes, vol. 4, pp. 1-16.

MARO ALEKSEY et al., 2025, Ethanol ingestion via frugivory in wild chimpanzees, Science Advances, 11: eadw1665.

MARO ALEKSEY et al., 2026, Urinary concentrations of a direct ethanol metabolite indicate substantial ingestion of fermenting fruit by chimpanzees. Biological Letters, 22: 20250740.

MEBS D. et al., 1982, Preliminary studies on the chemical properties of the toxic principle from Diamphidia nigroornata larvae, a source of Bushman arrow poison, Journal of Ethnopharmacology, vol. 6, pp. 1-11.

MILTON KATHARINE, 2004, Ferment in the family tree: does a frugivorous dietary heritage influence contemporary patterns of human ethanol use?, Integrative and Comparative Biology, vol. 44, pp. 304-314.

MOOREHEAD ALAN, 1962, No room in the Ark, Penguin Books, London.

MORRIS ATEVE, DAVID HUMPHREYS & DAN REYNOLDS, 2006, Myth, Marula, and Elephant: An Assessment of Voluntary Ethanol Intoxication of the African Elephant (Loxodonta africana) Following Feeding on the Fruit of the Marula Tree (Sclerocarya birrea), Physiological and Biochemical Zoology, vol. 79, pp. 363-369.

MUGOCHI TAPUWA et al., 1999, Survival of some species of Salmonella and Shigella in mukumbi, a traditional Zimbabwean wine, International Journal of Food Sciences and Nutrition, vol. 50, pp. 451-455.

NEZĀMĪ, 2002 (1197), Le sette principesse, Rizzoli, Milano, traduz. A. Bausani.

SAAR MARET, 1991, Ethnomycological data from Siberia and North-East Asia on the effect of Amanita muscaria, Journal of Ethnopharmacology, vol. 31, pp. 157-173.

SAMORINI GORGIO, 2013, Animali che si drogano, Shake, Milano.

SIEGEL RONALD, 1989, Intoxication. Life in Pursuit of Artificial Paradise, Dutton, New York.

SIEGEL K. RONALD & MARK BRODIE, 1984, Alcohol self-administration by elephants, Bulletin of the Psychonomic Society, vol. 22, pp. 49-52.

VERRIER ELWIN, 1949, Myths of Middle India, Oxford University Press, Madras.

TURI JOAHN, 1991[1910], Vita del Lappone, Adelphi, Milano.

WEAVER R. VICTORIA, 2016, Dietary ethanol ingestion by free ranging spider monkeys (Ateles geoffroyi): an evaluation of the Drunken Monkey Hypothesis, Thesis for the degree of Master of Arts in Anthropology, California Statye University, Northridge.

WIENS FRANK et al, 2008, Chronic intake of fermented floral nectar by wild treeshrews, Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 105, pp. 10426-10431.

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

  • Search