Falsi cannibalismi

False cannibalisms

 

 

Continuando a chiarire le mistificazioni missionarie e coloniali che hanno profondamente influenzato la storia dei culti dell’iboga dell’Africa Equatoriale, fra cui il culto religioso del Buiti (si veda I culti dell’iboga), focalizzo ora l’attenzione sulle falsificazioni etnografiche che hanno riguardato l’accusa di pratiche di cannibalismo (Samorini, 2024)

I Fang del Gabon sono stati tacciati di essere crudeli cannibali sin dal loro primo contatto con gli Europei, avvenuto attorno alla metà del XIX secolo. Questa accusa infame, e come si vedrà falsa, ha macchiato in maniera indelebile l’immagine di questa popolazione bantu, al punto che oggigiorno essi medesimi ci credono incondizionatamente. Di seguito analizzo questa triste pagina della colonizzazione occidentale, evidenziandone i responsabili, il primo dei quali fu l’esploratore d’origini francesi Paul Belloni Du Chaillu (per una generale presentazione di Du Chaillu si veda I documenti antichi sull’iboga).

La diceria che i Fang fossero dei mangeurs d’hommes era originata presso i gruppi Kélé, Boulou e soprattutto Mpongwé che risiedevano nell’area dell’Estuario del Gabon – a quei tempi denominato Arongo – pochi anni prima del primo viaggio di Du Chaillu, avvenuto nel periodo 1856-1859. La “voce d’Arongo”, che riguardava un supposto cannibalismo dei Fang, si era formata in seno all’inquietudine causata dalla progressiva e inesorabile invasione di questa nuova popolazione nella regione dell’Estuario (Merlet, 1990, pp. 104-115). Il motivo della diffusione della “voce di Arongo” fu spiegato già in quel primo periodo da Georges Roullet, che visse fra i Fang per nove mesi nel 1865. Il flusso di migrazione dei Fang in direzione dell’Estuario era motivato dal loro desiderio di contattare e commerciare direttamente con gli Europei, by-passando la mediazione dei gruppi etnici locali. Nel tentativo di ostacolare i rapporti diretti fra Europei e Fang, i gruppi locali descrivevano questi ultimi come individui pericolosi, bellicosi e cannibali (Roullet, 1866, p. 146). Anche il noto esploratore Savorgnan de Brazza (1888, p. 11) aveva compreso che v’erano motivi di rivalità commerciali alla base di questa diffamazione.

Du Chaillu aveva udito le dicerie d’Arongo, e le confermò in pagine “memorabili” delle relazioni delle sue esplorazioni, dove descrisse la visita nell’agosto del 1856 a un villaggio Fang, localizzato nell’attuale regione di Medouneu:

“Il giorno seguente partimmo per il villaggio dei Fan. Avrei quindi avuto occasione di chiarire un fatto di cui ancora amavo dubitare, quello delle pratiche cannibali di questo popolo. Fui soddisfatto anche troppo presto. Appena entrammo nel villaggio, mi accorsi di qualche vestigia di sangue, che mi sembrò essere umano; ma passai oltre, ancora incredulo. Subito dopo incontrammo una donna che risolse tutti i dubbi. Essa teneva nella mano un pezzo di coscia di un corpo umano, come se andassimo al mercato e portassimo un arrosto o una bistecca. C’era dell’agitazione nel villaggio e la mia presenza impauriva le donne e i bambini. Tutti fuggirono nelle case mentre noi passavamo in quella che mi parve la strada principale, un lungo sentiero, dove vidi qua e là delle ossa umane per terra. Alla fine arrivammo alla casa principale (la casa della parola). Vi fummo lasciati soli per qualche momento, sebbene udimmo un rumore forte che non sembrava lontano. Seppi dopo che erano stati occupati a spartirsi il cadavere di un uomo morto, e che non ce n’era per tutti. La testa, mi dissero, è una regalità, ed è riservata al re” (Du Chaillu, 1861, p. 74).

Alcune pagine dopo Du Chaillu rincarò la dose di confabulazione:

“Mentre stavo parlando con il re oggi (9 del mese), alcuni Fan portarono dentro un corpo morto che avevano comprato in una città vicina, e che doveva ora essere diviso. Potei vedere che l’uomo era morto di malattia (..) Mangiare i cadaveri di persone morte di malattia è una forma di cannibalismo di cui non avevo mai sentito parlare (..) Mi dissero che essi [i Fang] costantemente comprano il morto degli Osheba, i quali a loro volta comprano i loro. Essi comprano anche il morto di altre famiglie nelle loro medesime tribù e, inoltre, ottengono in quantità gli schiavi morti dagli Mbieho e Mbondemo, per i quali prontamente offrono dell’avorio (..)
Sino a oggi non avrei mai creduto a due storie – entrambe ben documentate, ma che sembravano impossibili a chiunque ignaro di questa gente, che si dicono di loro in Gabon. Un gruppo di Fang che scesero sulla riva del mare e rubarono un corpo sepolto di recente dal cimitero, lo cucinarono e lo mangiarono; e un’altra volta degli uomini portarono un cadavere nella foresta, lo fecero a pezzi e affumicarono la carne, che si portarono con loro. Le circostanze fecero molto rumore fra gli Mpongwe, e anche i missionari le udirono, poiché accaddero in un villaggio non lontano dai territori missionari, ma non avevo mai dato credito a queste storie, sebbene i fatti fossero ben autenticate dai testimoni” (Du Chaillu, 1861, p. 88).

Secondo Annie Merlet, i motivi della descrizione di scene raccapriccianti di cannibalismo possono essere state dovute “per autosuggestione patologica, o per desiderio politico di dare ragione ai suoi amici dell’Estuario gabonese” (Merlet, 1990, p. 112) della veridicità della “voce d’Arongo”, o forse più semplicemente per la mania di colorare con confabulazioni i racconti per destare meraviglia nei suoi lettori, e sotto sotto per stigmatizzare maggiormente il suo coraggio.

In una nota a pie’ di pagina Du Chaillu aggiunse: “Queste storie sembrano incredibili, e anche il fatto che questa gente in realtà compra e mangia i cadaveri dei loro vicini – riposando come si fa la mia affermazione sola – ha eccitato così tanta evidente incredulità fra gli amici in questo paese ai quali ho menzionato questo costume, che sono molto felice di essere in grado di avvalermi della concorrente testimonianza di un amico, il Rev. Walker,1 della missione gabonese, che mi autorizza di dire ch’egli garantisce per l’intera verità delle due storie sopra riportate” (Du Chaillu, 1861, p. 88). Il “Reverendo Walker”, William Walker, era un missionario che operava presso la missione presbiteriana gabonese di Baraka sin dal 1842, e si era cimentato nella traduzione della Bibbia in lingua mpongwe (Gardinier, 1991). Presso la sua missione Walker ospitò diversi viaggiatori occidentali. Oltre a Du Chaillu, nel 1862 ebbe come ospite l’esploratore e orientalista britannico Richard Francis Burton (1821-1890), che intraprese un breve viaggio nel medesimo territorio abitato dai Fang visitato due anni prima da Du Chaillu. Soggiornò per una settimana presso il villaggio di Máyyán. Oltre a non aver visto egli medesimo alcuna traccia di cannibalismo durante il suo soggiorno, riportò quanto riferitogli in merito proprio dal reverendo Walker: si trattava di un evento raro, “il cadavere viene portato in una capanna nella periferia del villaggio e viene segretamente mangiato solo dagli uomini, le pentole con cui è stato cotto vengono rotte”. Burton aggiunse che non veniva mangiato alcun malato (Burton, 1865). Walker quindi aveva fatto affermazioni in merito al cannibalismo dei Fang ben lontane da quelle che Du Chaillu aveva inteso fargli dire.

Du Chaillu continuò nella sua confabulazione affermando che i Fang praticavano il cannibalismo “a cielo aperto”, senza vergognarsene (Du Chaillu, 1861, p. 89). Avrebbe visto tracce di cannibalismo anche presso gli Osheba, che scambiavano i cadaveri con i Fang, e disse di aver visto “tante ossa umane sparse nel villaggio osheba come fra i Fang” (ibid., pp. 94-95).

Nella prefazione del secondo libro dedicato alle sue avventure in Africa Equatoriale, nel difendersi dalle accuse sulle fantasie sul cannibalismo dei Fang scritte nel suo primo libro, Du Chaillu riportò che “una simile conferma dei resoconti che ho dato dei Fang cannibali sono stati pubblicati dal Capitano Burton, il distinto viaggiatore africano, e da altri” (Du Chaillu, 1867, p. viii). Come si è visto poco sopra, Burton ha riportato tutto il contrario, e anzi in un suo libro del 1876 scrisse espressamente che, dopo aver fatto un’attenta indagine in merito al tema del cannibalismo fra i Fang, “il mio resoconto differisce di molto da quello del signor Du Chaillu” (Burton, 1876, vol. 1, pp. 210-1). Da ciò si evince la malafede di Du Chaillu.

Questi ricevette numerose critiche. Una primissima gli fu rivolta da Robert Bruce Napoleon Walker (1832-1901), un commerciante inglese della compagnia Hatton & Cookson che visse in Gabon per 23 anni. Egli è noto per essere stato un raccoglitore di campioni zoologici africani, che arricchirono la collezione del Pitt Rivers Museum di Oxford, e per avere dato i natali ad André Raponda-Walker, il primo prete cattolico d’origini gabonesi (sua madre era dell’etnia Mpongwe). Nella critica a Du Chaillu, Robert Walker riportò che nel corso del suo prolungato contatto con i Fang non vide mai alcuna vestigia della pratica del cannibalismo, e nemmeno la videro i missionari, gli ufficiali francesi o i commercianti con i quali era in contatto, e ritenne che le “pile di ossa umane” descritte da Du Chaillu fossero totalmente inventate. Aggiunse anche che Du Chaillu, che aveva affermato di aver eseguito i suoi viaggi di esplorazione da solo, cioè senza essere accompagnato da altri Bianchi, in realtà era stato accompagnato nel suo viaggio a Capo Lopez da un certo M. Duval, e aveva omesso di menzionare un commerciante americano che a Fernan Vaz lo aiutò in diverse occasioni. Anche la vantata conoscenza da parte di Du Chaillu di diverse lingue native era una totale invenzione. Walker ne concluse con questo giudizio severo: “Credo di aver dimostrato a sufficienza che il signor Du Chaillu si è reso colpevole di molte affermazioni errate; in effetti, la sua opera contiene quasi tanti errori e inesattezze quanti sono i paragrafi. Inoltre, pullula di vanità; e, nel complesso, è difficile dire se l’autore, nel suo tentativo di imporsi e, di fatto, di ingannare il mondo scientifico, dimostri più menzogna o ignoranza” (Walker, 1861). Anche l’affermazione di Du Chaillu di aver visitato paesi totalmente ignoti ai Bianchi non è vera. Già alcuni altri Bianchi prima di lui li avevano visitati (Merlet, 2007, pp. 29-30).

Marie-Théophile Griffon du Bellay, medico della marina militare francese, soggiornò un paio d’anni in Gabon, dove svolse anche importanti indagini etnobotaniche. In un suo scritto del 1865 rivolse delle critiche a Du Chaillu, ritenendo ch’egli avesse esagerato in “questo appetito della carne umana. A credergli, l’unico villaggio [fang] che visitò non era altro che un’estesa macelleria” (Griffon du Bellay, 1865, p. 308). Anche il noto esploratore Pietro Savorgnan de Brazza ritenne che “il piacere dei Pahouin per la carne umana era stata un po’ esagerata” (Savorgnan De Brazza, 1888, p. 18). Pahouin è un nome antico con cui venivano denominati i Fang.

Una critica puntigliosa fu esposta dal tedesco Günther Tessmann (1884-1969), il primo etnologo che studiò i Fang con un approccio metodologico degno degli studi etnografici moderni. A differenza dei vari esploratori, per lo più francesi, e dei missionari, che avevano negato o travisato l’esistenza di uno spirito religioso presso i Pahouin e più in generale presso le etnie Bantu, Tessmann espose per la prima volta l’insieme delle credenze religiose e dei riti iniziatici fang. Iniziò il suo trattato in due volumi Die Pangwe proprio con la critica a Du Chaillu e a quanti avevano seguito le sue fantasie cannibalesche: “devono essere espressamente condannate dagli etnologi”, e il termine “etnologo” di cui si servì Du Chaillu nei suoi scritti (ad es. Du Chaillu, 1868) “non ha nulla a che fare con la scienza”. Considerava anche ridicole le illustrazioni che corredavano i libri di Du Chaillu, frutto più della fantasia che di un’attenta osservazione della realtà (Tessmann, 1913, vol. I, pp. xii-xiii).

Anche per i tempi più recenti non sono mancate critiche alle fantasie cannibali di Du Chaillu. La studiosa francese Annie Merlet, autrice di importanti saggi sulla storia del Gabon, ritiene che “furono nefaste alla reputazione dei Fang, ancor prima di esserle a quella di Du Chaillu” (Merlet, 1990, p. 113). Bonaventure Mvé-Ondo, che ha retto le cariche di Rettore e di professore di filosofia dell’Università Omar-Bongo di Libreville, nella prefazione di una riedizione del primo libro di Du Chaillu ritiene che la sua descrizione del cannibalismo “è di tipo confabulatorio, falso, inventato per la volontà di impressionare il lettore” (Mvé-Ondo, 1996, p. 13).

Sebbene Du Chaillu abbia apportato importanti contributi nel campo della zoologia, scoprendo nuove specie di animali, e nel campo della geografia africana, è palese la modalità confabulatoria nel descrivere le sue avventure, arricchendole di fantasie che avevano lo scopo di fascinare i lettori occidentali dei suoi libri. Si deve tener conto ch’egli divenne un personaggio celebre, la cui presenza era ambita negli ambienti salottieri americani ed europei, e che in seguito si cimentò nella lucrosa attività di scrivere libri per i ragazzi, dove le sue avventure africane furono ulteriormente arricchite con fantasie adatte alla giovane utenza (ad esempio Du Chaillu, 1869, 1875).

Per questo motivo sorprende il tentativo di riabilitare Du Chaillu sulla questione del cannibalismo da parte di studiosi del calibro di Louis Perrois e Jean-Marie Hombert. In un libro di rivisitazione dei viaggi di Du Chaillu, scritto da più autori, Perrois tenta di giustificare le esternazioni sul cannibalismo facendole passare per “errori di valutazione” cui sarebbe incorso l’esploratore: i crani e le ossa umane ch’egli affermò d’aver visto sarebbero state “le reliquie sacrificali utilizzate per i riti del so e dello ngil”, che Du Chaillu avrebbe mal interpretato come resti di pasti cannibaleschi (Perrois, 2007, p. 174). E secondo Hombert “è molto probabile che Du Chaillu abbia semplicemente visto un santuario dello ngi e anche, senza dubbio, qualche nsekh-byeri in fondo a delle case affumicate. Conviene quindi riconoscere la sua onestà intellettuale” (Hombert & Perrois, 2007, p. 207). Questo revisionismo non solo sorprende ma è inaccettabile essendo promosso, alla pari di Du Chaillu, da disonestà intellettuale, poiché Perrois e Hombert sanno benissimo che Du Chaillu descrisse donne che portavano sulla spalle cosce di cadaveri, spartizioni tenutesi alla luce del giorno di cadaveri la cui testa sarebbe stata riservata al re, pile di ossa umane sparse lungo le strade dei villaggi, consumazione e commercio di cadaveri di uomini morti di malattia, eventi che nulla potevano avere a che fare con i riti del so, dello ngil e del byeri. Questi sono riti iniziatici maschili caratteristici della cultura fang, che furono descritti per la prima volta con modalità etnografiche moderne da Tessmann (1913, vol. 2, pp. 11-123; per il byeri di veda Il culto degli antenati Byeri).

E’ importante non sminuire le responsabilità di Du Chaillu nell’aver fondato un’immagine del fang cannibale che si è tramandata sino ai nostri giorni, poiché le affabulazioni dell’esploratore, che possono essere considerate il “peccato originale” del mito del Fang cannibale, hanno aperto una lunga scia di “testimonianze” di viaggiatori e soprattutto di missionari che hanno fatto a gara nell’inventarsi le scene cannibalesche più raccapriccianti, rafforzando sempre più un’immagine immeritata dei Fang.

Uno di questi fu il francese Louis-Alphonse-Henri-Victor du Point (1846-1877), noto come Marchese di Compiègne. Egli esplorò il fiume Ogooué negli anni 1872-1874. Scrivendo dei costumi dei Fang nel capitolo “Les Pahouins cannibales” di un suo libro, ricalcò quanto scritto da Du Chaillu, e li definì “francamente cannibali”, poiché mangiavano sia i nemici uccisi in combattimento o fatti prigionieri, che i morti della loro medesima tribù “caduti in guerra o deceduti per malattia, poco importa”. Proseguì con il cliché ormai ben sperimentato per i sicuri effetti sensazionalistici, affermando che i Pahouin non erano soliti cibarsi dei cadaveri del proprio villaggio e che li vendevano a quelli dei villaggi vicini, lasciando in tal modo immaginare al lettore occidentale una certa sorta di pudore di cui comunque sarebbero stati dotati questi selvaggi. “Ciò è generalmente vero”, scriveva il marchese, e chiamava in causa come testimone un commerciante di cui offrì solo le iniziali, M.P., che gli avrebbe raccontato di essere giunto un giorno in un villaggio pahouin proprio nel momento in cui stavano cuocendo una donna che era morta la sera prima. L’unica differenza con quanto riportato da Du Chaillu risiede nel fatto che il marchese non pretese di aver visto personalmente atti di cannibalismo, ma riportò solo voci che avrebbe udito da altri, a cui offriva comunque totale credito. Si deve del resto tener conto che queste “voci” sui costumi cannibali dei Fang si erano diffuse e rafforzate fra le medesime popolazioni gabonesi in quanto veicolate dagli occidentali che interagivano con queste. Il marchese De Compiègne terminò il discorso sul cannibalismo con una considerazione degna di nota, e cioè il fatto che fra i Pahouin questi atti di cannibalismo si stavano riducendo mano a mano ch’essi entravano in contatto con gli occidentali, stigmatizzando in tal modo le meritevoli funzioni civilizzatrici di questi ultimi (De Compiègne, 1875, pp. 155-6).

Nel 1878 fu il turno dell’ufficiale della Marina Francese Émile Forest che, nel parlare del cannibalismo dei Pahouin e della loro inaudita crudeltà, aggiungeva la fantasia che i prigionieri “vengono spietatamente sospesi dentro a delle reti sopra a grandi fuochi e lentamente affumicati” (Forest, 1878, p. 82).

Alla fine del XIX secolo Albert Bennett pubblicò un articolo che aveva la pretesa di essere un resoconto etnografico sui Fang che aveva visitato, ma non poté fare a meno di ricadere nel tema dell’antropofagia descrivendo come, trovandosi nel villaggio di Olunda, cercò di indagare su un supposto caso di cannibalismo che sarebbe accaduto un paio di giorni prima del suo arrivo. Vide degli intestini messi a seccare appesi a un bastone e si convinse che erano intestini umani. Accusò apertamente gli abitanti del villaggio di avere mangiato un uomo, e questi risposero indignati che si trattava di intestini di un quadrupede che servivano per costruire dei contenitori di polvere da sparo e che loro non mangiavano mai la carne umana. Ma Bennett rimase fermamente convinto della sua opinione e che il motivo che induceva i Fang a cibarsi di carne umana fosse “il risultato di un craving per il cibo animale” (Bennett, 1899, pp. 83-5).

Delle fantasie dei missionari riguardo al cannibalismo dei Pahouin si potrebbe fare un libro, che sarebbe utile anche come raccolta di documentazione per sviluppare studi psicologici su questi personaggi occidentali, allo stesso modo in cui il Malleus maleficarum del 1486 redatto dai due frati dominicani Heinrich Institor e Jakob Sprenger è diventato oggetto di studio per analizzare le patologie psichiatriche degli inquisitori dei periodi tardo-medievali.

“Simpatica” la trovata dello spiritano Neil, nel riportare che gli fu detto dal solito “testimone credibile” che i prigionieri di guerra dei Pahouin venivano messi all’ingrasso prima di essere mangiati, e che per verificare lo stato di ingrassamento veniva loro tagliato un mignolo e gettato nelle braci: se il grasso scoppiettava bene sul fuoco e colava in abbondanza, era segno che la vittima era pronta per il festino, altrimenti si continuava a ingrassarlo. Seguendo un cliché di tutti i missionari che avevano vissuto anche solo qualche settimana nell’Africa equatoriale, Neil non solo riportò aneddoti che avrebbe udito da terzi, ma aggiunse un tocco di esperienza diretta che serviva a meglio abbindolare il suo pubblico di lettori parigini: sollevando il coperchio di un paniere che si trovava in una piroga, il missionario aveva visto con i suoi occhi un quarto d’uomo tagliato di fresco (Neil, 1887, pp. 99-100), dove era il “tagliato di fresco” il dettaglio vincente per l’abbindolamento parigino.

Philippe-Prosper Augouard, missionario spiritano fra i fondatori della Missione di Saint-Louis sulle sponde dell’Oubangui, un affluente del fiume Congo, era particolarmente ossessionato dai cannibali, li vedeva ovunque e li ha descritti nei suoi innumerevoli scritti. Le sue notizie sul cannibalismo che sarebbe stato presente lungo tutto l’Oubangui sono “fumanti” quanto le carni umane che descrive:

“I nuovi dettagli che ho raccolto non fanno che confermare quelli del mio ultimo rapporto. La maggior parte dei villaggi immola ogni giorno almeno uno schiavo, e la sua carne palpitante è divorata tutta fumante. Questi terribili cannibali arrivano sino a mescolare il grasso umano con l’olio di palma, e dato che gli Europei si servono spesso di questo olio per la loro cucina, devono vegliare attentamente per non essere degli antropofagi senza volerlo.
Essi fanno anche affumicare delle membra umane, come lo si fa per la carne di ippopotamo e di bufalo, e con la più grande disinvoltura ti si avvicinano per proporvi di comprarla, non comprendendo nulla dei rimproveri che si fanno loro su questo soggetto” (Augouard, 1889, p. 362).

In uno scritto di cinque anni dopo il medesimo Augouard rincarava la dose di macabra fantasia:

“In queste tribù nuovamente visitate, si portano dunque gli schiavi al mercato, e colui che non può pagarsi il lusso di uno schiavo intero, acquista solamente un membro che sceglie a suo piacere. Se sceglie un braccio, il cliente fa un segno longitudinale con una specie di gesso bianco, e il proprietario attende che un’altro cliente scelga l’altro braccio e che faccia il medesimo segno. Ciascuno così sceglie le braccia, le gambe, il petto, ecc.; e quando tutti i membri sono stati segnati, si taglia semplicemente la testa del povero schiavo, che viene immediatamente divorato sul posto” (Augouard, 1894, p. 126).

Augouard giunse addirittura a riportare un caso in cui i cannibali lo avrebbero rimproverato per non aver partecipato a un festino cannibale (Augouard, 1905, p. 382).

E’ opportuno evidenziare il principale scopo di queste descrizioni dei nativi cannibali, che era quello di giustificare l’azione missionaria di “strappare alla morte così tanti poveri sfortunati schiavi che si vedono ogni giorno incamminarsi verso queste orribili macellerie” e “fare risplendere per la prima volta la luce del Vangelo su delle regioni sprofondate dall’inizio del mondo nelle tenebre dell’errore e della barbarie” (Augouard, 1889, pp. 361-2).

Un altro missionario cattolico, Valérien Groffier, nel descrivere la difficoltà di contrastare la poligamia delle popolazioni del Gabon, riportò un aneddoto con un tocco di umorismo giusto per alleggerire la lettura del suo scritto. In un luogo imprecisato del Gabon e in un tempo collocato “agli inizi della missione”, un capo tribù si era convertito al Cristianesimo, ma continuava ad avere due donne. Sotto le pressanti insistenze del missionario l’uomo promise che ne avrebbe scelto una e congedata l’altra. Dopo qualche mese il missionario incontrò l’uomo e gli domandò: “’Allora, hai fatto la tua scelta?’. ‘Si, ho tenuto la meno cattiva’ rispose l’uomo. E il missionario: ‘Ma hai mandato via l’altra?’. ‘No, l’ho mangiata’, rispose l’uomo. Ecco le sorprese del divorzio nei paesi cannibali” (Groffier, 1905, p. 311).

Del cannibale furono stilate precise descrizioni fisionomiche, come quella fuoriuscita dall’immaginazione del missionario spiritano Jean-Baptiste Babbey che professava nella regione dell’Alto Congo francese:

“La fisionomia del cannibale non indica che il suo appetito. Tutti gli uomini hanno appetito; lui ha solo dell’appetito. La faccia è dura, angolosa. Due mascelle di grande raggio si evidenziano in primo piano; le guance sono incollate sotto. Le narici, enormi, sono arrotolate, spalancate. Gli occhi sono iniettati di sangue. Privi di ciglia e di sopracciglia che, da noi, li inquadrano graziosamente e li proteggono, sono là come le due luci di un forno acceso. La bocca è significativa. Straordinariamente larga, è annunciata da delle labbra spesse, rosse, fatte per chiudersi su dei pezzi enormi. La dentizione comincia con i canini. I canini sono l’orgoglio dei carnivori” (Babbey, 1918, p. 203).

La produzione di falsità cannibali nei riguardi dei Fang non si limitò al XIX secolo, ma continuò per diversi decenni del XX secolo, essendo oramai diventata una moda colorire in tal modo i propri resoconti di viaggio.

Nel 1909 il Vicario Apostolico del Gabon Alexandre Le Roy, nel descrivere le modalità della pratica cannibale in un suo libro che fu premiato dall’Accademia delle Scienze francese, aggiungeva un dettaglio del tutto nuovo, e cioè che alle vittime prima di essere uccise venivano rasate le teste in un modo particolare, “e sopra a questa strana tonsura si mettono dei carboni ardenti”. L’atto cannibalesco veniva eseguito nella piazza pubblica del villaggio e, dopo che il sangue scorreva a flutti sul terreno in seguito alla decapitazione del mal capitato, il suo corpo era smembrato e cotto: “per i buongustai, le dita delle mani sono considerate una parte prelibata, ma il cuore è particolarmente ricercato come la sede del coraggio, che viene assimilato divorandolo” (Le Roy, 1909, pp. 317-8).

Un altro capitano di vascello della marina militare francese, André Coffinières de Nordeck, a partire dal 1872 navigò le acque del mare e dei fiumi gabonesi. Come scena aneddotica scelse un piccolo villaggio pahouin in cui sarebbe giunto, e dove gli abitanti avevano un’aria triste poiché era appena morto uno dei loro capi. Come fosse la cosa più normale a questo mondo, gli abitanti del villaggio avrebbero proposto al capitano di dargli il cadavere del loro capo in cambio di due capre, poiché non mangiavano mai i membri del proprio villaggio ed era dunque meglio che lo mangiasse lui (Coffinières de Nordeck, 1911, p. 20). Nel descrivere i costumi funebri delle popolazioni gabonesi, il medesimo capitano faceva notare che i Pahouin non erano soliti erigere tombe poiché mangiavano i propri morti, aggiungendo con un certo sarcasmo che “essi erigono dunque delle tombe viventi, e possono veramente dire: ‘In noi troverete l’anima e il corpo dei nostri antenati’” (Coffinières de Nordeck, 1912, p. 96).

Si deve tener conto che ai tempi della tratta fra le popolazioni gabonesi girava voce che i Bianchi si procurassero gli schiavi per mangiarseli, o per trasformali “in formaggi, carne in scatola e polvere da sparo” (Bernault, 2019, p. 138). Quando Du Chaillu giunse presso gli Apingi, il capo Remandji gli offrì uno schiavo per farne una zuppa e si meravigliò del suo rifiuto: “ci hanno sempre detto che voi altri Bianchi mangiate degli uomini” (Du Chaillu, 1861, p. 439). Potrebbe tuttavia trattarsi di un’ulteriore fantasia di Du Chaillu.

Sebbene l’accusa di cannibalismo da parte dei colonizzatori occidentali fosse stata estesa a una buona parte dei gruppi etnici dell’Africa Equatoriale, riportando una felice espressione di Florence Bernault l’immagine dei Fang fu destinata a essere quella di “Ur-cannibali”, nel senso di “cannibali primordiali” (Bernault, 2019, p. 152), che avrebbero diffuso questa pratica alle altre popolazioni. Il missionario Henri Trilles, trattando dell’inesorabile avanzata migratoria dei Fang, fece la considerazione che nessun’altra tribù avrebbe potuto coesistere con questi, poiché “sarebbero stati puramente e semplicemente mangiati” (Trilles, 1912, p. 123).

Ancora nel 1922 il missionario francese evangelico Fernand Grébert (1886-1956), che professò in Gabon, dipinse le pratiche cannibali dei nativi con particolari gastronomici che tradiscono una certa conoscenza dell’arte culinaria francese. Dopo aver catturato un nemico, questi veniva nutrito con abbondanti razioni di manioca per alcuni giorni. Dopodiché:

“si taglia la testa al prigioniero. Gli anziani la reclamavano per bollirla nella loro pentola dopo aver arrostito i capelli sotto al fuoco. Si farcivano le orecchie e la bocca con delle spezie per stagionarla. Le labbra erano un pezzo prescelto per via del loro sapore di pepe e di tabacco. L’anziano più rispettato riceveva gli occhi che faceva scoppiare fra i suoi denti con delizia e girandosi all’indietro” (Grébert, 1922, p. 80).

Cercando di capire la realtà storica di certi comportamenti, non si tratta di abbracciare la tesi negazionista di William Arens, che voleva ridurre il fenomeno del cannibalismo a un mero costrutto intellettuale della società occidentale (Arens, 1979); tesi del resto confutata da un’ampia serie di evidenze (Addante, 2021, p. 117, n. 87). Il problema principale nella valutazione degli atti di ciò che viene generalmente indicato con il termine “cannibalismo” risiede nella riduzione a un unico fenomeno di un insieme di comportamenti che in realtà originano da differenti motivazioni. Il vero e proprio cannibalismo, definito anche come “cannibalismo di sussistenza”, è costituito dall’atto di mangiare parti di un corpo umano per scopi nutritivi. Antropologi e sociologi hanno fatto a gara nel classificare le varie tipologie di cannibalismo, quali il cannibalismo differito, che vede il prolungamento della vita della vittima per un certo periodo di tempo con lo scopo di ingrassarlo a piacere; la pedofagia, che riguarda il mangiare i neonati e i bambini; l’adelfofagia, che riguarda il mangiare i propri fratelli. Va citata ancora la distinzione amata dai sociologi fra endocannibalismo, nel caso vengano mangiati individui del proprio entourage etnico, ed esocannibalismo, nel caso le vittime siano individui esterni al proprio gruppo etnico.

I comportamenti di ingestione di parti di un corpo umano indotti da motivazioni che non riguardano la mera nutrizione andrebbero più correttamente denominati come atti di antropofagia, o meglio di antropofagia culturale. Fra questi si distinguono l’antropofagia giuridica, dettata per lo più da moventi di vendetta, l’antropofagia terapeutica, cioè l’assunzione di parti del corpo umano come medicine, l’antropofagia rituale, nel quale rientra ad esempio la patrofagia, cioè l’assunzione delle ceneri del proprio padre, comportamento tuttora diffuso in diversi ambiti etnici, in particolare nell’America meridionale; l’antropofagia magica, che riunisce un insieme di comportamenti e motivazioni che restano da chiarire, e di cui una potrebbe riguardare l’assunzione di parti di corpo umano per scopi inebrianti (Samorini, 2022, pp. 119-144). Gli atti di cannibalismo di sussistenza sono certamente esistiti presso diversi gruppi etnici di tutto il mondo, inclusi quelli delle culture occidentali. Ma comportamenti ancor più diffusi sono stati quelli di antropofagia, associati quindi a motivazioni di natura culturale.

Volgendo l’attenzione ai Fang, il cannibalismo descritto da Du Chaillu è pura invenzione; una fiction degna delle scene horror più raccapriccianti di certi film moderni e che ha generato un grave danno d’immagine a questa popolazione bantu, ancora oggi difficile da rimuovere. La fama di cannibali ha influenzato e “indottrinato” i medesimi Fang, al punto che oggigiorno – come ho potuto personalmente verificare nelle mie osservazioni sul campo – sono numerosi gli individui di questo gruppo etnico, sia uomini che donne, che sono convinti che nel passato erano stati feroci cannibali.

Ciò che va più obiettivamente riconosciuto è l’esistenza fra i Fang e altri gruppi etnici vicini di comportamenti di antropofagia culturale. Riguardava esclusivamente casi di nemici uccisi in battaglia e, come già argutamente intuito da Burton (1876, vol. 2, p. 212), si trattava di un “rito quasi-religioso”: parti del corpo del nemico venivano cotte in una pentola che successivamente veniva rotta. Questa pratica era mantenuta segreta, debitamente lontano dagli sguardi di donne e bambini.

Il mito del Fang cannibale è stato ravvivato da comportamenti che hanno più a che fare con la criminalità che con l’antropofagia culturale. Il caso più eclatante è quello di Francisco Macías Nguema, il primo presidente della Guinea Equatoriale post-coloniale, che restò in carica dal 1969 al 1979, anno in cui fu destituito e ucciso. Appartenente al gruppo etnico Fang, fu uno dei più sanguinari dittatori africani del XX secolo, ampiamente considerato un malato mentale. E’ noto per aver commesso a più riprese atti di cannibalismo nei confronti dei suoi nemici, oltre che per essere stato un consumatore abituale di iboga (dalla pagina Wikipedia francese alla voce “Francisco Macías Nguema”).

 

Note

1 – Non può trattarsi, come erroneamente riportato da Bonaventure Mvé-Ondo (1996, pp. 550-1) nelle note all’edizione del testo di Du Chaillu del 1996, del signor Bruce Napoleon Walker, il commerciante e fattore inglese della compagnia Hatton & Cookson che si installò in Gabon durante il periodo del re Glass, poiché questi non era un prete e poiché, come si vedrà fra poche righe, si scagliò contro Du Chaillu accusandolo di aver scritto fandonie.

 

Si vedano anche:

 

 

 

 

ADDANTE LUCA, 2021, I cannibali dei Borbone. Antropofagia e politica nell’Europa moderna, Laterza, Bari.

ARENS WILLIAM, 1979, The man-eating myth: anthropology and anthropophagy, Oxford University Press, Oxford.

AUGOUARD PHILIPPE-PROSPER, 1889, Congo Français. Fondation de la station de Saint-Louis de l’Oubanghi, Missions Catoliques, vol. 21, pp. 361-362.

AUGOUARD PHILIPPE-PROSPER, 1894, Oubanghi. Les esclaves dans l’Afrique centrale, Missions Catholiques, vol. 26, pp. 125-126.

AUGOUARD PHILIPPE-PROSPER, 1905, Pages oubliées de notre épopée coloniale, Missions Catholiques, vol. 37, pp. 378-382.

BABBEY JEAN-BAPTISTE, 1918, Le cannibale, Missions Catholiques, vol. 50, p. 203.

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