La cicuta di Socrate

Socrates’ hemlock

 

La cicuta è nota per essere stato il veleno che il filosofo greco Socrate dovette bere nell’esecuzione della sua condanna a morte, avvenuta nel 399 AEV. Questa singolare modalità della pena capitale era stata introdotta ad Atene alcuni anni prima durante la breve fase dei Trenta Tiranni, nel 404 AEV (Bonner, 1904). E’ un periodo di grandi turbolenze politiche per la città ellenica, che aveva subito la sconfitta nella guerra contro Sparta e che era dilaniata da lotte interne fra le opposte fazioni di oligarchici e democratici. Ma è anche un periodo d’oro del pensiero filosofico greco, con l’apparizione di personaggi della statura di Socrate, Platone, Senofonte e, poco più tardi, Aristotele.

Socrate fu vittima delle lotte intestine ateniesi, e ciò che sorprese sia gli uomini del suo periodo storico che gli studiosi dei tempi moderni fu la noncuranza del filosofo nei confronti della sua morte. Al processo intentato contro di lui non si difese come avrebbe potuto fare e nemmeno scelse l’esilio che avrebbe potuto facilmente conseguire. Socrate preferì morire, una scelta le cui ragioni furono tema di discussioni fra il filosofo e i suoi allievi e amici che ci sono state tramandate in celebri scritti quali i testi Critone e Apologia di Socrate di Platone e Apologia e Ricordi di Socrate di Senofonte, e che continua a essere materia di discussione fra i filosofi e filologi moderni (si veda ad esempio Anderson, 1972), fra i quali è stata addirittura formulata l’idea che la scelta di Socrate sia da vedere come una forma di suicidio (pro Frey, 1978; contro Smith, 1980).

Senza proseguire oltre in queste tematiche che hanno promosso fiumi di discussioni, focalizzo l’attenzione su quella fonte di cambiamento dello stato vitale dell’uomo, che lo trasforma da vivo a morto: la cicuta.

La cicuta che bevette Socrate è identificata con la pianta che popolarmente è denominata cicuta maggiore e dal punto di vista botanico Conium maculatum L., appartenente alla famiglia delle Apiaceae. In greco antico porta il nome di kôneion.

Le ultime ore di Socrate sono state descritte in un celebre testo di Platone, il Fedone. Platone non fu presente all’evento e riportò quanto gli aveva comunicato uno degli altri allievi del comune maestro. Il giorno della morte di Socrate avvenne in maniera insolita a distanza di tempo dalla sentenza che lo aveva condannato alla pena capitale. Il motivo fu dovuto al fatto che proprio in quelle settimane era in atto l’ambasciata sacra all’isola di Delo per ringraziare il dio Apollo. Si trattava di un evento annuale che si era instaurato ad Atene dai tempi in cui Teseo uccise il Minotauro, mettendo in salvo definitivamente le sette coppie di ragazzi e fanciulle che ogni anno dovevano essere offerte in sacrificio al mostro cretese dalla testa di toro. Gli Ateniesi avevano in precedenza fatto voto ad Apollo che se la missione di Teseo fosse andata a buon fine avrebbero inviato ogni anno a Delo, sede di un tempio del dio, un’ambasceria sacra. Durante il periodo dell’ambasceria erano vietate le esecuzioni capitali e per questo motivo Socrate dovette attenderne il ritorno prima di porre fina alla sua vita (Platone, Fedone, 58a-c).

A detta di Fedone, nel giorno della sua morte Socrate pareva felice, “c’era in lui, nel modo in cui moriva, una nobile e intrepida fierezza” (Platone, Fedone, 58e). Il boia che doveva somministrare la cicuta a Socrate si raccomandò, del resto invano, ch’egli discutesse il meno possibile, poiché “chi parla troppo si accalora” e potrebbe in tal modo contrastare l’azione del veleno, vedendosi obbligato a somministrarglielo per due o tre volte (ibid., 63d-e).

Platone ha fornito una dettagliata descrizione di cosa accadde a Socrate dopo aver bevuto il tanatogeno (Critone era un altro suo allievo presente all’evento):

“Andò un po’ su e giù per la stanza, poi disse che sentiva le gambe farsi pesanti e così si stese supino come gli aveva detto l’uomo [il boia] e questo, intanto, toccandolo di quando in quando, gli esaminava le gambe e i piedi, e a un tratto premette forte un piede chiedendogli se sentisse. Rispose di no. Dopo un po’ gli toccò le gambe, giù in basso e poi, risalendo man mano, sempre più in su, facendoci vedere come si raffreddasse e si andasse irrigidendo. Poi, continuando a toccarlo, disse che quando fosse giunto al cuore, allora se ne sarebbe andato.
Egli era già freddo, fino all’addome, quando si scoprì (s’era infatti scoperto) e queste furono le sue ultime parole: ‘Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio, dateglielo, non ve ne dimenticate’. ‘Certo – assicurò Critone – sarà fatto, ma vedi se hai qualche altra cosa da dire’.
A questa domanda non rispose. Dopo un po’ ebbe un sussulto. L’uomo lo scoprì: aveva gli occhi fissi. Vedendolo, Critone gli chiuse le labbra e gli occhi” (Platone, Fedone, 117e-118a, nella traduzione di Nino Marziano, 2001, per i tipi di Garzanti, Milano).

E’ opportuno precisare che Platone non specificò che il veleno era la cicuta, parlando solamente di pharmakon. Nemmeno Seneca citò la cicuta e utilizzò i termini di venenum (Lettere a Lucilius, 104, 28) e potio (Sulla provvidenza, 3, 12). Fu Diogene Laerzio nella sua Vita di Socrate (35, 42, 46) a citare la cicuta, e ancor prima Diodoro Siculo (Biblioteca storica, XVIII, 67) e Plutarco (Vita di Focione, 34-36) menzionarono la cicuta come veleno per la condanna a morte di un altro ateniese, Focione (si veda oltre).

Stando a quanto riportato da Platone, Socrate esperì una “dolce morte”, senza provare quei sintomi drastici che i tossicologi sono soliti attribuire all’avvelenamento da cicuta e che erano parzialmente già stati descritti dal poeta greco Nicandro di Colofone in un trattato sui veleni datato al III-II secolo AEV:

“La malattia offusca anche la loro vista; barcollano e, se vagano per le strade, si battono con le mani. Una grave asfissia ostruisce la parte posteriore della gola e lo stretto passaggio della faringe. Gli arti diventano freddi e, per quanto forti, le vene al loro interno si restringono. Respirano pochissima aria, come se avessero perso conoscenza. La loro anima vede Aidoneo” (Nicandro, Alexipharmaka, 187-194, dalla traduzione in spagnolo di Alain Touwaide).

Aidoneo è uno dei nomi di Ade, il signore dell’oltretomba. Secondo diversi studiosi (Gill, 1973; Ober, 1977; Dayan, 2009) Platone minimizzò gli effetti della cicuta per mostrare lo stoicismo di Socrate e la sua capacità di controllo della mente sul corpo, poiché in definitiva lo scopo del Fedone platonico era quello di descrivere la liberazione dell’anima dal corpo. E che l’anima sia immortale è notoriamente il tema principale di tutto il Fedone, dove Platone fa esporre questa convinzione nelle parole di Socrate. E’ interessante la considerazione del filosofo latino Seneca, che secoli più tardi paragonò il veleno bevuto da Socrate a un filtro per l’immortalità (Seneca, De providentia, III), ribaltando quindi il valore di un tanatogeno in una fonte di eternità.

Un’altra ipotesi della dolce morte di Socrate è che la cicuta fosse stata combinata con dell’oppio, che avrebbe attenuato le sensazioni dolorose indotte dal veleno (Sullivan, 2001). Lo scrittore greco Teofrasto, considerato il padre della botanica e che visse a cavallo fra il III e il IV secolo AEV, riportò effettivamente questa miscela in una ricetta di una pozione tanatogena elaborata da un certo Trasias:

“Trasias di Mantinea scoprì, com’egli dice, una droga di tale efficacia che era in grado di fare in modo che il risultato fatale fosse facile e indolore. Impiegava i succhi di cicuta, papavero da oppio e altre erbe (..) non c’è nulla per neutralizzare questo veleno e si può conservare a lungo senza che perda la sua virtù. Raccoglieva la cicuta non in un luogo qualunque bensì a Susa o altro luogo freddo e ombroso. Gli abitanti di Ceos anticamente non usavano la cicuta come si è detto, bensì triturandola, come fanno altri. Anche attualmente a nessuno occorrerebbe di triturarla, bensì dopo averla sbucciata e tolto il guscio, poiché essendo di difficile assimilazione è ciò che causa disturbi. Dopo di che la pestano in un mortaio, la setacciano finemente e, versandola nell’acqua, la bevono; e così la morte risulta rapida e dolce” (Teofrasto, De historia plantarum, IX, 16, 8-9, dalla traduzione in spagnolo di José M. Díaz e Regañón López, 1988).

Che la cicuta venisse pestata per la preparazione della pozione letale è riportato anche nel Fedone platonico: “Che portino il veleno, se è già stato pestato; altrimenti che l’uomo lo pesti” (116d).

Nell’antichità greco-romana era diffusa la credenza che il vino fosse un antidoto alla cicuta. Platone lo fa dire nello scritto Liside (219e) a Socrate, che nel corso di una discussione sull’amicizia offre una perifrasi: “se [il padre] si rendesse conto che il figlio ha bevuto la cicuta, non terrebbe in grande considerazione il vino, se lo ritenesse utile per salvare il figlio?”. Anche Nicandro (Alexipharmaka, 195) riportò come antidoto alla cicuta il vino. Plinio, che scriveva nel I secolo EV, affermò che “prima che il veleno sia giunto agli organi vitali, è un rimedio il calore provocato per sua natura dal vino. Ma se la cicuta viene presa in pozione nel vino l’effetto del veleno diventa irrimediabile” (Plinio, Historia Naturalis, XXV, 152).

Socrate fu né il primo né l’ultimo greco a dover bere la cicuta come pena capitale. Come detto questa pratica fu istituita nel 404 AEV dai Trenta Tiranni, ma fu conservata anche dopo il loro breve governo, come di fatto dimostra il medesimo caso di Socrate. Che la cicuta fosse già in precedenza usata per commettere suicidio è testimoniato da un passo della commedia Le rane di Aristofane, che fu presentata per la prima volta nel 405 AEV, dove viene riportata questa usanza fra le donne quando “non sopportavano la vergogna e il peccato di certe situazioni” (Aristofane, Rane, 1050-1051).

Sappiamo che Focione, politico e militare ateniese del IV secolo AEV, allievo di Platone, fu condannato a bere la cicuta insieme a quattro suoi fedeli amici che non avevano voluto abbandonarlo nel momento in cui fu arrestato (Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XVIII, 67). Nel corso del giudizio Focione si considerò colpevole richiedendo la liberazione dei suoi amici, ma invano. Quando in carcere la cicuta fu data da bere ai cinque condannati, l’amico più fedele di Focione, Nicocle, gli chiese di bere per primo e Focione acconsentì. Ma la cicuta preparata non fu sufficiente per tutti e per prepararne dell’altra il boia chiese vilmente agli accusati la quantità di denaro di dieci dracme, che gli furono dati. “Neppure morire si può ad Atene senza pagare”, commentò Focione (Plutarco, Vita di Focione, 34-36).

La cicuta non fu usata solo nelle pene capitali, ma si hanno notizie di un suo impiego anche come mezzo eutanasico. Il geografo greco Strabone, che visse a cavallo fra il I secolo AEV e il I secolo EV, ricorda una legge della città di Iulide, nell’isola di Ceo (Kea), che imponeva agli abitanti di bere un veleno mortale una volta raggiunti i sessant’anni, per il motivo che “chi non può vivere bene, che non viva male”, e “affinché le vettovaglie potessero bastare agli altri” (Strabone, Geografia, X, 5, 6). Questa notizia fu riportata un paio di secoli più tardi dallo scrittore latino Claudio Eliano, che specificò che il veleno era la cicuta:

“A Ceo vi è un’usanza secondo la quale gli uomini molto anziani – quasi volessero scambiarsi inviti di reciproca ospitalità o celebrare un solenne sacrificio – si riuniscono e, postisi una corona sul capo, bevono la cicuta: così essi fanno quando si rendono conto di non essere più in grado di operare in modo utile alla patria, perché ormai la loro mente comincia a vacillare per l’età” (Eliano, Storie varie, III, 37, nella traduzione di Claudio Bevegni per i tipi di Adelphi, 1996).

Ai tempi dell’antica colonia greca di Massalia, divenuta in seguito la città di Marsiglia, venivano seguite le leggi della madre patria, e “un veleno a base di cicuta era custodito pubblicamente e somministrato a chiunque avesse presentato seicento motivi per i quali richiedeva la morte” (Bouquet, 1738, Praefatio, VIII, p. 72). Il numero seicento potrebbe essere un elemento tardo aggiunto alla notizia originale per enfatizzare la necessità di seri motivi per poter permettere il gesto eutanasico.

Strabone riportò la notizia che gli Iberi, una popolazione che abitava la penisola iberica e che fu assoggettata dai Romani, avevano il costume di portare con loro un veleno che uccideva senza dolore, “per avere sempre con sé qualcosa contro ogni evenienza inattesa” (Strabone, Geografia, III, 4, 18). Strabone specificò che il veleno era ricavato da una pianta simile al sedano (apio), ed è quindi probabile che si trattasse di cicuta.

La cicuta parrebbe essere stata considerata una pianta che cresce nell’aldilà fra i Danesi dei periodi medievali, come attestato in un passo del Gesta Danorum, un’opera del XII secolo stesa da Sassone Grammatico:

“Mentre Handingo era suo ospite, accadde un fatto portentoso e straordinario a raccontarsi. Mentre stava cenando, infatti, si vide spuntare da sottoterra, accanto a un braciere, una donna che portava delle piante di cicuta, spiegare il lembo della sua veste, e sembrare chiedere in quale parte del mondo nascessero erbe così fresche in piena stagione invernale. Poi avvolse il re, che voleva sapere la risposta, nella sua veste e, svanendo con lui, lo portò sottoterra…. dove videro persone riccamente abbigliate, e principi vestiti di porpora. Infine, oltrepassatili, arrivarono in una zona esposta al sole, che produceva le piante portate dalla donna” (Sassone Grammatico, Gesta Danorum, I,VIII,14, nella traduzione di Ludovica Koch e Maria A. Cipolla per i tipi di Giulio Einaudi, 1993).

Infine, la cicuta rientra sorprendentemente come uno degli ingredienti delle ricette degli unguenti utilizzate dalle “streghe” del Rinascimento europeo per i loro voli astrali (si veda Piomelli e Pollio, 1994). Ad esempio il medico olandese Johann Wier riportò la seguente ricetta: olio, oppio, cicuta, papavero rosso e nero, lattuga, portulaca e bacche di solano sonnifero” (Wier, 1566, Libro II, cap. 34, p. 285). L’alchimista tedesco Cornelio Agrippa scriveva:

“Si dice che se si fa una fumigazione con coriandolo e prezzemolo, o con iosciamo e cicuta, i demoni vengono immediatamente radunati; perciò li chiamano erbe degli spiriti. Allo stesso modo si dice che se si fa una miscela con la radice della canna con il succo di cicuta e iosciamo, e tasso barbasso, e sandalo rosso e papavero nero, essa fa apparire demoni e figure strane: e se a queste si aggiunge il prezzemolo, scaccia i demoni e tutti i luoghi e distrugge i loro idoli” (Agrippa, 1533, De occulta philosophia, I, 43).

 

Si vedano anche:

 

 

 

ANDERSON ALBERT, 1972, Was Socrates unwise to take the hemlock?, Harvard Theological Review, vol. 65, pp. 437-452.

BONNER J. ROBERT, 1904, The use of hemlock for capital punishment, Harvard Studies in Classical Philology, vol. 51, suppl., pp. 299-302.

BOUQUET MARTIN, 1738, Recueil des historiens des Gaules et de la France, vol. 1, Librairies Associés, Paris.

DAYAN ANTHONY, 2009, What killed Socrates? Toxicological considerations and questions, Postgraduate Medical Journal, vol. 85, pp. 34-37.

FREY R.G., 1978, Did Socrates commit suicide?, Philosophy, vol. 53, pp. 106-108.

GILL CHRISTOPHER, 1973, The death of Socrates, Classical Quarterly, vol. 23, pp. 25-28.

OBER B. WILLIAM, 1977, Did Socrates die of hemlock poisoning?, New York State Journal of Medicine, vol. 77, pp. 254-258.

PIOMELLI DANIELE & ANTONINO POLLIO, 1994, In upupa o strige. A study in Renaissance psychotropic plant ointments, History and Philosophy of the Life Science, vol. 16, pp. 241-273.

SMITH MICHAEL, 1980, Did Socrates kill himself intentionally?, Philosophy, vol. 55, pp. 253-254.

SULLIVAN JANET, 2001, A note on the death of Socrates, Classical Quarterly, vol. 51, pp. 608-610.

WIR JOHANN, 1566, De Praestigiis Daemonum et incantationibus ac veneficiis, 3 ediz., Ioannem Oporinum, Basiliae.

 

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