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Il dono della luna
The gift of the moon
Un racconto mitologico diffuso nella regione di crescita del mate (Ilex paraguariensis) ha come tema la discesa sulla terra della luna – di nome Yací, Yari o Jari – aiutata dalle nuvole, che coprono il cielo affinché nessuno si accorga della sua mancanza; in altre versioni, la luna scende sulla terra accompagnata da una nuvola. Entrambe si trasformano in attraenti giovinette e, girovagando per il bosco, stanno per essere aggredite da una belva feroce, ma vengono salvate da un cacciatore che uccide la belva, mentre le due ragazze riprendono le loro sembianze celesti. Come ricompensa la Luna fa dono all’uomo della pianta del mate. Il tema del dono del mate da parte di una divinità è comune ad altri racconti sul mate.
Versione della Patagonia
Di notte Yací, la Luna, illuminava dal cielo le cime degli alberi e rendeva argentea l’acqua delle cascate. Questo era tutto quel che conosceva del bosco: gli enormi torrenti e la coltre verde e ininterrotta del fogliame, che quasi non lasciava passare la luce. Di tratto in tratto, entrava di soppiatto in qualche radura per spiare le orchidee addormentate o il lavoro silenzioso dei ragni. Ma Yací era curiosa, e volle vedere da sé le meraviglie delle quali le avevano parlato il Sole e le nubi: i colori cangianti dei picaflores [colibrì], il merletto delle felci e i becchi lucenti dei tucani.
Per questo, un giorno scese sulla Terra accompagnata da Arai, la nuvola e insieme, trasformatesi in ragazze, si misero a percorrere il bosco. Camminarono tra gli alberi giganti, giocarono con le scimmie e risero dell’orso formichiere. Più tardi, accaldate e stanche di aprirsi il cammino tra le liane e di arrampicarsi sugli ostacoli del terreno, si sedettero su un tronco caduto a riprendere fiato.
Era mezzogiorno e, come se fino a quel momento non lo avessero avvertito, arrivò fino a loro il rumore ininterrotto del bosco: la chiacchiera stridente dei pappagalli, il frullio delle ali dell’atajaminos, il martellare del picchio, la corsa di qualche topo tra il fogliame.
Per questo era impossibile sentire i passi silenziosi del giaguaro che si avvicinava, accovacciato, pronto a sorprenderle in posizione di attacco. Ma nello stesso istante una freccia lanciata da un vecchio cacciatore guaraní che stava inseguendo il felino si infilzò nel costato dell’animale. La bestia ruggì furiosa e si voltò verso il tiratore, che si avvicinava. Rabbiosa, saltò su quello aprendo le terribili fauci, sanguinante per la ferita, ma, davanti alle ragazze paralizzate, una nuova freccia le attraversò il petto.
Tra i versi dell’agonia del giaguaro, l’indio credette d’avvertire i passi di due donne che scappavano, ma quando infine l’animale giacque immobile e silenzioso sull’erba, non vide altro che gli alberi fitti del bosco e, più in là, la spessa oscurità.
Quella notte, sdraiato sulla sua amaca, il vecchio fece un sogno straordinario. Rivedeva i disegni del manto maculato del giaguaro scivolare tra le foglie verdi, rivedeva se stesso alzare l’arco, e poteva sentire i suoi muscoli in tensione sotto la pelle. Ritornava a contemplare la piccola radura, e lì due donne come non ne aveva mai viste: dalla pelle bianchissima e con lunghe chiome simili alla spuma delle cascate. Sembravano aspettarlo e, quando fu vicino, Yací lo chiamò con il suo nome e gli disse:
“Io sono Yací e lei è la mia amica Arai. Siamo tornate per ringraziarti di averci salvato la vita. Sei stato così coraggioso ad affrontare il giaguaro, per questo voglio darti un premio e insieme confidarti un segreto. Domani, quando ti svegli, troverai davanti alla tua porta una pianta nuova: si chiama caá. Con le sue foglie, tostate e macinate, si prepara un’infusione che avvicina i cuori e allontana la solitudine. E’ il mio regalo per te e i tuoi figli e i figli dei tuoi figli”.
Dopodiché il vecchio guaraní sentì sulla fronte il freddo bacio di Yací e vide allontanarsi le due ragazze, che scomparvero nella macchia seguite da uno stuolo di farfalle bianche. Poi non furono altro che un luccichio fra le lontane cime degli alberi.
Il giorno seguente, uscendo dalla grande casa comune che ospita le famiglie guaraní, la prima cosa che videro il vecchio e gli altri membri della sua tevy fu una pianta nuova dalle foglie brillanti e ovali che cresceva un po’ dovunque. Tra lo stupore di tutti, il salvatore della Luna seguì le istruzioni di Yací: non dimenticò di tostare le foglie e, una volta macinate, le mise dentro una zucca cava. Cercò una canna sottile, versò l’acqua e provò la nuova bevanda. Il recipiente fu passato di mano in mano: era nato il mate.1
Versione guarani
In questa versione vengono combinati i temi del pericolo che incorre Yari, la luna, assalita da una belva, e l’ospitalità che la dea riceve da un’umile famiglia (si veda Il dono del mate):
La luna volle camminare sulla terra. Voleva mangiare frutta e bagnarsi in un fiume. Le nuvole lo aiutarono. Tutte le notti le nuvole coprivano il cielo, in modo che nessuno si accorgesse che la luna mancava.
La luna camminò attraverso le meravigliose foreste del Paraná. Si crogiolò nelle nuove fragranze e negli esotici e misteriosi suoni. Nuotò nel fiume così a lungo che un contadino dovette salvarla. Quando un giaguaro fu in procinto di scagliarsi contro la luna e di lacerare il suo collo, il vecchio uomo uccise il felino col suo coltello.
Dopo di ciò la luna era affamata, così che il vecchio uomo portò la luna alla sua capanna. “Ti offriamo la nostra povertà”, disse la moglie del contadino, e le diede qualche tortilla di mais.
Il vecchio uomo aveva costruito la sua capanna in uno spiazzo nel profondo della foresta, lontano dai villaggi. Viveva in quel luogo come in esilio con sua moglie e sua figlia. Quando la luna tornò in cielo, guardò in basso e vide che i suoi amici non avevano cibo – avevano dato a lei le loro ultime tortillas. La luna risplendette della sua luce più brillante e chiese alle nuvole di versare una pioggia molto speciale attorno alla capanna. Alla mattina erano spuntati alcuni ignoti alberi, con foglie verdi scure a fiori bianchi.
La figlia del vecchio contadino non morì mai. Lei è la regina del mate e gira per il mondo offrendolo agli altri. Il te del mate risveglia i sonnolenti, attiva il pigro e rende fratelli e sorelle la gente che non si conosce fra di loro.2
Altra versione guarani
Yari (la luna), una dolce divinità aborigena e protettrice del bene, è responsabile dell’emergere del Caá [yerba mate] nelle terre americane. Yari, che era solita assumere la forma umana di una donna bionda per percorrere la terra, vagava per la foresta, accompagnata solo da un Araí (nuvola) che si era incarnato in una fanciulla bianca.
Yari e Araí vagavano per il bosco, inalando pacificamente il profumo. Improvvisamente, davanti a loro, terrificante, con le fauci insanguinate spalancate e le pupille fiammeggianti, apparve un orribile giaguaro. Stava per avventarsi sulle due donne terrorizzate – che, pur essendo dee, avevano perso il loro potere assumendo sembianze umane – quando una freccia sibilante trafisse il fianco del feroce animale. Ruggì di dolore e rabbia e, nonostante la ferita sanguinante, si lanciò contro colui che lo aveva ferito: un vecchio indiano che si nascondeva dietro a un grosso tronco d’albero, tenendo un arco in una mano e una freccia appuntita nell’altra.
La tigre balzò e l’uomo schivò il colpo, con l’intenzione di ricaricare l’arco; ma la bestia, che gli balzò addosso di nuovo, non gli diede scampo. Con maggiore abilità, l’uomo si abbassò e, mentre l’animale gli passava sopra la testa, conficcò il dardo nel suo cuore. Il giaguaro cadde morto.
Nel frattempo, Yari e Araí avevano già avuto il tempo di fuggire, assumendo le loro forme immacolate di luna e nuvola; e così, quando l’indiano cercò le due donne, non riuscì a trovarle. Scuoiò il giaguaro e poi si arrampicò su un albero perché la notte si stava avvicinando. Lì, nei suoi sogni, apparvero entrambe le divinità. Gli dissero chi erano, perché gli dei, come i potenti della terra, non sono abituati a fare del bene in segreto; e Yafr gli raccontò che, in segno di gratitudine per la sua buona azione, aveva fatto crescere una nuova pianta: il Caá. E gli mostrò come avrebbe dovuto farne, tostandola poiché era velenosa.
L’indio pensò era stato solo un sogno, ma quando si svegliò, già quel giorno, vide nel luogo indicato dalla dea una nuova pianta che sorgeva nel luogo del vecchio groviglio.3
In una versione raccolta da Perkins Hidalgo4 è presente un interessante dettaglio; la pianta del mate nacque “quasi nel medesimo luogo dove era caduto lo yaguareté”, lasciando forse intendere che la pianta era nata dal corpo della belva.
Note
1 – Riportato in: Julia Slatzmann, 2003, Leggende della Patagonia e altri racconti tradizionali argentini, Mondatori, Milano, pp. 115-117.
2 – Versione di Eduardo Galeano, 1985, Memory of Fire, I: Genesis, Pantheon, N.Y., pp. 29-30.
3 – In: Morales Ernesto, 1929, Leyendas guaraníes, El Ateneo, Buenos Aires, pp. 67-9.
4 – Perkins Hidalgo Guillermo, 1963, Leyendas y supèrsticiones del Iberá, Cuadernos del Instituto Nacional de Antropología, vol. 4, pp. 253-282.
Si vedano anche: