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Racconto sullo yagé del Putumayo
Tale on the yagé from the Putumayo
Il seguente racconto è stato raccolto dalla voce di un moderno taita (sciamano) del Putumayo della Colombia, don Serafin. E’ un racconto frammentario e un poco confuso, intriso di elementi cattolici, dove sono sopravvissuti pochi elementi presincretici, fra cui l’origine della liana dello yajé (ayahuasca; si veda L’ayahuasca in Amazzonia) dal capello di una divinità. Il forte sincretismo religioso evidenzia come la contrapposizione simbolica fra la stregoneria buona e quella cattiva si sia esacerbata nell’Amazzonia con il sopraggiungere della visione monoteista degli Spagnoli.
Racconta un taita cofán che, agli inizi dei tempi, quando Dio camminava per il mondo intrattenuto a osservare gli alberi, improvvisamente si ritrovò davanti a uno di questi e, dopo averlo osservato per un po’, si tolse un capello dal cucuzzolo e lo mise fra i rami, e questo si convertì all’istante in una liana dello yagé. Poi ne tagliò un pezzo e procedette a macerarlo insieme alle foglie di yageoco, le quali danno la visione a questa pianta sacra. Concluso questo lavoro, spremette la massa, inzuppandola prima di tutto con acqua, e si bevve il succo.
Dopo poco tempo, quando gli salì l’effetto, cadde al suolo e fu colpito, come dicono i curaca quando lo yagé fa svolazzare l’esistenza con la sua poderosa forza vitale. Nel rialzarsi, già concluso l’effetto, disse agli indio che lasciava a loro la pianta che rivela i misteri della creazione, e dà orientazione per la vita e la cura delle malattie. Con la conoscenza e le cose che c’erano nel mondo, avevano la libertà di fare il bene o di fare il male; era il potere che veniva loro conferito, il quale, al contempo, rappresentava una prova per i figli di Dio. Disse loro anche che che se volevano vedere la faccia di Dio, avrebbero dovuto bere molto yagé, e se ne andò da quei paraggi.
Quindi gli indios iniziarono a consumare il succo della liana sacra, che tuttavia li faceva ribaltare, e defecavano e vomitavano senza alcun controllo. Ciò nonostante, dopo molto tempo e numerose esperienze, uno di loro poté giungere davanti al grande spirito dello yagé, che splende in maniera poderosa. Lo si potrebbe descrivere come una grande entità che in sé medesima è conoscenza e vita. Di fronte a essa l’essere umano si sente piccolo e limitato. Nonostante ciò, se riesce a stare davanti alla sua presenza è perché può ricevere alcuni poteri. In generale, quella persona chiede che gli portino conoscenza per aiutare i malati e i disorientati.
In quei tempi, un indio ottenne di salire al cielo. Davanti all’entrata di questo luogo c’è un gallo arancio fulgente che annuncia i visitanti. Al battito della porta Dio aprì e chiese all’uomo cosa fosse venuto a cercare in cielo. L’indio disse che voleva parlare con Lui. Allora Dio lo fece sedere su una sedia, colse un fiore dalla parte del gambo, lo introdusse in un recipiente che conteneva acqua profumata, e gli asperse la testa e il corpo. In seguito fu con lui fino a un sito nelle vicinanze e gli mostrò una grande pentola con fuoco, dove stavano le persone che avevano fatto danno agli altri, specialmente gli sciamani che utilizzano i poteri per i benefici personali. Allora Dio gli disse: se non vuoi stare li, abbi sempre pensieri positivi; sii buono e aiuta la gente con ciò che sai; e ti invio per la terra.
L’indio continuò a bere yagé, ma non era facile l’esistenza in quei tempi poiché gli uomini convivevano con gli spiriti della foresta. Nelle cerimonie, dopo aver bevuto lo yagé, attorno alla pentola si vedevano tigri, serpenti e aquile che conversavano, ma erano sciamani ed esseri del monte con poteri tremendi. C’erano molti pericoli, poiché si attaccavano fra di loro con frecce maligne e mortali; o bene, si avvalevano di diversi malefici. Uno sciamano giovane, recante una corona luminosa di energia e credendosi pertanto molto potente poteva inviare una freccia a uno sciamano vecchio, quieto e con toni pacifici, e ricevere d’immediato un contro-attacco, che lo lasciava improvvisamente fulminato al suolo. Nel medesimo modo qualcuno poteva essere impregnato con una sostanza velenosa che gli avvelenava poco a poco la pelle fino a farlo morire.
Per questo, don Serafin, taita cofán, dice che prima di dare una conoscenza, esamina molto bene il discepolo. Prima di tutto gli da dello yagé, e s’egli riesce a sopportare la potente energia spirituale della liana, mantenendosi fermo e a tono, conversando con il taita, significa che ha delle capacità. Poi lo controlla dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto per quattro volte; infine, gli osserva il cuore; se palpita con energia positiva, lo adotta come apprendista, sapendo che va per il cammino che il suo Dio gli indicò.
Da: Camilo Hernández, 2008, Kúndaye. Crónicas del Putumayo, pubbl.pers., Bogotá, pp. 115-116.
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