Il momoy fra i Chumash

The momoy among the Chumash

 

 

Il gruppo etnico dei Chumash appartiene al ceppo linguistico hokan; essi vivevano originalmente nella regione costiera e interna della California meridionale-centrale e nelle isole settentrionali dell’arcipelago delle Isole del Canale (isole di San Miguel, Santa Rosa e Santa Cruz). Erano un popolo di cacciatori e raccoglitori. In prevalenza monogami, le loro genealogie seguivano una discendenza patrilineare.

I Chumash furono il primo gruppo etnico californiano a entrare in contatto con gli Spagnoli. Si distinguono in diversi gruppi: i Barbareño, Ventureño e Ynezeño della regione costiera, gli Obispeño e i Purismeño, e i meno noti Castac, Cuyuma ed Emigdiano delle regioni interne.

E’ stato calcolato che prima del periodo delle Missioni cristiane fossero presenti 8000-10000 Chumash, mentre negli anni 1990 era riconosciuto un centinaio di famiglie puramente chumash all’interno delle riserve, mentre alcune migliaia di persone affermavano di avere origini chumash. L’ultima persona parlante la lingua chumash fu una donna del gruppo Barbareño che morì nel 1965 (Baker, 1994).

Fra i Chumash l’attività missionaria cristiana iniziò nel 1769. Nel loro territorio furono fondate cinque Missioni, che funsero da luoghi di reducción, cioè dove venivano fatti confluire e convivere i nativi dei vari villaggi (Kroeber, 1925).

Nella società chumash era presente un capo denominato wot, che acquisiva il potere in maniera ereditaria. Egli era affiancato da altre figure dominanti, fra cui i cerimonieri (paxa) e i messaggeri (ksen). Il wot e la sua famiglia, i medicine-man e altri individui di alto rango sociale erano membri di un culto religioso denominato generalmente ‘antap (pronunciato gontop). I membri di questo culto erano denominati con il medesimo termine ‘antap, e si facevano carico di condurre i riti e le cerimonie pubbliche. Nei principali villaggi chumash erano presenti diversi ‘antap, i quali si recavano nei villaggi vicini per presenziare alle cerimonie. Il culto ‘antap svolgeva in tal modo una funzione di coesione di integrazione organizzativa dell’intera società chumash (Sandos, 1991).

L’impiego della pianta visionaria della datura da parte dei Chumash – che la denominavano momoy – rientra nel più generale contesto dei cosiddetti “culti del toloache”, diffusi principalmente nella California meridionale e nelle aree di frontiera del Messico settentrionale (si veda I culti del toloache), sebbene i Chumash si distinguano per un impiego molto libero della pianta, pur sempre in specifici contesti motivazionali.

 

Cosmografia

I Chumash concepiscono un universo costituito da tre mondi (raramente cinque) posti uno sopra l’altro, dove quello di mezzo, considerato piatto e circolare, è abitato dagli umani. Non sembrano essere esistiti, o perlomeno non ci sono pervenuti miti cosmogonici riguardanti la creazione dell’universo, che nei racconti appare sempre come già creato. Il mondo inferiore è abitato da esseri pericolosi per gli uomini, che entrano nel mondo umano di notte, mentre il mondo superiore è abitato dagli esseri sovrannaturali Sole, Aquila Gigante e Coyote del Cielo, quest’ultimo chiamato Snilemun. Sole è a capo degli esseri sovrannaturali e vive con le sue due figlie in una casa di cristallo di quarzo.

Il mondo di mezzo, quello degli umani, è retto da due serpenti giganteschi che provocano i terremoti quando si muovono, e il mondo superiore è retto dalle ali dell’Aquila Gigante, il cui movimento causa le fasi della luna.

Un importante evento mitico è un Diluvio che sommerse di acque tutta la terra, e che di fatto sancì la distinzione fra le due fasi cronologiche “prima” e “dopo”. Prima del Diluvio esisteva sulla terra la Prima Gente, che aveva dimensioni ridotte, e i miti a noi pervenutici non raccontano l’origine né la natura di questa Prima Gente, e nemmeno le cause del Diluvio. L’unica cosa che sembra accertata è che questa Prima Gente in seguito al Diluvio si trasformò negli animali e nelle piante che vivono ora sulla terra. Gli umani attuali furono creati dopo il Diluvio dagli esseri sovrannaturali del mondo superiore, in particolare da Snilemun, Coyote del Cielo.

Quando un umano muore, la sua anima rimane accanto al suo corpo per 3 o 5 giorni, dopodiché si reca nella Terra della Morte, localizzata nel lontano Ovest, dove vi permane in attesa di reincarnarsi. Il viaggio dell’anima verso la Terra della Morte non è scevra di pericoli, ed è descritto in diversi racconti mitologici. Un punto di partenza terreno che viene spesso riportato è Point Conception, un piccolo promontorio con alte scogliere che si affaccia sul mare a nord di Santa Barbara.1 L’anima che si dirige verso Point Conception e che da lì prende la strada verso l’altro mondo può essere vista nella forma di una sfera luminosa che viaggia attraverso l’aria.

Lasciata la terra, l’anima raggiunge innanzitutto un luogo che è abitato da vedove che si bagnano in una sorgente le cui acque le fanno continuamente ringiovanire, e che si nutrono semplicemente attraverso l’odore del cibo e delle bevande, senza bisogno di ingerirle. Dopodiché l’anima raggiunge un profondo burrone dove deve passare fra due rocce che si muovono scontrandosi fra di loro e che poi si allontanano. Le due rocce mobili non fanno passare le persone vive, che rimangono uccise schiacciate. Passate le rocce l’anima incontra due corvi giganti che beccano e tolgono gli “occhi dell’anima”, sostituendoli con fiori di papavero. Dopo altre peripezie e prove l’anima raggiunge la riva di un lago, nella cui riva opposta v’è la meta finale, il Similaqsa, che fa parte della Terra della Morte. L’ultima prova consiste nel passare un ponte costituito da un enorme palo che si alza e si abbassa e che infine raggiunge la riva del Similaqsa. Mentre l’anima cammina sul palo mobile diversi mostri emergono dalle acque per cercare di impaurirla. L’anima di chi in vita ha acquisito sufficiente conoscenza o potere riuscirà a passare indenne, mentre l’anima di colui che in vita non ha acquisito sufficiente conoscenza cade in acqua e si trasforma in pesce o anfibio. Nel Similaqsa l’anima conduce una spensierata vita di abbondanza, in attesa della reincarnazione (Blackburn, 1975, pp. 33). Gli informatori anziani chumash hanno riportato la credenza che chi in vita aveva bevuto la datura riusciva sempre in quest’ultima prova poiché era forte di spirito (id., p. 100). E’ qui evidente un aspetto escatologico dell’esperienza con la pianta visionaria.

 

Mitologia

Un ruolo di una certa importanza nei racconti mitologici chumash viene ricoperto da un rappresentante della Prima Gente, Momoy, il cui nome è quello della pianta allucinogena della datura. Durante il Diluvio Momoy si trasformò in questa pianta. Momoy viene presentata come un’anziana vedova molto ricca che vive in un luogo isolato da sola o con una figlia, e che si ciba solamente di tabacco (pesbipata). Ha poteri di preveggenza che le permettono di avvisare gli altri membri della Prima Gente delle conseguenze delle loro azioni. Chi beve l’acqua in cui Momoy si è lavata le mani acquisisce la capacità di prevedere il futuro mediante le visioni che esperisce durante uno stato comatoso (come avviene nella realtà in conseguenza dell’assunzione della datura).

Uno dei racconti chumash che riporta eventi prediluviani può essere utile per delineare la figura mitica di Momoy:

“Momoy aveva un nipote, Yowoyow. ‘Sei un bravo cacciatore – gli disse Momoy – ora ti do una medicina in modo che diventerai ancora più coraggioso’. Momoy prese una ciotola e vi mise dell’acqua, quindi si lavò le mani nell’acqua e la diede da bere a suo nipote. Egli bevve l’acqua e iniziò a essere stordito. ‘Sono assonnato, nonna!’ disse. ‘Vai a letto e osserva attentamente ciò che sogni’, disse la nonna. Il ragazzo dormì per tre giorni e quando si svegliò la donna gli chiese cosa aveva sognato. Egli rispose che non aveva sognato nulla. ‘Va bene, nipote, mi laverò le mani di nuovo’, lei disse. ‘Nonna, lavatele bene, così che posso dormire più a lungo’, egli replicò. ‘Mi laverò solo fino ai gomiti’. ‘Nonna, perché non fai un bagno completo, in modo che posso dormire per dieci giorni?’. ‘No, se faccio un bagno completo ti trasformerai in un diavolo o morirai; fino ai miei gomiti è sufficiente’. In tal modo il ragazzo dormì per sei giorni e quando si svegliò disse alla nonna: ‘Ah nonna, ho dormito a lungo ma non ho sognato nulla. Cosa devo fare?’. ‘Continua a cacciare, sei un buon cacciatore’” (Blackburn, 1975, p. 135).

La presenza centrale di Momoy nei racconti mitologici è indice di una relazione di antica data dei Chumash con la datura, trattandosi della testimonianza più significativa di questa pianta, o della figura sovrannaturale che la rappresenta, nelle mitologie dei nativi californiani. E’ opportuno osservare che il mese dell’anno corrispondente al nostro gennaio veniva denominato dai Chumash hesiq’momoy momoy, “mese del momoy”, e che la gente nata in questo mese godeva di un particolare rispetto fra la popolazione (Blackburn, 1975, p. 101).

 

L’uso del momoy

La specie di datura usata dai Chumash è la Datura innoxia Miller (sinonimo Datura meteloides DC ex Dunal). I Chumash usavano anche una specie di tabacco che denominavano pespibata, Nicotiana attenuata Torr. ex S.Watson (comunemente nota come tabaco coyote), che veniva di frequente assunta insieme alla datura (Sandos, 1991).

A differenza di altri gruppi etnici californiani (si veda I culti del toloache), fra i Chumash l’uso del momoy era accessibile sia ai maschi che alle femmine, e poteva accadere in qualsiasi periodo dell’anno e dell’età dell’individuo. V’era una discreta permissività di impiego di questa pianta visionaria, e l’individuo era totalmente libero di scegliere se fare o meno questa esperienza. L’uso della datura permeava tutti gli aspetti della vita nei villaggi chumash (Sandos, 1991, p. 71), in quanto si riteneva che la datura “insegnasse tutto” (Applegate, 1975, p. 12).2

Una delle occasioni più frequenti di assunzione del momoy si presentava in un contesto di tipo iniziatico dei giovani ragazzi. I ragazzi venivano iniziati essenzialmente da soli, mentre le ragazze occasionalmente anche in gruppo (Baker, 1994). La datura era somministrata da uno o più specialisti, che fra i gruppi chumash dei Ventureño erano chiamati alsukayayič (“colui che causa l’ebbrezza”). Nella maggioranza dei casi erano questi a dare la datura per la prima volta agli adolescenti; ma anche un parente stretto, quali la madre o la nonna, potevano farsi carico di introdurre l’adolescente nel mondo delle visioni indotte dalla datura.

Come la maggior parte dei gruppi nativi della California, i Chumash utilizzavano la radice della datura, che era considerata la parte più potente della pianta. Fra di essi v’era la credenza che un serpente a sonagli, quando aveva deciso in anticipo di uccidere un umano, infilzava le sue zanne nella radice della datura, il cui succo di mescolava quindi con il veleno del serpente, e in tal modo la morte dell’individuo era certa (Applegate, 1975, p. 11). La raccolta della radice veniva eseguita seguendo un protocollo di purificazione che prevedeva la preventiva astinenza sessuale e limitazioni dietarie che escludevano la carne e i grassi per alcuni giorni. Il raccoglitore si avvicinava alla pianta con rispetto e rivolgendole delle preghiere del tipo “Nonna vengo a mendicare una delle tue radici”. Quindi scavava nel terreno per scoprire una radice e la staccava facendo attenzione a non arrecare ulteriori danni alla pianta e ricolmando di terra il buco. La radice era pestata in un mortaio speciale, dove veniva versata dell’acqua fredda. A volte la radice veniva leggermente tostata prima di pestarla.

Chiunque intendesse assumere la datura doveva osservare delle restrizioni preliminari, quali l’astenersi da attività sessuali, digiunare o mangiare cibi non salati né dolci, ed evitare carne e grassi; ciò per un periodo di 21 giorni precedenti l’esperienza visionaria (Baker, 1994). Le donne non potevano assumere datura nei periodi mestruali.

Durante l’effetto della datura colui che l’aveva assunta cadeva in uno stato di incoscienza che poteva durare 18-24 ore, durante il quale esperiva delle visioni (“sogni”), ad esempio di specifici animali che da quel momento diventavano i suoi guardiani o spiriti aiutanti, o di altri esseri sovrannaturali quali il Tuono. Questi esseri sovrannaturali davano all’individuo degli amuleti (atiswin), che gli conferivano poteri di chiaroveggenza e che lo avrebbero protetto per il resto della sua vita. Al risveglio dallo stato visionario egli comunicava ciò che aveva visto in “sogno” agli specialisti presenti, i quali lo aiutavano a interpretare correttamente i contenuti e il significato della visione. Parrebbero essere esistiti membri del culto ‘antap denominati ‘alchuklash, specializzati nell’interpretazione delle visioni indotte dalla datura (Sandos, 1991). Un informatore chumash di nome Fernando Librado ha dato degli esempi di interpretazione di queste visioni:

“Se si sogna l’attacco di un orso, è segno che il sognatore deve rispettare ogni creatura nel mondo. Se il sognatore uccide l’orso, allora egli sarà sempre il vincitore. Se uno sogna un coltello è un cattivo segno, e non dovrà mai usare un coltello. Se sogna che ha dato il coltello a qualcuno, è segno che questa persona lo ucciderà con un coltello. Il sogno di un’aquila o di un falco è di buon auspicio. Qualunque essere uno veda – non importa quanto pericoloso sia – non arrecherà danni sino a che non sia molestato, e anche questo è un buon segno” (Applegate, 1975, p. 13).

Al risveglio dallo stato visionario l’individuo aveva un’andatura erratica e imprevedibile; un comportamento che veniva definito con il verbo momoyič, “essere affetto dal momoy”, e che veniva usato anche per indicare qualcuno che stava agendo in maniera folle o che era ubriaco per l’alcol (Applegate, 1975, p. 12). Ciò rimanda ai numerosi modi di dire che si incontrano presso le più disparate etnie del globo, che si rifanno all’effetto delle fonti inebrianti, in particolare a quelle visionarie, per indicare i comportamenti folli (Samorini, 2012, p. 23).

Uno degli scopi di assunzione della datura era per comunicare con i propri morti. Quando una persona non si dava pace per la perdita di un suo caro, in particolare di un suo bambino, assumeva la datura per poterlo vedere nell’aldilà. Questa esperienza veniva fatta in alcuni luoghi del territorio chumash che erano considerati favorevoli. Uno dei luoghi più citati dagli informatori era il kaaqtawaq (“vento del nord”), un vecchio albero di sicomoro situato a nord di Ventura; sotto effetto della datura il fruscio delle sue foglie si trasformava nella voce del morto con cui si intendeva comunicare (Applegate, 1975).

La datura veniva assunta anche nel contesto delle pratiche dei medicine-men, soprattutto nella ricerca delle charmstone (sinker), pietre magiche la cui possessione dava prestigio, potere di cura delle malattie e abilità di chiaroveggenza. Queste pietre, levigate in forme particolari, erano oggetti reali di cui ogni medicine-man possedeva un certo numero. Sembra che venissero “acquisite” in modalità interiorizzata anche semplicemente attraverso la loro visione nel corso dell’effetto della datura. Ciò perlomeno stando a quanto riportato dall’informatore Fernando Librado:

“Per vedere un charmstone l’uomo doveva astenersi dal sesso per sei mesi e nell’ultimo mese evitare carne, grasso e sale. Negli ultimi tre giorni egli e la sua famiglia digiunavano totalmente. Alla vigilia della bevuta di datura amici e parenti si riunivano nella sua casa con doni di cibo e denaro, cantavano tutta la notte e tenevano sveglio l’uomo. La datura veniva bevuta solitamente di sera, ma nel caso descritto da Librado l’uomo ha bevuto all’alba. Egli sperava di vedere un charmstone nelle sue visioni, e avrebbe pregato per il particolare potere che il charmstone gli avrebbe conferito. Per l’uomo ordinario le austerità preliminari e la datura erano indispensabili per portarlo nell’appropriato stato di potere per maneggiare un charmostone. Un charmstone acquisito in tal modo era solitamente considerato di proprietà del capo, e l’uomo doveva pagare per il suo uso” (Applegate, 1975, p. 15).

I Chumash potevano ripetere l’esperienza con la datura a piacimento nel corso della loro vita, e i motivi principali erano per rafforzare i legami con gli spiriti aiutanti già acquisiti, o per acquisire ulteriori spiriti aiutanti, o più in generale per accumulare poteri sovrannaturali (Baker, 1994). Un ulteriore motivo poteva riguardare il caso in cui fosse stata vista librarsi nell’aria una sfera luminosa o una figura riconducibile a una persona ancora in vita; questa apparizione era interpretata come segno di una morte imminente, e l’individuo a cui si riteneva riguardasse quell’apparizione assumeva la datura nel tentativo di evitare la morte (Blackburn, 1975, p. 33).

Nel caso di morte di colui che aveva bevuto la datura – un evento raro ma non impossibile –, la responsabilità veniva solitamente attribuita al bevitore e non a colui che aveva preparato e somministrato la pozione. I motivi del decesso potevano riguardare la violazione delle restrizioni sessuali o dietetiche che precedevano l’assunzione di datura, che facevano perdere l’anima del bevitore nell’aldilà senza possibilità di ritrovare la strada per tornare nel suo corpo, o altrimenti si riteneva che il mancato rientro nel corpo fosse frutto della volontà dell’anima di non voler ritornare nel mondo terreno, preferendo restare nell’aldilà (Applegate, 1975).

Fra i Chumash attuali (o più propriamente fra i discendenti dei Chumash) è stato osservato un interessante impiego della datura con scopi tanatodelici. Questo termine è stato coniato da chi scrive e dalla dottoressa Adriana D’Arienzo per indicare la somministrazione occidentale moderna degli psichedelici – normalmente LSD o psilocibina – ai morenti durante le ultime fasi della loro vita (generalmente a 3-6 mesi prima del decesso). Lo scopo dell’esperienza psichedelica, con somministrazione unica o al massimo ripetuta un’altra volta a distanza di qualche mese, non è finalizzata alla cura della malattia che sta portando l’individuo verso la morte, quale è il caso dei morenti di cancri inguaribili, ma è quello di alleviare i profondi stati ansiosi e depressivi che spesso li accompagnano nella loro fase terminale. Lo stato “rivelatore” dell’esperienza psichedelica, che in quel frangente è ovviamente focalizzata sul tema della morte, specie quando supportata in un contesto psicoterapeutico da specifici professionisti, può aiutare il morente ad affrontare con maggiore serenità l’ineluttabile evento verso cui sta andando incontro (D’Arienzo & Samorini, 2019, vol. 2, pp. 629-656).

Nel caso dei Chumash, il momoy, di cui in questo contesto vengono usate diverse parti della pianta quali fusti, radici e fiori, viene somministrato al morente per prepararlo alla morte intesa questa come il passaggio al successivo stato d’esistenza. Sarà il medicine-man o guaritore, una volta riconosciuta l’impossibilità di curare e di prolungare ulteriormente la vita del malato, a concordare con questi il termine delle pratiche terapeutiche e ad affrontare l’imminente morte attraverso l’esperienza visionaria della datura. L’assistenza al morente negli ultimi giorni di vita viene assegnata a degli omosessuali: a una donna omosessuale nel caso il morente sia un uomo, e a un uomo omosessuale nel caso il morente sia una donna. Ciò con lo scopo di eliminare qualunque traccia di sessualità nella fase del trapasso. Una volta deceduto, saranno i medesimi omosessuali a farsi carico di preparare il corpo per la sepoltura (Adams & Garcia, 2005). I medicine-man somministravano la datura ai loro pazienti anche in altri contesti: quando non erano stati in grado di individuare il male e la cura per il paziente, assumendo essi medesimi la datura; e dopo che un paziente gravemente malato fosse guarito “per contrastare gli effetti negativi della sua scampata fuga dalla morte” (Applegate, 1975, p. 15).

Le visioni indotte dalla datura sembrano essere state coinvolte nei contesti di rivolta sociale dall’oppressione missionaria. Nella Missione Santa Bárbara, dove molti Chumash erano deceduti per via delle epidemie di difterite, nel 1801 si innescò un movimento di ribellione che fece seguito alla visione esperita da una donna: nel corso delle stato di trance le apparve Chupu, la dea chumash della terra, che chiedeva ai nativi di non accettare più il battesimo per paura della morte, e che coloro che erano già stati battezzati avrebbero dovuto cancellare il battesimo bagnando le loro teste in un’acqua speciale (Heizer, 1941). La visione della donna era stata quasi certamente indotta dall’assunzione del momoy, e molto probabilmente fu interpretata da uno specialista ‘alchuklash, membro del culto ‘antap. La speciale acqua poteva forse riguardare l’acqua rituale delle Lacrime del Sole (Hudson & Underhay, 1978, pp. 21 e 72). Nel 1810 e nel 1824 i Chumash nuovamente si ribellarono alle sempre più opprimenti restrizioni dei missionari, che avevano lo scopo di estinguere l’organizzazione e le pratiche rituali del culto ‘antap (Castillo, 1999).

Il momoy veniva usato anche per scopi prettamente medicinali, in particolare nei casi di fratture ossee o ferite profonde, con la funzione di anestetico e per indurre un prolungato periodo di immobilità del corpo. Era usata pure nei casi di malattie persistenti come metodo drastico in seguito a fallimenti terapeutici di altra natura (Applegate, 1975). Nei periodi coloniali la datura è stata usata anche per curare l’alcolismo (Baker, 1994).

Ancora oggi, in caso di parti del corpo dolenti la datura viene usata come topico: si immergono circa 250 g di fusti e radici in un litro d’acqua al sole per diversi giorni. L’estratto, che assume una colorazione brunastra, viene sfregato sulle parti dolenti (Adams & Garcia, 2005).

 

Note

1 – Sebbene la univocità di Point Conception come luogo terreno di partenza delle anime per l’altro mondo, per come era stata considerata da diversi etnografi – sia stata rivista sulla base di più accurate analisi della documentazione etnografica e degli informatori chumash degli inizi del XX secolo; cfr. Haley & Wilcoxon.

2 – James Sandos (2004, p. 28) considera l’ampio spettro di motivazioni che portano i Chumash a impiegare la datura come “impiego ricreativo di una droga”; ma si tratta di una valutazione fuorviante. Comunicare con i morti, apprendere il futuro, rendere più coraggiosa e libera dai pericoli una donna che deve partorire, avere fortuna nella caccia (dove il concetto di “fortuna” è qui probabilmente fuorviante e frutto di magre conoscenza nel campo della “magia” della caccia) – alcune delle motivazioni riportate dal medesimo Sandos – non hanno nulla a che vedere con l’uso “ricreativo” di una droga. Sandos riporta inoltre che fra i Chumash la datura in questi casi “induceva una trance simile al sogno che durava dalle 18 alle 24 ore e differiva nettamente dalle più lunghe allucinazioni esperite dagli sciamani”, referenziando Applegate (1975); a parte il fatto che Applegate non riporta ciò, Sandos travisa i dati essendo condizionato dalla sua personale valutazione moralista che vede deprecabile l’impiego non sciamanico di una fonte visionaria.

 

Si vedano anche:

 

 

 

ADAMS D. JAMES & CECILIA GARCIA, 2005, Palliative care among Chumash people, Evidence Based on Complementary Alternative Medicine, vol. 2(2), pp. 143-147.

APPLEGATE B. RICHARD, 1975, The Datura Cult among the Chumash, Journal of Californi Anthropology, vol. 2, pp. 7-17.

BAKER R. JOHN, 1994, The Old Woman and her gifts: pharmacological bases of the Chumash use of Datura, Curare, vol. 17, pp. 253-276.

BLACKBURN C. THOMAS, 1975, December’s child. A book of Chumash oral narratives collected by J.P. Harrington, University of California, Berkeley.

CASTILLO D. EDWARD, 1999, Blood came from their mouths: Tongva and Chumash responses to the pandemic of 1801, American Indian Culture and Researche Journal, vol. 23(3), pp. 47-61.

D’ARIENZO ADRIANA & GIORGIO SAMORINI, 2019, Terapie psichedeliche. Dal paradigma psicotomimetico all’approccio neurofenomenologico, 2 voll., Shake Edizioni, Milano.

HALEY D. BRIAN & LARRY W. WILCOXON, 1999, Point Conception and the Chumash land of the dead: revisions from Harrington’s notes, Journal of California and Great Basin Anthropology, vol. 21(2), pp. 213-235.

HEIZER F. ROBERT, 1941, A Californian messianic movement of 1801 among the Chumash, American Anthropologist, vol. 43, pp. 128-130.

HUDSON TRAVIS & ERNEST UNDERHAY, 1978, Crystals in the Sky. An intellectual Odissey involving Chumash astronomy, cosmology and rock art, Ballena Press, Socorro.

KROEBER L. ALFRED, 1925, Handbook of the Indians of California, Bureau of American Ethnology Bullettin, vol. 78, pp. 1-995.

SAMORINI GIORGIO, 2012, Droghe tribali, Shake Edizioni, Milano.

SANDOS A. JAMES, 1991, Christianization among the Chumash: an ethnohistoric perspective, American Indian Quarterly, vol. 15, pp. 65-89.

SANDOS A. JAMES, 2004, Converting California. Indians and Franciscans in the Missions, Yale University Press, New Haven.

  • Search