La Silene degli indovini Xhosa

The Silene of the Xhosa diviners

 

 

Gli Xhosa sono un gruppo etnico costituito da alcuni milioni di individui che vivono nella provincia di Eastern Cape del Sudafrica. Appartengono al ceppo linguistico dei Bantu del Sud, cioè ai gruppi etnici che parlano le lingue ngumi, sotho-tswana, venda e tsonga. Insieme ai Mfengu gli Xhosa sono indicati anche come Nguni del Capo.

In questa sede viene focalizzata l’attenzione sugli indovini xhosa e sul loro impiego di determinate radici denominate cumulativamente ubulawu. Queste radici parrebbero indurre particolari effetti psichici influenzando i sogni, essendo dotate quindi di effetti onirogeni. Di queste radici la più nota e forse la più utilizzata è quella di Silene undulata Aiton subsp. undulata, che ha come sinonimo Silene capensis Otth.

Silene undulata subsp. undulata (sin. Silene capensis) (foto g.s.)

Gli attuali guaritori tradizionali xhosa si distinguono in erbalisti (ixhwele) e indovini (igqirha lokuvumisa). A differenza degli erbalisti, gli indovini usano metodi divinatori per comunicare con gli antenati con lo scopo di diagnosticare le malattie o altri problemi dei pazienti. Sino a poco più di un secolo fa il sistema di guaritori tradizionali xhosa e più in generale sudafricani era più articolato e socialmente influente. Oltre agli erbalisti e agli indovini esistevano i “dottori della guerra”, coloro che facevano piovere, coloro che individuavano gli stregoni (noti anche come “odoratori”), coloro che rivelavano i malocchi, gli indovini ventriloqui, i profeti (Hirst, 2005, p. 242, n. 2).

Gli indovini xhosa sono presenti non solo nelle aree rurali ma anche in quelle metropolitane, quali le città di Grahamstown e King William’s Town, e ovunque è stata osservata una preponderanza femminile nella professione dell’indovino, con rapporti di 2:1 o 3:1 (Hirst, 1990, pp. 25-6).

L’attività degli indovini è strettamente associata alle credenze e al culto degli antenati. Questi sono concepiti come dei fantasmi disincarnati che assumono la forma del vento. Essi comunicano con i vivi attraverso i sogni, e per questo gli Xhosa ritengono i sogni come dirette comunicazioni ricevute dagli antenati (Hirst, 2005, p. 10).

L’orizzonte mitico e culturale degli indovini xhosa vede un mondo sovrannaturale nelle profondità dei fiumi abitato dalla “gente del fiume”, cioè dagli spiriti degli antenati, e l’irresistibile attrazione nell’immergersi, simbolicamente e a volte fisicamente, da parte di chi è destinato a diventare indovino. La “chiamata sotto al fiume” è un tema ricorrente nelle biografie degli indovini, e si esprime principalmente in sogni di acqua e fiumi e di immersioni sotto alle acque dei fiumi che assillano l’individuo sin da giovane. Diversi indovini riportano un evento biografico apparentemente avvenuto realmente, in cui si erano perduti, venivano cercati invano dai parenti, e dopo tre giorni tornavano a casa senza vestiti e in uno stato di confusione mentale, senza ricordarsi cosa era loro accaduto. Tale evento veniva interpretato come la “chiamata nel fiume”, dove l’individuo si era realmente immerso nel fiume.

Gli indovini si tramandano un racconto che tratta dell’origine della loro pratica divinatoria e del primo uomo che venne chiamato dalla “gente del fiume”. Questo racconto è noto a tutta la popolazione Xhosa e viene raccontato dagli indovini agli apprendisti nella fase finale della loro iniziazione. Tratta di ciò che accadde al primo indovino una volta entrato nel fiume, e di fatto di ciò che accade a chiunque vi si immerga rispondendo alla “chiamata”. Questi uomini vengono attratti nel fiume, si tolgono i vestiti come se volessero nuotare, “ma in realtà sono fuori di sé”. L’individuo non nuota ma si immerge nel fiume e non annega, può continuare a camminare e muoversi dentro al fiume senza morire. Può accadere qualche incidente, come ferirsi o annegare, nel caso i suoi genitori e altri parenti si lamentino del fatto ch’egli si stia immergendo nel fiume, cioè che stia intraprendendo la carriera di indovino. Questo dettaglio evidenzia aspetti conflittuali inerenti le relazioni inter-familiari e l’accettazione sociale della figura dell’indovino, che sono stati analizzati e spiegati da Manton Hirst (1997). Una volta entrato nel fiume, egli incontra una grande macina ovale che contiene l’argilla bianca (ifutha) che suole essere spalmata sul corpo degli indovini. Egli deve spalmarsi la pelle con questa argilla bianca e procedere sino a che non incontra un serpente. Questi morde e uccide coloro che non sono destinati a diventare indovini (che non “appartengono al fiume”) o, nuovamente, se ci sono state lamentele da parte dei genitori e parenti dell’individuo che si è immerso nel fiume. Più precisamente, nel caso l’individuo non sia destinato a diventare indovino o in caso di lamentele dei suoi parenti, quando incontra sotto al fiume la macina egli non vede che v’è dentro l’argilla bianca e procede senza spalmarsi con questa sino a incontrare il serpente; questi, non vedendo il suo viso e corpo spalmato di argilla bianca, gli blocca il passaggio. Passato il serpente l’individuo incontra delle medicine sparse su dei giunchi, e dietro a queste v’è una donna anziana che indossa una cintura alla vita. E’ una specie di sirena, avendo il corpo umano nella parte superiore e quello di un pesce nella parte inferiore. Essa gli comunica che sono stati gli antenati a chiamarlo lì, perché vogliono che diventi indovino: “Sono la tua bis- bis- bisnonna. Ma sono stata messa qui nel fiume perché devo vivere qui. Torna ora a casa, diventerai indovino. Cura la tua gente” (Hirst, 1997, p. 230). Le medicine che l’individuo vede sparse sui giunchi sono le radici di ubulawu.

Gli indovini xhosa denominano undlela ziimhlophe la radice di Silene, che significa “sentieri bianchi”, ed è considerata un dono degli antenati, un dono fatto specificatamente agli indovini. La Silene viene usata solo dagli indovini e non è stata mai vista usare dagli erbalisti (Hirst, 2005).

Secondo gli indovini xhosa l’effetto principale della Silene si percepisce durante il sonno nei sogni, e non durante lo stato di veglia. Vengono distinti due tipi di attività onirica influenzate dalla Silene. Nella prima i sogni riguardano aspetti biografici del sognatore esperiti in forma simbolica. Nella seconda si tratta di sogni più prettamente profetici, che predicono futuri eventi della vita del sognatore (Hirst, 2000, p. 137). L’antropologo sudafricano Manton Hirst, che è stato iniziato alle pratiche divinatorie xhosa, ha riportato che l’uso delle radici ubulawu (il cui termine proviene dal verbo ukulawula, “controllare”) è ritenuto non provocare i sogni, ma generare una luce bianca sui sogni, rendendoli più vividi e memorizzabili (Hirst, 2005, p. 18).

La radice di Silene viene impiegata in diversi contesti rituali. Ad esempio viene somministrata dagli indovini a coloro che vengono “chiamati dagli antenati” attraverso i sogni, per verificare l’attendibilità di questa chiamata e se l’individuo deve quindi intraprendere la carriera di indovino. Hirst riportò che gli fu dato il dosaggio di un pezzo di radice lungo circa 2,5 cm e spesso circa 1 cm, grattugiato e immerso in un mezzo bicchiere d’acqua bevuto a stomaco vuoto. Nelle credenze degli indovini solamente colui che è realmente “chiamato dagli antenati” sogna dopo aver assunto la radice, a differenza degli altri individui che non percepiscono alcun effetto, anche se ne assumessero dosaggi più forti (Hirst, 2000). Hirst prosegue il suo rapporto con altri dati interessanti riguardante la Silene:

“Questa è realmente la medicina dell’indovino. Quando un indovino va a trattare un caso in qualche posto strano, deve avere un pezzo di radice nella sua borsa. L’indovino morde un pezzo di radice e la mastica bene e quindi la sputa fuori sulla soglia della capanna dove si trova (..) Quando gli indovini o gli iniziati che mangiano questa radice danzano insieme, il loro sudore ha un odore piacevole, dolce. La gente è attratta da quest’odore, che è come un profumo. Quando l’indovino deve raccogliere la pianta nella foresta, vede chiaramente in sogno il luogo dove cresce. La pianta intera è circondata da una luce bianca. Il mattino seguente, anche prima che sorga il sole, l’indovino si reca a raccogliere la pianta nel luogo dove l’ha vista in sogno” (Hirst, 2000, pp. 130-1).

La raccolta della Silene viene svolta ritualmente. Vengono invocati gli antenati di colui che la raccoglie, chiamati uno a uno per nome. Dopo aver divelto la pianta per prenderne la radice vengono depositate delle perline bianche nel buco formato nel terreno, che viene quindi ricolmato di terreno.

Le radici di ubulawu, inclusa quella di Silene, vengono assunte con una tecnica particolare, cioè producendo una schiuma che viene ingerita. Per produrre la schiuma viene usato un bastoncino biforcuto che è immerso nel liquido acquoso in cui è stata collocata la radice polverizzata e che viene strofinato avanti e indietro fra i palmi delle mani in modo da frullare il liquido.

Indovina xhosa nell’atto di produrre la schiuma ricavata da una radice umbulawu mediante lo strofinamento di un bastoncino biforcuto (da Hirst, 2000, fig. 6, p. 135)

Ogni mese per tre giorni consecutivi durate la luna piena si svolgono delle sessioni di bevuta di schiuma di ubulawu, che si tengono a casa dell’indovino/a iniziatore con la sola presenza di iniziati e apprendisti. L’ingrediente principale della schiuma di ubulawu è la radice di Silene, e vi vengono aggiunte piccole quantità di altre radici – quali radici di Dianthus sp. – apparentemente per modificarne il sapore rendendolo più gradevole. L’assunzione della schiuma deve avvenire a stomaco vuoto, e di fatto lo stomaco viene riempito di schiuma sino a che l’individuo non ne rigurgita un po’. Dopo di che i partecipanti si mettono a cantare e danzare formando un cerchio che si muove in senso antiorario. Battono i piedi all’unisono facendo ondeggiare i corpi in un moto laterale e al contempo battono le mani. Le parole dei canti si riferiscono agli antenati, alle piante medicinali e alle pratiche di divinazione. Le danze sono intercalate da momenti di riposo durante i quale viene assunta altra schiuma di ubulawu. Queste sessioni durano dalla mattina sino a metà pomeriggio. Ogni mattina i novizi presenti a queste sessioni devono comunicare i propri sogni fatti nella notte all’indovino iniziatore (Hirst, 2000, pp. 134-5). Il processo di apprendimento e iniziazione nella pratica dell’indovino è denominato con il verbo ukuphehlelwa, che significa “essere agitato”, in riferimento all’azione di agitare/frullare le radici di ubulawu per ricavarne la schiuma.

Un altro contesto rituale di assunzione della radice di Silene è nel corso dell’umbuyiso, un rito funebre che viene eseguito dopo un po’ di tempo dopo il rito funebre principale riguardante la morte di un capofamiglia, e che ha lo scopo di ricondurre indietro il suo spirito dall’aldilà affinché si intrattenga nel mondo dei vivi vicino alla dimora della famiglia. In questo rito, che è svolto nella stalla, viene macellato un bue. Tutti i membri della famiglia consumano la schiuma ottenuta dal frullamento della radice di Silene, e la spargono anche sulla schiena del bue prima di essere macellato, al quale viene data anche da bere (Hirst, 2000, p. 133).

Per quanto riguarda il più esteso insieme delle radici di ubulawu, sono note e usate non solo fra gli Xhosa ma anche fra gli indovini delle altre etnie del Sud Africa. Vengono usate anche come emetico per purificare il corpo, e in questo caso sono spesso assunte come infuso. Il loro impiego fra gli indovini zulu fu descritto da Canon Callaway nel 1870, il quale definì le ubulawu come “una classe di medicine usate per pulire e schiarire. Medicine usate con lo scopo di rimuovere dal sistema qualcosa che ha provocato dispiacere, e introdurvi qualcosa che causerà amore” (Callaway, 1870, p. 142). Gli indovini zulu usavano due tipi radici di ubulawu, nere e bianche: quelle nere servivano per “lavare”, quelle bianche per “rendere bianco e brillare”. Callaway associò le ubulawu con l’attività onirica in un paio di occasioni: “Se egli desidera diventare un indovino, si reca da un indovino; l’indovino prepara per lui ubulawu bianco, e lo rende bianco, cioè i suoi sogni possono diventare chiari e non più incerti” (ibid., p. 184). In un altro passo un indovino diede a una donna delle ubulawu nere per guarirla da sogni che la assillavano (ibid., p. 317). Un dato interessante è l’impiego divinatorio che gli indovini, i capi e altri individui zulu facevano della schiuma delle ubulawu. I capi avevano un loro vassoio in cui frullavano le radici di ubulawu, e la produzione o meno di schiuma era usato come responso divinatorio (ibid., pp. 340-3).

 

Aspetti botanici e biochimici

La specie di Silene usata dagli indovini xhosa è stata indicata da Hirst come Silene capensis Otth, della famiglia delle Caryophyllaceae. Fu classificata da De Candolle nel 1824 nel suo Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis.

Descrizione di Silene capensis da De Candolle, 1824, Prodromus systematis naturalis regni vegetabilis, vol. 1, p. 379

Alcuni decenni prima William Aiton aveva stabilito un altro taxon indicato come Silene undulata.

Descrizione di Silene undulata da William Aiton, 1789, Hortus Kewensis, vol. 2, pp. 96-7

Oggigiorno Silene capensis è considerato sinonimo di Silene undulata subsp. undulata. Non sono sinora riuscito a individuare una descrizione specifica per la subspecie undulata, e riporto di seguito una moderna descrizione di S. undulata Aiton:

Erba perenne, ghiandolare, appiccicosa, alta fino a circa 60 cm. Foglie basali fino a 15×2,5 cm, spatolate-oblunghe, acute o ottuse, mucronate, che si restringono in un picciolo lungo circa 2 cm; foglie cauline fino a 8 x 2 cm ma solitamente più piccole, lanceolate, oblungo-lanceolate o strettamente ellittiche, apice acuto, cuneato e sessili o subsessili alla base, margine a volte ondulato. Fiori in cime terminali, lasse, paniculate; brattee simili alle foglie superiori, ma progressivamente più piccole verso l’alto, lanceolate-acuminate; pedicelli lunghi 0,6-2 cm, viscoso-ghiandolari, spesso in triadi con quello centrale più corto. Calice 2,5-3,5 x circa 0,5 cm, cilindrico, ma dilatato nel frutto, 10-costolato, viscoso-ghiandolare, denti lanceolati-subulati, lunghi circa 5 mm. Petali bianchi o rosati, lamina circa 0,9 x 0,4 cm, allargata, bifida, con un artiglio lineare un po’ più lungo del calice e lobi denticolati o interi; squame coronali dentate, lunghe circa 1,5 mm. Stami su sottili filamenti biseriati, il più lungo circa 3,5 cm, il più corto circa 1,7 cm. Ovario strettamente oblungo-ovoide, 1-loculare, su un gambo puberulo lungo fino a 7,5 mm; stili 3, lunghi circa 1,5 cm, sottili, papillati lungo un lato. Capsula 1,2-1,8 x 0,8 cm., corneo, oblungo-ovoidale, che si apre con valve ricurve all’apice, su un robusto gambo lungo 1/3-1/2 la lunghezza della capsula. Semi numerosi, quasi neri, circa 1,2 x 1 mm., reniformi con lati appiattiti, minutamente e concentricamente tubercolati (Wild, 1961, vol, 1, part 2, p. 337).

Silene undulata subsp. undulata: (sx) parte vegetativa (foto g.s.); (d) nella varietà con i petali rosa (dal sito gbif)

Per quanto riguarda le radici di ubulawu, Sobiecki (2012)1 ha indicato una lista di specie botaniche: Agapanthus campanulatus F.M. Leight. (Amaryllidaceae); Boscia albitrunca (Burch.) Gilg & Gilg- Ben. (Capparaceae); Helinus integrifolius (Lam.) Kuntze. (Rhamnaceae); Hippobromus pauciflorus (L.f.) Radlk. (Sapindaceae); Psoralea pinnata L. (fabaceae); Rhoicissus tridentata (L.f.) Wild & R.B.Drumm. subsp. cuneifolia (Eckl. & Zeyh.) Urton. (Vitaceae); Rubia petiolaris DC. (Rubiaceae); Synaptolepis kirkii Oliv. (Thymelaeaceae); e due specie di Silene: S. pilosellifolia Cham. & Schltdl., (in realtà sinonimo di S. burchellii subsp. piloselifolia (Cham & Schltdl.) J.C. Manning & Goldblatt) e S. undulata Aiton subsp. undulata.

Le piante di ubulawu sono classificate in base al loro luogo di crescita (come del resto tutte le piante medicinali impiegate da erboristi e indovini), rientrando nelle tre categorie di piante della “foresta”, “prato” e “fiume”. La Silene rientra nella categoria delle ubulawu del fiume. Il tipo di sogni indotti dalle ubulawu dipende dal loro luogo di crescita, e sono le ubulawu del fiume a indurre un’immaginazione onirica associata al fiume e all’immersione nel fiume. Un paio di ubulawu – una specie di ninfea, Nymphaea nouchalii var. caerulea (Savigny) Verdc., sin. N. capensis Thunb., chiamata uzuba, e una liana della foresta chiamata ubuka – non vengono ingerite, poiché ritenute troppo astringenti e difficili da ingerire, e sono usate solo per dei lavaggi esterni (Hirst, 2005).

Per quanto riguarda la biochimica della Silene, Hirst riteneva che il suo principio attivo, cioè quello responsabile dell’influenza sull’attività onirica, fosse una saponina triterpenoide (Hirst, 2005, p. 18). Un recente studio avrebbe invece evidenziato la presenza degli alcaloidi beta-carbolini armina, armalina, norarmano e armalolo (Alhawarri & Olimat, 2024). Questi alcaloidi – di cui alcuni sono presenti nella liana dell’ayahuasca (si veda L’ayahuasca in amazzonia) – possono giustificare l’attività onirogena della pianta. Il medesimo studio biochimico avrebbe evidenziato la presenza anche di ibogaina, il principale principio attivo allucinogeno dell’iboga (Tabernanthe iboga Baill., fam. Apocynaceae) usata in diversi culti dell’Africa equatoriale (si veda I culti dell’iboga). La presenza di ibogaina in una Caryophyllacea è così sorprendente, che prima di prenderla per buona si dovranno attendere ulteriori studi biochimici di conferma.

 

Note

1 – Nelle sue descrizioni Sobiecki fa un uso di aggettivazioni di stampo New Age – quali “psicospirituale” e “medicine spirituali” – che non hanno nulla a che fare né con i concetti e le categorie dei curatori tradizionali sudafricani, né con i seri rapporti etnografici ed etnobotanici.

 

Si vedano anche:

 

 

 

ALHAWARRI M.B. & S. OLIMAT, 2024, Potential serotonin 5-HT2A receptor agonist of psychoactive components of Silene undulata Aiton: LC-MS/MS, ADMET, and Molecular Docking studies, Current Pharmaceutical Biotechnology: 268855154.

CALLAWAY CANON, 1870, Izinyanga zokubula, or divination, as existing among the Amazulu in their own words with a translation into English and notes, John A. Blair Springvale, Davis and Sons, Pietermaritzburg, Adams and Co., Durban, Natal; J.C. Juta, Capetown; Trübner and Co, London.

HIRST MANTON, 1990, The healer’s art. Cape Nguni diviners in the township of Grahamstown, Thesis for the Degree of Doctor in Philosophy, Rhodes University.

HIRST MANTON, 1997, A river of metaphors. Interpreting the Xhosa diviner’s myth, African Studies, vol. 56(2), pp. 217-250.

HIRST MANTON, 2000, L’uso della pianta oneirogenica Silene capensis fra gli Xhosa del Sudafrica / The use of the oneirogenic plant Silene capensis among the Xhosa of South Africa, Eleusis. Journal of Psychoactive Plants & Compounds, n.s., vol. 4, pp. 121-149.

HIRST MANTON, 2005, Dreams and medicines: the perspective of Xhosa diviners and novices in the Eastern Cape, South Africa, Indo-Pacific Journal of Phenomenology, vol. 5(2), pp. 1-22.

SOBIECKI JEAN-FRANÇOIS, 2012, Psychoactive ubulawu spiritual medicines and healing dynamics in the initiation process of southern Bantu diviners, Journal o Psychoactive Drugs, vol. 44(3), pp. 216-223.

WILD H., 1961, Flora Zambesiaca, vol. 1, part 2, Crown Agents for Oversea Governments and Administrations, London.

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