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Quest' opera di Giorgio Samorini è concessa in licenza sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.







L’oppio nell’antica Anatolia
The opium in the ancient Anatolia
Proseguendo lo studio dell’Archeologia dell’oppio, v’è chi ha espresso dubbi sulla presenza del papavero da oppio nell’Anatolia (l’odierna Turchia) prima dei periodi islamici, nonostante la sua accertata presenza durante la tarda Età del Bronzo nel vicino Egeo, basandosi sulla considerazione che non sono stati ritrovati resti materiali di questa pianta negli scavi archeologici (Nesbitt, 1995, pp. 75-6); ma la mancanza di reperti archeobotanici non è indicativa dell’assenza del vegetale, bensì il loro ritrovamento è rafforzativo della sua presenza. Hnila (2002, p. 316), ha riportato la seguente considerazione: “la scoperta di minuti e fragili semi carbonizzati di papavero resta sempre in un grado sostanziale una questione di condizioni fortunate del contesto”.
Si conosce sinora un unico reperto materiale in Anatolia, datato attorno al 1900 AEV, incontrato fra le rovine del palazzo di Beycesultán: in un vassoio dotato di un grosso piede fu trovata una significativa quantità di semi di papavero da oppio (Karageorghis, 1976, p. 127). Il vassoio fu in seguito interpretato come un tamburo e non è stato più possibile rintracciarlo fra i reperti museali per poter effettuare verifiche moderne su questo reperto (Hnila, 2002, pp. 323-4).
Per quanto riguarda l’iconografia, sono state evidenziate alcune spille della Media e Tarda Età del Bronzo, che hanno una testa che ricorda notevolmente la capsula del papavero da oppio. Un primo esempio fu portato all’attenzione da Merrillees (1979, p. 168) e riguardava una coppia di spille d’oro di provenienza anatolica ignota dove, all’interno della loro testa, assomigliante a una capsula di papavero, è presente una piccola sfera che si muove liberamente e che fa si che quando vengono agitate le spille si trasformano in sonagli.
E’ documentato etnograficamente l’impiego della capsula del papavero da oppio come sonaglio, dove i numerosi semi presenti al suo interno fungono da elementi percussori, tenendo conto anche del fatto che le capsule della subspecie somniferum (il vero e proprio papavero da oppio) sono privi dei forellini attraverso cui sono soliti fuoriuscire i semi dalla specie selvatiche di Papaver (si veda Archeologia dell’oppio). Queste due spille sono state indicativamente datate al periodo dell’impero ittita, fra il 1400 e il 1200 AEV (Muscarella, 1974, n. 127).
Un’ulteriore spilla in bronzo e oro, proveniente da Kültepe, evidenzia, oltre al disco stigmatico, il toro, che è quel rigonfiamento anulare posto sul gambo poco sottoal la capsula del papavero. Un altro interessante reperto anatolico, anch’esso di provenienza e data ignota, riguarda uno stampo per teste di spille, dove ancora una volta sono ben evidenziati stigma e toro, oltre alle striature sulla superficie del corpo tondeggiante che potrebbero rappresentare le incisioni necessarie per la fuoriuscita del latice oppiaceo. Anche diverse spille ittite e più in generale anatoliche definite “con la testa a forma di vaso” potrebbero avere tratto ispirazione dalla forma della capsula del papavero da oppio piuttosto che da quella di un vaso, come è il caso della spilla proveniente da Boğazköy qui raffigurata (Hnila, 2002).
E’ stata discussa la natura di un oggetto rotondeggiante tenuto in mano dalla dea Kubaba. Questa divinità, considerata precursore della dea Cibele, è presente nei testi antichi a partire dalla prima metà del II millennio AEV, e a tutt’oggi non è chiaro se sia una divinità prettamente anatolica o se sia stata portata in Anatolia dai mercanti assiri. Il suo culto si diffuse anche in Siria (Alalakh, Ugarit), e fu adottato dagli Ittiti, che inserirono questa divinità nel loro pantheon.
La sua iconografia è nota solamente a partire dal I millennio AEV. Fu la principale divinità di Carchemish, dove è stata rinvenuta la maggior parte delle sue raffigurazioni note oggigiorno. I due principali attributi, tenuti nelle sue mani, sono uno specchio e un oggetto rotondeggiante che è stato pressoché esclusivamente interpretato come una melagrana. Ma Hnila (2002, pp. 319-320) ha suggerito la possibilità che almeno per alcuni casi l’oggetto in questione potrebbe raffigurare la capsula del papavero da oppio. L’argomentazione di frequente impiegata dai sostenitori dell’interpretazione come melagrana, che la successiva Cibele ha anch’essa come attributo questo frutto, evidenziato in maniera ancora più realistica e quindi di indiscutibile determinazione, appare infrangersi contro l’evidenza che Cibele ha come attributo anche il papavero da oppio. Tutto ciò riporta ancora una volta al problema della distinzione fra melagrana e papavero nell’iconografia antica, per il quale si veda Samorini, 2016.
L’attributo della melagrana si sarebbe conservato nell’iconografia di Juno Dolichena, divinità dei tempi romani imperiali, ma anche per questo caso Hnila (ibid., p. 321) ha evidenziato un bassorilievo proveniente da Khaltan, in Siria, dove l’attributo ricorda maggiormente la capsula del papavero, per cui questo documento “potrebbe essere preso come prova della sopravvivenza del simbolo del papavero piuttosto che di quello della melagrana”.
E’ il caso di considerare la possibilità che questo attributo tenuto in mano da Kubaba, Cibele e Juno Dolichena intendesse raffigurare un sonaglio ricavato dalla capsula essiccata del papavero da oppio, in cui restano intrappolati i numerosi semi.
Per quanto riguarda i testi anatolici, in particolare ittiti, sono state suggerite identificazioni terminologiche con il papavero da oppio, sebbene non totalmente accettate dagli studiosi e che rimangono dubbie. Ertem (1987, p. 19) ha proposto il papavero come traduzione del termine GIŠhaššika-, che sarebbe composto dalle radici šeš– (“dormire”) o uarš– (“diventare calmi”). Güterbock (1983, p. 162) ha posto l’attenzione sul termine galaktar, che sarebbe associato a una pianta con gambo che può rendere una divinità “pacificata, riconciliata” (galankanza), e la radice di questo termine ittita potrebbe essere associato ai termini greci gála, gálaktos e latini lac, lactis, che significano “latte”, ricordando quindi il latice fuoriuscente dalla capsula del papavero da oppio.
Hnila (2002, p. 323) ha suggerito la possibilità che il termine greco mékon, “oppio”, che viene considerato solitamente non indo-europeo, possa avere affinità con termini ittiti quali maknu (“rendere abbondante”, “aumentare”) e mekki (“molto”, “numeroso”).
Ancora, in un documento Ittita datato attorno alla seconda metà del XIII secolo A siEV fa riferimento a dei tributi che la città di Alashiya deve al re Tudhaliash IV, in cui compare il termine gayatum. Diversi ricercatori hanno voluto vedere in questo termine una droga a base di oppio prodotta in quei tempi a Cipro (rip. in Becerra Romero, 2006, p. 12).
Si vedano anche:
BECERRA ROMERO DANIEL, 2006, La adormidera en el Mediterrneo oriental: planta sagrada, planta profana, Habis, vol. 37, pp. 7-16.
ERTEM H., 1987, Boğaxköy Metinlerine Göre Hititler Devri Anadolu’sunum Florasi, Ankara.
GÜTERBOCK H.G., 1983, Hurro-Hittite Hymn to Ishtar, Journal of American Oriental Society, vol. 103, pp. 155-164.
HNILA PAVOL, 2002, Some Remarks on the Opium Poppy in Ancient Anatolia, in: R. Aslan et al. (Eds.), 2002, Mauerschau. Festschrift für Manfred Korfmann, Verlag B.A. Greiner, Remshalden-Grunbach, pp. 315-328.
KARAGEORGHIS VASSOS, 1976, A twelfth-century BC opium pipe from Kition, Antiquity, vol. 50, pp. 125-129.
MERRILLEES S. ROBERT, 1979, Opium Again in Antiquity, Levant, vol. 11, pp. 167-171.
MUSCARELLA O.W., 1974, Ancient Art. The Norbert Schimmel Collection, Mainz.
NESBITT M., 1995, Plants and People in Ancient Anatolia, The Biblical Archaeologist, vol. 58, pp. 68-81.
SAMORINI GIORGIO, 2016, Il problema della distinzione fra melagrana e papavero fra le antiche iconografie mediterranee e mediorientali, Archivi di Studi Indo-Mediterranei, vol. 6, pp. 1-25.