Miti della Guinea Equatoriale

Bwiti myths from Equatorial Guinea

 

Le seguenti versioni del mito d’origine del Buiti sono state raccolte nella Guinea Equatoriale. Non è chiaro a quale gruppo etnico appartengano queste versioni. Per quanto riguarda la prima, raccolta negli anni ’50, Vilaldach riporta che i suoi informatori appartenevano alle etnie costiere dei Kombe, Bujeba (Bisió) e Balenge (Lenje). Il racconto indica le persone protagoniste come appartenenti alla “tribù Bakui”, e Świderski (1965, p. 546) segue senza discussione questa indicazione. Anche nella seconda versione, raccolta negli anni ’40 da Aquilino González de Pablo, si parla della “tribù Bakui”. La terza versione, raccolta da Víctor Borrego Nadal, parla della “tribù Echogo”. Come ho evidenziato altrove (Samorini, 2024; 2025), per Bakui si devono intendere i Pigmei, e per Echogo la popolazione dei Mitsogho del Gabon meridionale, quella che probabilmente diede origine al culto del Buiti.

Nell’abitato di Tambanapuya vivevano tre fratelli della tribù Bakui. I loro nomi erano Mobaybay, Kambi e Ndundu. Quando il primo morì sua moglie Banjoku passò nelle mani di suo fratello Kambi, e nel giro di un po’ di tempo essa si convertì per le sue qualità nella donna principale della dimora.

Un giorno, su richiesta di Banjoku, le donne dell’abitato andarono a pescare. Ciò consisteva nel ridurre l’acqua rinchiusa fra due piccole dighe e più tardi, con le reti e i cesti di melongo, catturare i pesci resi così facilmente accessibili. Erano solite realizzare quest’operazione nel medesimo luogo. Lì tutte le donne si dedicavano ritmicamente al lavoro intonando le canzoni della pesca.

Banjoku ritenne opportuno esplorare il fiume più a monte con lo scopo di installare un altro posto per la pesca. Lasciò le compagne e si mise sul tragitto. Dopo un poco vide un enorme ngonu1 che si nascondeva fra le radici di un albero che cresceva sulla sponda. Cercò di pescarlo e nell’introdurre la mano nel nascondiglio estrasse un’aragosta. Fu grande la sua sorpresa. Ripeté l’operazione ed estrasse un ngonu differente da quello che aveva visto. Al terzo tentativo riuscì ad estrarre da un così meraviglioso buco la colonna vertebrale di un essere umano; poi estrasse una grande quantità di ossa, tutte umane.

Banjoku stava pensando a ciò che le era capitato quando udì una lunga risata, senza poterne localizzare la provenienza. Spaventata, depose il suo macabro ritrovamento in una pietra che, a mo’ di tavola, si alzava nella sponda del fiume.

Timorosa, prese la strada del ritorno; udì un’altra volta la melodiosa risata che l’aveva così tanto spaventata. Le apparve quindi un animale di colore bianco. Ella gli gettò sopra la rete e le maglie lasciarono sulla pelle bianca delle impronte nere. Fu così che originò il mosinji.2

Banjoku associò nella sua mente la presenza di un animale così singolare e il ritrovamento che aveva appena effettuato, e “comprese” che questo animale era stato inviato affinché con la sua pelle si potessero avvolgere le ossa che aveva abbandonato. Sacrificò il mosinji e con la sua pelle avvolse le ossa.

Riprese la strada del ritorno, ma le ossa le gridarono di non lasciarle sole, di portarle con lei. Ubbidì al comando e si diresse in direzione delle sue compagne dove stavano pescando; queste se ne erano andate e Banjoku, sola e preoccupata, si diresse verso l’abitato. Poco prima di raggiungerlo, una voce misteriosa proveniente dal fagotto le disse: “Portami in un luogo riservato affinché possa custodirmi per sempre”. Obbedendo a un così strano comando si inoltrò nel bosco, nascose le ossa e sopra di esse eresse una piccola tettoia. Questa fu il primo mbanja.3

Il giorno successivo prese un gallo, alcune banane, una bottiglia di olio di palma e alcune canne da zucchero da offrire alle ossa. Si inoltrò nel bosco e, nell’entrare sotto la tettoia, udì la misteriosa risata del giorno precedente e le ossa le chiesero perché aveva dimenticato le candele.

Il giorno successivo, insieme a una nuova offerta, prese alcune candele di linfa di okume.4 Per molti giorni ripeté questa operazione e una notte ebbe un sogno nel quale udì una voce che le diceva: “Se vuoi conoscerci, se vuoi vederci di persona, domani, quando ti alzi, vai dietro alla tua casa. Lì incontrerai una pianta che non conosci; sradicala e mangia la corteccia della sua radice. Se così farai, saprai”.

All’alba del giorno successivo si recò dietro alla sua casa. Banjoku conosceva una per una le piante che vi crescevano, e fu non poco sorpresa quando vide un alberello, precisamente in un luogo dove prima non c’era nulla. Lo sradicò e, piena di curiosità, masticò un poco di corteccia: questa era molto amara.5 Batté gli occhi, e nel farlo sentì un grande fastidio alle palpebra come se vi avessero infilato degli aghi. Chiuse gli occhi, e al riaprirli vide nello spazio il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Spaventata, si inginocchiò.

Poi si recò, come era solita, a offrire il cibo alle ossa. Nell’avvicinarsi udì una dolce musica, e sotto la tettoia ebbe nuovamente la visione che aveva avuto la mattina.

Si recò lì tutti i giorni, e la gente dell’abitato consigliò Kambi di tenere d’occhio sua moglie, dato ch’ella si cimentava sempre in misteriose andate e ritorni. Kambi si ingelosì e una mattina depose nel cesto di Banjoku un fagotto di cenere nel cui fondo aveva praticato un foro. Quando ella si diresse verso il bosco compiendo il suo dovere, lasciò per terra una traccia e grazie a questa il marito geloso la poté seguire.

Ella giunse alla tettoia, si inginocchiò di fronte alle ossa nel medesimo momento che diceva: “Sono qui”. Una voce disse: “Attenzione, arriva gente. Come hai osato venire accompagnata?” Spaventata, Banjoku si guardò alle spalle e con grande sorpresa vide suo marito.

Una voce misteriosa disse a Kambi che pagasse una multa. Questo, spaventato nell’udire voci e non vedere nessuno, propose la sua lancia; la voce rispose che non era sufficiente. Aggiunse all’offerta il suo coltello, e nemmeno questo fu accettato. Poco a poco offrì tutto quello che aveva, ma nulla era sufficiente per calmare la voce irritata.

Disperato, Kambi offrì sua moglie. Questa, che aveva la facoltà di poter udire e vedere, osservava come erano attorniati da strana gente. La voce accettò l’offerta di Kambi. Allora la gente prese la corda che serviva per sostenere il cesto della povera Banjoku e legò la disgraziata. Fu subito dopo soffocata. Così, in questo modo, Banjoku passò a far parte del regno dei morti.

L’uomo non vedeva nessuno; udiva solo voci. Quando il sacrificio di Banjoku fu terminato, tornò a casa, lasciando il cadavere nella mbanja e pensando a ciò che era accaduto. Il Padre volle premiare Banjoku e le disse: “Tu sarai l’arpa”. Per questa ragione l’arpa è il principale oggetto che interviene nella cerimonia del Buiti. Le corde simboleggiano le budella di Banjoku; la cassa di risonanza la pelle del suo ventre; i bischeri le costole. In alcune di esse i banji6 collocano una testina femminile, che rappresenta Banjoku. La corda che serve per appenderla ricorda la corda con la quale fu soffocata Banjoku. La musica dell’arpa significa il lamento della donna, il suo pianto. Per questo la musica è dolce e soave.

Kambi giunse a casa e si coricò; allora ebbe un sogno nel quale gli fu rivelato il segreto, e così si convertì nel primo banji (Vilaldach De Veciana, 1958, pp. 13-15).

 

Aquilino González de Pablo aveva raccolto un’altra versione di questo racconto, dove la donna protagonista si chiama Manchuco e dove la trama si discosta notevolmente da quella della versione precedente, quest’ultima più simile alle versioni fang del Gabon. A differenza di Banjoku, che mentre muore sacrificata si trasforma nell’arpa, Manchuco viene trasformata in un altro strumento musicale caratteristico del culto buitista, la ubaka (obaka), strumento a percussione costituito da un lungo palo su cui vengono battuti due bastoncini.

Quando Maguma (il Dio creatore) si rese conto che l’adorazione del bimbo nero, per bruciare la sua capra con il fumo che restava nella foresta, gli era passato inosservata, diede ai moreno [ai Neri] la pianta alam [Alchornea floribunda; si veda Alan e niando]. Si formò, sembra, con la sporcizia della mano sinistra di Maguma e questi la diede con l’intenzione che i moreno lo vedessero e potessero apprendere le cose del Changue (il mondo). Ma l’alam cadde in mano a stregoni e medicinero e per questo quando lo mangiarono non poterono vedere Gesù, poiché aveva perduto le sue virtù. Per questo Maguma lasciò l’alam a questi stregoni o medicinero, e diede a conoscere l’eboka [iboga] fra gli altri moreno.

E così, Maguma chiamò Manchuco e la fece arrivare fino a lui. Manchuco era una donna della tribù Bakuí e originaria del villaggio di Tambanapuya. La accompagnarono tre persone della sua medesima tribù: Kambi, Ndondo e Baybay. Ricevettero per mano di Maguma la eboka, con l’incarico di propagarla e farla conoscere ai morenos.

Queste persone si accordarono sul fatto che non potevano fare vita in comune con quelli del villaggio, e affidarono a Manchuco la costruzione di un riparo, Abeng-eboka, in un luogo nascosto o mimetizzato dell’interno della foresta. Durante i lavori si videro obbligati a convivere con la gente della tribù, e Manchuco si fece conquistare da Machupia, con cui giunse a fare vita maritale.

Tutti i giorni, con il pretesto di lavorare nel campo, Manchuco lasciava il suo amante per dedicarsi alla costruzione dell’Abeng-eboka, e per evitare la compagnia di Machupia, che cercava sempre di accompagnarla, dovette schivarlo con differenti pretesti. Ma un giorno, seguendo i suoi passi, Machupia si trovò davanti al riparo, rimanendo sorpreso, mentre lo contemplava, per i tre compagni di Manchuco. Portato da questi all’interno dell’Abeng-eboka, fu iniziato. Gli diedero l’eboka e così Machupia poté vedere Maguma e ammirare le cose dello Nchombo (Cielo).

Più tardi, terminata la costruzione dell’Abeng-eboka, Manchuco e Machupia vollero separarsi per lavorare per l’eboka. Ma Kambi, Ndondo e Baybay esigettero da Machupia il pagamento per la sua iniziazione. Manchuco si recò al villaggio e portò delle galline. Kambi, Ndondo e Baybay le rifiutarono, dicendo: “Non vogliamo galline”. Manchuco si recò nuovamente al villaggio e tornò con una capra. Anche questa fu rifiutata, dicendo: “Non vogliamo la capra”. Allora Manchuco disse: “Come può essere questo? Non volete galline, non volete capre. Come possiamo pagare?”. Quella gente rispose che potevano pagare solamente ricevendo una persona. Così Machupia consegnò la sua amante Manchuco, che fu sacrificata dalle tre persone che con lei avevano ricevuto l’eboka dalle mani di Maguma.

Manchuco non fu uccisa come una capra. Le legarono alle caviglie con due corde del bosco e la appesero a un palo all’ingiù. Non cessò di piangere e protestare, gridando come si potesse fare questo essendo lei stata la prima nel ricevere eboka. E nel vedere che nonostante i suoi lamenti e proteste stava per morire, si affidò a Maguma e gli chiese la benedizione.

La gente di Bakui (Kambi, Ndondo e Baybay) e Machupia convennero nel non seppellire il suo cadavere e del fare di questo come una statua, tagliando braccia e gambe e lasciando il busto sul terreno, eretto. Nasce così la ubaka, che si formava inchiodando quattro ossa distinte nel terreno per collocare sopra di queste il tronco di uno scheletro con le sue vertebre e costole. Questo strano apparato si suona con due piccoli bastoni chiamati mvias.

Machupia con le altre persone, portandosi la ubaka e provvisti di ngomá (specie di arpa a sette corde derivata da quella), si dedicarono a percorrere il mondo, propagando per i luoghi che attraversavano la conoscenza dell’eboka, la medicina per vedere Gesù e far conoscere lo nchombo (González de Pablo, 1946, pp. 80-2).

 

Anastasio Bedate ha riportato un mito d’origine del Buiti in Guinea Equatoriale dove viene riferito di una tribù Echogo del Gabon e di una donna chiamata Bangioko. Probabilmente per Echogo si devono intendere i Mitsogho, l’etnia del Gabon centro-meridionale che diede vita a una prima forma del culto del Buiti:

C’era una tribù Echogo del Gabon francese. Una donna chiamata Bangioko era sposata con un tale Mobay-Bay. Passavano gli anni e Bangioko non aveva discendenza. Mobay-Bay non poteva sopportarlo e tutti i giorni la copriva di insulti e lasciava cadere sulla sua schiena dei forti colpi. La sventurata Bangioko piangeva e piangeva la sua disgrazia, gridando e chiedendo un rimedio  a ciò.

Un giorno che aveva sofferto più degli altri cadde in un profondo sonno. Gli apparve suo padre, che volendo rimediare all’infortunio di sua figlia le parlò così: “Bangioko, vai domani al fiume. Lì vedrai una cosa che prenderai. Non prenderti paura per ciò che vedi e incontri. Poi, con quello che avrai incontrato, torna a casa, e senza che tuo marito se ne accorga vai alla finca, scava una pezzo di terra, e depositavi dentro ciò che hai incontrato al fiume. Torna di nuovo a casa, prepara del cibo, portalo nel luogo scavato e vedrai meraviglie”.

Il giorno dopo la donna andò al fiume, vide il pesce ngo. Le richiamò l’attenzione e si mise a seguirlo. Il pesce fuggì e si nascose in un piccolo foro. La donna mise la mano e nel tirarla fuori, al posto del pesce raccolse ossa umane. Ripeté l’operazione e tirò fuori le ossa delle braccia. Fattolo di nuovo, erano le ossa dei piedi. Riunì tutte queste ossa ed eseguì esattamente ciò che suo padre le aveva detto di fare.

Quando andò a portare il cibo, secondo l’ordine ricevuto, e avvicinandosi nel luogo scavato, iniziò a sentire rumore di ossa e si spaventò. Volle girarsi, ma alcuni uomini che erano lì le dissero: “Non temere. Noi siamo quelli che tuo padre ti aveva annunciato che avresti visto”. Consegnò loro il cibo ed essi le dissero: “Torna alla tua casa. Guarda dietro di essa e vedrai un’erba chiamata Eboga. Puliscila, mangiala e tornerai a vederci”. Compì fedelmente tutto ciò e ogni giorno si dirigeva con il cibo al luogo conosciuto.

Incuriosito, suo marito volle sapere dove andasse sua moglie tutti i giorni. Prese un involucro, lo riempì di cenere, lo perforò e lo mise nel nkue (cesto) di sua moglie. Nel camminare, la cenere si spargeva al suolo e Mubay-Bay seguiva furtivamente la sua traccia. Quando la sua donna giunse al solito luogo, gridò yamba, yamba. Al che risposero gli spiriti muma, muma, dando con ciò a intendere che erano stati scoperti. Bangioko volse la testa e vide suo marito.

“Per averci scoperti – dissero gli spiriti – esigiamo che tu ci paghi”. Il povero e miserabile Mubay-bay disse loro: “Non ho nulla. Così vi do mia moglie”. “Siamo soddisfatti, potete andare”, risposero. Tornano a casa e il giorno dopo Bangioko era cadavere. Mubay-Bay la prende e la porta dagli spiriti.

“Sii benvenuto – dissero questi – per aver compiuto la tua promessa. Prendi”, e gli diedero una chitarra. Vi collocarono il cuore della donna e tutti mangiarono il cadavere di Bangioko. “Ora – esigettero gli spiriti – devi trasmettere questo agli altri, di generazione in generazione” (Bedate, 1946, pp. 207-8).

 

Note

1 – Pesce siluro.
2 – Quadrupede selvatico dalle apparenze feline chiamato “gatto-tigre”; si tratta della genetta.
3 – Tempio buitista.
4 – Grosso albero della foresta equatoriale, Acoumea klaineana Pierre, famiglia delle Burseraceae.
5 – Si tratta della pianta allucinogena iboga, la principale pianta sacramentale del Buiti. Si veda Piante psicoattive dell’Africa equatoriale.
6 – Iniziato al Buiti.

 

Riferimenti bibliografici

Bedate Anastasio, 1946, Bueti, La Guinea Española, Anno 42, N. 1222, pp. 206-208.

González de Pablo Aquilino, 1946, El Mbueti y sus doctrinas, Cuadernos de Estudios Africanos, vol. 2, pp. 69-92.

Samorini Giorgio, 2024, Studies on the iboga cults. III. Iboga and Bwiti mythology, Antrocom Journal of Anthropology, vol. 20(2), pp. 27-49.

Samorini Giorgio, 2025, Studies on the iboga cults. VI. The divinatory practices, Antrocom Journal of Antrhopology, vol. 21(2), in pubbl.

Świderski Stanislaw, 1965, Le Bwiti, société d’initiation chez les Apindjii au Gabon, Anthropos, vol. 60, pp. 541-576.

Vilaldach De Veciana Antonio, 1958, La secta del Bwiti en la Guinea Española, Instituto de Estudios Africanos, Consejo Superior de Investigaciones Cientificas, Madrid.

 

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