Le “mummie drogate” della Balabanova

The Balabanova’s “drugged mummies”. A critical review

 

 

Durante gli anni ’90 del secolo scorso fecero scalpore gli studi dell’équipe tedesca guidata da Svetlana Balabanova , una chimica forense specializzata nella determinazione delle droghe nel corpo umano. Per oltre un decennio questa studiosa si cimentò in una serie di analisi svolte sui capelli e altre parti del corpo di antiche mummie e scheletri egiziani, europei, asiatici e sudamericani. La ricerca di droghe psicoattive fu coronata da ritrovamenti sorprendenti, quali la presenza di cocaina e nicotina nelle mummie egiziane e di THC – il principale principio attivo della Cannabis – in quelle peruviane. Queste mummie sono datate a molto tempo prima dell’avventura transoceanica di Cristoforo Colombo, la cui data (1492) è generalmente fissata come termine post quem per la presenza del genere Cannabis nelle Americhe e per la conoscenza extra-americana della pianta della coca.

Ciò che fece ancor più scalpore furono le ipotesi avanzate dalla Balabanova per cercare di spiegare questi risultati, coinvolgenti viaggi transatlantici da parte degli antichi Egizi, che avrebbero raggiunto l’America del Sud e avrebbero riportato in patria la pianta della coca, e la presenza e conoscenza di specie di Nicotiana nel Vecchio Mondo in periodi di molto precedenti l’avventura dell’ammiraglio genovese.

Ciò che sorprende è il grado di certezza con il quale la Balabanova ha esposto le sue teorie, parallelamente al grado di incompetenza in materia di etnobotanica che trapela dai suoi scritti, fin tanto che meraviglia come i suoi articoli abbiano potuto passare il giudizio critico dei comitati scientifici editoriali delle riviste accademiche che ne ospitarono la pubblicazione, a dispetto delle numerose critiche che le furono sollevate da diversi ambiti scientifici.

L’ipotesi di avventure transoceaniche degli antichi Egizi fu portata alla ribalta dai mezzi di comunicazione di massa di tutto il mondo, in particolare in seguito a un programma televisivo dedicato su questo argomento della serie Discovery, mandato in onda dalla US national TV nel gennaio del 1997, e nuovamente nel luglio del 1999. Quest’ipotesi è stata successivamente utilizzata, e continua tuttora a esserlo, come dato acquisito da una certa letteratura “complottista”, ma anche da una letteratura scientifica acritica e marginale; letteratura che non sarà riportata in questa sede, poiché basata su prese di posizione preconcette e su una visione eccessivamente ridotta del lavoro della Balabanova.

La presente rivisitazione è basata sulla consultazione di pressoché tutte le pubblicazioni della Balabanova nel campo dell’archeologia e dell’etnobotanica, inclusi un paio di libri che non sono mai citati da quanti si sono occupati – a favore o contro – dell’affaire Balabanova. E’ opinione di chi scrive che è solamente attraverso la presa in visione di tutta la sua opera che si palesa il pensiero e il carattere di questa ricercatrice (Samorini, 2023).

Svetlana Balabanova (dalla quarta di copertina del suo libro sui capelli (Balabanova, 1993)

Svetlana Balabanova (1929-2015) nacque a Sofia, Bulgaria. Svolse gli studi universitari a Praga, nell’allora Cecoslovacchia, dove nel 1969 si laureò in Chimica. Nel 1982 si diplomò in Biologia Umana presso l’Università di Ulm, in Germania, e presso questa medesima Università svolse il lavoro di tossicologa forense. Nella seconda metà degli anni ’80 si specializzò nelle tecniche analitiche volte all’individuazione delle droghe psicoattive nei tessuti e fluidi umani, in particolare nei capelli. Le sue prime pubblicazioni sono datate al 1987 e riguardano la determinazione della cocaina nei capelli mediante le due tecniche analitiche a quei tempi considerate fra le più sofisticate e che utilizzò per tutte le successive analisi, incluse quelle dei reperti archeologici: la tecnica radioimmunologica (RIA) e la combinazione gas cromatografia / spettrometria di massa (GC/MS) (Balabanova & Homoki, 1987; Balabanova et al., 1987). Seguirono studi analitici di determinazione nei capelli del metadone (Balabanova & Wolf, 1989), del THC (Balabanova et al., 1989), della caffeina (Balabanova & Schneider, 1990) e della nicotina (Balabanova et al., 1990). A volte le sue interpretazioni dei dati furono criticate da parte di altri tossicologi, come nel caso della determinazione del THC nei fumatori di hascish, ritenuta superficiale e discutibile (Käferstein et al., 1990).

Nel 1989, secondo quanto riportato dalla medesima Balabanova (1997, p. 7), fu contattata da Wolfgang Pirsig, medico otorinolaringoiatra e paleopatologo della medesima Università di Ulm, che le chiese se fosse in grado di analizzare le droghe nei capelli di mummie antiche, e le rese disponibile il primo stock di capelli di mummie egiziane. Nei 12-13 anni che seguirono la Balabanova si cimentò nell’analisi di quasi un migliaio di mummie e scheletri provenienti da siti archeologici di quattro continenti.

 

Le ricerche della Balabanova

Nel 1992, l’équipe della Balabanova diede comunicazione dei risultati di un’indagine svolta su nove mummie egiziane, con ritrovamento di tre droghe psicoattive: cocaina, THC e nicotina. Le mummie datavano dal 1070 a.C. al 395 d.C. Le analisi furono eseguite sui capelli, sulla pelle facciale, sui muscoli della testa e dell’addome, e sull’osso della testa. Dei nove campioni, sette erano costituiti dalla sola testa, un’altro era incompleto nel corpo e solo uno risultava una mummia completa. Riguardo alla loro provenienza, appare il rimando a un Munich Mummy Project.1 A parte l’assenza della nicotina in una delle nove mummie, le tre droghe furono trovate in tutti i campioni prelevati (Balabanova et al., 1992a).

Le principali osservazioni critiche che si possono avanzare a riguardo di questa scarna comunicazione (di una sola pagina), alcune delle quali furono esposte da diversi autori subito dopo la sua pubblicazione (Hertting et al., 1993), sono le seguenti:

— Gli autori dello studio non hanno adottato la metodologia di accompagnare l’analisi dei campioni testati con quella di campioni di controllo, cioè con tessuti organici di cui si abbia la certezza della totale assenza delle sostanze che si stanno cercando; una tecnica importante per la validazione dei risultati, specie nei casi, come questo, di ottenimento di risultati positivi in tutti i campioni analizzati. Questa carenza dell’impiego di campioni di controllo accompagnerà tutto il lavoro dell’equipe della Balabanova, salvo alcune rare eccezioni che, come si vedrà, sono di dubbia fede.
— Come “prova eccellente” (in excellent agreement) dell’impiego di queste droghe fra gli antichi Egizi, gli autori citano un passo del Papiro di Ebers (782/93, 3-5) – uno scritto ieratico del periodo della XVIII Dinastia faraonica che tratta di materia medica – che farebbe riferimento all’impiego di semi di papavero per calmare il pianto dei bambini. Si tratta della prima di una lunga serie di prove inconsistenti, fuorvianti se non quando decisamente errate, che accompagneranno tutto l’operato dell’équipe della Balabanova. In questo caso, le droghe ritrovate nelle mummie non hanno nulla a che fare con quelle presenti nel genere Papaver; inoltre, l’identificazione come papavero da oppio del termine špn presente in quel passo del Papiro di Ebers è da molti Egittologi ritenuta dubbia (Nunn, 1986, p. 156) (si veda L’oppio fra gli antichi Egizi).

— Per quanto riguarda la Cannabis, in questo e altri scritti del gruppo della Balabanova il suo principio attivo psicoattivo THC viene impropriamente identificato con “hashish”, che è il nome della resina prodotta dalla pianta; un’imprecisione che denota un pressapochismo inaccettabile nei seri campi della chimica analitica e dell’etnobotanica. E un vero e proprio errore, molto grave per un chimico, è quello riportato in uno scritto di due anni posteriore (Parsche et al., 1994), dove il THC viene considerato un alcaloide, quando è ben noto che non appartiene alla classe chimica degli alcaloidi. Che non si tratti di un mero refuso è evidenziato dal fatto che questo errore è riportato nel corso di tutto l’articolo.

Il ritrovamento di canapa e suoi derivati in contesti archeologici egiziani è ammissibile, trattandosi di una pianta del Vecchio Mondo, e in effetti sono noti alcuni ritrovamenti che attesterebbero una conoscenza della pianta della canapa fra gli antichi Egizi, per lo meno per il suo impiego come pianta da fibra, mentre resta ancora incerta la conoscenza delle sue proprietà psicoattive.2 Il ritrovamento dell’équipe della Balabanova può dunque non sorprendere più di tanto; semmai, sorprende il fatto che il THC sia stato ritrovato in tutte le mummie analizzate, che ricoprono un arco di tempo di 1400 anni.
— Più problematico è il ritrovamento di nicotina, trattandosi di un alcaloide presente nelle specie di tabacco (Nicotiana) e di cui sappiamo che le specie americane si diffusero negli altri continenti dopo le avventure di Cristoforo Colombo. Tuttavia, la nicotina è presente anche in altre piante d’origine eurasiatica, come evidenziato dalla medesima Balabanova nelle successive pubblicazioni. Ciò che diventerà sempre più sconcertante è la convinzione della presenza di specie di Nicotiana in tutto il Vecchio Mondo, che sarebbero state impiegate (fumate) da diverse popolazioni, sino a che queste piante non si estinsero per “dimenticanza”.
— Il dato più sorprendente ed enigmatico è la presenza della cocaina nelle mummie egizie, poiché questo alcaloide è stato finora ritrovato solamente nelle specie americane del genere Erythroxylum, di cui le piante a maggior concentrazione sono le due specie E. coca e E. novogranatense con le loro due varietà ciascuno, diffuse unicamente in Sud America (Plowman, 1986).

La pubblicazione dell’équipe della Balabanova fu seguita da una serie di critiche, alcune insussistenti, altre più plausibili (Hertting et al., 1993). Fra quelle più improbabili, Th. Schäfer, che definì “grotteschi” i risultati della Balabanova, suggerì la possibilità di un errore di scambio con materiale mummificato proveniente da tossicodipendenti moderni. Come ipotesi più plausibili, il medesimo Schäfer fece notare come nel passato prodotti a base di nicotina venissero applicati alle mummie come potenti insetticidi per la loro conservazione, e si lamentò della mancanza nello studio della Balabanova di tecniche più sofisticate, quale ad esempio l’analisi segmentale dei capelli. Questa prevede la frammentazione del capello in segmenti lunghi circa 1 cm, corrispondente alla crescita media mensile del capello, e l’analisi eseguita su ciascun segmento offre la storia della relazione dell’individuo con le droghe nel corso del tempo.3 Questa tecnica di analisi segmentale del capello, oltre a offrire dati sulla relazione dell’individuo con le droghe nel tempo, porta a escludere maggiormente la possibilità di contaminazioni moderne. L’équipe della Balabanova non l’ha adottata per le centinaia di mummie che ha analizzato, salvo rari casi, anche questi di dubbia fede. La possibilità che le mummie fossero state trattate con prodotti conservanti a base di tabacco, proposta per primo da Schäfer, è una delle spiegazioni più plausibili per la presenza di nicotina, come si vedrà in seguito.

Il medesimo Schäfer sembra essere stato il primo a esplicitare l’ipotesi di un contatto transoceanico degli antichi Egizi con l’America durato almeno 1400 anni, che a suo parere è tuttavia da escludere a priori. Pur negandola in tanti, questa possibilità fu in seguito adottata dalla Balabanova.

Franz Parsche, membro dell’équipe della Balabanova, rispose alle critiche sollevate dai diversi studiosi in maniera insufficiente, quasi strafottente, riproponendo l’impropria identificazione del THC con l’hashish, nonostante gli fosse stata fatta notare, ed escludendo la possibilità di contaminazioni “poiché le loro metodologie analitiche le escludono”, senza specificare in quale modo avverrebbe questa esclusione (Parsche, in Hertting et al., 1993). L’impossibilità di errori nelle metodologie analitiche sviluppate dal team della Balabanova sarà un laconico e rigido leitmotiv dei rari casi di risposta alle critiche rivolte da più parti.

Nel medesimo anno 1992 l’équipe della Balabanova aveva dato alle stampe un altro risultato “impossibile”, riguardante l’analisi di capelli di due mummie peruviane appartenenti al “Munich Peruvian Mummy Collection”. Datate attorno al 1500 d.C. e riguardanti una donna adulta e una neonata di 2 mesi, con la sola tecnica analitica del test radioimmunologico entrambe le mummie risultarono positive alla cocaina e all’“hashish” (Balabanova et al., 1992b). Il dato improbabile riguarda il ritrovamento di THC (“hashish”) in mummie peruviane precolombiane, in quanto, come già evidenziato, si ritiene che la Cannabis raggiunse il continente americano solo dopo l’avventura di Colombo. Questo articolo non fece scalpore, poiché probabilmente passò inosservato essendo stato pubblicato in una locale rivista museale tedesca, mentre fece scalpore l’articolo pubblicato l’anno successivo nella rivista internazionale Lancet, dove nello spazio di una sola mezza pagina venne data comunicazione dei risultati delle analisi di capelli, pelle, muscolo, cervello, denti e ossa di 72 mummie peruviane datate dal 200 al 1500 a.C., di 11 mummie egizie datate dal 1070 a.C. al 395 d.C., del tessuto scheletrico di due inumazioni provenienti dal Sudan e con datazioni, l’una del 5000-4000 a.C. e l’altra del 400-1400 d.C. e, infine, dei tessuti ossei di 10 individui appartenenti alla “cultura Bell” (si tratta della “Cultura a Vasi Campaniformi”) della Germania, con datazione attorno al 2500 a.C. In questo studio la nicotina fu trovata in quasi tutti i reperti analizzati, mentre cocaina e “hashish” furono individuati nella maggior parte dei campioni egiziani e peruviani, ma non in quelli tedeschi e sudanesi. Le concentrazioni di queste sostanze nei capelli risultarono simili a quelle dei moderni consumatori di droghe (Parsche et al., 1993).
Come già osservato, il ritrovamento di “hashish” (THC) nelle mummie peruviane è un altro dei ritrovamenti “impossibili” di cui l’équipe della Balabanova sembra essersi specializzata, e questa volta la notizia fece un certo scalpore, poiché pubblicata in una rivista internazionale (Lancet). Il fatto che le concentrazioni delle droghe nei capelli delle mummie fossero risultate paragonabili a quelle dei moderni consumatori di queste droghe, è sospetto di una generale contaminazione moderna, poiché in tessuti biologici antichi di millenni ci sarebbe da aspettarsi concentrazioni inferiori per via della loro graduale degradazione. Come nello studio precedente, e in quelli successivi eseguiti da questa équipe, la metodologia d’indagine è carente dell’impiego di campioni di controllo, ed è sorprendente come non venga detto nulla sull’origine di queste mummie, nemmeno in quali musei fossero conservati. Questa mancanza totale di informazioni sulla provenienza e sulla storia biografica delle mummie analizzate sarà una caratteristica di quasi tutto l’operato dell’équipe della Balabanova.

Nel medesimo anno e sulla medesima rivista The Lancet, N. Moore espose una nota critica allo studio di Parsche et al. (1993), riportando argomentazioni prettamente di natura etnobotanica e anche con un certo sarcasmo (“che siano stati gli Egiziani a introdurre il tabacco nelle Americhe?”) (Moore et al., 1993). A questa critica Parsche rispose con una certa precauzione affermando di non avere spiegazioni per la presenza di THC nelle mummie peruviane e di cocaina in quelle egizie, e che v’era necessità di ulteriori indagini. Questa precauzione nell’interpretare i loro risultati si trasformerà mano a mano in certezze sempre più ardite.

Risultati delle analisi eseguite su un insieme di mummie precolombiane provenienti dal Peru, dall’Egitto, dal Sudan e dalla Germania (da Parsche et al., 1993, p. 503)

Nel 1994 l’équipe della Balabanova diede comunicazione in una rivista di archeologia delle isole Canarie (Eres) delle analisi eseguite su ossa, denti e capelli di 62 resti umani mummificati d’origine peruviana, e questa volta si prodigò nell’esporre la storia biografica di questi reperti: furono scoperti nel corso di tre campagne di scavo svolte dal 1932 al 1954, datano dal 115 al 1500 della nostra era, e sono attualmente conservati presso il Peruvian Mummy Collection di Monaco. Risultarono positive alla cocaina 34 su 61 mummie, alla nicotina 39 su 45 e al THC 39 su 60. I ricercatori riportarono anche di avere eseguito l’analisi segmentale del capello di 7 individui, senza riportare i relativi dati (Parsche et al., 1994).

Ancora nel 1994, Balabanova & Schultz diedero una cortissima comunicazione su ricerche condotte sui resti scheletrici di 30 individui provenienti dal sito di Neval1 Çori, nella Turchia sud-orientale (7000-6500 a.C.), e di 34 individui provenienti dal sito di Basta, nella Giordania meridionale, entrambi appartenenti all’orizzonte culturale del tardo PPNB (7000-6500 a.C.).4 Come risultato riportarono la totale assenza di nicotina e del suo principale metabolita, la cotinina. Quest’ultima si forma come prodotto metabolico in seguito ad assunzione di nicotina, e nelle analisi dei reperti biologici si preferisce cercare questo metabolita, con lo scopo di escludere la possibilità di contaminazioni esterne di nicotina. In realtà la cotinina è presente come alcaloide secondario nelle specie di Nicotiana, e può formarsi dall’auto-ossidazione della nicotina al di fuori del corpo umano (Frankenburg & Vaitekunas, 1957), includendo quindi quella dovuta a contaminazione esterna.

Sempre nel 1994, membri dell’équipe della Balabanova diedero una breve comunicazione sulle indagini svolte su 11 mummie egiziane e 55 mummie peruviane, e anche in questo caso senza alcuna indicazione sulla loro provenienza e sulla loro cronologia. Cercarono THC, cocaina, morfina e caffeina, ma non specificarono se e in quali mummie ritrovarono queste sostanze, a eccezione della comunicazione del ritrovamento di THC in mummie peruviane e cocaina in mummie egizie, senza dare più specifiche notizie sul numero di mummie che risultarono positive a queste droghe. La corta comunicazione ha qualcosa di surreale. La maggior parte delle poche righe sono impegnate in spiegazioni insussistenti dei risultati di queste analisi. Ad esempio, uno dei motivi risiedeva nel fatto che “è storicamente noto che la gente peruviana masticava foglie di coca e che gli Egiziani usavano incenso e mirra in cerimonie rituali e in ricette mediche” (Hobmeier & Parsche, 1994). Gli autori nelle loro analisi non hanno cercato i composti dell’incenso e della mirra, e coinvolgere queste sostanze fa parte del loro metodo di “gettare fumo negli occhi” per celare l’inconsistenza della loro ricerca.

Nel medesimo anno 1994 la Balabanova diede comunicazione dei risultati delle analisi eseguite su ossa di 4 corpi mummificati artificialmente ottenute da non meglio precisati “siti di scavo situati in Egitto”, e su ossa di 20 corpi naturalmente mummificati d’origine europea, senza specificare a quale cultura antica appartenessero, e da quali musei o altri istituti fossero conservati, semplicemente con l’indicazione della datazione per tutte queste mummie “da 3000 a 1400 anni”, probabilmente intendendo “anni fa”, che si dimentica di mettere. A questi campioni furono aggiunti 15 campioni di ossa provenienti da moderni individui morti in incidenti stradali, sia fumatori che non fumatori. In tutti i campioni antichi fu trovata nicotina e cotinina. Le concentrazioni maggiori furono ritrovate nei campioni egizi – concentrazioni in alcuni casi elevatissime – ed avendo trovata la cotinina presente in concentrazioni di non più del 3% rispetto alla nicotina, gli autori ne dedussero che piante contenenti nicotina fossero state usate nel corso della imbalsamatura, e che la cotinina si fosse formata in seguito per ossidazione dalla nicotina (Balabanova & Scherer, 1994).

Negli anni 1994-1995 membri dell’équipe della Balabanova presentarono i risultati di un’indagine svolta su una mummia egiziana della XXI Dinastia, datata al 950 a.C., di cui finalmente riportarono in maniera abbastanza approfondita la biografia post-scavo. La mummia, che era conservata presso lo State Collection for Egyptology di Monaco, fu sbendata in occasione di questi studi. Così spogliata evidenziò una considerevole distruzione della parete anteriore del petto. Furono nuovamente ritrovati THC, nicotina e cocaina, e le concentrazioni maggiori di nicotina e cocaina furono trovate nello stomaco della mummia, mentre quelle maggiori di THC erano localizzate nel tessuto polmonare (Nerlich et al., 1994, 1995; Parsche & Nerlich, 1995). Questi dati suggerirono un’assunzione di cocaina e nicotina per via orale e di THC mediante inalazione, e gli autori suggerirono che lo scopo d’assunzione fosse quella medicamentosa, in particolare per alleviare il dolore fisico causato dalla malattia (Nerlich & Parsche, 1994).

La mummia egizia del 950 a.C. analizzata dall'équipe della Balabanova (da Parsche & Nerlich, 1995, fig. 1, pp. 381)

La mummia egizia del 950 a.C. analizzata dall’équipe della Balabanova (da Parsche & Nerlich, 1995, fig. 1, pp. 381)

Negli anni 1994 e 1995, la Balabanova e la sua équipe presentarono i risultati di un’indagine di ricerca della nicotina svolta su scheletri che manifestavano deformazioni ossee provenienti da 33 individui del cimitero austriaco di Lenthia/Linz, con datazioni al 300-400 d.C., e da 97 individui provenienti dal sito austriaco di Gars/Thunau, con datazione all’800-1000 d.C. Il motivo della scelta di individui che manifestavano deformazioni patologiche era quello di verificare se la nicotina fosse stata impiegata come agente medicinale. La nicotina fu individuata in 33 dei 97 campioni del sito di Gars/Thunau e in uno solo dei campioni del sito di Lenthia/Linz. Non fu individuata alcuna correlazione significativa fra presenza di nicotina e patologie ossee. Inoltre, la nicotina fu trovata preponderantemente negli infanti, un fatto che secondo gli autori suggeriva “un suo impiego come rimedio domestico come analgesico, ma non come un forte agente medicinale” (Balabanova et al., 1995a); un’affermazione poco chiara.

Continuando le indagini in territorio egiziano, l’équipe della Balabanova analizzò campioni di 134 corpi mummificatisi naturalmente provenienti dal sito di Christian Sayala, nella Nubia egiziana, datati dal 600 al 1100 d.C. Fu determinata la presenza di nicotina in 115 tessuti ossei dei 134 analizzati, e in 27 campioni di capello dei 34 analizzati. Le concentrazioni di nicotina nelle ossa aumentavano con l’aumento dell’età degli individui, raggiungendo il massimo nella fascia d’età compresa fra i 7 e i 13 anni, e quindi diminuivano nelle restanti fasce di maggiori età; mentre le concentrazioni di nicotina nei capelli risultò più elevata nella fascia d’età di 1-6 anni, diminuendo in quella di 7-14 anni. La presenza di nicotina nelle mummie di infanti fu spiegata con la trasmissione placentare dell’alcaloide dalla madre al feto, o mediante il latte materno. Nel tentativo di spiegare il dimezzamento di concentrazione di nicotina nei capelli dei giovani della fascia d’età dei 7-13 anni rispetto a quelli della fascia d’età dei 1-6 anni, gli autori chiamarono in causa l’interruzione dell’allattamento a 6 anni d’età (Balabanova et al., 1996a); i bambini vengono generalmente svezzati molto prima.

La medesima équipe eseguì delle indagini sulle mummie naturali di Sayala alla ricerca della cocaina. Non viene specificato se queste mummie facessero parte dello stock già analizzato per la ricerca di nicotina o se riguardassero altre mummie del medesimo sito archeologico; sarebbe stato importante conoscere se i medesimi individui assumevano sia nicotina che cocaina. Il campione testato era costituito da 71 individui, sempre con datazioni fra il 600 e il 1100 d.C., e in 34 di questi furono analizzati anche i capelli. La cocaina fu individuata in 56 individui, e pure in questo caso la concentrazione maggiore fu ritrovata nella fascia d’età fra 1 e 6 anni. Gli autori non si posero il minimo dubbio sul fatto che questa presenza di cocaina fosse stata causata dall’uso della pianta della coca, e sembrano arrampicarsi sugli specchi nel cercare di fare quadrare i loro risultati, in particolare le variazioni di concentrazione di cocaina nelle varie fasce d’età: per spiegare le concentrazioni massime negli infanti, giunsero a ipotizzare che saliva ricca di coca venisse data ai bambini come tranquillizzante, senza dare alcun riferimento etnografico di supporto all’improbabile effetto calmante della cocaina nei bimbi. Il calo di concentrazione della cocaina negli individui oltre i 6 anni d’età venne spiegata nuovamente con l’interruzione dell’allattamento. Ancora, l’aumento della cocaina nella fascia d’età dei 23-39 anni sarebbe corrisposto al periodo di maggior produttività lavorativa, per cui la cocaina sarebbe stata impiegata come agente stimolante, e la sua diminuzione registrata negli individui con un’età maggiore di 40 anni avrebbe indicato una riduzione dell’attività lavorativa (Balabanova et al., 1997a).

In un’ulteriore indagine, l’équipe dalla Balabanova ha analizzato tessuti ossei provenienti da 4 mummie artificiali e 7 mummie naturali egiziane, con datazione fra il 1070 a.C. e il 395 d.C., e da 6 scheletri provenienti dal sito austriaco di Franzhausen, datati al 2000-1500 a.C. Il più elevato contenuto di nicotina fu ritrovato nei corpi egizi mummificati artificialmente. Le concentrazioni di cotinina risultarono molto basse, e secondo gli autori ciò poteva essere indicazione di un’assunzione di nicotina poco prima del decesso dell’individuo, senza lasciare dunque il tempo di una sua metabolizzazione e trasformazione in cotinina; oppure, le piante di Nicotiana furono impiegate post mortem durante il processo dell’imbalsamazione, e in questo caso le basse quantità di cotinina registrate potrebbero essersi formate in seguito per ossidazione (Balabanova et al., 1997b).

La medesima équipe ricercò la nicotina in antichi resti scheletrici d’origine cinese, nuovamente senza dare alcuna informazione circa la loro provenienza istituzionale e museale. In una prima comunicazione (Balabanova et al., 1995b) furono riportate le analisi sviluppate su 8 resti provenienti da siti neolitici dell’area di Chongtan, nello Guangxi, con datazioni attorno al 3700 a.C., alla ricerca di nicotina, morfina, cocaina e THC. Fu trovata solamente la nicotina in 5 individui.
In una seconda comunicazione, la medesima équipe riportò i risultati delle analisi eseguite su 81 campioni ossei d’origine cinese, con datazioni presupposte da 10.000 a 100 anni fa. La provenienza di questi campioni non è specificata con chiarezza, parrebbe che almeno una parte provenisse nuovamente dal sito di Chongtang – senza alcuna indicazione se si trattasse di nuovi campioni o se fossero inclusi quelli già analizzati nella precedente comunicazione (Balabanova et al., 1995b) – e dal sito di Leiguden, entrambi del sud della Cina. Nicotina e cotinina furono individuati in 21 campioni. Le quantità di nicotina risultarono per lo più basse, e il suo riscontro nelle clavicole di alcuni scheletri del sito di Guilin datati fra 7000 e 10.000 anni fa rappresenterebbe il documento più antico della relazione umana con questo alcaloide. Una parte dei campioni erano datati agli ultimi secoli, in un tempo in cui in Cina era già giunto il tabacco americano. In questo studio sarebbe stato impiegato un metodo di controllo, con l’analisi delle ossa di moderni fumatori e non fumatori deceduti in incidenti stradali (Balabanova et al., 1996b).

In un’altra indagine l’équipe della Balabanova ha cercato la nicotina nei tessuti ossei di 123 scheletri provenienti dal cimitero di Im Rauner, nell’area di Kirchheim unter Teck, Land di Baden-Württemberg, in Germania, appartenenti all’orizzonte culturale merovingio, con datazioni al 450-700 d.C. La nicotina è stata individuata in 18 individui, mentre in altri 49 la sua concentrazione è risultata in tracce (Balabanova et al., 2001).

Un’ultima indagine chimica sembra essere quella eseguita su due corpi mummificati naturalmente rinvenuti nella zona suburbana della fortezza legionaria di età imperiale romana di Carnutum, in Austria, con datazione fra la metà del II secolo e la metà del IV secolo d.C. Sarebbero stati usati come campioni di controllo tessuti di autopsie di vittime moderne del traffico non fumatori. Le due mummie sono risultate positive alla nicotina (Balabanova, 2004).

 

Il revisionismo etnobotanico della Balabanova

L’équipe della Balabanova ha trovato droghe ovunque, nelle antiche inumazioni di ben quattro continenti, in circa la metà di quasi un migliaio fra mummie e scheletri analizzati, e diversi risultati appartengono al tipo di ritrovamenti “impossibili” dal punto di vista etnobotanico. Per giustificare i ritrovamenti “impossibili”, la Balabanova propose soluzioni sempre più ardite e in maniera sempre più certa e ostinata, di pari passo con il crescente volume di critiche sollevate dagli altri studiosi. L’impianto di ciò che può essere denominato revisionismo etnobotanico era basato sulle seguenti ipotesi/certezze:

1 – L’esistenza di specie di Nicotiana ricche di nicotina nel Vecchio Mondo che venivano impiegate in Europa, in Asia e in Egitto, e che furono in seguito dimenticate, sino alla loro totale estinzione. Il metodo di assunzione più comune di queste specie di tabacco sarebbe stato per via inalatoria attraverso la pratica di fumare con delle pipe, oggetti che sarebbero comunemente presenti fra i reperti archeologici eurasiatici.

2 – Viaggi transatlantici degli antichi Egizi continuati per oltre un millennio, con scambio di droghe psicoattive (coca e cannabis) con le antiche popolazioni peruviane.

Si deve tener conto che la Balabanova non partiva da zero nella sua opera di revisionismo etnobotanico, ma si rifaceva a vecchie tesi che tuttavia erano già state ampiamente confutate. E’ essa medesima ad affermare nell’introduzione del suo libro sui tabacchi del Vecchio Mondo che “questi studiosi, all’epoca respinti dal mondo scientifico, sono diventati per me la principale guida del presente lavoro” (Balabanova, 1997, p. 8). La ricercatrice fu fortemente influenzata e incoraggiata anche da un ritrovamento recente, quello di frammenti di tabacco nella mummia del faraone Ramesse II (si veda poco oltre), e il rifiuto da parte della comunità scientifica di considerare valido questo ritrovamento rafforzò l’irrigidimento e la visione “complottista” della studiosa bulgara.

 

I tabacchi del Vecchio Mondo

La tesi dell’esistenza di antiche specie di tabacco nel Vecchio Mondo fu quella maggiormente sviluppata dalla Balabanova, alla quale dedicò anche una breve monografia in tedesco con il titolo “La storia della pianta del tabacco prima di Colombo fuori dall’America e il fumo attraverso i secoli” (Balabanova, 1997). Questo libro è stato ignorato da quanti hanno discusso il lavoro della Balabanova; si tratta di una omissione importante, poiché è in questo scritto che l’autrice, senza il vincolo di mediazione con i colleghi del suo team di ricerca, si è lasciata andare in argomentazioni che evidenziano una più completa visione del suo pensiero e del suo carattere. In altri termini, è questo libro – che vorrebbe essere un trattato di etnobotanica del tabacco, e che era stato preceduto da un articolo con argomentazioni simili (Balabanova, 1994) – che fa vacillare la credibilità scientifica della la studiosa bulgara.

I due libri della Balabanova, pubblicati rispettivamente nel 1993 e nel 1997

La tesi delle antiche piante di tabacco del Vecchio Mondo, che la Balabanova iniziò a sostenere subito dopo il sollevamento di critiche alle sue prime ricerche pubblicate nel 1992 – come si evince in un suo libro sulla storia dei capelli (cfr. Balabanova, 1993, pp. 149-150) – era articolata su diverse direttive regionali – egiziana/africana, asiatica ed europea – per ciascuna delle quali apportò delle prove a suo avviso decisive.

Per quanto riguarda l’Egitto, a partire dal 1993 la chimica bulgara si cimentò in quella che risulta essere una delle sue più eclatanti sviste che propose continuamente nei suoi scritti, esponendo maldestramente argomenti di natura entomologica: portò a dimostrazione della presenza di tabacco nell’antico Egitto il ritrovamento di carcasse di un insetto noto popolarmente come tobacco beetle (“coleottero del tabacco”, Lasioderma serricorne L.) nella tomba di Tutankhamen e nella mummia di Ramesse II, ritenendo che questo insetto, per via del suo nome popolare, fosse associato in maniera esclusiva alle piante del tabacco. Ciò di cui è sempre stata ignara la Balabanova, non avendo preso la precauzione di consultare un entomologo professionista, è che questo coleottero non è specifico delle piante di Nicotiana: è presente come fossile nel Mediterraneo, è stato individuato in siti archeologici dell’Età del Bronzo, è probabilmente una specie endemica dell’Egitto, e si ritrova con una certa frequenza come infestante nelle collezioni museali di tutto il mondo (Buckland & Panagiotakopulu, 2001). Sulla base di questa convinzione errata la Balabanova sviluppò considerazioni fantasiose. Ad esempio, nel tentativo di giustificare l’assenza di resti di piante di Nicotiana fra le ghirlande di Tutankhamen, ritenne che “nei primi giorni dopo la sepoltura l’insetto divorò le foglie di tabacco e poi morì” (Balabanova et al., 1993), e in un’altra pubblicazione specificò che questi coleotteri che infestavano le piante di tabacco usate per l’imbalsamazione e la sepoltura del corpo di Tutankhamen “divorarono le piante di tabacco, poi morirono di fame” (Balabanova, 1997, p. 59).

Un’altra prova a favore dell’uso di Nicotiana fra gli antichi Egizi riguardava i risultati di ricerche svolte sulla mummia di Ramesse II agli inizi degli anni ’80 da parte di un’equipe parigina, che trovò frammenti di una specie di Nicotiana nella cavità addominale di questa mummia, oltre a determinare la presenza di nicotina in questi frammenti vegetali. I frammenti vegetali furono trovati a diverse profondità della cavità addominale ed erano impregnati della resina utilizzata durante il processo di imbalsamazione; secondo gli studiosi parigini ciò sarebbe diretta evidenza del fatto che questa pianta era stata collocata sul cadavere prima o durante il processo della sua imbalsamazione, e che quindi non poteva essere il risultato di una contaminazione esterna (Layer-Lescot, 1985; Paris & Drapier-Laprade, 1985). In questo caso la Balabanova non forzò né interpretò erroneamente i dati, ma li utilizzò a suo favore pur sapendo che il mondo scientifico li aveva rifiutati considerandoli frutto di una contaminazione generatasi prima della scoperta della mummia a Deirel-Bahari nel 1881, o forse successivamente durante il suo trasporto a Parigi nel 1975 (Balabanova, 1997, p. 60). Furono Buckland e Panagiotakopulu nel 2001 a risolvere in maniera convincente questo ritrovamento enigmatico, mostrando come la contaminazione moderna fosse stata causata da vigorosi trattamenti a base di tabacco su tutto il corpo, che la mummia del faraone subì in passato per scopi di conservazione.

La mummia di Ramesse II

Come ulteriore prova l’equipe della Balabanova ha più volte chiamato in causa la scoperta di una specie autoctona africana di Nicotiana, N. africana Merxm., e che era quindi “ipotizzabile che questa pianta fosse già conosciuta nell’antico Egitto” (Balabanova, 1997, p. 62). In realtà questa specie è stata rinvenuta in Namibia, in una regione diametralmente opposta del continente africano rispetto all’Egitto, e non è noto un suo impiego tradizionale (Merxmüller & Buttler, 1975). Ma la Balabanova non si è preoccupata di queste distanze internamente al grande continente africano poiché, dando per certo che gli antichi Egizi intrapresero viaggi ben più impegnativi, transoceanici, “scendere” in Namibia per procurarsi una specie di tabacco sarebbe stato un viaggio che non meritava nemmeno di essere riportato nelle cronache faraoniche. Le conoscenze geografiche della Balabanova appaiono alquanto distorte, poiché ipotizza che questa specie di Nicotiana presente in Namibia “potrebbe essere stata importata in Egitto dalla costa occidentale” e a riprova di ciò riferisce dei “vivaci rapporti commerciali attraverso il Nilo, navigabile per tutta la sua lunghezza” (Balabanova, 1997, p. 62): la costa occidentale dell’Africa non ha nulla a che vedere con il Nilo, né il Nilo è mai stato navigabile in tutta la sua lunghezza per via delle sue cataratte, né la Namibia è raggiungibile navigando lungo il Nilo.

Un ulteriore grossolano errore valutativo, indicativo del livello dilettantesco con cui la Balabanova ha trattato il campo d’indagine dell’etnobotanica, riguarda il fatto di chiamare in causa l’accertata conoscenza da parte degli antichi Egizi della Withania somnifera (L.) Dunal – una solanacea impiegata come pianta medicinale – a sostegno della possibilità dell’impiego faraonico di piante della famiglia delle Solanaceae, quindi anche di specie di Nicotiana (Balabanova et al., 1994); ciò senza rendersi conto dell’impropria estrapolazione di concetti tassonomici moderni, quale il raggruppamento della folta famiglia delle Solanaceae, alle conoscenze vegetali degli antichi Egizi.

A favore delle sue tesi la Balabanova ha più volte chiamò in causa i tempi di diffusione delle piante; ad esempio riteneva troppo corto il periodo di 200 anni per permettere la diffusione nell’Africa del Nord delle piante di Nicotiana provenienti dall’America (Balabanova, 1997, p. 53). La ricercatrice non conosceva le piante di tabacco ed era ignara di quanto siano invasive; un’osservazione agli occhi di chiunque si cimenti nella coltivazione di N. tabacum e N. rustica.

Quando l’equipe della Balabanova diede comunicazione del ritrovamento di nicotina negli antichi resti umani cinesi, subito ipotizzò la presenza e conoscenza precolombiana di specie di Nicotiana in Cina (Balabanova et al., 1995b; Balabanova et al., 1996b). Rifacendosi agli inseparabili testi obsoleti, propose come specie asiatica la Nicotiana fruticosa, una specie di tabacco che nel ‘700 e nell’800 molti autori, incluso Linneo, avevano ritenuto fosse una specie autoctona cinese. In realtà da almeno 40 anni prima degli scritti della Balabanova la N. fruticosa è stata considerata un sinonimo di N. tabacum e quindi d’origine americana (Goodspeed, 1954, p. 372). Le “prove” dell’esistenza del tabacco autoctono asiatico si fecero sempre più fantasiose, sino a coinvolgere personaggi quali Marco Polo e Maometto; il primo avrebbe descritto la N. fruticosa nei suoi diari, ma a causa di un errore di traduzione questa pianta sarebbe stata interpretata come un colorante, mentre il secondo avrebbe condannato all’inferno quei mussulmani che fumavano un’erba, che altro non poteva essere che il tabacco (Balabanova, 1997, pp. 69-70).

Continuare in questa rivisitazione dell’opera della Balabanova non varrebbe molto la pena, se non fosse che tutto ciò serve per giungere a una considerazione dalle conseguenze molto più gravi di un eccentrico revisionismo etnobotanico, e per questo motivo chiedo al lettore di pazientare ancora un poco.

Volgendo lo sguardo all’Europa, per giustificare il ritrovamento di nicotina negli scheletri d’età merovingia in Germania, l’equipe della Balabanova raggiunse un’apice sorprendente di arrampicate sugli specchi. Essi osservarono come l’unica fonte nota che può render conto delle concentrazioni di nicotina registrate in questi resti umani poteva essere una specie di Nicotiana. Che la presupposta Nicotiana fosse impiegata come cibo fu esclusa, poiché altrimenti sarebbe stata trovata in un maggior numero dei corpi analizzati, e perché l’analisi delle latrine archeologiche tedesche non ha rivelato mai la presenza di Nicotiana. Anche l’impiego per scopi medicinali venne escluso, poiché in altre analisi sulla presenza di nicotina in scheletri austriaci non è stata osservata alcuna correlazione fra presenza dell’alcaloide e malattie individuate in questi resti, e perché Ildegarda di Bingen – la nota religiosa e naturalista tedesca vissuta a cavallo fra l’XI e il XII secolo – non menzionò nei suoi trattati medici alcuna specie di Nicotiana. Restavano come possibilità l’impiego della presupposta specie di Nicotiana per scopi religiosi o come “bene di lusso quotidiano” (Balabanova et al., 2001). Queste argomentazioni sono prive di senso logico. Circa l’esclusione dell’impiego di Nicotiana come fonte alimentare, non sono noti utilizzi di questo tipo, in quanto la pianta assunta oralmente è fortemente tossica ed è quindi fuori luogo l’argomentazione riportata da questi autori, incluso il coinvolgimento delle antiche latrine tedesche. L’esclusione dell’impiego della supposta specie europea di Nicotiana come medicinale per mancanza di correlazione fra nicotina e patologie riscontrate negli scheletri tedeschi, non tiene conto del fatto che nei resti umani è possibile individuare solamente una parte delle malattie cui erano soggetti gli individui durante la loro vita. Evidenziare l’assenza della pianta di Nicotiana negli scritti di Ildegarda come “prova” è puro delirio deduttivo; semmai, tale assenza negli scritti di Ildegarda, ma anche in tutti gli scritti classici, sarebbe una testimonianza a favore dell’assenza di questa fantomatica specie di Nicotiana nel Vecchio Continente.

Ma il nucleo dell’impianto probatorio della tesi dell’esistenza dell’antico tabacco europeo si basava su un’intricata disquisizione e confusione rinascimentale relativa ai cosiddetti “tabacco del contadino” e “giusquiamo giallo”. E’ il caso di precisare che nel XVI secolo le piante di tabacco giunte dal Nuovo Mondo furono spesso incluse nella categoria dei giusquiami (Hyoscyamus), piante allucinogene della famiglia delle Solanaceae (Toro & Samorini, 2019).

Dioscoride, che scriveva nel I secolo d.C., riportò l’esistenza di tre specie di giusquiamo, di cui due sono facilmente identificabili con le due più note specie euro-mediterranee, il giusquiamo nero (H. niger L.) e il giusquiamo bianco (H. albus L.). La terza specie ha fatto scorrere molto inchiostro sul problema della sua identificazione. Viene solitamente denominata Hyoscyamus luteus (“giusquiamo giallo”), sebbene si debba puntualizzare che non fu Dioscoride a denominarlo in questo modo – un errore di attribuzione che fanno molti autori che non hanno consultato il testo originario di Dioscoride. Di questa specie il medico e botanico greco scrisse che ha fiori giallastri, foglie e frutti più teneri (del giusquiamo nero) e il seme rossastro (Dioscoride, De Mat.Med., IV, 71).

Disegno di Hyoscyamus luteus da un erbario di Dodoens del 1553

Il taxon Hyoscyamus luteus fu coniato nel 1553 dal botanico fiammingo Rembert Dodoens nel suo Trium priorum de stirpium historia commentariorum imagines, corredando la breve descrizione con un disegno della pianta (p. 437). La maggior parte degli studiosi moderni ha riconosciuto in questo taxon di Dodoens la Nicotiana rustica L. (come studio italiano si veda Comes, 1897), per via di una forte corrispondenza nei dettagli del disegno con le caratteristiche morfologiche di questa specie di tabacco, e di una più estesa descrizione datane da Dodoens nel suo Cruydeboeck del 1554 (Parte3, Cap. 89, p. 481). In scritti posteriori (ad es. in Purgantium aliarumque eo facientum…., 1574, p. 347) Dodoens specificò che aveva visto questa pianta nei giardini del Belgio e che era specie rara. Egli ritenne che si trattasse del giusquiamo dai fiori gialli di Dioscoride, e questa identificazione di una pianta disegnata come una specie di tabacco con una pianta descritta nel I secolo d.C., contribuì a rafforzare la tesi dell’esistenza di una specie di tabacco nativo europeo, sostenuta a più riprese da diversi autori a partire dal Rinascimento sino all’Ottocento inoltrato.

Fra questi autori va citato Lothar Becker, che nel 1875 pubblicò un testo in cui riconosceva la Nicotiana rustica come pianta autoctona, che sarebbe stata nota da secoli con il nome popolare di “tabacco del contadino” (Bauerntabak). E’ molto probabile che la Balabanova sia stata fortemente influenzata da questo libro di Becker che ha più volte citato nei suoi scritti, e diverse parti del suo libro sul tabacco (Balabanova, 1997) copiano di pari passo le tesi proposte nel libro di Becker. Lothar Becker (1825-1901?) fu un naturalista tedesco che per tutta la sua vita fu ossessionato dalla storia del tabacco; una storia ch’egli riteneva falsata da erronee interpretazioni delle fonti antiche. Egli era convinto dell’esistenza di piante di tabacco nel Vecchio Mondo, e scrisse numerosi articoli e ben tre libri su questo soggetto. Le sue tesi erano così fantasiose che non sempre riuscì a far pubblicare i suoi scritti, e i libri sul tabacco dovette pubblicarli in proprio (Darragh, 2019). Per fare un solo esempio, Becker giunse ad affermare che la fonte inebriante con cui si ubriacò il Noè biblico non fu il vino ma il tabacco, e ciò sulla base di improbabili derivazioni di termini ebraici da quelli cinesi (Becker, 1881).

Ad aumentare la confusione generatasi attorno al taxon Hyoscyamus luteus nel XVI secolo si aggiunsero, da una parte la notizia riportata da alcuni autori che questa pianta proveniva dalla Siria, e dall’altra il mancato riconoscimento da parte di Dodoens e altri redattori di erbari rinascimentali che provenisse dal Nuovo Mondo. La tendenza degli studiosi moderni è quella di ritenere di essere di fronte a una confusione fra due distinte piante, una specie di Nicotiana proveniente dal Nuovo Mondo – N. rustica – e un’altra pianta del Vecchio Mondo proveniente dal Mediterraneo Orientale, possibilmente Hyoscyamus aureus L., caratterizzata da vistosi fiori gialli. Questa specie di giusquiamo potrebbe essere l’enigmatica terza specie citata da Dioscoride (Ockenden, 1939; Dauney et al., 2007).

La Nicotiana rustica è la pianta di tabacco con maggiore contenuto di nicotina, e insieme alla specie N. tabacum è la più diffusa e utilizzata tradizionalmente nelle Americhe, oltre a essere alla base, da sola o miscelata con N. tabacum, della fabbricazione delle moderne sigarette occidentali. Giunse in Europa insieme a N. tabacum, o forse alcuni anni prima, e fu la prima specie ad essere disegnata, da Fuchs e da Dodoens (Dauney et al., 2007). Che sia d’origine strettamente americana è noto da oltre un secolo (Comes, 1900, pp. 61-77), e recentemente è stato confermato da specifici studi genetici (Mehmood et al., 2020).

Nell’utilizzare gli erbari rinascimentali la Balabanova ha fatto un vistoso passo falso: con lo scopo di dimostrare che il giusquiamo giallo citato da Dioscoride nel I secolo d.C. era la medesima pianta disegnata da Dodoens e altri autori del XVI secolo, riportò le relative immagini per una comparazione, e come prima immagine propose il disegno proveniente da un’erbario tedesco del 1610 intitolato Dioskurides Kräuterbuch, spacciandolo per un disegno del I secolo: “Si considerino le illustrazioni dello ‘Hyoscyamus luteus’ di Dioscoride del I sec. (figura 60)…”. Dioscoride non ci ha tramandato alcun disegno delle piante che trattò nel suo testo De Materia Medica, e furono le edizioni commentate del suo testo, a partire da quella del VI secolo nota come Dioscoride di Vienna o Codex Aniciae Julianae sino a quelle rinascimentali, a essere corredate di disegni delle piante citate (Stannard, 1966; non prendo qui in considerazione l’opera illustrata del medico greco Cratevas del I secolo a.C., andata perduta e fonte di ispirazione per Dioscoride, in quanto non pertinente con la presente disamina). Non è possibile considerare questo errore come una svista della studiosa bulgara, ma come un vero e proprio atto di malafede. Questo è un punto importante per avvalorare la tesi che esporrò poco oltre: se la Balabanova ha usato della malafede nel manipolare i dati altrui, è lecito sospettare che abbia usato della malafede anche nel presentare le sue personali ricerche chimiche e i risultati delle sue ricerche.

La tesi dell’antico impiego di specie di Nicotiana nel Vecchio Mondo viene continuamente accompagnata dalla convinzione della Balabanova che la modalità d’assunzione fosse attraverso l’aspirazione del fumo di tabacco, mediante principalmente delle pipe; pipe che sarebbero state trovate un po’ ovunque negli scavi archeologici, per lo meno seguendo scritti obsoleti che la studiosa bulgara utilizzò in maniera acritica, senza consultare la moderna letteratura archeologica che ha confutato l’antichità di queste pipe (cfr.es. Shaw, 1960). Ad esempio, la ricercatrice bulgara ha riportato un passo dell’opera di Jean Chardin del 1711, Voyages de Monsieur le Chevalier Chardin, en Perse, et autres lieux de l’Orient, citando tra l’altro in maniera errata la locazione,5 in cui il viaggiatore francese, descrivendo l’uso del tabacco in Persia, riportava del ritrovamento di un’urna di terracotta contenente delle pipe e del tabacco nel corso della “ricostruzione” dell’antica città di Sultania, e che la pratica di fumare il tabacco “era già nota nel 1200 d.C.” (Balabanova, 2000, p. 118). Oltre al fatto che la cronologia di questo reperto non è riportata e che comunque sarebbe inaffidabile per quei tempi, ciò che riportò Chardin è un poco differente. Egli si domandò se il tabacco fosse originario dell’Asia, senza riuscire a ottenere informazioni utili, e proseguì affermando che un uomo di Ispahan gli comunicò di aver letto in una Géographie de la Partide del ritrovamento dell’urna con dentro le pipe e il tabacco, e che ciò aveva fatto pensare a quest’uomo che il tabacco fosse stato importato dall’Egitto, e che non poteva essere nativo in Persia che da 400 anni: speculazioni di personaggi del XVIII secolo che non possono essere prese come prova di alcunché. Non può essere presa in seria considerazione nemmeno la notizia di certe pipe d’argilla “simili a quelle di oggigiorno” che sarebbero state ritrovate nei dintorni delle Piramidi di Giza, e di cui la Balabanova non offrì alcun riferimento cronologico e citando appena un libro generico sulle pipe.

Per quanto riguarda la pratica di fumare, è opportuno distinguere l’aspirazione di fumo presente nell’aria circostante (aspirazione passiva) da quella di aspirare direttamente il fumo mediante specifici strumenti e preparati quali pipe o sigari e introdurlo nei polmoni (aspirazione attiva). In realtà le tecniche di aspirazione sono più articolate (aspirazione diretta e indiretta, aspirazione con ritenzione del fumo nella bocca senza introduzione nei polmoni, come nel caso dei sigari, ecc.), ma la distinzione qui presentata è sufficiente per poter affermare che nel Vecchio Mondo erano note pratiche di aspirazione passiva, per scopi medicinali, inebrianti o magici, mentre quelle di aspirazione attiva erano pressoché sconosciute, a parte rari ambiti medici, come nel caso della medicina ayurvedica indiana e, forse, isolati casi nella medicina greco-romana. In linea generale, l’uomo comune eurasiatico non conosceva la pratica dell’aspirazione attiva del fumo, e la conobbe con l’arrivo del tabacco dal Nuovo Mondo (Gilman & Xun, 2009).

Accanto all’ipotesi/certezza dell’esistenza di piante di Nicotiana nel Vecchio Mondo che sarebbero state note e usate dagli antichi Egiziani, Cinesi ed Europei, l’equipe della Balabanova evidenziava il fatto che la nicotina è presente non solamente nel genere Nicotiana ma in altri vegetali, citando di volta in volta piante dei generi Prunus, Withania, Zinnia, Sempervivum, ecc., e anche alcuni comuni ortaggi quali il cavolfiore, la melanzana e il pomodoro,6 come possibili fonti responsabili della presenza di nicotina nei tessuti biologici dei reperti archeologici egizi ed europei. E’ tuttavia sconcertante l’inclusione del pomodoro (Parsche & Nerlich, 1995), trattandosi di una pianta originaria delle Americhe notoriamente diffusasi nel resto del mondo in seguito all’avventura di Colombo; gli autori, o non sapevano che anche il pomodoro è d’origine americana – come all’inizio delle loro ricerche probabilmente non sapevano che la coca era d’origine americana (si veda oltre) –, oppure davano per scontato che gli antichi Egizi oltre alla coca si fossero portati dalle Americhe il pomodoro.

 

Il mais d’origine asiatica

Il culmine del revisionismo etnobotanico balabanoviano non riguardò né il tabacco né altre piante psicoattive, bensì una pianta alimentare, anche questa originaria delle Americhe: il mais. La storia riconosciuta della diffusione di questa graminacea nel Vecchio Mondo vede la sua prima introduzione in Spagna da parte di Cristoforo Colombo di ritorno dal suo secondo viaggio antillano nel 1494 (o forse già dal suo primo viaggio). Dopo un primo periodo in cui il mais fu considerato una mera curiosità botanica da coltivare in orti e giardini, soprattutto dell’Andalusia, nel XVI secolo questa graminacea si diffuse in Portogallo, Francia e Italia. I Portoghesi furono i principali responsabili della sua diffusione in Africa e in Asia, mentre i Veneziani la diffusero nella penisola balcanica, in Turchia e in Egitto. Il mais proveniente dalle regioni dell’Impero Ottomano raggiunse l’Europa centrale, e fra i suoi nomi popolari v’erano quelli di granoturco e grano d’India. Questi nomi generarono una disputa sull’origine asiatica o americana del mais, che si protrasse sino agli inizi del XX secolo. In ciò il mais seguì il destino di diverse altre nuove piante e prodotti alimentari che si diffusero rapidamente nell’Impero Ottomano – che a quei tempi includeva l’Egitto e parte dell’Africa settentrionale, parte della penisola arabica, il Vicino Oriente, la Turchia e le regioni balcaniche – e quando da lì raggiunsero l’Europa furono considerati d’origine orientale. Si deve del resto tener conto che nel XVI secolo con l’aggettivazione “turco” si intendeva spesso qualcosa di esotico o straniero, senza uno specifico riferimento all’area geografica della Turchia (Casanova & Bellingeri, 1988, p. 117).

Nella sua rivisitazione e prendendo spunto da testi del XVI e XVII secolo, la Balabanova ripropose l’origine asiatica del mais, adducendo considerazioni di un ipotetico anacronismo cronologico, basato sulla somma di cinque anni di coltivazione della pianta in Spagna e Portogallo agli inizi del XVI secolo, più altri cinque anni per raggiungere la Turchia, più altri cinque anni per diffondersi nelle altre regioni dell’Impero Ottomano, ecc.; in definitiva sarebbero stati necessari alcuni decenni affinché il mais raggiungesse dall’est la Germania, e i conti ottenuti mediante la sommatoria di questi lustri presi come aleatoria unità di misura di tempistica di diffusione, non tornerebbero, leggendo alcuni testi tedeschi della metà del XVI secolo, fra cui l’erbario di Leonhart Fuchs, dove, sempre seguendo il costrutto fantasioso della Balabanova “la descrizione dettagliata della pianta e dei suoi effetti parla di conoscenze di base che generalmente sono disponibili solo sulle piante autoctone” (Balabanova, 1997, p. 94).

E’ importante osservare come questa divagazione sulle origini del mais non partiva dall’esigenza di spiegare risultati di personali ricerche chimiche, come nel caso del ritrovamento di nicotina e altre droghe nelle mummie, e sembrano piuttosto essere state dettate dal desiderio di contraddire le conoscenze etnobotaniche storicamente acquisite, essendo “giunto il tempo di alterare la nostra storia culturale” (Balabanova et al., 1993: 93); un’affermazione che getta le basi sulla legittimità nel diffidare della buona fede delle sue ricerche e dei risultati delle sue ricerche.

 

I viaggi transoceanici

L’ipotesi di un trasporto transcontinentale della pianta della coca per opera degli antichi Egizi è un’idea che fa acqua da tutte le parti. Oggigiorno la ricerca archeologica vede tesi alquanto contrastanti riguardo al popolamento delle Americhe: da quelle che si basano su uno, due o tre flussi migratori attraverso la fascia di terra che univa l’Alaska con la Siberia (Beringia), in un periodo attorno a 13000-11000 a.C. (Marangoni et al., 2014), a quella che vede un primo popolamento del Sud America in tempi precedenti, attorno a 50.000-20.000 a.C. (Lahaye et al., 2013). Senza escludere a priori la possibilità di revisione delle cronologie “ortodosse” dei contatti transoceanici, queste forti divergenze non hanno nulla a che vedere con l’idea che gli antichi Egizi avrebbero attraversato l’Oceano Atlantico in tempi di gran lunga posteriori. Diversi autori, inclusa la Balabanova (2000, p. 120), hanno riportato come “prova” l’esperienza di Thor Heyerdahl, l’avventuriero norvegese che nel 1970 attraversò l’Atlantico mediante un’imbarcazione di papiro. Se è per questo, le indagini paleontologiche di questi ultimi decenni hanno evidenziato come gli ominidi – nello specifico Homo erectus – avessero acquisito l’abilità di navigare i mari già a partire da 800.000 anni fa, colonizzando le isole indonesiane e austral-oceaniche (Bednarik, 1997), e più tardi la Sardegna (Martini, 2009). Si deve tuttavia tenere conto che la cocaina è stata ritrovata nelle mummie egizie datate in un arco di tempo di oltre 2000 anni, per cui nell’eventualità di un trasporto della pianta dall’America del Sud all’Egitto, si presenterebbero due possibilità: o gli Egizi intrapresero un millenario commercio con continui viaggi transatlantici, oppure i semi della pianta della coca furono importati in Egitto e qui seminati, dando luogo a una coltivazione in loco. Entrambe le possibilità sono fortemente improbabili. Riguardo alla prima, non ne esiste alcuna testimonianza nell’archeologia e nella letteratura antica egiziana, e non è cosa da poco. Erodoto, in un passo del quarto libro delle sue Storie, riportò l’avventura fenicia della circumnavigazione dell’Africa, promossa dal faraone Necao II (610-595 a.C.), per la quale furono impiegati due interi anni. Indipendentemente dalla realtà storica di questa circumnavigazione, tutt’ora oggetto di discussione (Garcia Moreno, 1993; contra Bresciani, 2004), se gli antichi Egizi avessero effettuato ripetuti viaggi in Sud America, ne sarebbe rimasta eco nella letteratura antica. Per quanto riguarda la seconda possibilità, si deve tenere conto dell’impossibilità di crescita della pianta della coca – sia la specie andina che quella amazzonica – nel territorio egiziano. Se la pianta della coca potesse crescere al di fuori del suo areale sudamericano, si sarebbe diffusa in Mesoamerica, in Africa, in Asia, ancor prima che nell’improbabile Egitto.

 

Critiche e nuove analisi chimiche

Il 2001 fu l’anno “di svolta” dell’affaire Balabanova, quando due studiosi inglesi, Buckland & Panagiotakopulu, il primo un archeologo e il secondo un naturalista, presentarono un’approfondita critica ai risultati e soprattutto alle deduzioni delle ricerche dell’équipe della Balabanova. Essi inclusero nella loro disanima i ritrovamenti di frammenti di Nicotiana e di nicotina nella mummia di Ramesse II, e del famoso “coleottero del tabacco”, che la Balabanova aveva continuamente impiegati a supporto della sua tesi della presenza di Nicotiana durante l’Egitto faraonico.
Riguardo alla mummia di Ramesse II, i due studiosi inglesi hanno evidenziato come questa sia stata soggetta a una sofferta storia di spostamenti sia durante i periodi faraonici che dopo la sua scoperta nel 1871, avvenuta per opera di un ladro di tombe. Per dieci anni il tombarolo spogliò il sepolcro dei suoi oggetti per rivenderli ai mercati antiquari, e solo in seguito la mummia di Ramesse II fu trasportata lungo il Nilo verso Il Cairo, dove subì ulteriori spostamenti e rimaneggiamenti, fra cui una parziale sfasciatura. Nel 1975 fu portata a Parigi, dove venne studiata, e fu in questa occasione che furono ritrovati i frammenti di tabacco.

Gli studiosi inglesi hanno quindi osservato come nel XIX secolo, fra le pratiche di conservazione delle mummie fosse costume cospargerle di polvere di tabacco, oltre che di piretro, quest’ultimo un composto ricavato da specie di Tanacetum e anch’esso individuato nella mummia di Ramesse II. Questa pratica non si limitava alle mummie egiziane ma a numerose altre mummie europee e asiatiche, ed è plausibilmente questa tecnica di conservazione ad aver dato luogo al ritrovamento di frammenti di tabacco e di nicotina nella mummia di Ramesse II e di nicotina nelle “mummie drogate” dell’equipe della Balabanova.
Riguardo alla presenza di cocaina, Buckland & Panagiotakopulu la ritengono frutto di contaminazioni moderne, verificata la sua ampia diffusione come droga legale verso la fine del XIX secolo, che avrebbe potuto coinvolgere, oltre a Sherlock Holmes, gli studiosi di quell’epoca. Le contaminazioni dei reperti archeologici rappresentano un grosso problema per le analisi odierne, che impiegano tecniche e strumentazioni atte a captare sostanze in concentrazioni sempre più infinitesimali, e questo problema è ancor più sentito nel caso di reperti venuti alla luce prima di questi ultimi decenni, cioè prima dell’adozione delle tecniche asettiche di maneggiamento e di conservazione dei reperti. Un eloquente esempio è il caso del ritrovamento della caffeina nella polvere degli scaffali museali in cui sono state immagazzinate ceramiche preistoriche nordamericane (si veda L’enigma dei reperti caffeinici negli USA).
Per quanto riguarda la presenza di THC in diverse mummie egizie e peruviane, i due studiosi inglesi hanno evidenziato come anche gli estratti di Cannabis in passato fossero stati usati come pesticidi, apportando relativa documentazione bibliografica.
In definitiva, Buckland e Panagiotakopulu hanno posto l’attenzione sull’importanza di associare gli studi dei reperti con la loro “biografia”, cioè con la storia successiva ai loro ritrovamenti: “le tecniche scientifiche prive di contesto non producono risposte valide (..) la mancanza di informazione produce storie inaccettabili, che spesso rientrano nella letteratura come fatti accertati” (Buckland & Panagiotakopulu, 2001, p. 554).

Sinora poche altre équipe hanno sviluppato indagini su mummie e scheletri precolombiani, dando tutte risultati negativi rispetto alla presenza di THC nei reperti americani e di cocaina in quelli del Vecchio Mondo.

Un’indagine degna di nota, più metodologicamente corretta di tutte quelle sviluppate dalla Balabanova, è stata eseguita dall’équipe cilena di Baéz sui capelli di 19 mummie con datazioni al Periodo Formativo (10 a.C.–140 d.C.), insieme a due campioni di controllo costituiti da capelli di individui moderni viventi nella medesima regione del Cile settentrionale. La ricerca di THC, cocaina e oppiacei è risultata negativa per tutti i campioni. Gli autori hanno inoltre avuto l’accortezza di fare eseguire le indagini sui medesimi campioni anche a colleghi francesi dell’Istituto di Medicina Legale di Strasburgo, i quali hanno ottenuto i medesimi risultati negativi (Baéz et al., 2000).

Risultati negativi per la cocaina sono stati riportati anche da Cartmell & Weems (2001) per 18 mummie provenienti dal sito di Kellis dell’oasi egiziana di Dakhleh. Le analisi sono state eseguite sui capelli delle mummie. In 14 dei 18 individui analizzati è stata individuata la nicotina, sebbene in concentrazioni corrispondenti a un’assunzione maggiormente ascrivibile a una qualche fonte alimentare contenente nicotina che a una fonte a elevato contenuto di questo alcaloide.

Mummia di un infante peruviano precolombiano in cui non sono stati ritrovati cannabinoidi, cocaina né oppiacei, bensì solamente nicotina (da Musshoff et al., 2009, fig. 2, p. 85)

L’anestesista David Counsell (2008), specializzato nelle droghe degli antichi Egiziani, ha riportato che nel 1994, “come risultato del documentario televisivo Cocaine Mummies” (in realtà questo documentario sembra essere andato in onda per la prima volta nel 1997), sette campioni prelevati da mummie del Museo di Manchester furono analizzati in un laboratorio londinese. Tre campioni risultarono positivi alla nicotina, e nessuno alla cocaina. La presenza di nicotina fu interpretata come contaminazione esterna, avendo i campioni di mummia un’antichità museale che la giustifica (due appartenevano alla collezione privata di Elliot Smith). Più recentemente Counsell ha analizzato otto mummie presenti nelle collezioni dei Musei di Manchester e Leicester, e nessuna di queste è risultata positiva alla cocaina.

Sempre recentemente, un’équipe tedesca ha svolto indagini sui capelli di otto mummie precolombiane provenienti dall’Egitto, dal Sud America e dall’Asia, ricercando cannabinoidi, oppiacei e cocaina. I risultati sono stati negativi, a eccezione dell’individuazione di nicotina in tre campioni d’origine sudamericana. Inoltre, in questi tre casi non è stata individuata la presenza di cotinina, e gli autori hanno espresso dubbi sul fatto che la presenza di nicotina individuata non fosse da ascrivere a contaminazione esterna (Musshoff et al., 2009).

 

Incongruenze e sospette manipolazioni dei dati

L’attenta osservazione dell’opera della Balabanova nel campo dei reperti archeologici rivela numerose incongruenze, che espongo di seguito congiuntamente a tentativi di spiegazione.

Dalla lettura dei due primi articoli del 1992 riguardanti, l’uno il ritrovamento di nicotina e cocaina nelle mummie egizie, e l’altro il ritrovamento di “hashish” nelle mummie peruviane, risalta il fatto che furono accompagnati dalla totale mancanza di sorpresa da parte degli autori per questi ritrovamenti incongrui dal punto di vista della storia delle droghe. Lo aveva subito notato L.O. Björn (in Hertting et al., 1993), sebbene non fosse giunto alla deduzione che qui propongo: la Balabanova e il suo gruppo a quei tempi non si erano accorti di questa incongruenza per il motivo che non sapevano che tabacco, cocaina e hashish si diffusero fra il Nuovo e il Vecchio Mondo dopo Colombo; in altri termini non conoscevano la storia di queste droghe, e solo in seguito ai commenti critici degli altri studiosi ne vennero a conoscenza. Questo non essersi accorti delle incongruenze storiche e geografiche dei loro primi ritrovamenti, e soprattutto il fatto di aver dovuto celare di non essersene accorti, onde evitare di fare una figuraccia di fronte al mondo scientifico, rappresenta il “peccato originale” dell’affaire Balabanova. Del resto, se avessero conosciuto le origini delle droghe, probabilmente non avrebbero deciso di cercare cocaina e nicotina in mummie egiziane e THC in mummie peruviane. Una tale interpretazione degli accadimenti originali non è mai stata presa in considerazione o esternata in maniera esplicita da quanti hanno criticato il lavoro della Balabanova, e sebbene possa sorprendere potrebbe apparire come la più plausibile. Durante gli anni in cui ho svolto la professione di formatore presso le comunità sanitarie italiane dedite al trattamento delle dipendenze patologiche, ho potuto verificare quanto numerosi fossero i medici, psicologi, psichiatri che hanno a che fare ogni giorno con i drogati e le loro droghe, che non conoscono la storia delle droghe. Non mi meraviglio quindi che chimici forensi non conoscano le origini delle droghe che tutti i giorni ricercano nei tessuti biologici dei moderni corpi umani, vivi o morti.

In un’intervista rivolta alla Balabanova – intervista che è stata riprodotta in numerosi documentari, a partire da quello andato in onda nelle tv statunitensi nel 1997 – la ricercatrice affermò di essersi meravigliata per i risultati ottenuti sulle prime mummie egizie: “furono una specie di shock, non mi aspettavo di trovare nicotina e cocaina, ero assolutamente certa che fosse un errore”, e aggiunse che per esser certa fece analizzare i campioni ad altri tre laboratori, i quali confermarono i suoi risultati (dal documentario The unsolved mystery of the cocaine found inside ancient mummies prodotto dalla Timeline nel 2017). Se l’equipe della Balabanova si fosse meravigliata dei risultati, cioè se ne avesse compreso l’incongruenza etnobotanica, ne avrebbe accennato nelle loro comunicazioni, e se realmente si fosse avvalsa della conferma dei risultati di altri tre laboratori, lo avrebbe certamente comunicato nella sua pubblicazione. Ma né nella pubblicazione originale (Balabanova et al., 1992a) né in alcun altro scritto successivo è stata riportata questa informazione.

Diverse comunicazioni dell’equipe della Balabanova sono state pubblicate in articoli dalle dimensioni esageratamente esigue, al punto da non poterle considerare vere e proprie comunicazioni ma semplici informazioni preliminari, pur non essendo state seguite da pubblicazioni più dettagliate delle medesime ricerche. La prima comunicazione, quella che destò stupore e critiche fra gli studiosi, e che riguardava le prime mummie egiziane analizzate (Balabanova et al. 1992a), occupò lo spazio di una sola pagina, e sebbene nel testo fu detto che si trattava di una comunicazione preliminare, non fece mai seguito una comunicazione più estesa. La comunicazione di una ricerca svolta su 30 scheletri turchi e 34 scheletri giordani è stata data in venti righe (Balabanova & Schultz, 1994); quella svolta su 11 resti egiziani e 55 peruviani è stata data in 13 righe (Hobmeier & Parsche, 1994); quella svolta su 90 resti scheletrici rinvenuti in tre siti archeologici austriaci è stata data in 15 righe (Balabanova & Teschler-Nicola, 1994), ma almeno questa fu seguita da una successiva comunicazione più dettagliata.

Riguardo a quest’ultima ricerca, appaiono delle contraddizioni fortemente sospette: nel resoconto si dà comunicazione di analisi svolte su scheletri provenienti da tre siti archeologici: 33 dal sito di Lenthia/Linz, 26 da quello di Gars/Thunau e 31 da quello di Franzhausen. Nella comunicazione più estesa della medesima ricerca pubblicata l’anno successivo (Balabanova et al., 1995a), lo studio svolto sui 31 scheletri di Franzhausen scompare. Inoltre, gli scheletri esaminati provenienti dal sito di Gars/Thunau non sono più 26 ma 97 (Balabanova et al., 1995a). E’ lecito sospettare che queste contraddizioni numeriche e omissioni siano conseguenza di falsificazioni, e che l’aggiunta nello spazio di una sola riga dei risultati di analisi svolte sui 31 scheletri di Franzhausen, rigorosamente privi di informazioni sulla loro provenienza, e in cui la nicotina sarebbe stata ritrovata nel 44% dei campioni (Balabanova & Teschler-Nicola, 1994), sia frutto di una totale invenzione, cioè che questo studio non sia mai stato eseguito. Nel suo libro sul tabacco del Vecchio Mondo la Balabanova aggiunse nell’elenco dei siti archeologici austriaci di provenienza degli scheletri analizzati altri due siti, Matsee e Neuburg (Balabanova, 1997, p. 71), ma di queste ricerche non v’è la minima traccia nelle sue pubblicazioni scientifiche.

Anche nella ricerca svolta sui resti della Nubia (sito di Christian Sayala) i conti non tornano: in una comunicazione preliminare (Balabanova et al., 1994) viene riferito di 39 campioni di capelli e del ritrovamento della nicotina in 12 di questi, mentre in una successiva comunicazione più estesa (Balabanova et al., 1996a) i campioni di capelli analizzati sono 34 e la nicotina sarebbe stata ritrovata in 27 di questi. Inoltre, solo nella prima comunicazione viene detto che erano stati impiegati capelli di non fumatori moderni quali campioni di controllo, mentre nella comunicazione più estesa non viene fatta alcuna menzione all’impiego di tecniche di controllo.

Qualcosa non quadra pure nel rapporto relativo all’analisi dei 62 resti umani mummificati d’origine peruviana (Parsche et al., 1994). Viene data comunicazione che “per motivi pratici useremo il nome dei soli rispettivi alcaloidi nelle pagine che seguono, ma ciò significa sempre che sono inclusi i loro metaboliti” (p. 110). Non si comprende perché non vengano specificati quali siano i metaboliti individuati. Sorge il sospetto di un’operazione in malafede, dove ipotetici metaboliti vengono arbitrariamente chiamati in causa senza essere stati determinati con le tecniche analitiche, con lo scopo espresso dai medesimi autori che se per gli alcaloidi “i loro metaboliti possono essere dimostrati nei campioni, v’è evidenza di un consumo ante mortem di queste sostanze”, e ciò escluderebbe la possibilità di contaminazioni moderne. Anche i dati sull’analisi segmentale dei capelli di alcune di queste mummie sembrano essere stati aggiunti appositamente per confermare che “questi alcaloidi furono depositati nel capello durante la vita” (p. 114). Inoltre, nel dare comunicazione di precedenti analisi svolte su resti umani mummificati peruviani, in cui oltre ai soliti “hashish”, nicotina e loro metaboliti fu ritrovata caffeina, viene indicato come riferimento bibliografico “Balabanova et al. Tenerife, 1992a”. Questa non è un’indicazione utile, non spiega di cosa si tratti, se di una comunicazione avvenuta in una qualche sede congressuale o di un dialogo informale tenutosi sotto gli ombrelloni di una spiaggia di Tenerife, magari con un cocktail in mano, e ha tutta l’aria di essere un’indicazione totalmente inventata. La presenza di caffeina in mummie peruviane – che sarebbe ulteriore materia di discussione – è citata solo in questo passo, e sorge il sospetto che sia un’ulteriore tassello fittizio con scopi meramente decorativi.

Un’altra questione che fa sorgere sospetti riguarda la metodica mancanza di informazioni sulla provenienza dei reperti archeologici analizzati dal team della Balabanova. Osservando le loro pubblicazioni viene naturale domandarsi come sia possibile che i Musei, gli Istituti Universitari o altre istituzioni che hanno reso disponibile le mummie e gli scheletri per le analisi chimiche non vengano citati, e soprattutto come sia stato possibile che queste istituzioni non abbiano preteso di essere citate e ringraziate nelle relative pubblicazioni. E’ una normalissima prassi formale, un’obbligazione a cui nessun studioso può esimersi. Come è possibile che i Musei che hanno reso disponibile alla Balabanova 97 scheletri austriaci, 71 mummie della Nubia, 123 scheletri tedeschi, 30 scheletri turchi, 34 scheletri giordani, ecc., non siano stati citati e non abbiano preteso di essere citati nelle relative pubblicazioni? C’è una risposta semplice, anche se può sembrare incredibile: è impossibile. Non è possibile che ciò sia accaduto. E questa impossibilità giustifica il forte sospetto che almeno una parte di queste ricerche non sia mai stata eseguita.

Questi sospetti, che hanno dell’incredibile, vengono qui per la prima volta proposti come soluzione a qualcos’altro di ugualmente incredibile ma che è avvenuto realmente: la comunicazione nelle riviste scientifiche dell’analisi svolte su quasi un migliaio di reperti archeologici di cui la maggior parte non sono verificabili, sono reperti “fantasma”, come non verificabili sono i risultati di queste analisi.

In definitiva, per quanto riguarda i ritrovamenti di cocaina nelle mummie egizie, si possono spiegare come frutto di contaminazioni moderne (tombaroli, archeologi, personale dei musei dediti all’assunzione di cocaina), o a errori nelle procedure analitiche, o a falsificazione dei dati. I ritrovamenti di THC nelle mummie peruviane si possono spiegare con l’usanza in un recente passato di applicare sulle mummie estratti di Cannabis come pesticida, o con altro tipo di contaminazioni moderne, o come errori nelle procedure analitiche, o a falsificazione dei dati. Il ritrovamento di nicotina in mummie e scheletri di tre continenti (Europa, Africa, Asia) è spiegabile a di volta in volta con l’assunzione di piante alimentari o medicinali contenenti nicotina non appartenenti al genere Nicotiana, o come frutto dell’usanza di spalmare le mummie con estratti di tabacco per scopi di conservazione, o dovuto a errori nelle procedure analitiche, o come frutto di falsificazone dei risultati, se non quando a totale invenzione di ricerche mai svolte.

 

Una proto-complottista

Un’ultima domanda a cui cerco di dare una risposta in questa rivisitazione: chi era realmente la Balabanova? Cosa si celava dietro all’apparenza di una “normale” ricercatrice? Una ricercatrice che ha fatto danni consistenti, ad esempio ha umiliato davanti al mondo gli Egittologi e la loro disciplina scientifica.

Si è visto come il testo chiave per comprendere il pensiero e il carattere della Balabanova sia il suo libro sul tabacco del 1997, che nessuno ha mai preso in considerazione, complici il fatto di essere stata pubblicata da una oscura casa editrice e che fosse scritto in tedesco, una lingua ostica alla maggior parte degli studiosi internazionali.

In questo libro, riferendosi all’opposizione da parte del mondo scientifico nell’accettare tesi quali l’esistenza di tabacchi e mais originari del Vecchio Mondo, la Balabanova riportò a più riprese la frase “ciò che non può essere non deve essere” (daß nicht sein kann, was nicht sein darf), alludendo con ciò a un’ipotetica intenzionale volontà da parte della scienza ufficiale di nascondere “verità scomode”. Dietro a questa frase sembra celarsi la chiave per interpretare l’operato della ricercatrice bulgara: parrebbe celarsi un carattere “complottista”, formatosi a partire dal “peccato originale” da dover nascondere (il non conoscere la storia delle droghe) e gradualmente rafforzatosi di pari passo con il sollevamento delle critiche rivoltegli da più parti del mondo scientifico (“la scienza è un mondo conservatore”, dal documentario del 1997), di pari passo con l’acquisizione della documentazione ottocentesca obsoleta che le confermò una storicità delle interpretazioni alternative, ma anche di pari passo con l’aumento della sua notorietà, che negli anni 1996-1999 raggiunse livelli mediatici mondiali. In quest’analisi caratteriale non va escluso anche un certo grado di mitomania. La Balabanova potrebbe essere considerata una “proto-complottista”.

Lo scopo principale del “complottista”, inteso come figura caratteriale contemporanea, è quello di contraddire i modelli interpretativi ufficialmente riconosciuti, nella storia, nella scienza, negli eventi politici, ecc., sulla base della ferrea credenza dell’esistenza di complotti o cospirazioni che agiscono a difesa dello statu quo interpretativo.

Ritenere che la mancanza del tabacco negli scritti medici di Ildegarda sia una conferma della sua presenza e impiego come fonte non medicinale, ricorda da vicino i meccanismi della logica circolare dei complottisti: “prove contrarie e mancanza di prove sono interpretate come supporto alle loro teorie” (Keeley, 1999, p. 120). Altre caratteristiche delle logiche complottiste sono il ritenere validi dati palesemente falsi e l’associare insieme eventi che non sono relazionati fra di loro, procedimenti deduttivi di cui la Balabanova ha fatto ampio uso: ritenere che un disegno rinascimentale del giusquiamo giallo fosse stato disegnato da un autore del I secolo d.C.; credere che risalendo il Nilo per tutta la sua lunghezza si possa raggiungere la Namibia; citare l’uso dell’oppio da parte degli antichi Egizi per dimostrare il loro uso di cocaina e nicotina; giustificare la presenza di cocaina in mummie di neonati con la somministrazione di questa droga da parte della madre per calmare l’infante; spiegare la riduzione di concentrazione di nicotina dopo l’età di 6 anni degli scheletri analizzati con la fine dell’allattamento a 6 anni, ecc.

La Balabanova non è stata una studiosa credibile, lo ha dimostrato in tanti modi. Non ha mai referenziato i seri studi, nemmeno uno, ad esempio sulla storia del tabacco (quali Laufer, 1924 e Goodspeed, 1954), non se ne è mai preoccupata, quando, nell’ottica di una corretta metodologia, avrebbe dovuto partire dall’attento studio di questi testi per avanzare contro-proposte credibili. Come per il caso dei coleotteri del tabacco, per i quali sarebbe stato meglio che la chimica forense avesse consultato degli entomologi professionisti, anche nel trattare di etnobotanica sarebbe stato meglio che avesse consultato degli etnobotanici professionisti. Ma ciò non le interessava, poiché il suo scopo era quello di “alterare la nostra storia culturale” (Balabanova et al., 1993, p. 93), e a qualunque costo.

Immagine presa dal documentario Cocaine mummies del 1997

 

Note

1 – La costituzione del Munich Mummy Project venne formalmente comunicata nel corso di un Congresso di Egittologia tenutosi a Monaco nel 1985. Tale progetto fu diretto da Gerfried Ziegelmayer, direttore dell’Istituto di Antropologia e Genetica Umana dell’Università di Monaco, aiutato nell’organizzazione da Franz Parsche, antropologo e paleopatologo del medesimo istituto. A questo progetto, volto allo studio dei processi di mummificazione e delle sostanze impiegate nella mummificazione nell’antico Egitto, parteciparono scienziati da diverse discipline, la maggior parte provenienti dall’Università Ludwig-Maximilian di Monaco, e nella cui lista non appare il nome della Balabanova. Varie istituzioni di Monaco fornirono il materiale per questo progetto, riunendo 15 corpi mummificati, alcuni completi, diversi incompleti, e in 6 casi costituiti solamente dalla testa della mummia. La parte più consistente di queste mummie fu fornita dallo Staatliche Sammlung Ägyptischer Kunst di Monaco. Nell’articolo di Parsche & Ziegelmayer furono riportati i risultati delle indagini svolte sulle 15 mummie mediante raggi X, scannerizzazioni, endoscopie, osservazioni istologiche, analisi chimiche delle sostanze impiegate nella mummificazione. Alcune di queste mummie furono spogliate delle loro bende (Parsche & Ziegelmayer, 1988). In questo studio le mummie non furono studiate nel loro contenuto di droghe psicoattive.

2 – Polline di canapa è stato individuato all’interno della mummia di Ramesse II, faraone che morì agli inizi del 1200 a.C. (Leroi-Gourhan, 1985), e tessuti di canapa datati al II millennio prima della nostra era sono stati recentemente identificati negli scavi di Dra Abou el-Naga, una collina vicino alla necropoli di Tebe (Rodríguez Frade, 2022).

3 – Questa tecnica è stata applicata con successo ad esempio sui lunghi capelli della “chicha de Llulliaillaco”, una ragazza inca di 13-15 anni d’età che fu sacrificata attorno al 1500 d.C. su un vulcano andino ad alta quota (6700 m) e il cui corpo è rimasto pressoché intatto per via delle basse temperature d’altitudine (si veda Il sacrificio della capacocha). Dall’analisi segmentale del capello è stato evidenziato un picco dell’assunzione della cocaina sei mesi prima di essere immolata, mentre la presenza dei metaboliti dell’alcol aumentava notevolmente nelle ultime settimane di vita (Wilson et al., 2013).

4 – PPNB = Pre-Pottery Neolithic B, è una cultura neolitica diffusa nella Mesopotamia superiore e nel Levante Mediterraneo, con datazione fra 8800 e 6500 a.C.

5 – Non è il vol. III, pp. 301-307, bensì il vol. II, p. 13 dell’edizione del 1811.

6 – Si deve tuttavia puntualizzare che per la riscontrata presenza di nicotina negli ortaggi, v’è il sospetto che possa trattarsi di contaminazioni causate dall’impiego di pesticidi nicotinici; si veda Piante nicotiniche non Nicotiana.

 

 

Si vedano anche:

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