Mito Sateré-Mawé sul guarana

Sateré-Mawé myth on guarana

 

I Sateré-Mawé sono un gruppo etnico che vive negli stati brasiliani di Pará e Amazonas. Il seguente racconto sul guarana appartiene alla serie di miti che fanno originare questa pianta dagli occhi di una persona.

Anticamente, si racconta, c’erano tre fratelli: Ocumáató, Icuamã e Onhiámuáçabê. Onhiámuáçabê era padrona del Noçoquem, un luogo incantato nel quale essa aveva piantato un castagneto (castanheira). La giovane non aveva marito; ma tutti gli animali della foresta volevano vivere con lei. I fratelli, allo stesso tempo, volevano sempre stare in sua compagnia poiché conosceva tutte le piante con cui preparava i rimedi di cui avevano bisogno.

Un piccolo serpente, conversando con altri animali, una volta disse che Onhiámuáçabê sarebbe diventata la sua sposa. Disseminò quindi tutti i giorni nel sentiero dove essa passava un profumo che rendeva allegri e che seduceva. Quando Onhiámuáçabê passò per il sentiero, aspirando il profumo disse: “Che profumo gradevole!”.

Il serpentello, che si trovava nelle vicinanze, si disse: “Cosa dicevo? Le piaccio! E, correndo, si stese più avanti attendendo la ragazza. Passando lei accanto, egli toccò lievemente una delle sue gambe. E questo bastò perché la ragazza rimanesse in cinta, perché anticamente una donna, affinché ciò accadesse, era sufficiente che fosse guardata da qualcuno, uomo, animale, o albero, che la volesse come sposa.

Ma i fratelli di Onhiámuáçabê non volevano ch’essa si sposasse con gente, animale o albero con cui avere figli, perché conosceva tutte le piante con cui preparava i rimedi di cui avevano bisogno.

Un giorno essi andarono a cercare da lei il loro rimedio per la caccia (pussanga). Essendo l’unica donna, a quei tempi era quella che lo preparava. Ma quel giorno ella non li ricevette. Per questo, i fratelli si recarono da lei per chiederle che impastasse e gli consegnasse il rimedio. Ma questa volta il risultato fu differente: si cagliò. Nel fondo della preparazione si precipitò una specie di tapioca. Con questo i fratelli intesero che era incinta. E le reclamarono il perché non aveva ascoltato il consiglio che le avevano dato, per aver disobbedito. Le chiesero anche chi era la persona con cui si era incontrato. Ella non seppe rispondere, poiché non dava mai confidenza con nessuno.

I fratelli diventarono furiosi. E parlarono, parlarono, parlarono, dicendo che non volevano vederla con un figlio.

Non avrebbero mai accettato ch’ella rimanesse nella loro casa. Così dissero: “Ola nostra sorella; dato che non hai ascoltato il nostro consiglio, non accetteremo che tu resti qui con noi”. La sorella allora se ne andò via, costruì la sua propria casa e vi dimorò da sola, in attesa del suo bambino.

Quando vide che non poteva vivere da sola, invitò tre persone perché le facessero compagnia: la mucura, affinché lavasse i suoi vestiti; l’anatra, perché le procurasse acqua nel porto; e la saracura, affinché le procurasse funghi. Queste tre persone mangiavano di tutto; le portavano anche del pesce,, ma la donna non lo mangiò durante il periodo di riguardo. Quando recuperò, domandò ai tre: “Come posso fare con voi? Voi mi avete aiutato molto, cosa mi volete chiedere? Come posso ricompensare? Volete provare il dolore di avere un figlio?” Ma le donne non risposero. “Se volessi provare, come me…?”, lei chiese. La mucura allora rispose: “Io non voglio provare il dolore del parto”. E’ per questo che la mucura resta con i figli incollati fuori della pancia, custoditi in un sacco da dove allattano. Essa non sente il dolore del parto. Ma le donne non volevano essere come la mucura, perché trovavano vergognoso andare in quel modo con i piccoli, quindi l’unico modo era sentire il dolore del parto, come questa prima donna.

Da questo particolare si evince che il racconto era originalmente ambientato nei tempi delle origini, nello specifico ai tempi della prima donna, quindi dei primi esseri umani.

Dopo che nacque il bimbo di Iniawasap’i (Onhiámuáçabê), gli zii decisero di render visita a casa sua. Avvicinandosi, domandarono: “Come va sorella?” “E’ qui il bambino”, rispose. “Ma… essa ha braccia?”, chiesero i fratelli. “Si, ha la spalla, ha il corpo della gente”. “Allora, tutto bene. Dato che è cosi, puoi allevarlo”. Ma loro sentivano e riserbavano rabbia nei suoi confronti; non gli piaceva quel bambino. Non mostrarono questo, quando si recavano a render visita pareva tutto bene, parevano allegri, ma fra di loro si misero a parlare che questo figlio della sorella li disgustava, gli causava rabbia, nel caso egli fosse andato nelle loro piantagioni e fosse con le loro piante.

Appena poté parlare, il bambino desiderava mangiare la stessa frutta che piaceva agli zii.

La ragazza disse al figlio che, prima di averlo in grembo, aveva piantato nel Noçoquem un castagneto, affinché egli ne potesse un giorno mangiare i frutti, ma i suoi fratelli, avendola cacciata, si erano impossessati del Noçoquem e non permettevano loro di mangiare le castagne.

Così detto, i fratelli della ragazza avevano messo a guardia del sito Cotia, Arara e Periquito. Il bambino, però, continuò a chiedere a Onhiámuáçabê, sua madre, che le desse da mangiare la stessa frutta che mangiavano i suoi zii. Un giorno allora, Onhiámuáçabê, la ragazza, decise di portare il figlio al Noçoquem per mangiare le castagne.

Così, andato Cotia al Noçoquem, vide sul terreno, sotto il castano, le ceneri di un falò, dove erano state arrostite delle castagne. Cotia corse a raccontare ciò che aveva visto ai fratelli della ragazza.

Uno di loro disse che forse Cotia si sbagliava, e l’altro disse che non poteva esser vero. Discussero. E alla fine decisero di inviare Macaquinho-dalla-bocca-viola per prendersi cura del castagno, e vedere se appariva qualcuno da quelle parti.

Il bambino che aveva mangiato molte castagne, e che sempre più le desiderava, già conoscendo il sentiero per Noçoquem, tornò là il giorno seguente.

Ora, le guardie del Noçoquem, che si erano recate là con l’ordine di uccidere chi avessero incontrato, videro il bambino salire frettolosamente sul castagno. E stando vicino, molto vicino, nascosti dagli altri alberi, osservando, corsero e si misero ad attenderlo sotto al castagno, armati di una piccola stringa per tagliare la testa del mangiatore di castagne. Non vedendo il bambino, la donna si era posta in cammino a cercarlo, quando udì delle grida.

Una caba e un’ape si avvicinarono raccontando a Oniawasap’i ciò che era accaduto, ma lei non ci credette. Allora i due tornarono indietro e ognuno raccolse un pezzetto di pelle del bambino per mostrarglielo, ma nemmeno così ella credette loro. Essi tornarono nuovamente e raccolsero un poco di sangue in una foglia di apekutyhop [foglia con macchie rosse, non identificata]. Vedendo il sangue questa volta la madre credette loro. Si recò là e solo incontrò la freccia del bambino, divenne allora molto coraggiosa e si mise a sgridare i fratelli, volendo vendicarsi.

Si recò a casa loro e disse: “Questo è ciò che avete fatto?! Se voi avete ucciso mio figlio sicuramente è perché avevate fame, e allora voi dovete mangiare mio figlio! Ecco come hai ucciso suo zio più giovane e un altro zio più anziano, hai ucciso suo padre, siete stati voi a ucciderlo!’ Aveva preso la freccia, volendo usarla, ma non poteva, perché gliela tolsero di mano e le diedero invece un fuso di cotone, per fare un’amaca, e un’ascia senza manico. Dissero: “Guarda, sorella mia, tieni questo fuso. Questo qui ti sarà utile. Non questo!” E le presero la freccia. Poi disse: “Va bene! Avete ucciso mio figlio, ma non importa”, e rivolgendosi a suo figlio, aggiunse: “Resta qui, figlio mio, ti coprirò io”. Prese una foglia e lo coprì, dicendo: “erepusunug ehayse o!: fallo, parlando magnificamente!” Così, desiderava che qualcosa di molto buono venisse da lui.

Oniawasap’i prese gli occhi del ragazzo. Prima gli strappò l’occhio sinistro e lo piantò. La pianta che crebbe da quell’occhio, tuttavia, non era buona; era il guarana falso. Poi strappò l’occhio destro e lo piantò. Da quell’occhio crebbe il vero guarana. E disse: “Figlio mio, i tuoi zii ti hanno ucciso, ma non pensare che rimarrai solo, isolato. Ti rimarranno le parole dei tuoi parenti e le parole delle persone che vivono in cielo. Insegnerai a tutti i tuoi parenti. Sarai morekuat [autorità], insegnerai a molte persone come lavorare. Molte persone si riuniranno per bere guarana. Saranno le donne anziane a grattugiare il guarana. Intorno a te ci saranno molte cose buone, discorsi sul lavoro, e così tante persone ti apprezzeranno. Perché sei nato prima che la terra fosse contaminata. Quindi, diventerai un’autorità: morekuat. Rafforzerai molte persone: i morekuat, i capi, quindi sarai il Morekuat. Molte cose saranno realizzate attraverso di te. Sembrerà come se fossi vivo, e dalla tua bocca usciranno consigli a molte persone, ai loro figli, e con le lacrime agli occhi, i genitori ti useranno per consigliare i loro figli, i tuoi nipoti. La mattina presto le persone ti useranno, berranno guaran2, e chi ne sa di più spiegherà e parlerà di cose buone”.

E continuando la conversazione con suo figlio, come se lo sentisse vivo, annunciò: “Tu, figlio mio, sarai la più grande forza della natura; farai del bene a tutti gli uomini; sarai grande; libererai gli uomini da una malattia e li guarirai dalle altre”.

Come osservato da Figueroa e Lucy (2016), il fatto che da un occhio nasca il “falso guarana” e dall’altro il “vero guarana” potrebbe essere un riferimento al processo di domesticazione del guarana.

Il racconto prosegue con la formazione dal corpo del figlio di Onhiámuáçabê, oltre che della pianta del guarana, di diversi animali della foresta.

Poco dopo, tornò a casa. Lì, autorizzò un uccellino, l’hirut: “Vai lì e canta, parla magnificamente a mio figlio!”. In questo modo, chiese anche che qualcosa di molto buono uscisse dal corpo del bambino morto. La terza volta che l’uccellino venne ad avvertirla che qualcosa era già dentro alla terra, andò a guardare. Quando arrivò, l’uccellino iniziò a cantare e lei aprì la tomba. Ciò che apparve furono molti bambini che ridevano e cantavano all’interno. Aveva preso il wirisupakpak, che era molto duro e si supponeva fosse il nostro dente. Ma quando questi bambini uscirono, presero il wirisupakpak e lo portarono via. Oniawasap’i afferrò un bastone come arma e corse loro dietro, dicendo: “Correrete così attraverso le foreste e i boschetti, andrete vagando avanti e indietro, e quando sarete impegnati a lavorare, a piantare la piantagione di guarana, vi uccideranno e diventerete cibo!” Li aveva trasformati in pecari: “In cambio del dente che avete preso, che era per loro [gli umani], vi uccideranno!”.

Richiuse la tomba e chiese all’uccello di cantare di nuovo. E l’uccello cantò e disse: “Stanno venendo qui e cantano”. La madre tornò, aprì la tomba e quello che c’era dentro erano persone che cantavano. Quando la aprì una ragazza venne e disse: “Lasciami guardare i tuoi figli”. Lei rispose: “No, non ti lascerò guardare”. Un’altra ragazza venne e disse: “Voglio sbirciare”. “No, potresti andare in giro a dire che i miei figli non sono belli”. C’erano persone che insistevano, insistevano, volendo vedere, e lei disse: “Lasciateli! Vedrete quando saranno fuori”. Non voleva che nessuno guardasse. Quando aprì la tomba, un ahiang [fantasma] guardò sopra la sua testa. In quel momento il coatá [un primate] stava uscendo. Poiché l’ahiang lo stava guardando, quella bruttezza si impadronì del coatá. Ecco perché è così brutto. La madre allora picchiò l’ahiang e lo uccise. Uccise anche il coatá, lo tirò e lo lanciò. Quando lo lanciò, il coatá si attaccò alla porta di una casa vicina. Oniawasap’i tirò forte e il dito del coatá si staccò. Ecco perché il coatá non ha il pollice. E l’ahiang che uccise divenne la grande formica tagliafoglie, o wehong (ombra), perché era il wehong di questo ahiang. In quel momento la madre disse che quando il sole era a una certa altezza, molte persone danzavano di gioia nel suo cortile. È allora che le formiche tagliafoglie volano, è allora che saltano e danzano mentre catturano la formica tagliafoglie.

Richiuse la tomba e, quando la riaprì, ne uscì il kiwa: tapecuim. Disse loro subito: “Restate qui”. Li lasciò sul ceppo di un albero e lì rimasero. Disse: “Quando il sole sarà a una certa altezza, i vostri parenti vi prenderanno e vi porteranno a mangiare”.

Richiuse la tomba, finché l’uccellino non si rimise a cantare e disse: ‘he akuara ehayse tuerut emembyt’ [il flauto di tuo figlio sta cantando meravigliosamente]. Arrivò, la riaprì e trovò un gruppo di ragazzi perfettamente formati: erano persone vere. Ma erano molto cattivi e molto bianchi, che saltavano in giro. La madre allora disse: “Non vi ho chiesto di uscire così, siete molto cattivi”. Erano le scimmie wahue, caiarara [i caiarara sono macachi considerati i progenitori dei Bianchi]. Cominciarono a uscire dalla tomba, e lei continuava a dire: “Uscirete urlando tra i cespugli, non importa quanto siano grandi”. E richiuse la tomba.

L’uccello ricominciò ad avvertire, e Oniwasap’i venne subito ad aprirla. Sputò e iniziò a fare piccole palline di terra per fare i nostri denti; poi, il grillo venne a guardare i figli di Oniawasap’i nella buca. Disse: “Osserverò i tuoi figli così usciranno belli e carini”. Mescolò tutta quell’argilla e mise i denti a suo figlio. Ecco perché i nostri denti sono così deboli. I nostri corpi diventano perfetti e i nostri denti si deteriorano. Se la mascella non li avesse portati via, i nostri denti non si deterioravano.

Nel finale del racconto appaiono temi cristiani che sono evidenti elementi posticci.

Gli chiesero come sarebbe stato chiamato suo figlio. Lei rispose che, poiché era emerso da Moikyt [un piccolo serpente] e l’avevo fatto tornare, il suo nome sarebbe stato Moikyt. Il nome rimase lo stesso. Più tardi, fu confermato che il nome di suo figlio sarebbe stato San Sebastiano. Così, lei mantenne il nome San Sebastiano, e quando fu un po’ più grande, la persona che lo aveva ucciso arrivò lì. Disse a sua sorella: “Questo sarà mio, e il suo nome sarà Adamo”. Così divenne “Adamo”, e infine Mari. Da lui vennero molti, molti discendenti di guarana. Ecco da dove veniamo. Ecco perché nessuno lascia il guarana.

Ecco perché alcuni dei nostri figli muoiono prima di crescere, perché è quello che è successo a questo figlio di ‘nostra signora’, Oniawasap’i.

Toran (Figueroa & Lucy, 2016, pp. 57-61).

 

Figueroa Giraldo & Alba Lucy, 2016, Guaraná, a máquina do tempo dos Sateré-Mawé, Boletim do Museu Paraense Emílio Goeldi, Ciências Humanas, vol. 11, pp. 55-85.

 

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