L’Amanita fra altre etnie

The fly-agaric among other Siberian ethinc groups

 

 

A integrazione delle pagine dedicate all’impiego tradizionale dell’Amanita muscaria presso i Chukchi, Koriaki e Khanty (si veda L’Amanita in Siberia), di seguito riporto i dati etnografici relativi ad altre etnie siberiane. La più scarsa mole di dati non è indice di una minore importanza dell’impiego dell’agarico fra i seguenti gruppi etnici, bensì riflette le nostre magre conoscenze, causate anche e soprattutto dalla scarsità di studi etnografici pre-sovietici e dal fatto che presso numerose di queste etnie l’impiego del fungo sembra essersi realmente estinto. Per diverse etnie sono noti solamente sporadici o anche solo singoli riferimenti nella letteratura.

 

Itelmen

Gli Itelmen, denominati in precedenza Kamchadal, vivono nella parte centrale e meridionale della penisola della Kamtchatka. La loro lingua appartiene al gruppo paleo-asiatico chukchi-kamchatko. La stretta relazione con i Cosacchi e i Russi li ha a essere sempre più assimilati con questi, e oggigiorno la maggior parte parla la lingua russa.

I primi riferimenti letterari all’impiego dell’agarico muscario fra gli Itelemn parrebbero essere quelli prodotti dalle osservazioni etnografiche di Georg Steller e Stepan Krasheninnikov nel corso della Seconda Spedizione in Kamchatka (1733-43; si veda L’Amanita in Siberia). Fu Steller a riportare il nome con cui gli Itelmen denominano l’agarico muscario, ghugakop. I funghi venivano fatti seccare e quindi ingeriti in grandi pezzi senza masticarli, accompagnando con bevute d’acqua fredda. Il botanico tedesco riportò l’usanza di bere l’urina di chi aveva mangiato l’agarico, con notizie forse un poco esagerate: “l’urina sembra più potente del fungo, e il suo effetto può durare sino al quarto o quinto uomo” (Steller, 1774, p. 92). Oltre al metodo d’assunzione del fungo ritenuto più comune fra gli Itelmen – quello di ingerirlo con acqua e senza masticazione – Krasheninnikov riportò un’altra modalità, e cioè quella di mettere il fungo in ammollo nel mosto di bacche di kiprei (Epilobium angustifolium L.), e di bere quindi il mosto (Krasheninnikov, 1755, 2, p. 110). Wasson fece notare che Krasheninnikov è stato l’unico autore a riportare l’assunzione dell’Epilobium con l’agarico, puntualizzando che il “mosto” ottenuto con questa pianta non era alcolico (Wasson, 1968, p. 153).

Krasheninnikov riportò che la dose per un effetto moderato era di quattro funghi, mentre per effetti più forti se ne arrivavano ad assumere sino a dieci. Inoltre, gli Itelmen ritenevano che fosse il fungo a comandare le azioni di colui che li ingerisce (Krasheninnikov, 1755, 2, p.111). Erman invece riferì di non aver mai visto i Kamchadal ingerire più di due funghi per volta (Erman, 1848, p. 305).

Agli inizi del XX secolo il botanico tedesco Hofrath Langsdorf evidenziò differenze morfologiche fra l’Amanita muscaria che cresce in Europa e quella che cresce nella penisola della Kamchatka; la differenza più marcata riguarda il colore delle lamelle, che nei campioni della Kamtschatka sarebbero gialle anziché bianche. Per questo motivo riconobbe l’agarico che cresce in questa penisola orientale della Siberia come una varietà a sé stante, a cui diede il nome di Amanita muscaria var. Camtschatica. Egli osservò l’impiego dell’Amanita presso i Kamtchadal, notando come questi ritenessero i funghi con il cappello che si era seccato in natura più potenti di quelli che venivano fatti essiccare dopo la raccolta; ritenevano anche più potenti i funghi più piccoli, quelli pieni di “puntini” sul cappello. Il modo usuale per consumare il fungo era seccarlo e ingerirlo con una sola deglutizione, disposto in pallottole, senza masticarle; gli Itelmen ritenevano che masticarle poteva generare disturbi digestivi. Occasionalmente i funghi venivano mescolati nel succo alcolico ottenuto dalla fermentazione di certe bacche, considerando migliori quelle del Vaccinium uliginosum L., poiché rinforzava gli effetti e in tal modo si potevano ingerire meno funghi. Questo medesimo fermentato con macerazione dell’agarico era usato anche per scopi medicinali, per trattare il mal di stomaco, le coliche e altre affezioni. Nell’impiego come inebriante, solitamente un fungo grande o due piccoli erano considerati sufficienti. L’effetto era potenziato bevendo subito dopo grandi quantità d’acqua fredda. Per quanto riguarda l’impiego dell’urina, Langsdorf propose delle considerazioni forse un po’ fantasiose e più frutto suo che di ciò che gli era stato detto dai nativi. Riportò che l’urina era più forte del fungo; quindi si cimentò in un calcolo tale per cui, aggiungendo un fungo all’urina a ogni passaggio, l’effetto poteva prolungarsi per una settimana o più con soli 5-6 funghi, e considerando i passaggi dei principi attivi sino alla quarta e quinta persona (Langsdorf, 1809).

Secondo informazioni raccolte in tempi post-sovietici, alcuni gruppi che vivono nella Chukokta, possibilmente Itelmen, fanno derivare le loro origini dall’amanita (Batyanova, 1999). Si tratta di uno dei rarissimi casi in cui l’uomo viene fatto originare da una fonte inebriante, in quanto nei racconti mitologici solitamente sono le piante inebrianti a nascere dal corpo di umani (Samorini, 2016).

Jochelson raccolse alcuni miti itelmen in cui è presente il tema dell’agarico muscario. Si tratta di racconti di tipo favolistico di difficile comprensione, descriventi un mondo di animali, di esseri mitologici che muoiono e subito dopo resuscitano, e di figure femminili denominate “ragazze-amanita”; queste ultime ricordano gli “uomini-amanita” (Wapa’qalanu) dei Koriaki (si veda L’Amanita fra i Koriaki). Le ragazze-amanita non sempre ricoprono un ruolo positivo, come nel racconto “Czelqut e le ragazze amanita”, dove appaiono essere la causa del disfacimento famigliare (si veda Le ragazze-amanita degli Itelmen).

 

Mansi

I Mansi, un tempo denominati Vogul, vivono in un territorio che confina a nord con quello dei Khanty, principalmente lungo i tributari occidentali del fiume Ob. Appartengono al ceppo linguistico ob-ugro similmente ai vicini Khanty si veda L’Amanita fra i Khanty).

L’impiego dell’agarico muscario – che denominano pa:ŋχ – fu osservato agli inizi del XX secolo. Karjalainen (1927, pp. 315-6) accennò brevemente all’uso divinatorio di questo fungo, mentre dati più specifici furono riportati dal linguista finlandese Artturi Kannisto. I Vogul del fiume Sosva ritenevano che l’agarico muscario crescesse da un “singolo piede”. Prima delle sedute gli sciamani ne mangiavano tre o sette campioni, facendoli previamente seccare nella capanna e ingerendoli eventualmente con del burro. Facevano distinzione fra agarici maschio e femmina, i primi ingeriti dagli sciamani maschio e i secondi dagli sciamani femmine. Fra i Vogul della parte inferiore del fiume Konda lo sciamano “mangia sette agarici la sera precedente, cammina dentro alla stanza, esce dalla stanza numerose volte, guarda il cielo, urla qualcosa, entra, si distende e rimane in quella posizione sino al mattino. Quindi riferisce che cosa ha saputo e dà dei consigli” (Kannisto, 1958, pp. 429-30; rip. in Wasson, 1968, p. 309).

Wasson riportò un’informazione di Ivan Lopatin – uno specialista delle culture siberiane – secondo il quale i Vogul oltre all’agarico muscario impiegavano altri funghi psicoattivi (Wasson, 1968, p. 305). In effetti Kannisto ha osservato come il medesimo termine impiegato per indicare l’agarico muscario, pa:ŋχ, venisse impiegato per indicare anche un altro piccolo fungo che cresce a ciuffi alla base dei tronchi, anch’esso ingerito dagli sciamani (Kannisto, 1958, p. 419). Questo è uno dei rari dati, se non l’unico sinora individuato, di una conoscenza tradizionale di altri funghi psicoattivi presso le popolazioni della Siberia orientale.

Sono presenti alcuni importanti riferimenti all’agarico nelle epopee dei Mansi raccolte nella seconda metà del XIX secolo da Antal Reguly e successivamente da Bernát Munkácsi. Uno di questi, Il Canto della Creazione della Terra e del Cielo, tratta di eventi che avvengono sotto lo sguardo dell’essere supremo Numi-Tarém e che riguardano le prime generazioni di uomini, in particolare una donna di nome Kami e dei suoi sette figli (Wasson, 1968, p. 303, traduce con “una donna del fiume Kami”; un’interpretazione che non mi sembra corretta, e che non esclude tuttavia una relazione semantica stretta fra il nome della donna e quello del fiume). Le disubbidienze e rivalità dei figli minori nei confronti del primogenito – la figura eroica protagonista del racconto – provocano la fondazione di eventi nefasti, quali l’introduzione delle malattie nel mondo degli uomini. A un certo punto dell’epopea la gente del villaggio si trova riunita e partecipa a un festino che dura tre giorni e tre notti a base di birra, versata dalla madre Kami in un grande calderone. Tutti raggiungono lo stato di ebbrezza a parte il primogenito. Questi allora chiede alle sue donne – moglie e figlia – che gli portino “tre agarici seccati al sole”. Dopo qualche battibecco causato dal timore della moglie che il marito sotto effetto degli agarici possa compiere atti irresponsabili (uccidere qualche parente stretto), le donne gli portano i funghi e il primogenito li ingerisce, masticandoli insieme a dieci denti d’orso. In tal modo anche il figlio maggiore raggiunge uno stato d’ebbrezza (“giunge l’ebbrezza di un uomo ubriaco”, vv. 145-170). Nel frattempo, un’armata nemica sopraggiunge nel loro territorio. A più riprese qualcuno cerca di svegliare il primogenito dallo stato d’ebbrezza, sino a che questi riesce a tornare sobrio e a scagliarsi contro il nemico, sconfiggendolo. Infine, il primogenito si trasforma in orso, una figura mitologica che viene invocata dagli uomini quando effettuano un giuramento e che li punisce quando lo infrangono (Munkácksi, 1892, 1, pp. 101-127). Wasson ha evidenziato come nella frase “giunge l’ebbrezza di un uomo ubriaco” (pāñχeñ χum pāñχä) i due termini relativi all’ebbrezza derivino direttamente dal nome dell’agarico, paŋχ. Anche per indicare un uomo ubriaco per l’alcol i Vogul impiegano questo termine, ed è come se usassero la forma aggettivale “infungato” (Wasson, 1968, p. 304).

Nelle epopee vogul l’agarico non viene consumato solamente dagli eroi umani, ma anche dalle divinità. In un inno raccolto presso il villaggio di Nacsem e indirizzato all’Uomo-Che-Osserva-Il-Mondo, è ripetuto in maniera quasi ossessionante il numero sette. In un passo si legge “come tu stai correndo intorno in un’estasi causata da sette agarici dentellati e con un solo piede” . La quantità di sette agarici “con le teste maculate” ingerite dall’Uomo-Che-Osserva-Il-Mondo viene ribadita in un ulteriore canto del medesimo ciclo mitologico ( Munkácksi, 1892, 2, p. 362, v. 47).

 

Nenet della Foresta

Un tempo denominati Yurak Samoidei, i Nenet della Foresta vivono nell’area nord-orientale del bacino del fiume Ob e parlano una lingua uralica. Questo piccolo gruppo etnico, costituito oggigiorno da circa 2000 individui, si differenzia dal più numeroso gruppo dei Nenet della Tundra per avere un’economia basata anche sulla caccia e sulla pesca, e non solo sull’allevamento delle renne.

Il principale etnografo che studiò i Nenet della Foresta agli inizi del XX secolo fu Toivo Lehtisalo, al quale si devono le più dettagliate informazione dell’impiego dell’agarico muscario, prima che le persecuzioni sovietiche degli anni ‘1930 annientassero totalmente gli sciamani nenet (si veda La persecuzione sovietica dello sciamanesimo). Eva Toulouze, che ha studiato sul campo gruppi di Nenet della Foresta agli inizi del 2000, ha tuttavia riportato che non è da escludere che qualche forma di rituale sciamanico possa essere sopravvissuto e che continui a essere praticato oggigiorno (Toulouze, 2004). Non sembra sia mai stato riportato l’impiego del fungo fra i Nenet della Tundra.

Lahtisalo riportò presso i Nenet della Foresta l’usanza di ingerire l’agarico muscario in numero di due e mezzo, cioè solamente una metà del terzo fungo veniva consumato. Lo sciamano che ingeriva i funghi vedeva apparire delle figure antropomorfe in numero equivalente a quello di funghi ingeriti, per cui il terzo mezzo fungo gli appariva come una mezza figura antropomorfa. A detta degli informatori nenet, questi spiriti corrono velocemente lungo il percorso del sole, dopo che questo è tramontato, e lo sciamano al buio riesce a seguirli poiché il mezzo spirito del mezzo fungo ingerito corre più lentamente, voltandosi continuamente indietro “come se stesse aspettando l’altra metà”. Durante il volo notturno lo sciamano riesce a comunicare con questi spiriti e a ricevere le informazioni che sta cercando, ad esempio come poter curare un malato. Quando all’alba gli spiriti tornano nuovamente alla luce, “sul luogo dove dio creò gli agarici, c’è un palo con sette fori e corde. Dopo che lo sciamano ha legato gli spiriti, l’ebbrezza lo abbandona e si risveglia” e riporta quanto ha visto e udito durante il volo notturno (Lehtisalo, 1924, rip.in Wasson, 1968, p. 280).

Dalla descrizione se ne dedurrebbe che lo sciamano leghi e appenda gli spiriti che ha rincorso per tutta la notta al palo che si trova nel luogo d’origine (divina) degli agarici, ed essendo presenti sette corde, parrebbe sottinteso che il numero massimo di spiriti, e quindi di funghi ingeriti, fosse sette, e che nel caso si impiegasse questa forte dose di funghi, gli sciamani ingerissero sei funghi e mezzo, sempre per far rallentare uno di questi e poter quindi inseguirli nella loro corsa notturna. Il legare gli spiriti al palo porterebbe a un’ulteriore deduzione, e cioè che gli spiriti-agarico sono alle dipendenze dello sciamano, e che è questi a scioglierli dal palo quando ingerisce i funghi e a legarli nuovamente quando il loro effetto svanisce.

Lehtisalo riportò la credenza che gli uomini saggi devono ingerire solamente agarici maturi, poiché quelli piccoli sono troppo potenti, e che gli fu riferito il caso di una donna sciamana che morì ingerendo quelli piccoli; secondo gli sciamani nenet, solamente coloro che sono “familiari con l’origine dell’agarico” possono ingerire anche quelli piccoli, pur restando il rischio di non riuscire a inseguirli durante l’inseguimento notturno e di finire quindi fuori strada.

Oltre a Lehtisalo, un altro ricercatore che ebbe l’opportunità di partecipare a una seduta sciamanica dei Nenet della Foresta è stata Raisa Mitusova, che incorse in un destino sfortunato, poiché nel 1937 fu fucilata dal regime sovietico nel corso delle purghe staliniste. Nella descrizione della seduta con uno sciamano di nome Payata, a cui assistette nel 1928, l’etnografa riportò ch’egli iniziò con il masticare tabacco e pezzi di agarico muscario:

“Il volto dello sciamano arrossì, i suoi occhi divennero vaghi. Sorseggiò dell’acqua, probabilmente per rafforzare l’effetto dell’agarico, ma forse solo per dissetarsi. A causa del fuoco faceva molto caldo nello tchum (termine russo per indicare la tenda conica della Siberia occidentale e orientale). Iniziò battendo piano il tamburo. I colpi divennero sempre più forti. E Payata si mise a cantare. Invocò il suo spirito-protettore, al fine di ottenere assistenza nella lotta contro la malattia inviata dagli spiriti maligni. Il suo percorso per ‘gli altri mondi’ era apparentemente difficile, lo sciamano sudava abbondantemente. Si alzò e si mise a camminare intorno al fuoco, battendo il tamburo con tutta la sua forza. I suoi occhi erano chiusi; della bava apparve all’angolo della bocca, tutto il corpo era scosso. Gli uomini iniziarono a gridare ‘Ou! Ou! Ou!’. Questo grido, i colpi di tamburo, il tintinnio delle campanelle si mescolavano in un rumore assordante. A lungo Payata saltò intorno al fuoco. Le persone sedute nello tchum cacciavano via gli spiriti maligni gridando ‘Ou! Oh! Ou!’, per proteggere l’anima dello sciamano. Alla fine lo sciamano crollò a terra con un gemito sopraffatto da una crisi di nervi. Gli altri Nenet lo sollevarono sette volte sul fuoco mentre uno degli uomini continuò a battere il tamburo. Quando lo ricollocarono al suo posto, Payata riprese coscienza e continuò la seduta” (Mitusova, 1929, rip. in Mägi & Toulouze, 2002, p. 428).

Passato il periodo sovietico, nel 1999-2000 un gruppo di etnografi estoni dell’Università di Tartu ha intrapreso indagini sul campo fra i Nenet della Foresta, conseguendo testimonianze sull’impiego pre-sovietico dell’agarico, inclusi alcuni “canti dell’agarico” (vipi-kynnaws). I Nenet della Foresta denominano l’agarico muscario con il termine vipi. Secondo un informatore, lo sciamano cantava questi “canti del vipi” nel corso della seduta stando in piedi su una sola gamba, imitando in tal modo l’aspetto esteriore del fungo. Ciascun sciamano possedeva dei propri canti del vipi.

Circa l’impiego del fungo, le informazioni ottenute dai vari Nenet intervistati erano contraddittorie. Alcuni consideravano il fungo un comune accessorio delle pratiche sciamaniche, altri consideravano il suo uso un’influenza dei vicini Khanty. Un informatore riportò inizialmente che solo gli sciamani meno potenti usavano l’agarico, ma in un altro incontro affermò che solitamente venivano mangiati tre funghi, a volte sette, che è il massimo numero di funghi che si può ingerire, e che sette agarici li consumano solo gli sciamani più forti. Ad ogni fungo corrisponde uno spirito, e se si invocano troppi spiriti è più difficile controllarli, “possono farti sbagliare” (Mägi & Toulouze, 2002).

Nell’area del lago Num-To gli etnografici hanno raccolto il seguente “canto del vipi”:

“Sette ragazze agarico, sette ragazze agarico,
andate più lontano in quella direzione!
Ho una cintura,
forgiata dal šihilhča,
ha tre giunture.
Ho una cintura.
Sette ragazze agarico,
dov’è la tua terra.
Fatta dal šihilhča.
Vai più lontano in quella direzione.
Un’altra volta egli dice:
‘I bambini che sono rimasti dopo di noi,
bambini, aggiungete legna al fuoco’.
Sette ragazze agarico
salirono nel fuoco.
Al’u era abile,
stava nel fuoco senza i suoi stivali,
danza nel fuoco.
Sopra a un fuoco bruciante
sette ragazze agarico
lo disorientano.
Allora egli dice, bene:
‘Un giorno dirai:
Bambini, il nostro nonno era così’” (Mägi & Toulouze, 2002, pp. 431-2).

In questo canto gli spiriti del fungo sono considerati femminili. Un altro informatore riportò che i “canti del vipi” potevano essere cantati da qualunque persona che mangiava i funghi, e non solo dagli sciamani (Toulouze, 2004).

L’informatore nenet Youri Vella (Youri Aïvaseda) ha intonato per gli etnografi un canto dell’agarico che era solito eseguire un noto sciamano di nome Jana, ormai deceduto. Questo canto viene intonato ancora oggigiorno in memoria di Jana, ma con un tocco di benevole ironia e derisione, accompagnandolo con sbuffi e mimando l’atto di russare, poiché a Jana, diventando anziano, accadeva di addormentarsi mentre lo cantava, perfino nel mezzo di una parola:

“Madre dell’agarico muscario,
Madre dell’agarico muscario, eseguo qui il canto della madre.
Madre dell’agarico muscario, eseguo qui il canto della madre.
Tenendo, tenendo i miei bambini (per la mano) qui,
salgo sotto il vestito della tenda (tchoum),
Affinché i miei bimbi vedano un giorno, un giorno, li salverò.
Su una gamba devo iniziare a cantare.
Ormai, di nuovo. Domani, vedo il domani” (Ojamaa, 2001, p. 237. In questa mia traduzione in italiano ho integrato la versione francese proposta da Ojamaa, un poco confusa, con quella inglese proposta da Mägi & Toulouze, 2002, p. 433).

Anche in questo canto lo spirito dell’agarico è considerato femminile, denominato “la madre degli agarici”, e nella frase finale (“vedo il domani”) sembra esservi un accenno alla funzione divinatoria della pratica d’impiego del fungo.

Indagini ancor più recenti, svolte da etnografi della Repubblica Ceca, hanno aggiunto un’ulteriore particolare sull’impiego passato del fungo fra i Nenet della Foresta: gli sciamani, dopo averli seccati, ingerivano sette agarici, ingerendo prima quello più grande e poi gli altri sino all’ultimo che era il più piccolo (L.K. Agičevová, rip. in Havelka, 2015, p. 130).

I luoghi sacri dei Nenet della Foresta furono distrutti soprattutto a causa della “febbre del petrolio” degli anni ’50, che sparse di trivelle e di altri edifici dell’industria petrolifera l’area abitata dai Nenet. Uno di questi luoghi sacri, Kapi-Tyakhan-Nyotu, aveva come nume tutelare una divinità di nome Tyaptu Kahe. Un’allevatrice di renne, tale Y.K. Vella, ora deceduta, pubblicò agli inizi del 2000 un dizionario toponimico relativo al territorio nenet in cui riportò (mukhomor è il nome russo dell’agarico muscario):

“Il principale luogo sacro del fiume Vatyegan era situato a dieci passi dall’ufficio del LUKOIL. Lo sciamano Yancha praticò qui un rito nel 1946 e predisse ai miei genitori la mia nascita e la morte di mio padre. Oggigiorno, quando guido [l’auto] lungo il villaggio dei lavoratori del petrolio, lascio segretamente una moneta qui. Sebbene la moneta cada con un “clink” sul freddo asfalto, nella mia testa cade sul caldo lichene del sacro poggio. Quindi sento chiaramente il suono del tamburo dello sciamano Yancha. E canto nella mia mente il suo canto sciamanico: “Mukhomor, madre mukhomor! / Su una gamba / Su una stabile gamba / Tu starai” (Dudeck, 2017, pp. 160-170).

 

Altre etnie siberiane

Ket – Un tempo chiamati Ostiachi dello Yenisei, i Ket vivono nelle aree del fiume Yenisei e dei suoi tributari. Oggigiorno sono un piccolo gruppo di circa 1200 persone, e nel passato vivevano nelle foreste comprese fra lo Yenisei Superiore e la punta meridionale del Lago Baikal; successivamente furono spinti più a nord per la pressione di popolazioni pastorali.

Negli anni 1912-14 Kai Donner intraprese studi linguistici sul campo presso i Ket, e registrò alcune scarne notizie sull’impiego dell’agarico muscario, ch’essi chiamano haηgo, osservando come non venisse più usato. Questo fungo veniva impiegato dagli sciamani, i quali ne ingerivano in numero di sette. All’etnografo fu comunicato che solo gli sciamani o coloro che intraprendevano la carriera di sciamano potevano mangiare il fungo impunemente, mentre per gli altri individui si trattava di un fungo mortale (Donner, 1933, pp. 81-2).

Nel corso di una più recente ricerca sul campo lungo il fiume Yelogui, nel 2008, l’etnografo Edward Vajda ricevette conferma da un’anziana donna ket che gli sciamani un tempo usavano l’agarico per raggiungere lo stato di trance. Come fra i Khanty (si veda L’Amanita fra i Khanty), anche presso i Ket il numero sette rientra in maniera prominente nelle credenze cosmografiche. Ad esempio è ritenuto che ogni persona sia animata da sette spiriti, di cui il più importante è l’ulvei (o ulbei); questa, che ha l’aspetto di una piccola persona, è ritenuta essere l’essenza immortale associata agli uomini e anche agli orsi. Quando un uomo muore il suo ulvei sale in cielo o scende sottoterra e più tardi tornerà ad abitare in un altro uomo alla sua nascita. La malattia si forma quando l’ulvei si allontana troppo dal suo proprietario. Il compito dello sciamano è quello di ricatturare l’ulvei che per un qualche motivo si era allontanato – ad esempio perché era stato rubato – e riportarlo al suo proprietario; per fare ciò opera in uno stato di trance. Fra i Ket entrambi uomini e donne potevano diventare sciamani, e nella successiva generazione il dono sciamanico passava a un membro di sesso opposto. Vajda ritiene che non ci siano più veri sciamani fra i Ket, essendo l’ultimo deceduto negli anni ‘1970 (Vajda, 2010).

I Ket si tramandano un curioso mito d’origine dei funghi, intendendo, a quanto pare, i funghi in generale e non specificatamente quelli inebrianti (riportato da Anuchin, 1914, p. 9 e riproposto in Samorini, 2022).

Selkup – Quando i Ket raggiunsero la tundra, entrarono in contatto e in conflitto con i Samoidei. Tuttavia molti Ket furono influenzati dai Samoidei, e una parte si fuse con questi portando alla creazione di un gruppo misto, gli Ostiachi-Samoidei, o Selkup, parlanti samoideo ma mantenenti i costumi ket (Shimkin, 1939). Un accenno al loro impiego dell’agarico muscario, datato agli inizi del XX secolo, riguardava specificatamente i Selkup del distretto di Narym. Tuttavia a partire dal 1912-14 questo costume non sembra più essere praticato (Donner, 1933, pp. 81-2). Più recentemente, un gruppo di etnografi e filologi russi hanno riportato qualche dettaglio sull’impiego del fungo, comunicatogli da anziani selkup. Essi erano soliti preparare una bevanda alcolica a base di ginepro in cui facevano macerare alcuni agarici. Assumevano il fungo anche da solo, secco, e ritenevano che dopo i 40 anni d’età tutti dovessero provare almeno una volta il fungo per comunicare con i loro parenti deceduti (Tuchkova et al., 2012, pp. 94 e 160-1).

Yakuti – Appartenenti al ceppo linguistico turco e autodenominati Sacha, gli Yakuti vivono nella regione siberiana della Yakutia o Sakha. Riguardo l’impiego dell’agarico, è noto solamente un accenno nel testo del geografo tedesco Johann G. Georgi (1780, II, p. 394). Viene detto che gli Yakuti assumono costantemente il kumiss (bevanda fermentata a base di latte di giumenta) e fumano tabacco, e quando possono bevono il brandy che acquistano dai Russi. Quando non hanno brandy usano l’agarico muscario.

Jukaghiri – Anche per questa piccola etnia della Siberia nord-orientale è noto un riferimento all’impiego dell’agarico muscario, presente nella monografia etnografica di Jochelson degli inizi del XX secolo. Viene riportato che denominano l’agarico con il termine can-pai, “ragazza-albero”, e che era l’unico fungo utilizzato da questa popolazione, poiché consideravano tutti gli altri funghi come qualcosa di sporco, dato che ritenevano che crescessero dall’urina dei cani (Jochelson, 1910, p. 419). Simchenko ha riportato più recentemente che “ci sono oggigiorno pochi Jukaghiri che conoscono bene l’agarico” (Simchenko, 1993, p. 33).

Even – Denominati un tempo Lamut, questa piccola etnia distribuita nelle regioni centrali e orientali della Siberia settentrionale appartiene al ceppo linguistico manciu-tunguso. Esiste un unico accenno all’impiego dell’agarico in uno scritto dello svedese Sten Bergman (Bergman, 1926, p. 160, rip.in Wasson, 1968, p. 285).

Komi – I Komi vivono nella Russia europea nord-orientale. V’è un solo riferimento all’uso dell’agarico muscario. Interessante il fatto che si tratta di un riferimento del periodo sovietico. L’etnografo Ethel Dunn ha riportato quanto riferitogli da un collega, di cui non riporta il nome, che lavorò per molti anni nell’area dove vivono i gruppi komi. Una volta, mentre lo studioso stava raccogliendo piante medicinali, un Komi gli offrì della polvere di agarico muscario nella misura di un cucchiaio da tè, da ingerire insieme a tè di Inonotus obliquus (Ach. ex Pers.) Pilát (fungo parassita delle betulle). Lo studioso provò una piacevole euforia che durò per tutto il giorno. In diverse altre occasioni i Komi gli offrirono l’agarico, nella regione del fiume Pechora, nelle cittadine di Nar’ian Mar e di Salekkard (questa sul fiume Ob), e nella regione di Perm (Dunn, 1973). Se ne deduce che fra i Komi attuali l’impiego del fungo non è più rituale né impiegato per scopi sciamanici, ma viene usato dalla popolazione come stimolante ed euforizzante.

Tofalar – I Tofalar o Tofa sono una piccola etnia di lingua turchica che vive nell’Oblast di Irkutsk, nella Siberia centro-meridionale. Non è noto un loro impiego dell’agarico, nemmeno nel passato. Tuttavia merita essere citato un loro canto moderno con le seguenti parole: “Perché il tofalar non è allegro oggi? A quanto pare perché l’amanita muscaria non è matura” (Simchenko, 1993, p. 33).

Nganasani – Questo piccolo gruppo etnico appartenente alla famiglia samoidea vive principalmente nella penisola del Tajmyr, nella Siberia settentrionale occidentale. Sebbene l’etnografo Simchenko, che stette a lungo fra gruppi di questa etnia, non abbia mai trovato tracce dell’uso del fungo, egli ha accennato al fatto che nel passato erano soliti consumarlo, e che un governatore della città di Krasnojarks, che si interessava dei costumi dei nativi, aveva riferito che per gli Nganasani il più grande piacere era mangiare l’agarico muscario (Simchenko, 1993, p. 33).

Russi e Cosacchi – Russi e Cosacchi stanziatisi in Siberia vennero a conoscenza dell’agarico muscario dai gruppi nativi, e si hanno notizie che li consumavano per motivi edonistici; spesso lo usavano come sostituto della vodka. Fra i primi documenti a riguardo v’è quello di Krasheninnikov del 1755, che riportò l’impiego fra i Cosacchi in Kamchatka ch’egli ebbe occasione di osservare di persona. Descrisse alcuni casi che sembrano stare al confine fra il reale e il fantasioso, o che sono probabilmente frutto dell’esagerazione di fatti realmente accaduti. Cita il caso di un ufficiale militare il quale, dopo aver mangiato il fungo, questi gli ordinò di auto-strangolarsi con lo scopo di suscitare ammirazione nei presenti, che lo salvarono fermandolo nella sua azione autodistruttiva. Un altro Cosacco sotto effetto del fungo si inginocchiò di fronte ai presenti e confessò tutti i suoi peccati, e in un altro caso sempre un soldato cosacco era solito mangiare piccoli pezzi del fungo come stimolante per intraprendere lunghe camminate; ma una volta, avendone mangiato molto, si schiacciò i testicoli e morì (Krasheninnikov, 1755, 2, p. 110-1).

Un secolo più tardi, Adolph Erman riportò che i Russi di Klynchevsk raccoglievano grandi quantità del fungo, con il quale preparavano un decotto acquoso, probabilmente senza seccarli previamente, e cercavano di togliere il sapore per loro disgustoso aggiungendo diversi succhi di bacche (Erman, 1848, p. 306).

Si hanno alcune notizie riguardo gli abitanti della cittadina di Markovo, situata nel Distretto di Anadyrsky della regione della Chukotka. Fondata dai Russi, già alla fine del XIX secolo era abitata principalmente da Russi e da Ciuvani russificati che avevano assorbito i costumi e la lingua dei Cosacchi. Entrambi i gruppi etnici di Markovo avevano subito una forte influenza culturale dei Chukchi che vivevano attorno al loro paese.

Verso la fine del XIX secolo Gerhard Maydell riportò che a Markovo, quando gli abitanti avevano difficoltà a procurarsi dell’alcol, consumavano l’agarico muscario (Maydell, 1893, pp. 330 e 681). Nel medesimo periodo un Ciuvano di Markovo di nome Afanasii D’iachkov descrisse in un suo manoscritto la vita di questa cittadina ai suoi tempi. In alcune pagine riportò l’impiego dell’agarico fra gli abitanti (pagine che ho fatto tradurre e posto come Appendice nel mio testo Samorini, 2022), che sono state così riassunte da Dunn:

“Gli abitanti ritenevano che se mangiano il primo fungo [muscaria] che incontrano, ne avrebbero incontrati altri. Se una persona assumeva da sola l’agarico le sue visioni sarebbero state più terribili di quando lo avesse assunto in compagnia. La dose più piccola era di tre funghi; se ne potevano aggiungerne altri, ma non tutti subivano il medesimo effetto. I funghi venivano generalmente mangiati interi, ma erano a volte mescolati con altro cibo o bolliti in acqua, che veniva poi bevuta. La pratica consisteva nello sedersi in cerchio mangiando tre o più funghi, dopodiché tutti i partecipanti tornavano nelle loro case. Tuttavia, in una qualche maniera, essi rimanevano in comunicazione fra di loro, nella misura in cui sapevano chi era inebriato e chi no. Apparentemente il motivo di riunirsi insieme era quello di avere una persona che masticava il fungo e lo passava quindi al vicino, con suggerimenti-sussurri su cosa la persona vedeva. Una persona che non sapeva nulla di sciamanesimo si sarebbe messa ad agire come uno sciamano, e gli sciamani ai quali era richiesto di curare un malato o divinizzare su qualche materia segreta spesso chiedevano in anticipo l’agarico” (Dunn, 1973, p. 489).

Infine, l’impiego dell’agarico è stato registrato agli inizi degli anni ’70 – quindi in pieno periodo sovietico – presso non meglio identificati “cacciatori dei monti Urali”, dei quali è stato detto che ingerivano pezzi del fungo per inebriarsi e per avere delle allucinazioni. Essi usavano anche piccole quantità del fungo per rimuovere la fatica in sostituzione della vodka (Dunn, 1973, p. 489).

 

Si vedano anche:

 

 

ANUCHIN V.I., 1914, Ochere shamanstva u Yeniseiskikh Ostyqakov [“Una linea di sciamanesimo fra gli Ostiachi Yenisei”], Sbornik Muzeya Antropologii i Etnografii, vol. 2, pp. 1-89.

BATYANOVA P. YELENA, 1999, Mukhomor v lechebnoy i obryadovoy praktike norodov Sibiri [“L’agarico muscario nella pratica medica e rituale dei popoli della Siberia”], v: Materialy mezhdunarodnogo kongressa “Shamanism i Inyye Trasditsionnyye verovaniya i praktiki” [“Atti del Congresso Internazionale ‘Sciamanesimo e altre pratiche e credenze indigene spirituali’”], 7-12/6/1999, Institutom Etnologii i Antropologii RAN, Moskva, pp. 69-81.

BERGMAN STEN, 1926, Vulkane, Bären und Nomaden, Strecker und Schröder, Stuttgart.

DONNER KAI, 1933, Ethnological notes about the Yenisey-Ostyak (in the Turukhansk region), Soumalais-Ugrilainen Seura, Helsinki.

DUDECK STEPHAN et al., 2017, Safeguarding sacred sites in the Subarctic zone. Three case studies from Northern Russia, in: L. Heinämäki & T.M. Herrmann (Eds.), Experiencing and protecting sacred natural sites of Sámi and other indigenous peoples, Springer, pp. 159-180.

DUNN ETHEL, 1973, Russian use of Amanita muscaria: a footnote to Wasson’s Soma, Current Anthropology, vol. 14(4), pp. 488-492.

ERMAN ADOLPH, 1848, Reise um die Erde durch Nord-Asien und die beiden Oceane in den Jahre 1828, 1829 und 1830, G. Reimer, Berlin.

GEORGI G. JOHANN, 1780, Russia, or a compleat historical account of all the nations which compose that empire, 2 vols., J. Nichols et al., London.

HAVELKA RUDOLF, 2015, Náboženství Lesních Nĕnců v ekologické perspektivĕ [“La religione dei Nenet della Foresta in una prospettiva ecologica”], Dizertační práce, Filozofická Fakulta, Masarykova Univerzita, Brno.

JOCHELSON WALDEMAR, 1910, The Yukaghir and the Yukaghirized Tungus, The Jesup North Pacific expedition, vol. IX, Memoir of the American Museum of Natural History, New York.

KANNISTO ARTTURI, 1958, Materialen zur Mythologie der Wogulen, Suomalais-Ugrilainen Seura, Helsinki.

KARJALAINEN KUSTAA FREDERIK, 1927, Die Religion der Jugra-Völker, vol. III, Folklore Fellows Communications vol. 63, Suomalainen Tiedeakatemia, Helsinki.

KRASHENINNIKOV STEPAN, 1755, Opisaniye Zyemli Kamchatki [“Descrizione della terra di Kamchatka”], 2 vol., Imperatorskaya Akademiya Nauk, S. Petersburg.

LANGSDORF HOFRATH, 1809, Einige Bemerkungen, die Eigenschaften des Kamtschadalischen Fliegenschwammes, Annalen der Wetterauischen Gesellschaft für die gesammte Naturkunde, 1, pp. 249-256.

LEHTISALO V. TOIVO, 1924, Entwurf einer Mythologie der Jurak-Samojeden, Mémoires de la Société Finno-Ougrienne, Helsinki.

MÄGI KAUR & EVA TOULOUZE, 2002, On Forest Nenets shaman songs, In: AA.VV., Mihály Hoppál 60, Akadémiai Kiadó, Budapest, pp. 417-435.

MAYDELL GERHARD, 1893, Reisen und Forschungen im Jakutskischen gebiet Ostsibiriens in den Jahren 1861-1871, Buchdruckerei der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften, St. Petersburg.

MUNKÁCSI BERNÁT, 1892, Vogul népköltési gyujtemény [“Raccolta di racconti popolari vogul”], Magyar Tudományos Akadémia, Budapest.

OJAMAA TRIINU, 2001, De quelques orientations nouvelles de la musique traditionnelle nénetse, Boreales, vol. 82/85, pp. 217-248.

SAMORINI GIORGIO, 2016, Mitologia delle piante inebrianti, Studio Tesi, Roma.

SAMORINI GIORGIO, 2022, Muscaria. Etnografia di un fungo allucinogeno, Youcanprint, Tricase (LE).

SHIMKIN B.D., 1939, A sketch of the Ket, or Yenisei “Ostyak”, Ethnos, vol. 4(3-4), pp. 147-176.

SIMCHENKO YURIY, 1993, Obychnaya shamanskaya zhizn. Etnograficheskiye ocherki [“Vita sciamanica ordinaria. Saggi etnografici”], Instituta Etnologii i Antropologii RAN, Moskva.

STELLER W. GEORG, 1774, Beschreibung von dem Lande Kamtschatka, dessen Einwohnern, deren Sitten, Nahmen, Lebensart und verschiedenen Gewohnheiten, Fleischer, Frankfurt und Leipzig.

TOULOUZE EVA, 2004, On Forest Nenets narrative genres, in: A. Leete & Ü. Valk (Eds.), Studies in Folk Culture. Vol. 2. People’s lives: songs and stories, magic and law, Tartu University Press, Tartu, pp. 36-64.

TUCHKOVA N.A. et al., 2012, Sel’kupy. Ocherki traditsionnoy kul’tury i sel’kupskogo yazyka [“Selkup. Saggi sulla cultura tradizionale e sulla lingua Selkup”], Izdatel’stvo Tomskogo politekhnicheskogo Universiteta, Tomsk.

VAJDA J. EDWARD, 2010, Ket Shamanism, Shaman, vol. 18(1-2), pp. 125-143.

WASSON R. GORDON, 1968, Soma. Divine mushroom of immortality, Harcourt Brace Jovanovich, New York.

 

  • Search