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Racconti persiani sul vino
Persian tales on the wine’s origin
La seguente leggenda persiana riguardante le origini della vite e del vino è tratta dal “Libro del nuovo anno”, un testo steso probabilmente nel XI secolo e attribuito all’erudito Khayyâm (‘Umar Khayyām). E’ stata tradotta dal persiano in tedesco da Rudolf Gelpke, che la inserì nel suo saggio Vom Rausch im Orient und Okzident del 1966. La seguente traduzione in italiano dal tedesco è per mano di Gianluca Toro, che ha curato la traduzione di tutto il saggio di Gelpke nella recente edizione per i tipi Mimesis (2025).1
Una volta regnava a Herat un potente re di nome Schamiran. Un giorno, mentre teneva un’udienza all’aperto, apparve improvvisamente un’imponente aquila che, gridando, scese a precipizio a terra, non lontano dal sovrano. Lì i presenti videro un serpente che si era avvolto intorno al collo dell’uccello e tentava di morderlo. Ma ancor prima che riuscisse a farlo, il figlio del re, su ordine di suo padre, colpì con una freccia la testa guizzante di sangue del serpente, fissandola al suolo.
L’aquila salvata se ne volò via. Ritornò precisamente un anno più tardi, portando alcuni semi nel becco che depose lì dove quella volta la freccia uccise il serpente. Il re fece piantare i semi in terra e da lì crebbero rami, foglie e grappoli come mai fino ad allora si era ancora riuscito a vedere in tutto il regno. I chicchi erano molto succosi e quando cadevano al suolo facevano schizzare un succo, ma per paura che potessero essere velenosi nessuno ebbe il coraggio di assaggiarli.
Alla fine il principe e i suoi eruditi consiglieri convennero di raccogliere il succo dei chicchi in un grande vaso e di farlo controllare e tenere sott’occhio da un giardiniere. Dopo alcuni giorni il liquido iniziò a gorgogliare come se cuocesse senza fuoco. La sorpresa fu grande. In conclusione, si decise di chiamare lì un delinquente dal carcere e di dargli da bere il succo.
Dopo il primo sorso il malfattore contrasse il volto; ma dopo che lo si costrinse a bere ancora un secondo bicchiere, divenne improvvisamente allegro e baldanzoso. Rideva, ballava, scherzava e pregava il re che gli facesse il favore di poter assaggiarne ancora. Dopo, avrebbe potuto fare di lui ciò che voleva, poiché un giorno l’uomo sarebbe dovuto in ogni caso morire.
Quindi, si porse al prigioniero un terzo bicchiere. Egli lo vuotò avidamente; ma subito dopo la sua testa sembrò diventare pesante, iniziò a inciampare e a barcollare, poi cadde steso a terra, non si mosse più e rimase, stando a quanto disse, profondamente addormentato.
L’indomani il malfattore era di nuovo vispo. Il re lo interrogò sulla sua esperienza ed egli rispose che il primo bicchiere aveva un gusto amaro, ma dopo il secondo l’allegria aveva inondato il suo cuore, il mondo e la vita gli erano apparsi leggeri e sereni, e la differenza tra la maestà del sovrano e la sua di povero diavolo non gli sembrava per nulla così grande: dolore e miseria erano dimenticati. Dopo il terzo bicchiere, alla fine era caduto in un sonno quale non avrebbe potuto augurarsene di più profondo e migliore. In seguito il re perdonò il malfattore e lo lasciò andar via.
Pure gli eruditi ne discussero e giunsero alla conclusione che quel liquido sarebbe stato per gli uomini un grande beneficio, e lo chiamarono “vino”, la pianta che lo produce “vite”; e ancora oggi si può vedere di fronte alla città di Herat il giardino in cui per la prima volta crebbero i grappoli della pianta.2
Gelpke ha individuato un’altra versione della medesima leggenda inserita nell’opera araba “Pianure dorate e miniere di pietre preziose” dello scritto re Ali al-Mas’udi vissuto nel X secolo. Vi sono alcune differenze con la versione persiana, riassunte da Gelpke come segue: il sovrano è un re di Siria. Questi uccide un serpente che minaccia un nido di uccelli. Anche lui l’uccello dona alcuni semi come ringraziamento. I chicchi della pianta sconosciuta che spunta da lì vanno in fermentazione, ma gli effetti del loro succo sono verificati non su un criminale, bensì su un vegliardo. Alla fine il re concede il diritto di assaggiare il vino così scoperto solo a se stesso.3
La presenza dell’aquila, del serpente e di una pianta dal valore di “pianta della vita” nelle due versioni di questa leggenda, e la constatazione della sovrapposizione dell’area geografica con l’antica Mesopotamia, portano a vederle intimamente legate ai più antichi miti de La pianta della procreazione di Etana e La pianta dell’irrequietezza di Gilgamesh.
Il tema della temuta velenosità del vino, che richiede l’intervento di un primo assaggiatore, vuoi un carcerato o un anziano, si ritrova in un altro racconto persiano riguardante l’origine del vino, dove a provarlo è una donna che intende suicidarsi von questo nuovo veleno. Questo racconto situa la scoperta del vino durante il regno di Jamshid, quarto monarca della leggendaria dinastia Pishdadiana fondata da un “primo uomo” zoroastriano, Keiomarz:
Al re Jamshid piaceva molto l’uva, che cresceva solamente d’estate. Una volta egli ordinò che una grande quantità d’uva fosse depositata in una giara per essere consumata in inverno. Controllando la giara dopo un po’ di tempo, egli si accorse che il succo dell’uva era fermentato. Pensando che si fosse trasformato in un liquido velenoso, fece apporre sulla giara un’etichetta con la scritta “veleno”, e ordinò che fosse collocata in un angolo nascosto del magazzino reale, in modo da essere fuori dalla portata di mano di chiunque. Un’ancella della corte reale venne a sapere della giara velenosa. Dato che soffriva di una pesante emicrania, pensò di suicidarsi al fine di liberarsi definitivamente di questo dolore. Si recò furtivamente nel magazzino reale, e bevve una certa quantità del contenuto di quella giara, ma, con sua sorpresa, trovò che la bevanda, invece di ucciderla, la addormentò dolcemente e, al risveglio, l’aveva guarita. L’ancella comunicò il fatto al re Jamshid, che fu molto compiaciuto per questa scoperta. Il re e i suoi cortigiani si misero a usare la bevanda nei momenti di gioia e allegria. Il vino fu chiamato shâh daroo, cioè “vino reale”, per il fatto che fu scoperto dallo shàh, il re. Si dice che in Persia ancora oggi il vino viene a volte chiamato zeher-i-khoosh, cioè “veleno piacevole”, per il fatto d’essere stato inizialmente considerato un veleno dal re Jamshid.4
Note
1 – Rudolf Gelpke, 2025, L’ebbrezza in Oriente e Occidente, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI). Traduzione di Gianluca Toro.
2 – Gelpke ha riportato la seguente citazione bibliografica da cui ha tratto la versione persiana di questa leggenda: Nourunznâmeh, Teheran 1933, p. 65 ss. La traduzione in tedesco per opera del medesimo Gelpke è presente in Persianisches Schatzkästlein, Basel 1957, p. 13 ss.
3 – A. al-Mas’udi, Morudsch az-zaheb wa ma’âden al-dschouhar, vol. IX, a cura di C.B. De Meynard, A.P. De Coutreille, Paris 1861-1877, vol. II, p. 88 ss.
4 – Modi J. Jiavanji, 1927, Wine among the ancient Persians, Asiatic Papers, vol. 3, pp. 231-246, p. 233.
Si vedano anche: