Amanite psicoattive

The psychoactive Amanitas

 

 

Al genere Amanita appartengono sia funghi commestibili e notoriamente prelibati, quali l’Amanita caesarea, sia funghi estremamente velenosi, di quelli che tristemente non perdonano l’errore di averli ingeriti, quali l’Amanita phalloides, sia funghi dotati di proprietà inebrianti, il più noto dei quali è l’Amanita muscaria (L.) Lam., popolarmente nota come agarico muscario.

Con il suo caratteristico cappello rosso cosparso di scaglie bianche, l’agarico muscario è uno dei più appariscenti funghi dei boschi. E’ il fungo più noto nelle culture occidentali, al punto che nei più disparati ambiti culturali ha acquisito il ruolo di rappresentante della classe di tutti i funghi. E’ il classico fungo dell’iconografia eurasiatica, raffigurato innumerevoli volte nelle fiabe per bambini, nei temi natalizi e nei più disparati oggetti folclorici.

L’agarico muscario è anche, e soprattutto, un fungo inebriante, un fungo che induce esperienze mentali di carattere visionario. La relazione umana con questo fungo ha origini molto antiche, con una storia complessa e articolata; una storia di cui si è sinora riusciti a ricostruire solamente alcuni sparsi tasselli. Il suo impiego tradizionale come fonte visionaria si è conservato oggigiorno principalmente nella Siberia settentrionale e in alcune aree dell’America del Nord, e testimonianze etnografiche, iconografiche e letterarie di un suo impiego come fonte inebriante nel passato, a volte molto recente, sono presenti in tutta l’Eurasia (si vedano L’Amanita muscaria in Siberia e L’Amanita nelle Americhe). In questa pagina presento un insieme di dati che possono essere utili per meglio comprendere alcune questioni etnografiche riguardanti l’impiego umano di questo fungo.

(sx) Amanita muscaria; (d) Amanita pantherina

L’Amanita muscaria

Le caratteristiche macroscopiche che fanno identificare a prima vista l’agarico muscario sono: il cappello rosso cosparso di macchie bianche; la presenza di un anello nel gambo; la nascita di questo fungo da un ovulo che, prima di dischiudersi, ha l’aspetto di un vero e proprio uovo (l’ovulo da cui nasce il fungo è avvolto da un velo bianco, il quale si rompe per via della dilatazione nel corso della crescita del fungo, e sul cappello permangono i residui di questo velo, rappresentati dalle scaglie bianche che lo cospargono).

E’ il caso di precisare che queste caratteristiche morfologiche non sono specifiche dell’Amanita muscaria, ma sono presenti anche in altre specie del genere Amanita, di cui alcune caratterizzate da proprietà velenose mortali. Tuttavia, il fungo dal cappello cosparso di macchie bianche è per antonomasia l’agarico muscario, e ciò è valido particolarmente nei contesti iconografici, inclusi quelli archeologici (Samorini, 2020).

Una delle prime (forse la prima) raffigurazione dell’Amanita
muscaria nella letteratura europea. Clusius, 1601, Rariorum plantarum
historia, libro IV, p. 280

Questo fungo, come tutte le specie del genere Amanita, intrattiene relazioni ectomicorrize con diverse specie di alberi: principalmente, e forse originalmente, betulle, larici e altre conifere. Ma può estendere questa relazione simbiotica a diversi altri alberi e arbusti dei nuovi ambienti ecologici in cui si viene a trovare. Nel corso della sua recente diffusione nell’emisfero meridionale si è adattato a intrattenere relazioni simbiotiche con specie di Nothofagus, Kunzea, Leptospermum, Eucalyptus, ecc., evidenziando un notevole adattamento ecologico (Geml et al., 2006). Ad esempio, nella sua recente diffusione in Colombia, avvenuta verso la metà del XX secolo e indotta dall’attività antropica di riforestazione mediante importazione di pini provenienti dal Nord America e di eucalipti e acacie provenienti dall’Australia, questo fungo ha esteso il suo habitat anche a specie locali di Quercus humboldtii (Vargas et al., 2019; si veda L’Amanita nelle Americhe).

Dal punto di vista corografico, l’Amanita muscaria è presente in Europa, Asia, Nord America, Centro America, Africa centrale e meridionale, Australia e Nuova Zelanda, e ora anche in America del Sud. La presenza in Africa e nell’America meridionale parrebbe essere di recente data, indotta, come detto, dall’attività antropica di rimboschimento con alberi provenienti da altre regioni in cui è presente questo fungo. Anche la presenza in Australia e in Nuova Zelanda parrebbe essere dovuta a recenti trapianti di alberi esotici.

E’ opportuno puntualizzare che esistono altre specie di Amanita psicoattive producenti i medesimi principi attivi della muscaria e dotate anch’esse di maculazioni nel cappello. Fra queste va citata l’Amanita pantherina (DC.) Krombh., popolarmente nota come agarico panterino, che in diversi casi può risultare più potente della muscaria nelle sue proprietà psicoattive (Feeney & Stijve, 2010). Di taglia generalmente più piccola della congenere, e con un cappello di colore brunastro, verificata la sua ubiquità in Eurasia e nell’America settentrionale, da tempo sospetto un suo maggior coinvolgimento nella relazione umana con questo tipo di funghi, solitamente ascritta pressoché unicamente all’agarico muscario. Al momento conosciamo un solo dato etnografico di impiego tradizionale di questo fungo fra i nativi della California (si veda L’Amanita nelle Americhe). L’Amanita pantherina è diffusa in Europa, Asia, Africa, e nelle Americhe. Anche per questa specie la sua presenza in Africa e in Sud America parrebbe essere dovuta a cause antropiche di riforestazione.

Disegno dell’Amanita muscaria da Franciscus van Sterbeeck, 1675, Theatrum fungorum, n. 22, 63A

Fra le altre amanite psicoattive con il cappello maculato cito ancora: la specie giapponese A. ibotengutake T.Oda, C. Tanaka & Tsuda, identificata originalmente in Giappone (Oda et al., 2002) e ora riscontrata anche nella Korea del Sud (Kim et al., 2013); A. gemmata (Fr.) Bertill. e A. strobiliformis (Paulet ex Vittad.) Bertill., entrambe diffuse principalmente in Europa e in Nord America, e A. alpinicola C.L. Cripps & J.Lindgr., recentemente identificata in alcuni stati degli USA, fra cui Montana, Idaho, California, Washington (Cripps et al., 2017; per un’approfondita presentazione delle amanite psicoattive del Nord America si veda Feeney, 2020).

Da un punto di vista prettamente etnografico si potrebbe parlare di un “complesso di amanite inebrianti maculate”, dove le macchie sul cappello avranno assunto specifici valori semantici presso le etnie che hanno impiegato questi funghi come fonte inebriante; simbolismi che sono per lo più andati perduti e che solo in rari casi si sono conservati come “fossili semantici” di natura astrale o spirituale. Presso alcuni gruppi etnici nahua del Messico le macchie bianche del cappello sono paragonate (o identificate) con le stelle della volta celeste, mentre fra i Khanty della Siberia sono considerate il luogo in cui risiedono gli spiriti di questo fungo (Samorini, 2022).

Recenti studi genetici stanno chiarendo la genesi dell’Amanita muscaria. Questo fungo originò in un imprecisato momento dell’era Terziaria (che iniziò attorno ai 65 milioni di anni fa) nell’area geografica denominata Beringia, cioè quella fascia di territorio che include l’estrema Siberia orientale e l’Alaska, in un tempo in cui questi territori erano uniti fra loro da un lembo di terra che oggi è coperto dal mare (stretto di Bering), e ancor prima da più estesi ponti di terra nord atlantici. Successivamente questo fungo si evolvette in tre cladi, denominati Eurasiatico, Alpino-Eurasiatico e Nord Americano. I cladi Eurasiatico (III) e Alpino-Eurasiatico (II) si differenziarono attorno ai 12 milioni di anni fa. I tre cladi si diffusero come segue: innanzitutto si propagò il clade III verso il Giappone e verso la penisola scandinava; quindi il clade II si diffuse verso il Giappone e verso l’Europa centrale e mediterranea. Il clade I si formò più tardi e si propagò nell’America del Nord sino a raggiungere l’America Centrale (Oda et al., 2004; Geml et al., 2006).

Per quanto riguarda l’A. pantherina, parrebbe essersi differenziata in almeno due cladi, Eurasiatico e Nord Americano; la differenziazione in questi due cladi sembra essere più antica della differenziazione dei cladi II e III dell’A. muscaria (quindi prima di 12 milioni di anni fa); non è ancora chiaro se A. pantherina sia originata in Eurasia e quindi sia migrata in Nord America, o viceversa (Oda et al., 2004).

Un ulteriore studio filogenetico ha evidenziato come la realtà tassonomica di A. muscaria sia ancor più complessa. Accanto ai tre cladi già riconosciuti, ne sono stati individuati altri cinque, quattro di questi in Nord America e uno in Giappone. Gli otto cladi sembrerebbero corrispondere a otto differenti specie filogenetiche. Ecco quindi che la visione dell’A. muscaria come un unico fungo comune, molto diffuso e facilmente identificabile, non corrisponde alla realtà, che lo vede piuttosto costituito da un articolato insieme di cladi filogenetici, in definitiva differenziato tassonomicamente in un folto insieme di endemismi eco-regionali (Geml et al., 2008).

 

Alcuni chiarimenti sulla biochimica dell’Amanita muscaria

Per quanto riguarda i principi attivi dell’Amanita muscaria, la storia della loro ricerca è costellata da fallimenti ed errori d’identificazione; una storia su cui è opportuno soffermarci, onde evitare di ripetere quelle errate informazioni che si sono succedute da un secolo e che continuano a essere riproposte da disinformati studiosi di tutte le discipline.

Il primo composto a essere identificato nell’agarico muscario fu la muscarina (Schmiedeberg & Koppe, 1869), molecola che prese il nome da quello di questo fungo, e sebbene gli studi successivi abbiano evidenziato che questa molecola è presente in concentrazioni bassissime, per quasi un secolo si ritenne che fosse la muscarina responsabile degli effetti psicoattivi di questo fungo. Ma la muscarina è tossica e non psicoattiva, e la sua presenza in concentrazioni così basse non può giustificare la maggior parte degli effetti dell’agarico muscario, in particolare quelli visionari.1

Sin dagli inizi del XX secolo diversi studiosi avevano ritenuto che l’agarico muscario producesse alcaloidi tropanici, in particolare una non meglio identificata “pilzatropina”. Gli alcaloidi tropanici allucinogeni, quali atropina, scopolamina e iosciamina, sono presenti in un folto gruppo di piante della famiglia delle Solanacee, fra cui le più note sono la belladonna, il giusquiamo, la datura, la mandragora. In seguito ad analisi chimiche svolte su campioni sudafricani sia di A. muscaria che di A. pantherina, si ritenne di aver identificato la pilzatropina con la l-iosciamina o atropina (Lewis, 1955).

Un’altra notizia errata che continua a essere riportata è la presenza di bufotenina come principio attivo dell’A. muscaria. La bufotenina è una triptamina allucinogena scoperta inizialmente in rospi del genere Bufo (da cui il nome), e successivamente in fonti visionarie vegetali, fra cui i semi di specie di Anadenanthera impiegati sin dall’antichità come polveri da fiuto nell’America Latina (si veda Il complesso inalatorio andino).Verso la metà del XX secolo studiosi tedeschi riportarono di averla ritrovata in A. muscaria e A. pantherina (Wieland & Motzel, 1953). Questo dato, mai più confermato dalle successive analisi chimiche, a più riprese fu citato nella letteratura, anche in quella umanistica. Ad esempio, fu riportata da Howard Fabing in uno scritto dove discusse il fenomeno dei berserker, i furiosi guerrieri della mitologia nord-europea, prendendo in considerazione la possibilità che questi guerrieri utilizzassero l’agarico muscario per conseguire il loro stato di furore bellico (Fabing, 1956). Lo scritto di Fabing godette di una certa notorietà fra gli antropologi, così come fra gli psichiatri (fu pubblicato in una rivista di psichiatria), e sospetto che sia stato il binario principale di diffusione della notizia della bufotenina come principio attivo dell’agarico muscario (la bufotenina è presente in altre specie di Amanita, come si vedrà oltre, che tuttavia non inducono effetti psicoattivi quando assunte oralmente).

In definitiva, in differenti periodi di un ormai lontano passato, muscarina, atropina e bufotenina furono considerati i principi attivi responsabili degli effetti inebrianti dell’agarico muscario; notizie obsolete che continuano a essere acriticamente riproposte.

Un’ulteriore notizia che non fu più confermata riguarda il ritrovamento da parte di un’équipe francese di amatossine nell’agarico muscario (Faulstich & Cochet-Meilhac, 1976). Nella medesima indagine biochimica si pretese di aver individuato le amatossine – che sono notoriamente presenti nella mortale A. phalloides – anche in due fra i più prelibati e consumati funghi eduli, il Boletus edulis e il Cantharellus cibarius; un fatto che avrebbe dovuto fare dubitare sulla buona qualità della metodologia analitica impiegata. Eppure altri studiosi francesi, Michelot e Melendez-Howell – forse per meri motivi di patriottismo – hanno recentemente ritenuto valido questo ritrovamento di amatossine, inserendolo nella loro lista di composti immaginari (Michelot & Melendez-Howell, 2003), contribuendo alla diffusione di notizie inattendibili ancora ai nostri giorni. L’agarico muscario è davvero un fungo sfortunato. E sempre per patriottismo – o per lo meno non riesco a trovare altro motivo che giustifichi queste scelte acritiche – i medesimi autori hanno ritenuto valida un’ulteriore indagine francese del 1979 che avrebbe preteso di trovare fallotossine nell’agarico muscario (Larcan, 1979). Il problema risiede nel fatto che l’articolo del 2003 di Michelot & Melendez-Howell è citatissimo fra quanti discutono della biochimica e tossicologia dell’agarico muscario, forse semplicemente per il fatto che è uno degli articoli che appare fra i primi e liberamente consultabili nelle ricerche nel web. Come nei casi della bufotenina e dell’atropina, la presenza di ama- e fallo-tosssine non è stata più confermata.

Fu solamente verso la metà degli anni ‘1960 che vennero isolati e identificati i veri principi attivi dell’agarico muscario, gli alcaloidi acido ibotenico e muscimolo (per una dettagliata storia degli studi biochimici dell’agarico muscario si vedano Festi, 1985 e Ott, 1996, pp. 326-8). L’acido ibotenico tende a trasformarsi in muscimolo, e questo processo viene facilitato durante il processo di essiccazione del fungo. Il composto più propriamente visionario è il muscimolo, e ciò spiega la diffusa pratica presso le etnie siberiane di seccare l’agarico muscario prima di ingerirlo, poiché in tal modo acquista maggiori proprietà visionarie.

La parte del fungo più ricca di principi attivi è il cappello, mentre il gambo ne contiene basse concentrazioni; ciò giustifica i casi registrati sia etnograficamente che fra gli utilizzatori moderni di assunzione unicamente del cappello.

Valori medi di concentrazione dei principi attivi nelle differenti parti dell’Amanita muscaria, partendo da 15 analisi chimiche. Le percentuali sono relative al peso secco del fungo.

La concentrazione dei principi attivi varia anche nelle diverse fasi di crescita del fungo. La concentrazione massima si presenta solitamente nella fase in cui il fungo è nato da poco e il cappello è ancora chiuso (Tsunoda et al., 1993). Ciò conferma quanto viene spesso riportato dai nativi della Siberia, cioè che i funghi più giovani sono quelli più potenti, e sono quindi preferibili, o altrimenti, sono quelli da evitare poiché considerati troppo potenti (si veda L’Amanita muscaria in Siberia).

Concentrazione dei principi attivi nell’Amanita muscaria a seconda delle fasi di crescita del fungo (immagine di mia elaborazione dallo studio di Tsunoda et al., 1993)

Gli studi biochimici hanno evidenziato come si possano presentare casi in cui l’A. muscaria produce i principi attivi isossazolici in quantità infinitesimali, al punto da non indurre effetti psicoattivi quando ingerita. Questa eventualità sembrerebbe presentarsi soprattutto nei campioni europei (Feeney & Stijve, 2010; Wurster et al., 2004). Una tale mancanza di effetti ha indotto alcuni autori a dubitare delle proprietà inebrianti dell’agarico muscario, o comunque a dubitare del suo ruolo come potente fungo visionario. Si tratta di interpretazioni basate su considerazioni che non tengono conto della vasta letteratura etnografica ed epidemiologica che attesta in maniera ineccepibile le potenzialità visionarie del fungo.

E’ opportuno osservare che, oltre agli alcaloidi isossazolici, nell’A. muscaria sono stati individuati diversi composti, inclusa una beta-carbolina e altri alcaloidi, comunque in basse concentrazioni. Non è tuttora chiaro se questi composti contribuiscano all’effetto psicoattivo del fungo (per una rassegna si veda Maciejczyk, 2020).

Per quanto riguarda gli aspetti tossicologici, e in particolare la diffusa credenza che l’Amanita muscaria sia un fungo mortale, rimando al capitolo “La ‘mortalizzazione’ dell’agarico muscario” di un mio recente libro (Samorini, 2022). Qui aggiungo solamente la seguente considerazione.

Ultimamente v’è la tendenza a distinguere due sottotipi della cosiddetta “sindrome ibotenica o muscaria-pantherinica”, il termine con cui in tossicologia viene definito il quadro di sintomi indotti dall’assunzione dei funghi isossazolici. Non si deve dimenticare che, oltre alle assunzioni intenzionali di questi funghi, con lo scopo di conseguire effetti inebrianti, si presentano anche intossicazioni accidentali, indotte da un errore di identificazione dei funghi (ritenendoli eduli), e le timorose vittime di queste intossicazioni quasi sempre ricorrono alle strutture ospedaliere. Al pronto soccorso finiscono anche individui che hanno ingerito intenzionalmente questi funghi per scopi inebrianti, per svariati motivi, quali la percezione di sintomi fisici spiacevoli (ad esempio il vomito o dei tremori) e la paura di aver sbagliato fungo, o per via di un’errata assunzione (dosaggio eccessivo o il fatto di aver ingerito i funghi allo stato fresco). Per questo motivo esiste una casistica registrata di intossicazioni con questi funghi dalla quale si è osservato che l’insieme dei sintomi indotti dall’A. muscaria e dall’A. pantherina sono lievemente differenti, e ciò per via della differenza di composizione dei principi attivi in questi due funghi. La muscaria generalmente contiene maggiori quantità di acido ibotenico, che possiede effetti meno visionari e più stimolanti, mentre la pantherina contiene maggiormente muscimolo, che possiede effetti più visionari e più sedativi. Per questi motivi nei pronti soccorsi coloro che hanno ingerito la muscaria mostrano di essere più agitati e mentalmente confusi, mentre quelli che hanno ingerito la pantherina appaiono maggiormente in uno stato comatoso (Vendramin & Brvar, 2014).

Ma v’è anche un altro motivo che porta a distinguere le due sindromi: la differenza di concentrazione della muscarina. In A. muscaria la concentrazione di questa molecola è risultata variare da 0,005 a 0,01% p.s, mentre in A. pantherina è sempre risultata inferiore allo 0,0005% p.s. Osservando la casistica ospedaliera e quella aneddotica relativa all’assunzione intenzionale di entrambi i funghi, i sintomi tipici dell’intossicazione muscarinica – sudorazione, salivazione, nausea, vomito – si presentano con una certa frequenza con l’A. muscaria, sebbene siano generalmente di lieve entità. In pratica, negli effetti della muscaria si può presentare una componente muscarinica che non si presenta generalmente con la pantherina (Feeney & Stijve, 2010). Considerando inoltre che la pantherina contiene in media maggiori quantità di muscimolo rispetto all’acido ibotenico, ne risulta che A. pantherina è un fungo più potentemente visionario della muscaria. Ciò dovrebbe essere tenuto in dovuta considerazione anche nella ricerca archeo-etnomicologica, dove v’è la tendenza a identificare nei reperti iconografici la muscaria a discapito della pantherina (Samorini, 2020).

 

Le amanite triptaminiche

Resta da presentare un gruppo di Amanita che, pur non risultando psicoattive quando assunte oralmente, producono un composto psicoattivo appartenente al gruppo delle triptamine allucinogene: la bufotenina. Riporto di seguito la storia delle relative analisi chimiche, anch’essa costellata da dati confusi se non quando inattendibili.

(sx) Amanita citrina; (d) Amanita porphyria, le due amanite che producono bufotenina (immagini da Merlo & Traverso, 1983, pp. 76 e 79)

In una prima indagine la bufotenina fu trovata in campioni europei di A. mappa, oggi sinonimo di A. citrina (Wieland & Motzel, 1953). In seguito fu trovata in campioni nordamericani di A. citrina, A. porphyria e A. tomentella (Tyler, 1961), mentre nel medesimo anno fu ritrovata in campioni di A. porphyria raccolti nello stato di Washington (Catalfomo & Tyler, 1961).

Successivamente, in campioni europei di A. citrina e A. porphyria, accanto alla bufotenina furono ritrovate altre triptamine, fra cui sorprendentemente DMT e 5-MeO-DMT, entrambe dotate di proprietà allucinogene (Tyler & Gröger, 1964). Ma le lente procedure d’isolamento dei composti adottate in questo studio sono state ritenute essere la causa di produzione di questi composti come artefatti e non come molecole presenti realmente nel materiale fungino (Beutler & Der Marderosian, 1981). Seguirono analisi chimiche svolte su campioni francesi di diverse specie di Amanita; fu individuata bufotenina in A. citrina (0,5-0,6% p.s.) e A. porphyria (0,17-0,2% p.s.), e in quantità bassissime anche in A. phalloides e A. muscaria (Andary et al., 1978). Anche in questo caso il ritrovamento di bufotenina nella phalloides e nella muscaria parrebbe essere risultata come artefatto causato da tecniche estrattive inadeguate (Beutler & Der Marderosian, 1981).

Seguì uno studio analitico con le moderne tecniche gas-cromatografiche su diversi campioni di A. citrina provenienti da Germania, Olanda e Svizzera, in cui la bufotenina era ovunque presente, in concentrazioni variabili fra 0,07 e 0,15% p.s. (Stijve, 1979). In un altro studio la bufotenina è stata registrata in tutti i 17 campioni raccolti in differenti regioni degli Stati Uniti, con concentrazioni di 0,04-0,75% del peso secco; e in 2 campioni di A. porphyria raccolti rispettivamente negli stati di New Jersey e di New York, con concentrazioni di 0,01-0,02% p.s. (Beutler & Der Marderosian, 1981). Anche in campioni messicani di A. citrina raccolti negli stati di Hidalgo e Puebla è stata determinata la presenza di bufotenina (Pérez-Silva & Aroche, 1983).

Negli anni dopo il 2000 sono state eseguite due indagini biochimiche dai risultati dubbi. In campioni sardi di A. citrina sarebbe stata individuata la presenza di acido ibotenico e muscimolo (Ballero & Contu, 1996). La tecnica impiegata è stata quella cromatografica, e i due alcaloidi isossazolici sono stati ritrovati in altre amanite analizzate nel corso del medesimo studio (A. muscaria, pantherina, janquillea, amici). Ciò che sorprende è che gli autori italiani di questo studio non si siano accorti della contraddittorietà del loro ritrovamento, mostrando inoltre di non essere al corrente della serie di studi che hanno evidenziato la presenza di bufotenina e non di alcaloidi isossazolici in A. citrina. Del resto, le loro obsolete conoscenze si riflettono nella definizione che danno dei funghi allucinogeni del genere Amanita come “funghi muscarinici”.

Affini carenze cognitive appaiono in uno studio più recente in cui è stata impiegata la tecnica dell’elettroforesi capillare, e dove sono stati analizzati campioni polacchi di A. muscaria, A. pantherina e A. citrina var. citrina. Oltre che nelle prime due specie, il muscimolo e l’acido ibotenico sarebbero stati individuati anche nei campioni di A. citrina (Poliwoda et al., 2014). Anche in questo caso gli autori non mostrano di essere a conoscenza della mole di studi che hanno dimostrato che A. citrina è un produttore di bufotenina e non di alcaloidi isossazolici.

Gli alcaloidi isossazolici non sono stati ritrovati in campioni di A. citrina raccolti in Italia (Piemonte), analizzati insieme ad A. muscaria raccolta nel medesimo territorio: mediante tecnica HPLC a interazione ionica muscimolo e acido ibotenico sono stati ritrovati nella muscaria, ma non nella citrina (Gennaro et al., 1997).

La conclusione che si può trarre da questo insieme di dati biochimici, escludendo quelli inattendibili, è che almeno due specie di Amanita, A. citrina e A. porphyria (e forse anche A. tomentella) producono bufotenina, la prima specie in concentrazioni più elevate e tali da ritenerla potenzialmente psicoattiva. Dico potenzialmente, poiché nell’assunzione orale la bufotenina non è assorbita venendo metabolizzata dagli enzimi MAO del sistema gastro-enterico, a meno di non combinarla con l’assunzione di fonti con proprietà MAO-inibitrici.

 

Note

1 – Questa molecola fu successivamente ritrovata in altri funghi, quali specie di Inocybe e Clitocybe, con concentrazioni maggiori e tali da indurre una seria intossicazione nota come sindrome muscarinica. Si vedano i trattati di micotossicologia, ad esempio per l’Italia il classico Arietti & Tommasi, 1975.

 

Si vedano anche:

 

 

 

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