Classifications of the drugs
La sistematica delle droghe ha subito una continua evoluzione, di pari passo con l’aumento del loro numero e delle acquisizioni nei diversi campi dell’etnobotanica, etnografia, biologia, chimica e farmacologia.
Le droghe vengono classificate per lo più seguendo criteri farmacologici o terapeutici. Di seguito sono esposte alcune classificazioni antiche e moderne delle droghe psicoattive.
Classificazione di Paolo Mantegazza (1858)
Una delle primissime classificazioni fu stesa dal medico igienista Paolo Mantegazza nel 1858. E’ una classificazione totalmente ignota all’estero e poco nota in Italia, e non ha ancora trovato il meritato riconoscimento storico nei testi di farmacologia delle droghe, che partono tutti dalla successiva classificazione di Lewin del 1924 (si veda oltre). Mantegazza faceva rientrare le droghe nella categoria degli alimenti, definendoli alimenti nervosi. In questa classificazione non sono ancora presenti sostanze chimiche quali psicofarmaci o principi attivi isolati dalle droghe vegetali, e sono raggruppate solo fonti vegetali e loro preparati.
Mantegazza raggruppò le droghe allora conosciute in tre Famiglie; nella prima collocò gli alimenti alcolici, suddivisi nelle due Tribù dei fermentati e dei distillati; nella seconda collocò gli alimenti alcaloidi, suddivisi nella Tribù dei caffeici e in quella dei narcotici, includendo in quest’ultima tutte insieme tabacco, oppio, coca, haschisch, betel, agarico muscario, ecc.; nella terza collocò gli alimenti aromatici quali l’origano, la cannella, la menta, ecc. Oggigiorno diversi fra questi alimenti aromatici non sono considerate droghe psicoattive, ma secondo il Mantegazza “gli aromi di per sé soli non inebbriano l’uomo, ma eccitano la sensibilità, sferzando i muscoli, il cervello e gli organi d’amore a più intenso lavoro; per cui entrano anch’essi in una storia generale delle ebbrezze”. In effetti, l’inclusione delle spezie – fra cui cannella, noce moscata, chiodi di garofano, vaniglia – fra le droghe psicoattive ha un riscontro moderno nell’individuazione di diversi composti psicoattivi fra i principi attivi di queste spezie (si veda ad es. Forrest & Heacock, 1972).
Classificazione di Louis Lewin (1924)
Una classificazione degli inizi del XX secolo che fu seguita per molto tempo fu quella del tossicologo tedesco Louis Lewin del 1924, che distinse le droghe in 5 Gruppi:
- Euforici (oppiacei e cocaina)
- Fantastici (peyote, cannabis, datura, ecc.)
- Inebrianti (alcol, solventi)
- Ipnotici (cloralio idrato, veronal, paraldeide, ecc.)
- Eccitanti (caffè, tabacco, cat, ecc.).
Questa classificazione era già maggiormente articolata di quella di Mantegazza. Nel gruppo degli ipnotici Lewin inserì i primi composti chimici considerabili come psicofarmaci, o forse meglio come “proto-psicofarmaci”.
Le classificazioni di Mantegazza e di Lewin, sebbene ovviamente obsolete, avevano il merito di considerare l’insieme globale delle droghe nel loro rapporto con l’umanità e non unicamente finalizzate alla loro relazione con la cultura occidentale. Con lo sviluppo della psicofarmacologia e delle droghe sintetiche, tutte le successive classificazioni sono state elaborate sulla base di criteri e categorie prettamente farmacologiche, tossicologiche e terapeutiche occidentali.
Classificazione di Jean Delay (1959)
Per diversi decenni godette di una certa fortuna la classificazione di Jean Delay del 1959, dal taglio prettamente psichiatrico e basata su un ipotizzato continuum eccitazione/depressione:
Psicoanalettici, droghe che producono eccitazione
Psicolettici, droghe che producono depressione
Psicodislettici, droghe che “inducono deviazioni dell’attività mentale e distorcono l’apprezzamento dei valori della realtà”

La classificazione delle droghe di Jean Delay, pubblicata per la prima volta nel 1959 (p. 428)
Gli psicodislettici di questa classificazione corrispondono ai phantastica di Lewin e all’attuale classe degli allucinogeni. La classificazione di Delay soffre di notevoli limitazioni e forzature, poiché non è possibile ridurre gli effetti di numerose droghe come unicamente eccitanti o unicamente depressivi. Vi sono droghe in cui fasi stimolanti e fasi depressive si susseguono l’una all’altra, come è il caso dell’alcol; diverse droghe possiedono sia qualità eccitanti sia inducono modificazioni percettive e mentali, come è il caso degli empatogeni (“induttori di empatia”), il più noto dei quali è l’MDMA o ecstasy; ancora, e presento qui una considerazione di importanza fondamentale, diverse droghe sono considerate dai consumatori eccitanti o depressive, ed esperite come tali, per via della componente culturale che influisce, in certi casi in maniera preponderante, sugli effetti delle droghe. Per il fatto che la componente culturale, individuale e sociale, influisce significativamente sull’effetto delle droghe, le classificazioni e le nomenclature che si basano eccessivamente sui loro effetti sono destinate a soffrire di generalizzazioni improprie o approssimazioni riduttive.
L’invenzione degli “psicotomimetici” e dei “delirogeni”
Le classificazioni delle droghe hanno visto coniare molti termini inappropriati, frutto di miopie professionali, di una visione etnocentrica e dell’imposizione del paradigma drogologico occidentale del XX secolo.
Uno di questi termini è quello di “psicotomimetici”, utilizzato dagli psichiatri per denominare i fantastica di Lewin e gli psicodislettici di Delay, e con il significato di “che mimano gli stati di psicosi”. Si tratta di quelle sostanze successivamente denominate “allucinogeni” e “psichedelici”, quest’ultimo termine con il significato di “rivelatori della mente”, fra cui rientrano l’LSD, la psilocibina e la mescalina, così come vegetali quali il peyote, i funghi psilocibinici, l’iboga. Termini quali psicotomimetici e psicodislettici, che si sono imposti per troppo tempo nella letteratura sulle droghe, sono frutto di una inadeguatezza dell’approccio a queste sostanze che ha accompagnato a lungo la classe medica psichiatrica, espressione del fatto che gli psichiatri, come altre figure professionali, per molti decenni non hanno capito i fantastica (D’Arienzo & Samorini, 2019, vol. I, p. 18).
Un altro esempio di forzatura terminologica riguarda la classe di droghe catalogate come “delirogene”. Questo termine fu coniato nel 1972 da Brawley e Cuffield per distinguere dagli altri allucinogeni l’insieme delle sostanze quali l’atropina e la scopolamina, presenti in un un folto gruppo di piante solanacee, le più note delle quali sono lo stramonio, la belladonna e la mandragora. Il motivo dell’adozione di questo termine fu giustificato dalla considerazione che nella maggior parte delle assunzioni di queste piante l’effetto conseguito è un generale stato di delirio. E’ tuttavia opportuno precisare che l’effetto delirante viene osservato nei contesti di intossicazioni accidentali, in quelli di somministrazione all’insaputa del soggetto, e di assunzione intenzionale di queste piante per scopi “voluttuari” (la letteratura a riguardo è molto vasta, si veda ad es. Olie et al., 1981; Rouquet et al., 1982; Tristan et al., 1986-1987). Anch’io agli inizi dei miei studi avevo adottato il termine “delirogeni”, sino a che non ho conosciuto più approfonditamente le pratiche religiose, divinatorie e terapeutiche delle popolazioni tradizionali che usano come fonte visionaria queste piante e i cui effetti esperiti non possono essere considerati come stati deliranti, ma come stati mentali che elaborano e comunicano significato (si veda ad es. Samorini., 2018 e Le dature in Nordamerica). La denominazione di “delirogeni” comporta l’esclusione della parte più competente e costruttiva della relazione umana globale con queste piante e sostanze.
Nuove classificazioni
Nei decenni successivi alla classificazione di Delay sono state proposte numerose altre classificazioni delle droghe “psicotrope”, con l’adozione di un folto insieme di nuovi termini e utilizzando criteri che si sono basati di volta in volta sulla struttura chimica, sull’effetto mentale o sulla finalità terapeutica, tutte comunque in funzione dei loro impieghi prettamente medici. In questo groviglio classificatorio non sono mancate le polemiche e le incomprensioni fra farmacologi, neurologi, psichiatri e altre figure mediche, espressione dei differenti approcci professionali (si vedano ad esempio Bobon, 1973; Sheperd, 1980; Stahl, 2013). Vale la pena accennare alla proposta di classificazione più moderna, denominata Neuroscience-based Nomenclature, che utilizza come criterio principale l’azione delle droghe sui neurorecettori del sistema nervoso centrale, cioè se agiscono sul sistema dopaminico, oppioide, serotoninico, ecc., e in che modo agiscono, se come agonisti, antagonisti, inibitori del reuptake, ecc. Questo sistema classificatorio, al quale stanno aderendo sempre più equipe di ricerca (Zohar et al., 2015; Caraci et al., 2017), ha il vantaggio di una certa neutralità, in quanto esclude le inevitabili variabili soggettive che soggiaciono alle valutazioni di pazienti, medici e case farmaceutiche.
Pur riconoscendo l’esigenza da parte della classe medica di elaborare sistemi classificatori delle droghe per i propri fini terapeutici, e augurandogli di perfezionarli sempre più, è evidente l’impossibilità di farvi rientrare in maniera congrua tutte le droghe “globali”, in particolare quelle naturali. In effetti, piante quali peyote, iboga, datura, coca, ma anche le numerose piante psicoattive quali Boophone disticha (si veda Il leshoma del Sud Africa) o Alchornea floribunda (si veda Alan e niando), meno note agli occidentali ma non per questo meno impiegate fra le popolazioni tradizionali, non trovano più posto nelle moderne classificazioni delle droghe, che sono tutte focalizzate sui composti chimici puri. Eppure, gli effetti causati dall’ingestione del peyote non sono riconducibili all’unica molecola della mescalina, poiché questo cactus contiene un cospicuo insieme di altri composti farmacologicamente attivi (Trout, 1999); l’effetto dell’iboga, una pianta che contiene oltre 40 alcaloidi (Gaignault & Delourme-Houdé, 1977), non può essere valutato sulla base degli studi farmacologici della sola ibogaina, il suo alcaloide principale. Per non parlare delle decine se non centinaia di vegetali psicoattivi impiegati tradizionalmente che non sono stati studiati sotto il profilo chimico e farmacologico, e che solo per questa nostra carenza cognitiva sono esclusi dalle moderne classificazioni delle droghe psicoattive.
Classificazione di José L. Diáz (1979 e 2010)
Ci ha provato lo studioso messicano José Louis Diáz a inserire le fonti vegetali psicoattive messicane nella classificazione psichiatrica di Delay, e specificatamente nella classe degli psicodislettici, producendo di fatto una categorizzazione forzata e contraddittoria, e non riuscendo a farvi rientrare un folto insieme di piante, dovendo inserire queste ultime nell’insieme di “piante messicane con possibili o incerti effetti psicoattivi”. Già il fatto di inserire, si potrebbe dire “stipare”, le piante psicoattive note in Messico nella sola classe degli psicodislettici appare discutibile.
Fra gli psicoanalettici Díaz riconosce le sottoclassi degli psicostimolanti, euforizzanti, anti-depressivi, ansiogeni e convulsivi, e fra gli psicolettici riconosce gli ipnotico-sedativi, inebrianti, tranquillanti minori, antipsicotici, antimaniaci. Ci si potrebbe soffermare sull’ambiguità di termini quali “inebrianti” e “tranquillanti”, ma focalizzo l’attenzione sulla terza classe di droghe, quella degli psicodislettici, che Dìaz classifica come segue:
- allucinogeni (peyote, funghi psilocibinici)
- trance-induttori (ololiuhqui, Heimia)
- cognodislettici (Cannabis, Salvia divinorum, Calea)
- delirogeni (Solanacee, Nicotiana, Amanita)
- neurotossine (Erythrina)
- narcotici
Per effetto cognodislettico Diáz intende un effetto sulla sfera cognitiva, in particolare sul pensiero e sull’immaginazione, e include in questa classe solo alcune piante, fra cui la Cannabis. In realtà molte altre droghe inducono questo tipo di effetti. Oltre a tutto l’insieme degli “psicodislettici”, anche droghe appartenenti ad altre classi farmacologiche quali l’alcol e l’oppio agiscono sulla sfera cognitiva. Sia sufficiente qui citare le testimonianze letterarie, per il vino, degli antichi poeti arabi Abu Nuwás e Hâfez, e per l’oppio, di moderni letterati occidentali quali Cocteau, Coleridge, De Quincey.
Anche il concetto di “trance-induttori” utilizzato per definire una specifica classe di droghe è discutibile. Diáz basa questa categorizzazione sul “sintomo cardinale” della letargia, intesa come “una fase di apatia e quiescenza che dura per diverse ore”, e sul fatto che “al contrario degli allucinogeni i trance-induttori non fanno insorgere modificazioni sensoriali qualitative”. Nuovamente, queste condizioni psicologiche e percettive si possono presentare anche nel caso di assunzione di cannabis, oppio, LSD, mescalina e diversi psicofarmaci. Inoltre, Diáz usa impropriamente il concetto di “trance”, di fatto identificandolo con lo stato letargico, ignorando che stati di trance, con conseguente possessione spiritica, si presentano in numerosi culti che si basano sull’assunzione di fonti visionarie quali l’iboga (si veda I culti dell’iboga) e la jurema (si veda I culti della jurema).
L’inserimento del tabacco e dell’Amanita muscaria nella classe dei “delirogeni” è improponibile. Dato che lo studioso messicano riporta di avere raggruppato le piante nella sua classificazione sulla base dei “loro effetti più caratteristici esperiti dalla maggior parte degli individui sani in seguito all’assunzione di una dose media” (Diáz, 1979, p. 71), il tabacco non può essere considerato un induttore di stati di delirio. L’inclusione dell’Amanita muscaria viene addirittura giustificata dalla sola considerazione degli stati deliranti osservati nella somministrazione di forti dosi di muscimolo – uno dei principi attivi del fungo – negli schizofrenici! Del resto, i dati etnografici riguardanti l’uso di questo fungo in Siberia e nell’America settentrionale (si veda L’Amanita muscaria in Siberia e L’Amanita nelle Americhe) non giustificano un suo inquadramento come induttore di stati di delirio, tutt’altro.
Sorprende la caparbietà con cui Díaz ha continuato a proporre la sua classificazione delle droghe nel 2010, in piena fase di rivalutazione occidentale degli psichedelici, ritenendo validi termini come psicodislettici, cognodislettici e delirogeni, e tacciando di “incorretti” termini quali allucinogeni e psichedelici. Una differenza a mio avviso importante e indicativa del processo di “de-naturalizzazione” delle moderne classificazioni delle droghe, riguarda le piante “possibili o incerte”, che nella classificazione del 1979 erano almeno state incluse e quindi riconosciute in una classe di droghe vegetali, mentre nella classificazione del 2010 sono state eliminate: semplicemente non esistono.
Non potendo considerare le classificazioni delle droghe psicotrope utilizzate in medicina come sistematizzazioni universali e univoche, come preteso esplicitamente o implicitamente dai tossicologi occidentali, se ne deduce che non esistono ancora classificazioni delle droghe relative al complesso drogologico globale.
Si vedano anche:
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BOBON D.P., 1973, Classifications and terminology of psychotropic drugs, Pharmacopsychiatry, vol. 6, pp. 1-12.
BRAWLEY P. & J.C. DUFFIELD, 1972, The pharmacology of hallucinogens, Pharmacological Reviews, vol. 24, pp. 31-66.
DELAY JEAN, 1959, Discussion about classification and terminology, in: N.S. Kline (Ed.), Psychopharmacology frontiers, Proceedings of the Psychopharmacology Symposium in the Second International Congress of Psychiatry, Little, Brown & Co, Boston & Toronto, pp. 426-8.
D’ARIENZO ADRIANA & GIORGIO SAMORINI, 2019, Terapie psichedeliche. Dal paradigma psicotomimetico all’approccio neurofenomenologico, 2 voll., Shake Edizioni, Milano.
DIÁZ JOSÉ LUIS, 1979, Ethnopharmacology and Taxonomy of Mexican Psychodysleptic Plants, Journal of Psychedelic Drugs, vol. 11, pp. 71-101.
DIÁZ JOSÉ LUIS, 2010, Sacred plants and visionary consciousness, Phenomenology and the Cognitive Science, vol. 9(2), pp. 159-170.
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ROUQUET J.-P., J.-P. BEZAURY & P. MORON, 1982, A propos de deux épisodes toxicomaniques par le Datura, Annales Pharmacologiques Françaises, vol. 140, pp. 547-550.
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2 Commenti
Grazie per il buon lavoro messo a disposizione di chi lo sa apprezzare.
Aprendo …le tue pagine , si apre …un mondo fantastico
Ci vuole una vita dedicata con amore
grazie di renderci …consapevoli, dei mondi non ancora …esplorati