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Il vino di Noè
The Noah’s wine
Un tema ben noto dell’Antico Testamento biblico riguarda il Diluvio Universale e l’Arca di Noè, dove trovarono rifugio le coppie di tutti gli animali, oltre alla famiglia del patriarca (Genesi, 6,13-8,22).
Quando Noè scese dall’arca, una volta che questa atterrò dopo il rifluire delle acque del Diluvio, i suoi tre figli, Sem, Iafet e Cam (qui in ordine d’età partendo dal primogenito) generarono la nuova popolazione umana (Genesi, 9, 18-19). Stando a quanto descritto nella Genesi, Noè si mise a coltivare la terra e piantò una vigna:
“Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda” (Genesi, 9, 20-21).
Si potrebbe puntualizzare che non si pianta una vigna, essendo per definizione la vigna l’appezzamento di terreno dedicato alla coltivazione delle piante della vite, e che in questo passo della Genesi appare un’incongruenza descrittiva. Ma proseguiamo con il successivo passo testamentario:
“Cam, padre di Canaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono il padre scoperto; avendo rivolto la faccia indietro, non videro il padre scoperto. Quando Noè fu risvegliato dall’ebbrezza, seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore” (Genesi, 9, 22-24).
Segue la maledizione di Noè rivolta al figlio minore, Cam, colui che lo aveva visto nudo. Il motivo di questa maledizione, che si ripercuoterà su tutta la generazione futura di Cam (seguendo la Bibbia i Cananei abitanti la regione di Canaan), parrebbe essere il fatto che Cam vide suo padre nudo con probabile intenzionalità di questo atto di mancanza di rispetto della privacy, poiché Noè era nudo “all’interno della sua tenda”.
Si potrebbe arguire che il tema dell’ubriacatura di Noè e della sua conseguente nudità possa essere stato introdotto nella Genesi con lo specifico scopo di spiegare la maledizione originaria che incombette su tutta la generazione futura di Cam. Ma ciò che qui interessa evidenziare è un’ulteriore incongruenza del racconto biblico, cioè il passaggio istantaneo dal “piantare una vigna” al berne il vino; vino che evidentemente era stato ottenuto da quella vigna. La mancanza di qualunque pur minima descrizione dei passaggi che vanno dal piantare una vite all’ottenimento del vino, fa sorgere il sospetto dell’esistenza di un precedente racconto da cui presero gli autori della Genesi testamentaria e che sia stato maldestramente mutilato. Personalmente ho sempre sospettato che il racconto originario, o quello “più originario” riguardasse un mito d’origine della vite e del vino.
Una versione più coerente del tema della vite e dell’ubriacatura di Noè si trova nel Libro dei Giubilei, noto anche come Piccola Genesi, un testo ebraico datato alla fine del II secolo AEV, considerato un testo apocrifo dalle confessioni cristiane e un testo canonico da alcuni gruppi cristiani ed ebrei etiopi. In questo si legge:
“Noè piantò delle viti sul monte su cui l’arca era atterrata, nominato Lûbâr, uno dei Monti dell’Ararat, e queste produssero il frutto al quarto anno, ed egli custodì il loro frutto, e lo raccolse in questo anno nel settimo mese. E da questo fece il vino e lo mise in un recipiente, e lo conservò sino al quinto anno, sino al primo giorno della nuova luna del primo mese” (VII, 1-7; dalla traduzione di Robert Henry Charles, 1902, p. 59).
La maggior coerenza rispetto al passo della Genesi testamentaria riguarda il rispetto di una tempistica fra l’atto di piantare delle viti e il conseguimento del vino, con dovizia di particolari sugli anni che si devono attendere affinché le viti diano i primi frutti e con i mesi che devono passare affinché il mosto si trasformi per fermentazione in vino.
Nel Libro dei Giubilei seguono righe riguardanti la preparazione della festa e i sacrifici di alcuni animali come offerte. Quindi:
“Ed egli [Noè] si rallegrò e bevve di quel vino, lui e i suoi figli con gioia. E fu sera, ed egli entrò nella sua tenda, e, essendo ubriaco, si coricò e si addormentò; e si scoprì nella sua tenda mentre dormiva” (VII, 6-7; dalla traduzione di Charles, 1902, p. 60).
I successivi temi dell’atto di coprire la nudità di Noè da parte degli altri due figli e della maledizione nei confronti del figlio che aveva visto furtivamente la nudità di suo padre sono pressoché identici a quelli presenti nella Genesi testamentaria.
Ma anche nel Libro dei Giubilei non viene spiegato come Noè sia entrato in possesso di piante di vite. In tutta la storia della preparazione dell’Arca e del Diluvio Universale non viene fatta alcuna menzione alle piante. Dio ordina a Noè di salvare il mondo animale, introducendo nell’Arca coppie delle varie specie di uccelli, serpenti, quadrupedi selvatici e diverse coppie di ciascuna specie fra gli animali di allevamento, senza preoccuparsi del mondo vegetale. L’unico vegetale presente nella storia del Diluvio Universale è quel ramo di ulivo che la colomba inviata da Noè nel mondo, una volta che l’Arca riatterrò, teneva nel becco e che rappresentò il segnale che era giunta l’ora di uscire dall’Arca (Genesi, 8, 11). Rimane inspiegato come abbia potuto un ulivo sopravvivere ai quaranta giorni dell’inondazione universale che coprì tutta la terra monti inclusi, e ancor più inspiegate sono la o le piante di vite che Noè si accinse a coltivare.
Michael Heltzer (2001), dell’Università di Haifa (Israele), sebbene non si sia posto il problema vegetale che ho qui presentato, ha riconosciuto la probabile esistenza di una versione originaria del tema del vigneto di Noè, e ha il merito di aver individuato un interessante passo del Targum dello Pseudo-Jonathan. I Targumim (plurale di Targum) sono le versioni aramaiche della Bibbia ebraica. Ne esistono diverse versioni, dai due Targumim considerati ufficiali e che datano fra il 60 AEV e il II secolo EV, ai Targumim più tardivi detti “di Gerusalemme” (Targumim Yerushalmi), oltre a Targumim ancor più recenti.
Il Targum dello Pseudo-Jonathan è uno dei tre Targumim di Gerusalemme e viene generalmente datato al VII secolo della nostra era. Si scosta dalla traduzione letterale della Bibbia ebraica con l’aggiunta di digressioni di varia natura e con diversi richiami al mondo islamico. Nel passo che tratta della vite di Noè è scritto ch’egli “trovò una vite, che era irrigata da un fiume che scorreva dal giardino dell’Eden. E la piantò come un vigneto. E nello stesso giorno questa fiorì, e l’uva maturò ed egli la spremette” (Heltzer, 2001, p. 9). Ho esposto il passo per come è stato tradotto dall’originale aramaico da Heltzer, il quale ha riportato anche il corrispettivo passo in lingua aramaica. In un’altra versione del medesimo Targum, la cui recente traduzione italiana rivista da una versione inglese del 1865 è stata curata da Roberto Siliquini (2021), il passo è leggermente differente: “E trovò una vite che il fiume aveva portato via dal giardino di Eden” (IX, 21).
Indipendentemente da quale sia fra le due traduzioni quella più accreditabile, resta il fatto che nel Targum dello Pseudo-Jonathan viene specificato che Noè trova la vite e viene riferita un’origine di questa pianta che ha a che fare con il luogo mitico del Paradiso Terrestre, il giardino dell’Eden. Si tratta di una versione già più coerente, pur sempre in chiave testamentaria, e che potrebbe avvicinarsi all’ipotizzato mito originario. Interessante osservare come il problema della tempistica in questa versione non si presenti, in quanto la vite appena piantata matura e dà il suo frutto nel medesimo giorno, trattandosi quindi di un evento miracoloso; miracolo che probabilmente era sottinteso nella frettolosa versione della Genesi testamentaria. Nella traduzione di Heltzer la vite trovata da Noè sarebbe cresciuta sulla terra esternamente al giardino dell’Eden, mentre in quella di Siliquini si arguisce che la vite era originaria del giardino dell’Eden. Quest’ultima versione parrebbe essere più coerente, poiché sarebbe più plausibile la sua presenza in un luogo mitico che potrebbe non essere stato coinvolto nel cataclisma del Diluvio.
Vale la pena osservare la credenza che l’Arca di Noè atterrò proprio sul monte del Paradiso Terrestre. E’ pur vero che nella Genesi biblica non viene fatta alcuna menzione della presenza di un monte nel Giardino dell’Eden, ma nella lunga serie di reinterpretazioni sia erudite che popolari dei temi testamentari che si susseguirono nei primi periodi cristiani sino al Medioevo, fu elaborata a più riprese l’idea che il luogo di questo Giardino fosse un monte (Graf, 1987, p. 56). Uno dei primi sostenitori della visione montana dell’Eden fu il profeta Ezechiele (Ezechiele, 28, 14). Il Libro di Ezechiele fa parte dell’Antico Testamento canonico. Dante collocò il Paradiso Terrestre sul monte del Purgatorio (Purgatorio, XXVIII e successivi).
Riguardo al tema del fiume che, seguendo la versione del Targum dello Pseudo-Jonathan, avrebbe trascinato via la pianta della vite, o che la avrebbe irrigata, si rifà alla descrizione testamentaria del giardino dell’Eden, da cui usciva un corso d’acqua che si divideva in quattro fiumi, denominati rispettivamente Pison, Ghicon, Tigri ed Eufrate (Genesi, 2, 10-14). Inoltre, attorno al X secolo della nostra era alcuni rabbini, così come i seguaci del Bogomilismo, ritenevano che il frutto proibito di cui si cibarono Adamo ed Eva nell’Eden fosse proprio la vite (Graf, 1987, p. 64).
Il dettaglio dell’associazione della vite di Noè con il giardino dell’Eden, come riportato nel Targum dello Pseudo-Jonathan, rende maggiormente verosimile l’ipotesi che il racconto più originario riguardasse un mito d’origine della vite, ed eventualmente che nel racconto dell’ubriachezza di Noè sia da ravvisare il rimaneggiamento di un mito d’origine del vino. Probabilmente i temi dell’origine della vite e della scoperta umana della produzione del vino erano presenti nel medesimo mito; un mito d’origine che potrebbe non far parte della cultura ebraica, ma che sarebbe da cercare in culture vicino- o medio-orientali più antiche quali – suggerisco senza troppe pretese – i contesti culturali di Biblos o di Ugarit.
Heltzer (2001) ha voluto evidenziare delle similitudini fra il mito biblico del vino di Noè con il ciclo mitologico di Icario della tradizione greca (attica), di cui ci sono pervenute diverse versioni, in particolare quelle di Eliano, Igino e Apollodoro (si veda Miti greci sull’origine della vite e del vino). Il nucleo del racconto riporta che Dioniso fece dono della vite e del vino a Icario per ringraziarlo della sua ospitalità. Icario, con il benevole scopo di condividere il prezioso dono divino con gli altri uomini, fece assaggiare il vino ad alcuni pastori. Questi, bevendone smodatamente, ritennero di essere stati avvelenati da Icario, e per questo lo uccisero. Quando in seguito si accorsero del loro errore, nascosero il corpo di Icario e si diedero alla fuga. La figlia di Icario, Erigone e la sua cagna Maira, scoprirono dove era stato occultato il corpo del padre; affranta dal dolore Erigone si impiccò e la cagna la seguì in questo gesto suicida gettandosi in un pozzo. Heltzer puntualizza sul fatto che non si tratta di cercare una derivazione diretta del racconto del vino di Noè dal mito di Icario, ma che sono da tenere in conto temi comuni nelle antiche leggende del Mediterraneo Orientale riguardanti le origini del vino, dovuti a similitudini del processo della sua fabbricazione. Personalmente non vedo quelle “caratteristiche comuni” delle fonti greche ed ebraiche che ha voluto evidenziare Heltzer nei rispettivi miti sul vino, e sono più propenso a pensare a tradizioni originate in differenti aree geografiche e contesti culturali.
Basandosi sull’identificazione geografica del monte su cui atterrò l’Arca di Noè, il monte Ararat, localizzato nella parte orientale dell’attuale Turchia, Tim Unwin (1993, p. 81), autore di un trattato sul vino, vede una correlazione fra il vigneto di Noè e l’area del Caucaso ritenuta essere la culla geografica originaria della produzione del vino d’uva (si veda Le origini del vino).
Dando uno sguardo al testo base della religione musulmana, il Corano, sebbene questo abbia adottato diversi temi dell’Antico Testamento biblico, inclusa la storia del Diluvio Universale e di Noè, ripetutamente citato in diversi Sura, non v’è alcun accenno al tema della sua ubriacatura. Questa esclusione non sorprende, poiché il Corano si era espresso in maniera nettamente contraria all’uso del vino, considerandolo “opera del Demonio” (Corano, 5, 90).
Infine, riporto un curioso dato etnografico registrato in tempi più moderni, cioè nella seconda metà del XIX secolo e che riguarda l’Italia settentrionale. Si tratta di una festa della svinatura che si teneva ancora a quei tempi a San Donà di Piave, in provincia di Venezia, e che includeva plurimi brindisi dedicati a Noè. Riporto la descrizione che ne fece Vittorio Cian, che da giovane era stato testimone oculare di queste feste del suo paese natale:
“All’epoca della prima svinatura, che coincideva con la festa di San Martino, era usanza, al sabato sera, festeggiarla da parte dei giovani buontemponi, possidenti terrieri, del paese, adunati a una cena e farle seguire un’appendice che aveva tutto il carattere e la sostanza d’un’allegra cerimonia bacchica in onore non di S. Martino, ma di Noè. Il capo-brigata, che era anche il capo-tavola, a un certo punto si alza e dopo avere con un energico richiamo imposto il silenzio ai presenti, porge un bicchiere ricolmo al compagno di destra, e ad alta voce esclama: ‘Viva Noè, salvato dall’arca sapete perché?’ E rinforzando e accelerando la voce, risponde egli stesso, incalzando via via in tono crescente: ‘Perché fu l’autore del dolce liquore che allegri ci fa!’ Parole queste seguite da una serie di sonori ‘Ah!ah!a!ah!’; aggiungendo in tono di severa minaccia, l’invito: ‘Bevè [bevi], bevè, compare, se no ve mazzarò [ammazzerò]!’ L’altro, di scatto e con tono supplichevole e docile: ‘No me mazzé [non ammazzarmi], compagno – che tutto el bevarò [che lo berrò tutto]!’ Ciò dicendo, accosta il bicchiere alle labbra e sorseggia lentamente gustando, mentre tutti i commensali commentano in coro accompagnando la santa bevuta: ‘El và! El và!’, finché, all’ultimo sorso, i presenti emettono insieme uno simultaneo rumoroso schioccar delle lingue, esclamando all’unisono: ‘Lo gà [l’ha] bevuto tuto – e nol gà fato [e no ha fatto] male! L’acqua fa male, e ‘l [il] vino fa cantare!’ Dopo il bevitore messo alla prova porge il bicchiere colmo al vicino con l’invito relativo, e l’alto si ripete proseguendo via via verso destra fino a giro compiuto. Questa cerimonia bacchica ho motivo di credere fosse tradizionale e d’origine lontana nel tempo e da tempo defunta” (Cian, 1944, p. 87)
Si vedano anche:
CHARLES H. ROBERT, 1902, The Book of Jubilees or The Little Genesis translated from the Editor’s Ethiopic text, Adam and Charles Black, London.
CIAN VITTORIO, 1944, “Su del popolo dal Core”. Spigolature d’antica poesia popolare, Lares, vol. 15, pp. 77-87.
GRAF ARTURO, 1987 [1892-1893], Miti, leggende e superstizioni del Medioevo, Mondadori, Milano.
HELTZER MICHAEL, 2001, Noah’s drunkennes (Gen 9, 20-23) and the Greek variant about the first wine-drinking, in: K. Geus & K. Zimmermann (Eds.), Studia Phoenicia XVI. Punica, Lybica, Ptolemaica, Uitgeverij Peeters & Department Oosterse Studies, Leuven, pp. 7-12.
SILIQUINI ROBERTO, 2021, I Targumim del Pentateuco: Targum di Jonathan Ben Uzziel (detto Pseudo-Jonathan) e Targum di Onkelos, pubbl. privata.
UNWIN TIM, 1993, Storia del vino, Roma, Donzelli.