Mito d’origine quechua del cebil

Quechua origin myth of cebil

 

Santa Cruz de Pachacuti1 riportò nel 1613 un racconto mitologico quechua in cui traspare un mito d’origine della vilca, nome con cui viene e veniva chiamato il Cebil (Anadenanthera colubrina var. Cebil) fra i Quechua e gli Aymara peruviani. Un uomo di nome Villca Quire, capitano dell’esercito di Yupanqui, ottavo re Inca, si trasforma, attraverso la sua morte, nella pianta della vilca. Ciò avviene durante l’inseguimento da parte dell’esercito incaico delle tribù ribelli degli Hancoallo e dei Chanca:

“E il ragazzo e nuovo Inca Yupangui raduna altra gente e insegue gli Hancoallo e i Chanca; e lungo il cammino verso Aporima [il fiume Apurimac] si incontra con i nemici nella parte superiore del fiume, dove i Changa uccidono un capitano pieno di coraggio. E allora il capitano Villcaquire dice al figlio reale: ‘E’ possibile che senza combattere io debba morire senza aver fatto alcun frutto?’ E si dice che Villcaquire disse: ‘qui resta e lascia il tuo corpo’. E fu fatto in modo da essere interrato vicino a un albero, il cui tronco di legno fu scavato in modo da mettervi nella cavità tutto il suo corpo; e dicono che il seme che esce dall’albero sarebbe stata una medicina chiamata villca, e che avrebbe fatto fuoriuscire tutti i cattivi umori e i colera dalle persone.” (Santa Cruz Pachacuti, 1968 [1613], p. 297).

In questo racconto Pachacuti potrebbe aver fatto dire erroneamente a Villcaquire ciò che invece aveva detto l’Inca, cioè “qui resta e lascia il tuo corpo”.2 Se così fosse, risulterebbe che la volontà e l’atto di trasformare Villcaquire nell’albero della vilcasarebbe opera diretta del re Inca Yupanqui.

Zuidema (1979)3 ha associato questo mito a degli eventi etnostorici, in particolare la battaglia con i Changa che ebbe realmente luogo lungo il fiume Apurimac, nelle vicinanze di un ponte sospeso. Accanto a questo ponte esisteva un oracolo arboreo che indicava probabilmente il luogo mitico della morte di Villca Quire e della sua trasformazione nell’albero omonimo. Altschul (1972, pp. 41-2) ritiene il racconto di origini pre-incaiche: introdotto in un momento tardo nella mitologia incaica, sarebbe stato reinterpretato per scopi di potere da parte dei nuovi dominatori.

 

Note

1 – Il suo nome completo è Juan de Santa Cruz Pachacuti Yamqui Salcamaygua. Egli fa parte dell’esiguo ma importante numero di cronisti indio peruviani – fra i quali ricordiamo qui anche Titu Cusi Yupanqui e Felipe Huamán Poma de Ayala – che stesero importanti scritti nel XVI secolo, pur con un linguaggio misto di castigliano scorretto, quechua e prosa ecclesiastica, a volte di difficile o impossibile comprensione. Pachacuti apparteneva all’etnia Collahua e, in base a quanto egli medesimo riferì, i suoi antenati erano cacique (capi di una comunità) della provincia di Orcosuyo, nella regione settentrionale peruviana di Cajamarca.

2 – Anche il curatore dell’edizione madrilena del testo di Pachacuti (p. 297, nota 1), Francisco Esteve Barba, seguendo le note di Marcos Jiménez de la Espada, sospetta questo errore.

3 – Questo studio di Zuidema è stato evidenziato da Torres & Repke, 2006: 26-7.

 

Riferimenti bibliografici

ALTSCHUL SIRI von REIS, 1972, The Genus Anadenanthera in Amerindian Cultures, Botanical Museum, Harvad University, Cambridge.

TORRES C. MANUEL & DEVID REPKE, 2006, Anadenanthera. Visionary Plant of Ancient South America, The Haworth Press, New York.

SANTACRUZ DE PACHACUTI, 1613, Relación de Antigüedades deste Reyno del Peru, riportato in: Francisco Esteve Barba (cur.), 1968, Crónicas Peruanas de interés indígena, Biblioteca de Autores Españoles, Madrid, pp. 279-319.

ZUIDEMA R.T., 1979, El puente del río Apurímac y el origen mítico de la Villca (Anadenanthera colubrina), Collectanea Instituti Anthropos, vol. 21, pp. 322-324.

 

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