Il Buiti fra altre etnie

The Bwiti among other ethic groups

 

I culti religiosi del Buiti, in cui viene assunta la pianta visionaria dell’iboga (si veda I culti dell’iboga) si possono distinguere in Buiti tradizionali e Buiti sincretico. Quest’ultimo è praticato perlopiù dai Fang (si veda Prospetto storico del Buiti).

Il Buiti tradizionale è diffuso presso almeno una ventina di gruppi etnici del Gabon, sebbene resti incerto il numero esatto di etnie che lo hanno adottato, fra quelle che l’adottarono e successivamente l’hanno abbandonato, e quelle che lo praticano tuttora. Per questo motivo la seguente lista di gruppi etnici è da considerare con un certo grado di approssimazione: Akélé (Bakélé), Apindji (Gapinzi), Baduma, Balumbu, Banzebi, Bapunu (Punu), Bavili (Vili), Baviya, Bavungu, Bawandji, Eshira (Gisira), Galwa (Galoa), Masangu, Mitsogho, Mpongwe, Ngubi, Nkomi, Okandé, Orungu. Gli Adyumba (Adjumba) e gli Enenga sembrano praticare l’Ombwiri (come riportato da Binet et al., 1972) e non si hanno notizie se pratichino anche il Buiti. Vanno aggiunti alcuni gruppi etnici dell’area costiera e insulare della Guinea Equatoriale, dove le informazioni sono ancora più carenti: Kombe, Bujeba, Balenge, Njavi, Bubi, sebbene non sia chiaro se questi pratichino un Buiti tradizionale o il Buiti sincretico eventualmente ricevuto dai Fang (Samorini, 2025d).

Distribuzione dei gruppi etnici del Gabon (da Bonhomme, 2003)

Il Buiti tradizionale di cui abbiamo maggiori informazioni è il Bwete dei Mitsogho, la popolazione del Gabon centro-meridionale che molto probabilmente è stata promotrice di una prima fase di elaborazione di questo culto (si veda Il Bwete dei Mitsaogho).

Riguardo al Buiti delle altre etnie, sorprende quanto poco o nulla ne sappiamo, e a un’attenta osservazione sembra svelarsi un motivo ancor più sconcertante: di numerosi gruppi etnici fra quelli sopra citati mancano specifici studi etnografici. In pratica, nessuno ha mai fatto ricerche estese su queste etnie e non sembrano esistere studi monografici. Non essendo stati studiati nella loro struttura sociale, nei loro costumi e nelle loro credenze religiose, diventa inevitabile che non sappiamo nulla del loro Buiti e delle altre loro eventuali pratiche di impiego dell’iboga. Ciò a riprova di quanto ancora ci sia da svolgere dal punto di vista dell’indagine etnografica nell’Africa equatoriale occidentale.

 

Apindji

Gli Apindji, noti anche come Pindji o Gapinzi, appartengono al ceppo linguistico membe e sono strettamente imparentati con i vicini Mitsogho. Negli ultimi secoli sono stati soggetti a numerose migrazioni. Provenendo probabilmente dall’est seguendo il fiume Ivindo, giunsero fino all’Oceano nell’area dell’Estuario, ma successivamente migrarono nuovamente nell’entroterra. Più recentemente furono spinti a sud dalle pressioni dei Bakélé e dei Fang. Infine si disposero principalmente lungo il fiume Ngounié adottando una vita più sedentaria. Ciò portò a una ristrutturazione sociale e alla costituzione di figure reali. Il primo di questi “re”, denominato Mokwango, morì prima dell’arrivo dei Bianchi. Il sopraggiungere dei Bianchi e del periodo coloniale comportò ulteriori cambiamenti, con l’indebolimento del potere centrale regale e il trasferimento del potere alle guide buitiste locali, che si occuparono del controllo disciplinare, religioso, educativo e culturale. Presso gli Apindji, oltre al Buiti sono presenti altre società iniziatiche che hanno un ruolo principalmente educativo e di controllo sociale, quali il Mwiri (Mwéli) e fra le donne lo Nyembé (Świderski, 1975).

L’unico studio sul Buiti degli Apindji fu eseguito negli anni ’60 da Świderski, prima che questo studioso d’origini polacche si dedicasse approfonditamente allo studio del Buiti sincretico dei Fang. Egli riteneva che fossero stati gli Apindji ad aver creato per primi il Buiti, che avrebbero in seguito trasmesso ai vicini Mitsogho. La maggiore mobilità di questi ultimi avrebbe promosso la diffusione del loro Buiti presso gli altri gruppi etnici, inclusi i Fang, e ciò rafforzò l’idea dell’origine tsogho di questo culto.

Sono i medesimi Apindji a reclamare la paternità del Buiti, e sebbene non si tramandino alcun mito d’origine dell’iboga e della sua scoperta, riportano una storia dell’origine del culto, in realtà un po’ troppo sbrigativa per poter testimoniare la fondazione di un culto così complesso e innovativo: furono due anziani di nome Sanza e Modumé che ricevettero in sogno l’indicazione di mangiare l’iboga, intesa come una medicina: “Sanza vide in effetti una ‘fata’ che veniva la notte a dirgli: ‘Accetti questa medicina?’ ‘Quale specie di medicina?’ rispose egli. Il Buiti! Prendilo! Va a strappare l’iboga che vedi e mangiala! E’ l’iboga che ti dirà tutto!’”. Gli Apindji indicano un luogo preciso dove avvenne il sogno di Sanza, presso uno stagno della foresta attorno al grande villaggio di Migabé, che è considerato la culla della loro cultura. L’importanza attribuita a Sanza e Modumé è testimoniata dal fatto che il novizio giura su queste due persone mitiche di mantenere la segretezza del culto (Świderski, 1990, vol. I, p. 120). A un’attenta osservazione, il concetto dell’iboga come medicina non si addice alle origini del culto religioso del Buiti e appare più attendibile un’altra versione, dove un anziano del villaggio di Migabé prima di morire fece un sogno in cui gli antenati gli rivelarono il segreto di una conoscenza dell’aldilà mediante l’assunzione dell’iboga. Affinché questa conoscenza fosse trasmessa agli altri l’anziano doveva fondare una società segreta (Świderski, 1965, p. 546). Sorge l’impressione che la paternità del Buiti attribuita agli Apindji sia stata sostenuta da Świderski unicamente sulla base di quanto riportato dagli informatori apindji, non scevri di rivalità e campanilismi etnici (Samorini, 2025b).

Świderski ha proposto anche una data ante quem della formazione del Buiti fra gli Apindji, il 1840, sulla base di considerazioni forse un po’ aleatorie, quali la certezza che il culto non poteva essere stato creato quando gli Apindji si installarono lungo lo Ngounié, ma durante il regno federale di Kinga, Dibiti e Mbomba, e la constatazione che i Fang dell’Estuario avevano già conosciuto il Buiti attorno al 1890 (Świderski, 1990, vol. I, p. 226).

Gli Apindji hanno sempre criticato aspramente l’introduzione di elementi cristiani nel Buiti dei Fang, ritenendo questi ultimi dei folli, e continuano ad affermare che “il battesimo e l’iboga sono incompatibili”. I missionari cristiani li consideravano degli “irriducibili” dal punto di vista dell’opera di evangelizzazione. Nel 1899 gli Spiritani aprirono la Missione Saint Martin presso gli Apindji, ma l’opposizione al loro operato fu così intensa, soprattutto negli anni ’30-’50, che nel 1956 la Missione si trovò costretta a chiudere. L’opposizione era di tipo passivo: quando i missionari giungevano nei villaggi per dare lezioni di catechismo, i bambini venivano nascosti nella foresta, e diversi villaggi che erano situati nelle vicinanze della Missione furono abbandonati dai loro abitanti (Świderski, 1990, vol. I, pp. 229-230).

Troppo poco conosciamo delle credenze religiose degli Apindji, del loro antico culto degli antenati, un culto che sappiamo essere strettamente associato alla genesi del Buiti. Świderski riporta che le reliquie degli antenati erano gelosamente custodite dal figlio primogenito, che le onorava con delle offerte, e che il Buiti riservava al culto degli antenati uno dei posti più importanti. La parte più interna del tempio buitista, quella verso la parete di fondo, era considerata la dimora degli antenati (Świderski, 1965, pp. 557, 563).

Il tempio buitista fra gli Apindji è denominato nganza ed è impiegato anche come spazio sociale maschile. Si trova costantemente da uno dei lati del villaggio. E’ caratterizzato da un tetto di foglie di palma e da una specie di gronda frontale alquanto bassa, al punto che per entrare ci si deve inchinare. Un altro elemento importante per il suo simbolismo, oltre che come elemento strutturale, è il palo centrale che sostiene il tetto. Al tetto e alle pareti sono appesi delle parti di animali quali mascelle di coccodrillo, code di porcospino, denti di pantera, ecc.

Lo nganza è di proprietà di una famiglia clanica, cioè di un gruppo allargato di individui, generalmente corrispondenti agli abitanti di uno o più villaggi vicini. Il diritto di costruire un tempio è mediato dalla sovra-struttura gerarchica e viene permesso nel corso di una specifica cerimonia buitista. Il capo della famiglia clanica deve pagare l’acquisizione del diritto di possessione di un tempio con un certo numero di capi di bestiame, cibi e altri beni materiali.

Riguardo al secondo spazio rituale buitista, lo nzimbe, presso le altre etnie si tratta di uno spazio circoscritto che si trova generalmente vicino al villaggio e che è strettamente riservato agli iniziati al Buiti. Presso gli Apindji, oltre a essere il luogo riservato agli iniziati, per nzimbe si intende un raggruppamento di iniziati buitisti di diversi villaggi che seguono una propria “mistica”. Sembrano rappresentare delle sette o delle correnti (Il termine “correnti” è forse più appropriato, seguendo il suggerimento di Javier Gonzáles Díez, 2012, p. 44). Gli nzimbe sono indipendenti fra di loro e parrebbero essere espressione di una data generazione di buitisti. A un certo punto, soprattutto con il sopraggiungere di una nuova generazione di iniziati, lo nzimbe può essere percepito obsoleto e sorge la necessità di un cambiamento. In tal caso viene organizzata un “lancio dello nzimbe” internamente a una cerimonia di Buiti Disumba, dove vengono apportate le modifiche e il cambio di nome del nuovo nzimbe.

La gerarchia buitista prevede sei gradi (édiga). In quello inferiore ci sono i debuttanti (dindadio) e in quello superiore gli Anziani (ditati). Un capo degli Anziani, momba o mombe (“nonno”) ricopre il ruolo di guardiano delle tradizioni e di consigliere supremo della teologia e liturgia del culto. Un altro capo, misambo, svolge il ruolo di giudice supremo e comanda di fatto la comunità. Egli decide anche gli atti punitivi per chi infrange le regole e può decretare la morte a chi si sia reso colpevole di aver divulgato i segreti del culto. La carica del misambo è a vita.

L’iniziazione al Buiti (môvémbo) prevede l’assunzione di una certa quantità di iboga, che fra gli Apindji e soprattutto nel contesto iniziatico è denominata anche “vampiro”. Il rito iniziatico è denominato “Buiti per ottenere il vampiro”. Il neofita non può toccare con le mani l’iboga e deve introdurla direttamente in bocca chinandosi verso il suolo dove è collocato il contenitore con l’iboga. L’assume per tutta una giornata e verso sera viene sottoposto a un bagno rituale (mososo) in un fiume, dopodiché continua a mangiare l’iboga. La quantità totale di scorza di radice di questa pianta assunta nel corso dell’iniziazione è di due cestini ricolmi del diametro di 20 cm. Mentre il neofita si trova nello stato visionario il resto della comunità si cimenta in una lunga serie di danze al suono del mongongo, delle campanelle e del corno. Non viene fatta menzione all’uso dell’arpa (ngombi), strumento musicale d’importanza fondamentale nei culti del Buiti di altre etnie. La “visione del Buiti” termina con un lungo sonno del neofita. Il ciclo iniziatico dura ancora alcuni mesi, durante i quali il neofita dovrà rispettare certi tabù alimentari ed essere sottoposto a una serie di prove e di precetti che di fatto gli indicheranno il futuro comportamento da tenere all’interno della società.

Oltre al segreto rito iniziatico, vengono praticate periodicamente delle cerimonie notturne più aperte, distinguibili in Buiti dissumba (detto anche Buiti masseva), Buiti a mwéngué e Buiti a missoko (per quest’ultimo si veda Il misoko dei Mitsogho). Il disumba è un rito gioioso e molto appariscente che viene eseguito in occasioni festose, quali il ritorno di un parente dopo una sua lunga assenza o in concomitanza di festività pubbliche.

Il Buiti a mwéngué viene svolto in contesti funebri, generalmente dopo un certo periodo di tempo dalla sepoltura del deceduto. Il suo scheletro viene disseppellito e il cranio dipinto di caolino rosso e portato in processione per il villaggio. Alla fine della cerimonia notturna il cranio viene consegnato a colui che per diritto ereditario dovrà conservarlo come reliquia.

 

Eshira

Gli Eshira, altrimenti noti come Shira o Gisira, sono un gruppo etnico con struttura matrilineare appartenente al ceppo linguistico merye. Sono stanziati per lo più nel Gabon sud-occidentale fra Fougamou e Mandji. In precedenza risiedevano più a nord, forse nell’area del lago Onangué, e come i Mitsogho hanno dovuto sostenere guerre contro i bellicosi Akélé. Anche gli Eshira impiegavano la bevanda del mbounda nei contesti bellici (si veda Il Bwete dei Mitsogho); ma mentre per i Mitsogho parrebbe essersi trattato di una bevanda di protezione magica che aveva come ingredienti la carne umana di un Bianco e il mestruo di una donna, per gli Eshira sembra essersi trattato di un liquido in cui erano state fatte macerare delle scorze vegetali (Deschamps, 1962, p. 22), quindi con possibili proprietà stimolanti.

La prima testimonianza della presenza del Buiti presso gli Eshira è datata al 1894 e riportata dallo spiritano francese Joachin Buléon (Buléon, 1894, pp.611-2; si veda Samorini, 2024a).

Disponiamo di una sola descrizione delle cerimonie buitiste shira datata agli inizi degli anni ’60. Quando in un villaggio si tiene una danza notturna, l’organizzatore invia dei messaggeri con delle radici di iboga presso i villaggi vicini per informare gli altri iniziati. Questi, ricevuta l’iboga, la masticano per tutto il giorno. Verso sera si incamminano portando ciascuno con sé uno sgabello. Fanno un bagno in un fiume, dopodiché si dipingono il corpo con la polvere rossa di padouk e l’argilla bianca pèmba. Nell’avvicinarsi al villaggio dove si terrà la cerimonia suonano un corno per annunciare il loro arrivo. I partecipanti si radunano in un angolo del villaggio e mangiano delle banane che le donne hanno cotte alla brace. Quindi si adornano con vestiti di rafia ed entrano nello mbandja. Allineati in file di cinque cantano e danzano al suono dell’arpa, di una campanella di ferro e dell’obaka (baké). Di volta in volta uno degli iniziati esce dalla fila e danza saltando e volteggiando il corpo. Nel corso di queste danze i partecipanti vedono cose sovrannaturali, quali l’apparizione di un Bianco o una pentola che bolle senza fuoco. Al termine della danza un iniziato si rivolge al Buiti, lo interroga e trasmette la risposta ai partecipanti (Raponda-Walker & Sillans, 1962, pp. 222-3). Sembrerebbe quindi esserci un’attività rituale di natura oracolare.

Nel 1993 un’indagine di campo presso gli Eshira ha confermato la persistenza dell’uso dell’iboga presso questa popolazione, sebbene i dati siano stati esposti in maniera un po’ confusa. Parrebbe esistere un impiego dell’iboga per scopi psico-diagnostici: il malato si fa iniziare a una società segreta per scoprire egli medesimo, sotto l’effetto dell’iboga, la causa della malattia di cui soffre. Queste società segrete dispongono di un responsabile che inizia i malati grazie alla sua esperienza. I medesimi informatori hanno riportato anche l’esistenza presso di loro del Buiti (Mouguiama, 1994).

 

Nkomi

Gli Nkomi sono un gruppo etnico di ceppo linguistico myene. Noti nei secoli passati come Cama o Comma, il loro principale territorio di residenza è stato per lungo tempo la laguna di Fernan-Vaz, spesso e ancora oggi chiamata laguna Nkomi, un’area costiera del Gabon situata a sud di Port Gentil e della foce del grande fiume Ogooué. I primi riferimenti alla popolazione dei Comma o Cama appaiono nel XVII secolo (Merlet, 1991, p. 85).

Gli Nkomi di Fernan-Vaz sono strettamente imparentati con gli altri due gruppi myene degli Orungu dell’area di Port-Gentil e dei Galwa dell’area di Lambaréné. Mentre questi ultimi due gruppi etnici subirono l’evangelizzazione protestante, gli Nkomi subirono quella cattolica. La società nkomi era un tempo strutturata attorno a un’organizzazione politica centralizzata, con all’apice un re denominato Rengondo.

Oggigiorno nella laguna di Fernan Vaz restano pochi Nkomi, per via della loro migrazione verso i centri metropolitani di Port Gentil e di Libreville per coprire l’esigenza di mano d’opera delle moderne industrie portuali e forestali.

Il primo riferimento alla possibile presenza del Buiti fra gli Nkomi si trova in un passo del 1861 del primo libro di Du Chaillu, dove l’esploratore cita un “idolo del mbuiti” presente nel villaggio del re dei Camma Damagondai. Come evidenziato altrove (Samorini, 2024a), nella successiva edizione francese del suo testo Du Chaillu (1863, p. 238-9) sostituì in questo passo la parola mbuiti con quella di mbuiri, denotando con ciò una indecisione che non ci permette di attribuire con certezza quell’idolo presso i Camma come appartenente al culto del Buiti (si veda I documenti antichi sull’iboga).

Più certo è il riferimento al Buiti datato al 1887 e trascritto in un libro del 1896 del canonico francese Eugène Le Garrec, dove è citata presso gli Nkomi di Fernan-Vaz una “casa del Bouiti” dotata di una colonna centrale scolpita (rip. in Gaulme, 1979, p. 65). Il culto buitista degli Nkomi verrà quindi descritto dal missionario evangelico Ernst Haug, che aveva osservato sin dal 1897 la presenza dei templi presso il lago Alombié. Interessante l’osservazione che a quei tempi le comunità buitiste nkomi erano costituite principalmente da schiavi (Haug, 1904, pp. 436-7; si veda Samorini, 2024a). Anche Raponda-Walker riportò la notizia che agli inizi del XX secolo il Buiti fra le etnie costiere di lingua myene – Nkomi, Mpongwe, Galwa, Orungu – era professato essenzialmente dagli schiavi che provenivano dalle regioni interne dei fiumi Ngounié e Alto-Ogooué, o da myene che si erano fatti iniziare a questo culto presso le etnie dell’interno e con le quali avevano rapporti di intermediazione commerciale con gli Europei della costa (Raponda-Walker & Sillans, 1962, pp. 190-1). Appare tuttavia evidente come presso le etnie costiere myene il Buiti si sia diffuso in maniera più limitata rispetto alla sua estesa diffusione presso le etnie dell’interno di lingua membe e merye.

Gli Nkomi sono rinomati presso le altre etnie gabonesi per aver creato l’Elombo, un culto di possessione a gestione prevalentemente femminile in cui viene usata l’iboga e che potrebbe essere la forma originaria da cui si svilupparono successivamente l’Ombudi dei Mitsogho e l’Ombwiri dei Fang. Il motivo della scarsa diffusione del Buiti fra gli Nkomi potrebbe risiedere nella sua difficile concorrenza con l’Elombo. Entrambi i culti hanno come luogo rituale principale lo mbandja, e questo non è considerato esclusivamente come il tempio del Buiti come lo è presso le altre etnie dell’interno.

Gli Nkomi distinguono diversi tipi di Buiti. Denominano quello ricevuto dai Mitsogho disumba, mentre chiamano ndea una derivazione del disumba considerata “perversa”, pur anch’essa d’origine tsogho, intesa come Buiti “degli stregoni”, dei “mangiatori d’anime”. Secondo gli Nkomi, per entrare nello ndea si deve prima essere iniziati al disumba, e passare dallo stato di semplice iniziato (bandji) a quello di officiante superiore (ñima) significa passare dal disumba allo ndea, quindi fare della stregoneria e “mangiare anime” (Gaulme, 1979). Questo modo di vedere le due principali correnti del Buiti dei Mitsogho non rispecchia quello di quest’ultima popolazione, ed è un’interpretazione specificatamente nkomi, se non una visione personale degli informatori di Gaulme. Il Buiti diffuso nei territori meridionali del Gabon, a sud di Sette Cama, è denominato dagli Nkomi ndjobi.

Nel Buiti degli Nkomi i due principali strumenti musicali sono l’arpa ngombi e l’obaka, considerati come delle persone, la prima femminile e la seconda maschile, che quando suonati insieme dialogano fra di loro. Ma per intendere questo dialogo si deve essere sotto effetto dell’iboga (id.).

 

Masango

I Masango, noti anche come Ashango, sono un gruppo etnico di ceppo linguistico merye stanziati nelle aree montuose del Gabon meridionale, in particolare fra i villaggi di Mimongo e Mbigou. Sono strettamente imparentati con gli Eshira con i quali si comprendono linguisticamente.

E’ una delle popolazioni che maggiormente è stata vittima della tratta, considerata una “delle grandi riserve di schiavi” in cui venivano a rifornirsi gli Apindji, Mitsogho e le altre etnie che commerciavano con i Bianchi (Raponda-Walker, 1993[1924], p. 49).

Il primo riferimento dell’esistenza del culto del Buiti presso gli Ashango è datato al 1865, quando Du Chaillu (1867, pp. 313-4) ebbe occasione di partecipare a una cerimonia notturna dello Mbuiti in un loro villaggio. La descrizione di questa cerimonia è la prima in assoluto nella letteratura occidentale (riportate per esteso in Samorini, 2024a e in I documenti antichi sull’iboga). Du Chaillu riportò l’esistenza di una statua/idolo antropomorfa femminile dello Mbuiti collocata nel fondo del tempio; questo era pieno di uomini che tenevano in mano delle torce accese, fra i quali si distinguevano due officianti con il viso colorato per metà rosso e per metà bianco. I partecipanti stavano seduti a terra e cantavano al suono dell’arpa, dell’obaka e di tre tamburi. Tutti gli uomini periodicamente si alzavano e cantavano attorno ai due officianti.

Un’altra descrizione della cerimonia notturna del Buiti fra i Masango fu riportata quasi un secolo dopo da Roger Sillans. L’inizio della cerimonia è segnato dal suono di un corno. Dalla foresta i partecipanti entrano da un lato del villaggio in lenta processione cantando una melodia inizialmente a bassa voce e gradualmente sempre più forte, sino a raggiungere lo mbandja. Due suonatori di tamburi o di obaka danno il ritmo ai canti. E’ interessante osservare come la fila di iniziati sia preceduta da due ragazzine che sono abbigliate come loro e che aprono la marcia d’ingresso al tempio. Questa marcia è segnata da uno specifico passo, “con il busto proiettato in avanti, alzano la gamba destra e la lasciano cadere pesantemente al suolo, le braccia irrigidite lungo il corpo, la testa che pende sulla spalla sinistra”. Entrati nello mbandja gli uomini si siedono lungo le pareti, continuano a cantare, tengono le mani sulle ginocchia e oscillano lentamente la testa dall’alto al basso. Nel fondo del tempio v’è ancora un idolo che rappresenta il Buiti, come aveva osservato un secolo prima Du Chaillu. I testi dei canti celebrano la potenza del Buiti. In uno di questi sono sorprendentemente citati dei funghi:

“Sul dorso del tuono (o del lampo) sono cresciuti dei funghi. Oh! Oh! Oh! Aé! Aé! Aé! Madre mia, O madre mia! Digodjè è un intelligente! Eh! Eh! Eh! Oh! Oh! Oh! Madre mia, o madre mia! Dibondji è un intelligente! Sul dorso del tuono sono cresciuti dei funghi! Oh gente della mia tribù! Aé! Aé! Aé! E’ lo stesso Botudu che ha fatto questa meraviglia!” (Raponda-Walker & Sillans, 1962, p. 217-8).

Digodjè, Dibondji, Botudu sono diversi appellativi rispettosi del Buiti. L’associazione dei funghi con il fulmine e il tuono, in particolare la credenza che i funghi nascono dove cadono i fulmini, è diffuso in tutta l’Eurasia (Wasson et al., 1986, pp. 83-94), nelle Americhe (Samorini, 2023), e in Africa (Samorini, 2001, pp. 84-5).

I partecipanti si alzano bruscamente, escono dal tempio e danzando descrivono un cerchio da sinistra a destra attorno a un fuoco, dopodiché rientrano nello mbandja. Fanno questo diverse volte di seguito. Nella loro danza gesticolano come fossero posseduti. A un certo punto all’esterno del tempio appare un’immagine del Buiti, in forma ovale, vestito di foglie di banana, alto più di due metri, con gli occhi sostituiti da due torce accese e con una lunga lingua rossa. Si agita freneticamente in tutte le direzioni sino a che non svanisce. Gli uomini rientrano quindi nel tempio e riprendono i canti e le danze. Fa quindi la sua apparizione un uomo mascherato che tiene in mano una torcia accesa, corre e salta fra gli spettatori avvicinando la torcia ai loro nasi, quindi si inginocchia davanti alla statua del Buiti. I danzatori si precipitano verso di lui per colpirlo ma questi si rialza, esce dal tempio, quindi vi rientra e si ripete la medesima scena per diverse volte. Parrebbe trattarsi di un rito di purificazione che si conclude con il maestro della cerimonia che si sfrega le mani sopra al fuoco e chiude la mano sinistra di ciascun uomo e infine salta toccando il tetto del tempio. Seguono altre scene di danze che vedono coinvolti da due a quattro uomini e che sembrano mimare o rappresentare simbolicamente azioni con specifici significati. Il tutto termina con l’arrivo della luce del giorno (Raponda-Walker & Sillans, 1962, pp. 215-222).

Più recentemente, negli anni ’90, è stata osservata presso i Masango la presenza di specialisti guaritori veggenti, denominati nganga misoku. Si tratta di quel tipo di guaritori che presso i Mitsogho hanno dato origine al misoko (si veda Il misoko dei Misogho e Samorini, 2025c). Fra i Masango, accertato che la malattia non è d’origine naturale ma causata da un qualche atto di stregoneria, il malato si reca dallo nganga misoku affinché questi individui la causa della malattia, sebbene non sia specificato con quali tecniche, e soprattutto se utilizzi l’iboga. Scoperta l’origine della malattia il malato si reca dallo nganga supremo, il “grande guaritore”, che con le sue competenze mistiche e medicinali combatte lo stregone che ha causato la malattia. Di frequente questo nganga inizia il paziente al dibua (iboga), affinché veda egli medesimo la causa della sua malattia (Idyata-Mayombo, 1994).

 

Balumbu

I Balumbu, noti anche come Loumbou o Lumbu, sono un gruppo etnico di lingua merye stanziato nell’area costiera della parte meridionale del Gabon. Parrebbe che tempo fa siano migrati dal Congo.

Riguardo al culto del Buiti disponiamo di una testimonianza datata agli inizi del XX secolo da parte dello spiritano Le Scau, già presentata in parte altrove (Samorini, 2024a):

“Quando arrivate in un villaggio loumbou, vedete in fondo alla corte una casa oscura più bella delle altre; aperta davanti, è decorata di giovani rami di palma in guisa di ghirlande. E’ un tempio del Bouiti. Il feticcio è in un piccolo altare della casa, nella semi-oscurità. Esternamente non vedete che un pezzo di legno, grossolanamente scolpito, che ricorda una figura umana. Gli occhi, formati da due frammenti di vetro, brillano. Il collo è coperto da un ammasso di erbe, nel mezzo delle quali appare uno specchio. Lì dentro risiede lo spirito Bouiti, il grande feticcio di Setté-Cama! Bouiti è potente. Dà ricchezza e piaceri ai suoi devoti, Ma guai ai suoi nemici! La sua vendetta è terribile!” (Le Scau, 1908, pp. 333).

Deschamps (1962, p. 32) ha confermato la presenza del Buiti presso i Balumbu.

 

Il Buiti nella Guinea Equatoriale

La Guinea Equatoriale è una piccola nazione africana situata all’altezza dell’equatore. Ha una forma grossolanamente rettangolare, dove un lato è bagnata dal mare, altri due lati confinano con il Gabon e il lato settentrionale confina con il Camerun. Oltre alla parte continentale, la Guinea Equatoriale conta un insieme di isole sparse nel golfo di Guinea, di cui la più grande è quella di Bioko, un tempo denominata Fernando Pó, sede tradizionale del gruppo etnico dei Bubi e dove si trova la capitale della nazione, Malabo.

La Guinea Equatoriale ha subito una colonizzazione dapprima portoghese e successivamente spagnola, e ottenne l’indipendenza nel 1968. Come per numerose altre nazioni africane ha una storia molto sofferta anche nel periodo post-coloniale, che ha visto il decennio della feroce dittatura di Macías e la successiva dittatura di Teodoro Obiang che dura da oltre 40 anni, con elezioni fraudolente simili a quelle che per oltre 50 anni hanno tenuto al potere la famiglia Bongo in Gabon.

La storia coloniale e post-coloniale della Guinea Equatoriale è stata caratterizzata da un’influenza del potere religioso cattolico di tipo inquisitoriale, con un’azione repressiva nei confronti dei culti nativi più aspra e duratura rispetto a quella degli altri paesi vicini. In particolare il Buiti, che iniziò a diffondersi in questa nazione limitrofa del Gabon verso la metà degli anni ’20, subì una sistematica opera di repressione e di diffamazione, con la sua messa fuori legge anche nei tempi post-coloniali. Borrego Nadal (1994, p. 171) riportava che agli inizi degli anni ’90 il Buiti era ancora illegale nella Guinea Equatoriale. Per la storia delle persecuzioni del Buiti in questa nazione si veda Le persecuzioni del Buiti.

Il primo riferimento al Buiti negli scritti della Guinea Equatoriale è datato al 1923, per opera di un missionario che scriveva nella rivista cristiana Guinea Española. A parte l’erronea identificazione dell’iboga con la pianta Strychnos Ikaja, un errore a quei tempi ancora molto diffuso nella letteratura missionaria e che in realtà riguarda una delle fonti da cui si ricavava il veleno ordalico mboundou (Samorini, 2025a), non vi sono elementi che testimonino la presenza del culto in questa nazione già a quella data (Anonimo, 1923). La sua presenza viene per la prima volta riscontrata nel 1927: “il bueti si sta diffondendo fra alcuni villaggi della costa di Elobey”. Il nome Elobey viene dato a un paio di isolotti che si trovano di fronte all’imboccatura del Rio Muni (Fernández, 1927a, p. 10).

I primi buitisti sarebbero giunti dal Gabon con lo scopo di rifugiarsi dalle persecuzioni allora in atto in questo paese, “giacché nel lato francese venivano perseguitati come criminali sospetti che era necessario sterminare”. Il Buiti si sarebbe quindi diffuso fra le popolazioni dell’interno della Guinea Equatoriale, in direzione di Evinayóng, nella parte centro-sud del paese, “con identico programma di ferocia che caratterizzava quelli venuti dal Gabon”. Una volta ingerite le radici di “strychnos”, i partecipanti al culto “perdono tutta la vergogna, impazziscono all’inseguimento delle oscenità più disinvolte con la maggior freschezza che si può concepire fino al punto, dice un testimone presenziale che una notte contemplò un siffatto orrendo baccanale, che chiunque che lo vedesse avrebbe creduto demoni sorti dall’abisso, piuttosto che creature civilizzate” (Fernández, 1927b).

Nel 1946 l’evoluzione storica del Buiti nella Guinea Equatoriale è stata descritta come segue:

“Il Mbueti fu introdotto nella nostra colonia in data recente. Mbá Nchuchuma fu il primo a iniziarsi, prendendo il nome di Ndongo. Era dell’ayong [clan] degli Yemban e del villaggio di Boncho. Lo accompagnò nelle sue peregrinazioni iniziali un negro gabonese chiamato Aló Ebanyabanga. Nelle loro attività iniziali erano dipendenti dal gruppo di Libreville. All’inizio lo sviluppo fu molto lento, la sua espansione seguì la direzione da sud a nord lungo la costa. Si stabilizzò per un certo tempo in due o tre nuclei nelle demarcazioni da Kogo a Río Benito” (Presentazione firmata da tale L.T.I. dello scritto di González de Pablo, 1946, p. 71).

Un altro autore, che denominava il Buiti come Mhueti o Mhiti, riportò in maniera un poco differente i nomi dei due primi buitisti che giunsero in Guinea Equatoriale: si trattava di due individui della medesima etnia Yeveng, Ndongo (Mha Nchuchuma) ed Ebouga Ebouga (Aló). I primi iniziati guineani sarebbero stati Masua (Pablo Nicose), del clan Esambeng, Alfonso Bitomo, del clan Yebeng e Igoaga Egoaga. Un primo nucleo di irradiazione del culto si formò nell’area dell’estuario del fiume Muni, con successiva diffusione lungo la costa e in forma più sporadica nei territori interni orientali (Pinillos de Cruells, 1949). Non sono riuscito a trovare notizie riguardo ai gruppi qui denominati Yemban, Yeveng, Esambeng, Yeben; probabilmente si tratta di nomi di clan o sottogruppi fang.

Secondo Borrego Nadal (1994, p. 171) il Mbueti (Buiti) si diffuse inizialmente presso i Fang guineani e si trattava quindi del Buiti sincretico con il cristianesimo. Fu quindi questo tipo di Buiti a diffondersi successivamente presso gli altri gruppi etnici guineani. Ma è già stato presentato il problema dell’enigmatica presenza della corrente myobe (nyobe) nella Guinea in tempi precoci, negli anni ’40; un culto tradizionale che usava l’iboga e che difficilmente poteva riguardare il Buiti sincretico dei Fang (si veda Il misoko dei Mitsogho e Samorini, 2025c).

In una maniera apparentemente un po’ confusa, negli anni ’40 v’era chi nella Guinea Equatoriale faceva distinzione fra lo Mbuiti o Mbueti e il Buiti. Quest’ultimo, diffuso nella costa e denominato anche Mabongo, potrebbe essersi formato da una scissione dal Mbueti. Esisterebbe un’altra distinzione nel Buiti guineano: il Nyobe diffuso all’interno del paese e praticato soprattutto dai Paume, e il Disumba, che verrebbe praticato dalle popolazioni costiere (Alvarez Ramón, 1951, p. 231, 235-7; la distinzione fra Buiti disumba e Buiti nyobe è stata seguita anche da Bedate, 1946). Disumba e nyobe (in realtà myobe) sono termini della lingua getsogho; il primo designa la prima forma del Buiti, mentre per il myobe rimane incerta la sua attribuzione a una corrente buitista o a una pratica di cura del mondo degli nganga (ibid.).

Negli anni ’50 Antonio Vilaldach de Veciana svolse un’indagine sul Mbuiti dell’area costiera della Guinea Equatoriale, usufruendo di informatori buitisti delle etnie Kombe, Bujeba e Balenge. La diffusione del culto sarebbe stata inizialmente promossa dagli Njavi, che in seguito tuttavia lo abbandonarono.

Un individuo che desideri essere iniziato al culto deve essere presentato alla comunità da un iniziato (bandji). Viene quindi preparato un rito dove è richiesto direttamente al Bwiti se accetta il nuovo aspirante. Questi sceglie un padrino d’iniziazione che lo erudisce sul culto.

Per l’iniziazione il neofita deve dapprima assumere un emetico per purificare il corpo, quindi viene tenuto in un luogo appartato a digiuno completo. La mattina seguente gli viene data una banana arrostita tagliata in due e ripiena di scorza di iboga e ne mangia un’altra nel pomeriggio. Il giorno successivo è pronto per la vera e propria iniziazione. Dopo un bagno rituale nel fiume il neofita viene fatto sedere per terra nel tempio (mbanja) su una pelle di genetta (mosinji; per il valore simbolico e rituale della genetta si veda Samorini, 2024c) davanti a una candela accesa. Il padrino punge per tre volte con un ago la lingua, le orecchie e il petto all’altezza del cuore del neofita. Il significato di questo rito sarebbe una forma di uccisione simbolica del neofita, sulla cui testa viene messa una piuma di pappagallo. Quindi al suono dell’arpa il padrino punge una palla di iboga e nuovamente per tre volte la lingua del neofita. Questi ingerisce una prima palla di iboga del volume di 1 cmq; ne dovrà mangiare in tutto quindici (Vilaldach de Veciana, 19583, pp. 8-41).

Non si hanno molte notizie sullo stato attuale del Buiti nella Guinea Equatoriale. Borrego Nadal (1994, p. 171) riportava che agli inizi degli anni ’90era ancora illegale in questa nazione.

Nel 2024 l’italiano Alessio Quatrini, un grande viaggiatore dell’Africa equatoriale, poté partecipare a un rito buitista nelle vicinanze di Kogo, un villaggio della Guinea Equatoriale situato nelle vicinanze del confine meridionale con il Gabon: “Nel buio della foresta, sotto un capannone si stanno preparando altari, candele, si truccano e poi iniziano le loro invocazioni, prima lentamente, poi ballano e pian piano che l’allucinogeno sale le danze e i ritmi diventano sempre più intensi” (comm.pers. settembre 2025). Il rito non si era svolto in segretezza, un fatto che porta a dedurre che il Buiti non è più considerato illegale in questa nazione, o che comunue gode ora di un certo livello di tolleranza. Quatrini non ha saputo dare informazioni sul gruppo etnico di appartenenza dei partecipanti al rito. Dalle foto che poté scattare e che mi ha gentilmente fatto prendere visione si può solo dedurre che è un Buiti sincretico del tipo Buiti Fang.

 

Un momento di un rito buitista della Guinea Equatoriale (foto Alessio Quatrini, 2024)

Si vedano anche:

 

 

 

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BINET JACQUES, OTTO GOLLNHOFER & ROGER SILLANS, 1972, Textes religieux du Bwiti-faƞ et de ses confréries prophétiques dans leurs cadres rituels, Cahiers d’Études Africaines, vol. 12, pp. 197-253.

BORREGO NADAL VICTOR, 1994, “Visión” y conocimiento: el arte Fang de Guinea Ecuatorial, Tesis Doctoral Facultad de Bellas Artes, Universidad Complutense de Madrid.

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