Archeologia del Boophone disticha

Archaeology of Boophone disticha

Boophone disticha è una pianta allucinogena della famiglia delle Amaryllidaceae, nota e impiegata da diverse etnie dell’Africa del Sud (si veda Leshoma, la pianta visionaria del Sud Africa). La relazione dell’uomo con questa appariscente pianta bulbacea è antica di almeno tre millenni, come evidenziato dai dati archeologici.1

Uno dei ritrovamenti più significativi è venuto alla luce in un riparo sotto roccia in località Tierkloof, ai piedi dei Monti Kouga vicino a Joubertina (regione del Langkloof, Provincia di Eastern Cape, Sud Africa). Si tratta di un corpo parzialmente mummificatosi naturalmente datato a 2000 anni fa, seppellito a circa 80 cm di profondità in un’area vicina alla parete posteriore del riparo. Il luogo della sepoltura era stato segnalato con una pietra piatta ornata di pitture in stile san da entrambi i lati (Pearce, 2003). Il corpo era stato collocato in posizione flessa e giacente da un lato, e in buona parte – dalla regione pelvica sino al cranio – era stato ricoperto da uno spesso strato di foglie di Boophone disticha. Le proprietà antisettiche di queste foglie (si veda Etnobotanica del Boophone disticha), insieme alle condizioni ambientali particolarmente disidratate, hanno permesso la parziale mummificazione del corpo. La parte inferiore del corpo, dalla regione pelvica ai piedi, era stata avvolta da una stoffa costruita con Cyperus textilis Thunb (Cyperaceae). Lo studio antropofisico ha rivelato che il corpo riguardava un individuo maschio di 30-40 anni d’età appartenente probabilmente all’etnia Khoe-San, ed evidenziava un’amputazione rituale della falange distale della mano sinistra; si tratta di una pratica nota fra i Boscimani, che avveniva nella prima infanzia e che aveva scopi magico-protettivi (Binneman, 1999; Steyn et al., 2007).

L’avvolgimento del corpo con foglie di Boophone avrebbe potuto implicare significati simbolici e non una mera funzione antisettica, come già evidenziato dal noto archeologo sudafricano David Lewis-Williams (Lewis-Williams & Pearce, 2004), e ciò a maggior ragione alla luce delle proprietà visionarie di questa pianta.

Il corpo parzialmente mummificato ritrovato nei Monti Kouga, Sud Africa, che era avvolto da uno spesso strato di foglie di Boophone disticha (da Steyn et al., 2007, fig. 3, p. 4)

Resti di questa pianta sono venuti alla luce in altri siti archeologici: nel riparo sotto-roccia di Kleinpoort Shelter, datato a 2000 anni fa (Binneman, 1998), e nella grotta Havens della Valle Cambria, datato al 700-800 della nostra era, entrambi situati nella Provincia del Capo. Nella grotta Havens è stata scavata un’area di immagazzinamento in cui erano state depositate numerose specie vegetali di impiego alimentare e medicinale; fra quelle medicinali la più abbondante è risultata Boophone disticha (Binneman, 1997).

Un ulteriore ritrovamento, con datazione a circa 2000 anni fa, è venuto alla luce negli scavi della grotta di Boomplaas, ai piedi dei monti Swartberg, nella regione del Capo. Questa grotta fu occupata a più riprese durante un largo arco do tempo. Nel livello corrispondente alla Cultura di Wilton (circa 2000 anni fa), la grotta fu impiegata come magazzino e vi sono stati ritrovati 46 pozzi di immagazzinamento, del diametro variabile dai 20 agli 80 cm. Le pareti di questi pozzi erano stati ricoperti di foglie di Boophone disticha, molto probabilmente per scopi antisettici (Deacon et al., 1976). I pozzi servivano per immagazzinare i frutti di Pappea capensis Eckl. & Zeyh. (Sapindaceae), da cui veniva ricavato un olio impiegato non per scopi alimentari ma per la cura della pelle e per altri scopi manifatturieri (Deacon, 1979).

Infine, sempre per quel che riguarda l’evidenza diretta costituita dal ritrovamento di reperti materiali (per queste definizioni metodologiche si veda Archeologia delle droghe), nella grotta di Melkhoutboom di Eastern Cape ritrovamenti della pianta sono stati datati attorno al 900 a.C., e riguardano i reperti materiali più antichi sinora individuati (dagli scavi di J.H. Deacon degli anni ’70, rip. in Lombard et al., 2012, p. 132).

Per Boophone disticha disponiamo anche di alcune evidenze indirette di natura iconografica. Una sua raffigurazione parrebbe essere presente in una pittura rupestre del Lesotho. Questa pittura, di fattezza stilistica san, è localizzata in un riparo sotto roccia del monte Thaba Bosiu. Era già stata osservata e registrata (ma non pubblicata) da Ellenberg agli inizi del XX secolo, e fu riscoperta negli anni ’80. La pianta è raffigurata fra alcuni quadrupedi, probabilmente una giraffa e, forse, alcuni cavalli. Accanto alla pianta è dipinto ciò che sembra essere uno scudo di fattezza sotho, dotato della sua caratteristica piuma. La pianta è dotata di un bulbo, purtroppo in buona parte danneggiato, e di un lungo stelo che culmina con una parte floreale costituita da 7 infiorescenze raggiate. In una prima interpretazione questa pianta venne identificata con Brunsvigia radulosa Herb. (Amaryllidaceae). Sebbene fosse stata presa in considerazione anche Boophane disticha, era stata preferita B. radulosa poiché possiede un numero di infiorescenze minore rispetto a quest’ultima (che ne contiene 70-100), e per via del fatto che la pianta fiorita è dipinta priva di foglie. Dall’identificazione del particolare tipo di scudo e dei quadrupedi come cavalli, se ne è dedotto che la pittura è datata al periodo storico, ipoteticamente prima di 300 anni fa (Loubser & Zietsman, 1994). I medesimi studiosi che hanno proposto l’identificazione della pianta dipinta come B. radulosa hanno ipotizzato che si tratti di una pianta psicoattiva, in base ad alcune considerazioni biochimiche e farmacologiche, in realtà un po’ generiche (id., 1994). Questa pianta non è nota avere proprietà psicoattive e i riferimenti alla sua supposta psicoattività che si incontrano nella letteratura sono perlopiù riconducibili e conseguenti all’ipotesi abbozzata da Loubster & Zietsman. In seguito a questa medesima supposizione è stata effettuata un’indagine biochimica del bulbo di B. radulosa, sulla base anche della conoscenza di un occasionale impiego tradizionale di questo bulbo in sostituzione di quello di B. disticha nel trattamento di disordini mentali. L’analisi ha confermato la presenza di diversi alcaloidi presenti nel genere Amaryllidaceae, inclusa la crinamina, ed è stato ipotizzato che questo alcaloide, presente anche in B. disticha, potrebbe rendere conto delle eventuali proprietà psicoattive di B. radulosa (Crouch et al., 2002).

Rilievo della pittura del monte Thaba Bosiu (Lesotho) con raffigurata la pianta identificata prima come Brungsvigia radulosa e in seguito come Boophone disticha (da Loubser & Zietsman, 1994, fig. 1, p. 611)

Più recentemente è stata proposta l’identificazione della pianta dipinta a Thaba Bosiu come B. disticha. Ciò in considerazione, oltre dell’assenza di un impiego tradizionale di B. radulosa come fonte inebriante, del fatto che anche B. disticha produce prima lo stelo floreale e solo in seguito le foglie, per cui può corrispondere alla raffigurazione vegetale priva di foglie di quella pittura (Mitchell & Hudson, 2004). Tale identificazione è in effetti più credibile, per via dei dati archeologici sopra riportati, che evidenziano l’antica relazione umana con B. disticha, una pianta dagli accertati effetti visionari.

Infine, alcune possibili raffigurazioni di Boophone disticha, in questo caso incise sulla roccia, sono state segnalate in un sito del Griqualand West, Sud Africa. Oltre alla rappresentazione del bulbo o delle foglie nella tipica disposizione a ventaglio, un’incisione dai lineamenti circolari concentrici è stata interpretata come il grosso frutto sferico del B. disticha, che ha la caratteristica di staccarsi dal gambo quando è secco e di rotolare per il terreno, disperdendo in tal modo i suoi semi (Wilman, 1968). Wilman non offre spunti credibili riguardo la datazione di queste incisioni, la cui cronologia resta al momento incerta.2

Incisioni su roccia sudafricane con possibili raffigurazioni del Boophone disticha. Nell’immagine di destra sarebbe rappresentato il grosso frutto sferico (da Wilman, 1968, tav. 58 e 59)

 

Nota

1 – Nei miei precedenti scritti di archeologia delle droghe ho riportato come data più antica per Boophone disticha gli inizi del secondo millennio a.C. (Samorini, 2017, 2019); un errore che qui correggo.

2 – Ringrazio l’amico Luca Pasquali per avermi fatto prendere visione del libro di Wilman.

 

Si vedano anche:

 

 

 

BINNEMAN JOHAN, 1997, Results from a test excavation at the Havens Cave, Cambria Valley, South-Eastern Cape, Southern African Field Archaeology, vol. 6, pp. 93-105.

BINNEMAN JOHAN, 1998, Results from a test excavation at Kleinpoort Shelter in the Baviaanskloof, Eastern Cape Province, Southern Africa Field Archaeology, vol. 7, pp. 90-97.

BINNEMAN JOHAN, 1999, Mummified human remains from the Kouga Montains, Eastern Cape, The Digging Stick, vol. 16(2), pp. 1-3.

CROUCH N.R. et al., 2002, Bulb alkaloids of the reputedly psychoactive Brungsvigia radulosa (Amaryllidaceae), South African Journal of Botany, vol. 68, pp. 86-89.

DEACON H.J., 1979, Excavations at Boomplaas Cave, a sequence through the Upper Pleistocene and Holocene in South Africa, World Archaeology, vol. 10, pp. 241-257.

DEACON H.J., JANETTE DEACON & MARY BROOKER, 1976, Four painted stones from Bomplaas Cave, Oudtshoorn District, South African Archaeological Bulletin, vol. 31, pp. 141-145.

LEWIS-WILLIAMS DAVID & DAVID G. PEARCE, 2004, San spirituality. Roots, expressions and social consequences, Double Storey, Cape Town.

LOMBARD MARLIZE et al., 2012, South African and Lesotho Stone Age sequence updated, South African Archaeological Bulletin, vol. 67, pp. 120-144.

LOUBSER J. & P.C. ZIETSMAN, 1994, Rock painting of postulated Brunsvigia sp. (Amaryllidaceae) at Thaba Bosiu, western Lesotho, Suid-Afrikaanse Tydskrif vir Wetenskap, vol. 90, pp. 611-612.

MITCHELL PETER & ANDREW HUDSON, 2004, Psychoactive plants and southern African hunter-gatherers: a review of the evidence, Southern African Humanities, vol. 16, pp. 39-57.

PEARCE G. DAVID, 2003, The Tierkloof painted burial stones, South African Journal of Science, vol. 99, pp. 125-127.

SAMORINI GIORGIO, 2017, Archeologia delle piante inebrianti, Youcanprint, Tricase (LE).

SAMORINI GIORGIO, 2019, The oldest archeological data evidencing the relationship of Homo sapiens with psychoactive plants: a worldwide overview, Journal of Psychedelic Studies, vol. 3, pp. 63-80.

STEYN MARYNA, JOHAN BINNEMAN & MARIOUS LOOTS, 2007, The Kouga mummified human remains, South African Archaeological Bulletin, vol. 62, pp. 3-8.

WILMAN M., 1968, The rock engravings of Griqualand West, Balkema, Cape Town.

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