I funghi della Nuova Guinea updated: 2024-12-10T18:15:42+01:00 by giorgio
The mushrooms of New Guinea
Nella Nuova Guinea, e più in generale nella Melanesia, si conoscono casi di impiego tradizionale di funghi psicoattivi, o supposti tali, che sono rimasti enigmatici, o ignoti alla maggior parte degli studiosi, o poco studiati. Come si vedrà dall’insieme dei dati etnomicologici che verranno di seguito esposti, la Melanesia promette di essere un’area di elevato interesse etnomicologico riguardo ai funghi psicoattivi. Il caso più noto e al contempo il più incompreso è quello della “follia del fungo” dei Kuma e delle popolazioni limitrofe che vivono lungo la valle del Wahgi nella parte orientale della Nuova Guinea. Quanto la natura di questo fenomeno, oggigiorno scomparso, fosse da ascrivere all’assunzione di funghi concretamente psicoattivi, o quanto fosse stato di natura prettamente psicologica, sociologica o psichiatrica, è un problema che è rimasto irrisolto. Sebbene la seconda ipotesi sia quella più accreditata dagli studiosi, una serie di dati etnomicologici ed epidemiologici, diversi dei quali acquisiti di recente, induce a rivalutare o comunque a non escludere recisamente la prima ipotesi (Samorini, 2024a).
La “follia del fungo” dei Kuma
Il gruppo etnico dei Kuma fa parte di una più ampia unità culturale, quella dei Nangamp. Vive nella parte meridionale della valle del fiume Wahgi, nel Distretto del Western Highlands della Nuova Guinea. La parte alta della valle è delimitata da diversi monti, fra cui a oriente dal Monte Hagen. I Kuma sono uno di quei gruppi etnici dell’interno della Nuova Guinea che ha subito il primo contatto con gli Europei in periodi molto recenti, negli anni ’30 del XX secolo.
Le etnie che popolano la Nuova Guinea, e in particolare quelle della regione montuosa delle Highlands, sono note per essere state particolarmente belligeranti, facendo della guerra, dell’inimicizia con i gruppi limitrofi, degli assalti improvvisi e dello stato continuo di allarme, delle rappacificazioni e della rottura dei trattati di pace, un’istituzione primaria, interpretata dal punto di vista sociologico come un grande “gioco antagonista” (Berndt, 1964).
I missionari e gli etnografi occidentali riportarono l’esistenza presso i Kuma e altri gruppi etnici della medesima regione di strani comportamenti a cui era soggetta periodicamente una parte della popolazione, che a detta dei nativi erano indotti dall’assunzione di determinate specie di funghi, e che in letteratura furono destinati a essere indicati come la “follia dei funghi” (“mushroom madness”).
Il primo riferimento si incontra in uno scritto del missionario cattolico William Ross. Nel trattare brevemente delle fonti visionarie delle popolazioni che vivevano nella regione del Monte Hagen, citò il tabacco, una specie di zenzero denominato kobena, e una specie di fungo chiamato nonda. Per quest’ultimo riportò che “mette chi lo consuma in uno stato temporaneo di follia. Egli vola in un attacco di frenesia. E’ risaputo che a volte qualcuno muore per il suo uso. Viene usato prima di andare a uccidere un altro nativo, o in tempi di grande eccitazione, rabbia o tristezza” (Ross, 1936, p. 351).1
Una notizia simile si trova nell’opera in tre volumi dedicata agli Mbowamb stesa da Georg Friederich Vicedom e Herbert Tischner e datata al 1943-1948. Per Mbowamb si deve intendere le popolazioni di lingua mbowamb o melpa distribuite nell’area del Monte Hagen: “quando la gente mangia certi funghi diventano matti e corrono in giro senza cuore e senza comprensione. In questo caso il fungo ha causato la follia” (Vicedom & Tischner, 1943-1948, vol. 2, pp. 496-7, rip. in Rudzats, 1972, p. 21).
Nel 1947 la notizia sui funghi apparve in un libro di Abraham Gitlow (1947, p. 18), che riportò quanto detto da Ross senza tuttavia citarlo. Fu questo scritto di Gitlow che l’ornitologo Thomas Gilliard indicò a Wasson nel 1953, il quale lo considerò inizialmente come un dato genuino di Gitlow, poiché era ancora ignaro della fonte originaria di Ross (Wasson & Wasson, 1957, vol. 2, p. 215; Heim & Wasson, 1965, p. 1).
La prima e in realtà unica studiosa che ha eseguito uno studio etnografico approfondito sul fenomeno della “follia dei funghi” fra i Kuma durante i tempi in cui ancora si verificava è stata l’antropologa australiana Marie Olive Reay (1922-2004). Essa svolse delle indagini sul campo negli anni 1953-1955, e lo studio sui Kuma divenne il tema della sua tesi di laurea del 1957, che due anni dopo fu pubblicato come libro. Quanto riportato di seguito è estratto dalla sua tesi di laurea.
Una parte della popolazione kuma era soggetta a periodici attacchi di follia che, a detta degli informatori, erano causati dall’ingestione di funghi che crescevano sui tronchi d’albero e che erano chiamati nonda. Questi comportamenti anomali duravano generalmente non più di un giorno, e la Reay li poté osservare nell’ottobre del 1954 sia fra gli uomini che fra le donne.
I Kuma in realtà denominavano il comportamento delle donne con il termine ndadl, e quello degli uomini con il termine komugl (= “folle”). Con la parola ndadl veniva denominata anche la danza che le donne svolgevano durante l’attacco di “follia”. A volte gli informatori della Reay usavano il termine ndadl per indicare entrambi i comportamenti degli uomini e delle donne.
Durante l’attacco gli uomini si adornavano facendo un gran trambusto, afferravano le armi e si lanciavano contro gli altri individui minacciandoli. Attaccavano gli uomini del loro clan e le loro famiglie, e a volte raggiungevano le comunità dei villaggi circostanti. Erano tremanti, eccitati e desiderosi di danzare, esperivano una visione doppia e afasie intermittenti.
Le donne erano invece stordite e assumevano comportamenti irresponsabili. Ordinavano ai loro mariti e figli di adornarle e si mettevano a danzare. I mariti le adornavano con le piume più belle e altri ornamenti e davano loro in mano delle armi. Le donne danzavano in fila seguendo l’ordine gerarchico dei subclan dei mariti e figli. La Reay ha sottolineato che per le donne maritate questa era l’unica occasione per danzare in gruppo dopo che si erano sposate. Esse ridacchiavano in maniera incontrollata, flirtavano con gli uomini e si vantavano delle loro avventure sessuali, sia reali che inventate. Sembrava che diverse donne vivessero l’allucinazione di non essere ancora sposate.
Questi strani comportamenti erano riconosciuti come dovuti all’ingestione dei funghi nonda, e per questo la Reay denominò il fenomeno “mushroom madness”. Un dato sorprendente riguarda il fatto che il fenomeno si presentava solamente in una parte della popolazione, pur cibandosi tutti dei medesimi funghi. Le Reay calcolò che nel 1954 nella comunità di Kugika, costituita da 313 individui, furono vittime della “follia fungina” solamente 11 uomini e 19 donne; altri 5 uomini e tre donne ne erano state vittime negli anni precedenti. I Kuma ritenevano che la “follia dei funghi” fosse ereditaria, e nella numerosa prole di una medesima famiglia solamente uno dei figli ne venisse colpito.
Nonostante l’apparente aggressività degli uomini, non si presentavano conseguenze serie, e sembra che gli aggressori avessero tutto sommato un certo grado di controllo delle loro azioni. Si cimentavano nelle aggressioni più pericolose, quelle più ravvicinate, solamente in presenza di altri individui che potevano fermarli in tempo. E’ pure il caso di osservare che le armi venivano usate in molti contesti rituali (Reay, 1957, p. 394). Si presentavano anche casi di apparente simulazione degli effetti del komugl. Un altro dato curioso riguarda il fatto che gli uomini afflitti dal komugl si ignoravano l’uno con l’altro e aggredivano solamente gli individui normali della comunità. Le donne e i giovani del villaggio si divertivano ad aizzare l’uomo afflitto dal komugl stando a debita distanza riparati dietro agli alberi o alle pareti delle case.
La “follia dei funghi” accadeva solamente in un determinato periodo dell’anno. Le persone sapevano quando stava per arrivargli, e sembra che disponessero di un certo grado di scelta nel viversi o meno l’attacco di komugl. Per evitarlo era sufficiente tuffarsi nell’acqua fredda di un fiume appena sopraggiungevano i primi sintomi.
La Reay si pose il problema se fossero realmente i funghi nonda a provocare tutto ciò, e non capiva come fosse possibile che solo una parte della popolazione che mangiava questi funghi rimanesse vittima degli attacchi di “follia” (Reay, 1957, pp. 461-6). In una comunicazione successiva l’etnografa australiana riportò che i Kuma riconoscevano quattro tipi di funghi nonda. I nativi li mangiavano durante tutto l’anno, ed era solamente nella fase finale della stagione secca che appariva il fenomeno del komugl tai, il nome completo dato all’attacco di follia fungina. Essa suggerì la possibilità che questi funghi acquisissero proprietà allucinogene solo in questo periodo dell’anno. In questo scritto sono presenti alcune foto che riprendono gli attacchi di “mushroom madness” fra gli uomini e fra le donne (Reay, 1960).
Scene di attacchi di “mushroom madness” fra i Kuma (da Reay, 1960)
Sopraggiunse quindi la ricerca sul campo di Roger Heim e Gordon Wasson, che nel 1963 passarono tre settimane nella valle del Wahgi accompagnati dalla Reay. Mentre Wasson svolgeva un’inchiesta etnomicologica, Heim raccolse una grande quantità di funghi, oltre 300 specie, di cui molte risultarono nuove per la scienza, incluse quelle indicate dai nativi come responsabili dei comportamenti anomali (Heim, 1963). Durante il loro soggiorno non ebbero occasione di osservare casi di komugl tai. Il termine komugl significa “orecchio”, ma può significare anche sordità e ogni tipo di follia permanente o temporanea. La parola tai (che Heim, 1978 riportò come taï) è il nome dato alla raggiana (Paradisaea raggiana Sclater), una specie di uccello del paradiso. Nel termine composito komugl tai, che indica specificatamente gli attacchi di “mushroom madness”, la parola tai assume il valore di “tremore”, e la Reay ipotizzò che potesse essere in relazione con il tremolio delle piume che la raggiana adotta nel contesto della danza di corteggiamento. Quindi komugl tai significherebbe “follia tremante”.2
Wasson appurò che il termine nonda era usato per denominare qualunque tipo di fungo e non specificatamente quelli coinvolti nel komugl tai e nello ndadl (che trascrisse come ndaadl). Dal punto di vista della documentazione scritta, si era accorto del testo originale di Ross del 1936 e aveva quindi compreso che le righe di Gitlow del 1947 riportavano semplicemente parola per parola quanto detto da Ross. Ebbe l’opportunità anche di incontrare il medesimo Ross presso la Missione di Monte Hagen. Questi gli comunicò che riteneva il komugl tai frutto in buona parte dell’immaginazione piuttosto che dei funghi, e riferì che questi attacchi di follia erano oramai scomparsi dalla valle, nonostante i funghi coinvolti continuassero a far parte della dieta alimentare della popolazione.
Wasson incontrò anche diversi Europei che risiedevano nell’area del Monte Hagen e nella valle del Wahgi, i quali gli riferirono ulteriori osservazioni sul komulg tai. Ad esempio si trattava di un fenomeno il cui arrivo si poteva predire, in quanto partiva sempre dalla parte inferiore della valle e si spostava di villaggio in villaggio verso la parte superiore soggiornando circa due giorni in ogni villaggio. Una coppia di coniugi residenti nella valle aggiunse un interessante dettaglio per gli uomini afflitti dal komugl tai, e cioè che fischiavano continuamente, sia quando inalavano che quando esalavano il respiro.
I funghi venivano arrostiti o cucinati con delle verdure. Specie di funghi differenti venivano spesso mescolate nel medesimo contenitore, un fatto che poteva spiegare secondo Wasson le contraddizioni da parte dei nativi nell’indicare precisamente i funghi coinvolti nel komugl tai.
Riguardo alla supposta ereditarietà del fenomeno, Wasson raccolse la notizia che solo uno dei figli ereditava la possibilità di essere vittima del “mushroom madness”, solitamente il primogenito, o altrimenti il secondogenito o il terzo nato, ma mai l’ultimo nato. Un altro informatore riportò che i bambini non diventavano mai vittime del komugl tai.
Heim e Wasson registrarono undici tipi di funghi indicati dai nativi come responsabili del “mushroom madness”, ciascuno con un nome specifico. Diversi di questi inducevano sia il komugl tai fra gli uomini che lo ndaadl fra le donne, mentre un paio avevano effetto solo sulle donne, inducendo lo ndaadl.
Da quanto acquisito nel corso della ricerca sul campo, i due studiosi occidentali giunsero alla conclusione che gli attacchi di komugl tai e di ndaadl non erano causati dai funghi, pur rimanendo enigmatico il motivo del loro coinvolgimento (Heim & Wasson, 1964a; 1964b; 1965).
Quando Heim e Wasson se ne andarono via dalla valle Wahgi, la Reay rimase sul posto per studiare più approfonditamente il fenomeno del mushroom madness, che poté osservare di persona, come già le era accaduto nel 1954, altre due volte, nel 1964 e nel 1965. Calcolò che solo il 10% circa della popolazione kuma che si ciba di questi funghi subisce effetti psichici. Osservò il curioso sviluppo spaziale epidemico, che di villaggio in villaggio si ripercuoteva per la valle, dove in ogni villaggio durava 2-3 giorni, e dove l’ultimo giorno di un villaggio era anche il primo giorno del villaggio vicino.
Donne kuma mentre danzano durante un attacco di ndadl (da Reay, 1960)
Fra gli uomini l’attacco durava un paio d’ore. L’uomo komugl esperiva allucinazioni lillipuziane, riferiva di vedere dei demoni della foresta che volavano attorno alla sua testa. I demoni della foresta erano visti dai Kuma come creature minuscole, delle dimensioni di una vespa, a due dimensioni e spesso trasparenti. Come si vedrà oltre, questo dettaglio – la visione di piccoli “demoni della foresta” – non è stato preso in adeguata considerazione nei vari tentativi di interpretazione del fenomeno del “mushroom madness”. L’uomo komugl correva per i sentieri del territorio del suo clan con una visione sfuocata. Tutti gli oggetti che l’uomo komugl vedeva di fronte a lui mentre correva gli sembravano correre verso di lui. I movimenti orizzontali delle persone (camminare, correre) lo irritavano perché irritavano i suoi occhi. Periodicamente si riposava dalla corsa selvaggia. Una caratteristica del komugl tai era una maniera particolare di fischiare, consistente in una o due note ripetute a intervalli regolari. Gli individui komugl non si rendevano conto di fischiare poiché erano sordi. La sordità era un’altra caratteristica dello stato di “mushroom madness”.
Fra le donne l’effetto era notevolmente differente e durava molto più a lungo, 24-48 ore. Erano colpite dallo ndaadl solo le donne sposate; queste si comportavano come se fossero ancora non sposate, parlavano fra di loro di future cerimonie di corteggiamento, di avventure sessuali che avevano avuto e che erano probabilmente immaginarie. A differenza degli uomini, che correvano qua e là in maniera caotica, le donne danzavano per diverse ore. Apparivano felici mentre danzavano. A volte si avvicinava un uomo komugl, e tutti scappavano a eccezione delle donne ndaadl, che continuavano a danzare senza preoccuparsene. Sembra che queste donne non fossero in pericolo poiché la loro danza era fatta di saltelli in alto e in basso, senza movimenti orizzontali che avrebbero potuto irritare l’uomo komugl (Reay, 1977).
Articolo apparso il 28 settembre del 1957 nel Pacific Island Monthly (p. 123)
Le interpretazioni del komugl tai
Per verificare l’innocenza dei funghi che inducevano il “mushroom madness”, la Reay e lo psichiatra australiano Burton Burton-Bradley diedero da mangiare alcuni di questi funghi (senza specificare quali esattamente) a due individui di Papua Nuova Guinea3 e non osservarono alcun comportamento anomalo (Burton-Bradley, 1973, p. 67).
Diversi studiosi hanno inserito il “mushroom madness” in un più esteso fenomeno di natura psichiatrica diffuso nella Nuova Guinea, che è stato indicato con diversi nomi: amok, longlong, guria, lulu, wild man, Vailala madness, psicosi isterica, ecc. Nella maggior parte dei casi si trattava di attacchi individuali di follia caratterizzati da comportamenti aggressivi, urla, corse caotiche, accompagnati da tremori agli arti o di tutto il corpo. Salisbury (1968) li ha cumulativamente indicati come stati di “possessione”, riconducendoli tutti a una singola sindrome, facendo notare che nella maggioranza dei casi i nativi li interpretano come possessioni da parte di uno spirito antenato o altra figura spettrale. La Reay non si trovava d’accordo con questa generalizzazione, e tanto meno nell’inclusione del “mushroom madness”, osservando come quest’ultimo fosse un fenomeno strutturato collettivo, a differenza degli altri comportamenti di “wild man”. Diffidava anche delle interpretazioni meramente psichiatriche del “mushroom madness” (come suggerito da Burton-Bradley, 1968), ed era più propensa a vedere il fenomeno come un rito che tendeva a soddisfare delle necessità sociali e culturali, inerenti in particolare l’inegualità di genere (Reay, 1977).
E’ pur vero che v’erano alcuni sintomi comuni a buona parte di questi comportamenti, fra cui la sordità temporanea degli individui che venivano presi dagli attacchi di follia (Clarke, 1973), e un generale tremore del corpo. Ma questi sintomi potevano essere influenzati culturalmente. Nella credenza dei Kuma, il tremore del corpo umano era indotto dall’azione di spiriti minori quali demoni della foresta o creature simili associati a particolari luoghi (Reay, 1977).
Il komugl tai è stato paragonato al “pandanus madness”, una supposta “sindrome” che si presentava annualmente in occasione della raccolta delle noci di Pandanus presso gruppi nativi delle Western Highlands. I raccoglitori venivano presi da “una disinibita allegria collettiva”, che fu ritenuta dalle autorità coloniali come una sorta di follia collettiva (Goddard, 2011, p. 112). Secondo Goddard (id., pp. 121-4), che ha svolto indagini presso i nativi della valle del Kaugel, le noci di Pandanus non inducevano un concreto effetto psichico, come confermato dal fatto che i nativi non riportavano alcuna assunzione di queste noci, nemmeno quelle acerbe, e che tale “sindrome” scomparve con l’imposizione del sistema di credenze missionarie senza che si fosse fermata l’industria della raccolta delle noci di Pandanus. Sempre secondo Goddard (id., pp. 122-3), si è trascinata fra gli studiosi una “fallacia post hoc” che si è basata su uno scritto dello psichiatra australiano Alexander Sinclair (1957, p. 35), che aveva riportato che determinati comportamenti anomali erano attribuibili all’assunzione di certe varietà di noci di pandanus. Nonostante l’auto-sperimentazione negativa di Klaus Stopp (1964), a rafforzare la credenza nelle proprietà psicoattive dei Pandanus v’è una notizia che fu in realtà data come semplice comunicazione personale da un certo chimico D. Culvenor a David Hyndman (1984, p. 298), in cui la triptamina allucinogena DMT sarebbe stata ritrovata come alcaloide minore in noci di Pandanus raccolte nell’area di Minj. Questo dato non è mai stato confermato dai numerosi studi biochimici eseguiti sul genere Pandanus.
Accanto alle interpretazioni meramente psichiatriche del fenomeno del “mushroom madness”, ne sono state proposte alcune di natura sociologica e psicologica. A tale riguardo è opportuno osservare che le indagini micologiche svolte da Heim durante il suo soggiorno nella valle del Wahgi portarono alla scoperta di un paio di Psilocybe concretamente allucinogene, di cui una fu denominata Psilocybe kumaenorum Heim (Heim et al., 1965-1966, pp. 185-188).4 Questa Psilocybe sembra essere stata nota ai Kuma, che la denominavano kooobl tourrum (Heim, 1978, p. 171) e la relegavano nella generale classe dei funghi non eduli. Di questa specie essi riferirono che mangiandone uno induceva vertigini e vomito violento, e mangiandone un altro avrebbe portato a una morte agonizzante. E’ come se – ha osservato la Reay (1977, p. 73) – “la vera natura degli allucinogeni fosse stata culturalmente soppressa”. Il fenomeno del “mushroom madness” sarebbe originato da un contatto dei Kuma con veri funghi allucinogeni, e questa conoscenza fu culturalmente soppressa – ipotizza sempre la Reay – probabilmente poiché lo stato visionario indotto da questi funghi, che avrebbe reso gli uomini temporaneamente indifesi, era incompatibile con una società perennemente in guerra e costantemente in allerta dalle possibili aggressioni dei gruppi umani vicini. Quale relazione si sia formata fra la soppressione culturale dei veri funghi allucinogeni e il fenomeno del komugl tai, la Reay ha cercato di spiegarla come segue:
“Molte delle anomalie e sostituzioni vicarie nel mushroom madness dei Kuma diventano comprensibili se postuliamo che l’originale ‘follia tremante’ era una sostituzione deliberata per una condizione correttamente attribuita a veri funghi neurotossici che rendevano gli uomini e i loro gruppi indifesi (..) I funghi neurotossici potevano giustamente attirare la colpa per le morti inflitte a ex guerrieri che sognavano senza tempo in una serenità fuori stagione. Avrebbero richiesto una riclassificazione come nocivi e quindi non commestibili. La continua ma mutevole ‘follia da brividi’ potrebbe quindi essere stata attribuita a particolari funghi che originariamente erano stati cucinati e mangiati con gli allucinogeni” (Reay, 1977, p. 74).
E’ un’ipotesi un po’ confusa, che tuttavia ha il pregio di basare il meccanismo della “sostituzione vicaria” su esperienze originarie realmente avvenute con funghi concretamente psicoattivi. Heim (1978, p. 167) ha ipotizzato che la conoscenza degli effetti di reali funghi allucinogeni avrebbe portato in qualche modo una scusa per un comportamento anomalo quale un episodio stagionale di eccitazione isterica collettiva, riproponendo quindi di fatto l’interpretazione del fenomeno come squisitamente psichiatrica. Ancor prima di Heim, Barrau riteneva similmente che è “come se l’ingestione dei funghi fornisse una scusa ammessa a una cattiva condotta temporanea più o meno simbolica” (Barrau, 1962, p. 248).
La Reay prese in considerazione la possibilità che l’elemento scatenante gli attacchi fosse l’ingestione di tabacco, poiché erano stati osservati individui sotto attacco di komugl tai introdurre nella bocca manciate di foglie di tabacco. Tuttavia gli informatori kuma della Reay – diversi dei quali non subivano l’effetto komugl dei fungi – le riferirono che gli uomini affetti dai funghi mangiavano tabacco solo dopo che era salito l’attacco di follia. Inoltre, le donne non mangiavano mai il tabacco, essendo una fonte inebriante riservata agli uomini (Reay, 1977). L’ipotesi di un’intossicazione indotta dall’assunzione orale di nicotina è stata riproposta in tempi più recenti da Thomas, sia per spiegare il komugl tai che gli altri comportamenti “wild man” osservati in Nuova Guinea (Thomas, 2002; 2002-2003). Pur ritenendo plausibile la partecipazione o co-partecipazione del tabacco assunto oralmente come induttore scatenante alcune di queste forme di follia, difficilmente questo fattore tossicologico esogeno può spiegarle tutte, incluso il “mushroom madness”.
Gianluca Toro (2007), pur restando possibilista circa le proprietà concretamente psicoattive di almeno alcuni dei funghi del komugl tai, nel caso di assenza della componente psicoattiva si è rifatto al concetto di “simbolo rituale di condensazione”, inteso come simbolo che permette di liberare la tensione emotiva, in maniera sia cosciente che inconscia. Tenendo conto che i simboli rituali hanno un significato “normativo” e che nei riti le regole sono cariche emotivamente e che le emozioni sono sottomesse a delle regole, i funghi dei Kuma, e in particolare il Boletus manicus, potrebbero ricoprire il ruolo di simbolo rituale di condensazione, e in definitiva il comportamento del “mushroom madness” rientrerebbe nella classe dei riti, come aveva suggerito la Reay,:
“[Il Boletus manicus] potrebbe essere un ‘catalizzatore emotivo’, un oggetto che attrae e condensa dentro di sé le emozioni. Mangiarlo significa attivare il simbolo del fungo e liberare tali emozioni, ovvero la follia fungina. Quindi, al wild man consente l’espressione di un’esperienza personale e viceversa le emozioni espresse sono considerate parte delle regole sociali. In pratica un simile fungo costituirebbe una giustificazione per tale comportamento” (Toro, 2007, p. 11).
Questi tentativi di spiegazione del fenomeno del “mushroom madness” hanno a mio avviso il difetto di non spiegare in maniera soddisfacente il motivo del coinvolgimento dei funghi, e ciò vale particolarmente per le interpretazioni psichiatriche, che non si sono minimamente preoccupate della questione (Burton-Bradley, 1968; Salisbury, 1968; Clarke, 1973, Goddard, 2011, p. 123). E’ come se mancassero dei tasselli, come se fossero stati nascosti dei tasselli. Ma prima di cercarli espongo ulteriori dati micologici ed etnomicologici.
I funghi coinvolti nel “mushroom madness”
Riguardo all’identificazione dei funghi coinvolti, si deve considerare la forte discordanza da parte dei medesimi Kuma nell’indicare quali specie di funghi fossero coinvolte nel komugl tai, come fu ripetutamente osservato da Heim e Wasson (1965); un’osservazione che già da sola può spiegare la concreta mancanza di effetti psicoattivi per diverse delle specie indicate.
I primi tentativi di identificazione dei funghi coinvolti nel “mushroom madness”, che videro diversi invii di campioni al Giardino Botanico di Kew, in Inghilterra, furono senza successo, a parte l’identificazione di una sola specie come Heimiella retispora, una boletacea oggi classificata come Heimioporus retisporus (Pat.& C.F. Baker) E.Horak., ma che nel successivo studio tassonomico di Heim non fu ritrovata.
Una delle specie di funghi ricevuti da Kiew fu inviato a Rolf Singer con l’indicazione che era chiamato nondorbingi nell’area di Minj della valle del Wahgi. Singer la considerò una nuova specie e la denominò Russula nondorbingi Singer (Singer, 1958). Heim e Wasson (1964) ritennero che il nome nondorbingi era frutto di un’errata interpretazione e che il vero nome era nonda bingi, e che questo nome era in realtà dato ai Kuma a un’altra specie di Russula.
Heim e Wasson raccolsero informazioni su undici funghi ritenuti coinvolti nel “mushroom madness”, ciascuno con uno specifico nome locale. Gli studi tassonomici restrinsero il numero a sette differenti specie (Heim, 1963), di cui sei appartenenti ai generi Boletus (Tubiporus) ed Heimiella della famiglia delle Boletaceae e una al genere Russula. Successivamente Heim aggiunse un’altra specie di Boletus, B. flammeus, indicato solo una volta dai suoi informatori Kuma (Heim, 1965a), e altre tre Russula, di cui una corrisponde al fungo kirin usato dai Sina-Sina (Heim, 1978, pp. 168-171; per i Sina-Sina si veda oltre).
In realtà Heim riportò altri funghi che gli furono indicati dai suoi informatori, che tuttavia decise di non inserire nella lista definitiva di funghi coinvolti nel komugl tai; una decisione non meglio spiegata, che contribuisce a evidenziare il possibile contributo degli studiosi occidentali alla generale confusione che è ruotata attorno al complesso fungino del komugl tai. Fra i funghi non ulteriormente considerati da Heim vi erano Armillariella elegans Heim e Amanita dibapha Berk et C., e dei Cortinarius del gruppo largus (Heim, 1965b). Ancor prima di Heim, il micologo Dorothy Shaw, del Servizio di Agricoltura del Territorio di Papua e Nuova-Guinea, aveva effettuato una prima identificazione riconoscendo specie di Armillaria, Polyporus e Russula (Barrau, 1962).
Di seguito la lista dei funghi identificati tassonomicamente da Heim, con i corrispettivi nomi kuma:
Boletus reayi Heim (nonda ngam-ngam) Boletus kumaeus Heim (nonda ngamp-kindji kants) Boletus manicus Heim (nonda gegwants ngimbigl) Boletus nigerrimus Heim (nonda kermaipip); ora sinonimo di Tylopilus nigerrimus (R. Heim) Hongo & M. Endo Boletus nigroviolaceus R.Heim (nond tua-rua) Boletus flammeus Heim Heimiella anguiformis Heim (nonda mbolbe); ora sinonimo di Heimioporus anguiformis (R.Heim) E. Horak Russula maenadum Heim (nonda mos) Russula agglutinata Heim (nonda mos indicata dalla Reay) Russula pseudomaenadum Heim (nonda wam) Russula kirinea Heim (kirin dei Sina-Sina) Russula nondorbingi Singer (nondorbingi [sic], nonda bingi)
Boletus manicus, uno dei funghi coinvolti nella “follia dei funghi” dei Kuma (da Heim & Wasson, 1965)
E’ importante osservare che quattro delle sette specie di Boletaceae sono soggette al fenomeno della bluificazione della carne quando il loro gambo o cappello viene aperto con un coltello o con le mani. Il colore della carne così esposta all’aria vira più o meno velocemente verso tonalità blu-verdi, per poi solitamente tornare al colore originale dopo un certo periodo di tempo. Le specie bluificanti della lista sopra riportata sono: B. reayi, B. kumaeus, B. manicus, B. flammeus.
Inoltre, nel 1963 ricercatori australiani svolsero indagini su un fungo denominato namanama da non meglio specificati nativi del Monte Hagen e indicato come allucinogeno: “questa attività inizia circa un’ora dopo l’ingestione (crudo o cotto) e dura diverse ore, dipendente dalla quantità di funghi consumati. Il pieno controllo mentale è tuttavia riottenuto dopo diversi giorni” (Gellert et al., 1973, p. 689). Cresce sotto alberi con ghiande, ha il cappello liscio, la carne gialla interna quando tagliata vira al blu per un po’ di tempo per poi ritornare gialla (Rudzats, 1972, p. 58). Il fungo fu identificato da un micologo dell’Università del Queensland di Brisbane come una specie di Boletus della sezione Ixocomus e del gruppo Nudi. Saggi di laboratorio, di quelli a quei tempi impiegati per gli allucinogeni classici quali LSD, psilocibina e mescalina, risultarono negativi. L’analisi chimica evidenziò solamente la presenza di aminoacidi e steroidi (Gellert et al., 1973). Uno degli aminoacidi, insaturo, risultò nuovo per la scienza (Rudzats et al., 1972).
Il fungo “namanama” indicato dai nativi di Monte Hagen della Nuova Guinea come allucinogeno e identificato come una specie di Boletus bluificante (da Rudzats, 1972, p. 59)
Una particolare attenzione è stata rivolta nella letteratura etnomicologica al Boletus manicus, per via soprattutto del fatto che è stato sottoposto a un’indagine biochimica, pur preliminare, e a essere stato oggetto di alcune autosperimentazioni. Fu Albert Hofmann a eseguire indagini chimiche su campioni ricevuti da Heim, riscontrando la presenza, oltre che di triptofano, di due sostanze indoliche non meglio identificate in concentrazioni molto basse (minori dello 0,01%). Questa analisi fu sviluppata mediante cromatografia su carta, una tecnica analitica in realtà alquanto grezza e imprecisa (Heim, 1965c). Heim intraprese tre auto-sperimentazioni, ingerendo quantità molto piccole (troppo piccole) del fungo (1, 4 e 60 mg secchi), senza conseguire effetti psicoattivi chiaramente percepibili (Heim, 1965b,c). Anche in campioni di B. nigroviolaceus Hofmann riscontrò la presenza di una sostanza indolica in tracce (con concentrazione minore dello 0,005%, non è chiaro se del peso secco, poiché alcuni campioni furono messi freschi sotto alcol) (Heim, 1965b).
Riguardo a Psilocybe kumaenorum, nel riportare il nome con cui veniva denominato dai Kuma nella loro lingua yuwi – koull tourroum – Heim osservò come con questo medesimo nome i nativi denominassero anche altri funghi, per cui non era certo ch’essi fossero realmente in grado di riconoscere questa piccola Psilocybe (Heim, 1965-1966, p. 186, n. 1). Negli anni 2000 lo studioso australiano Thomas ebbe occasione di raccoglierne dei nuovi campioni nella valle del Wahgi, che sottopose ad analisi chimica (HPLC), individuandovi la presenza di psilocibina e psilocina in concentrazioni dello 0,5-0,7% del peso secco, confermando quindi il potenziale psicoattivo di questo fungo. Thomas confermò che nella lingua yuwi ou yoowi i Kuma lo chiamavano koobl tourroum, koull tourroum, o kougltourroum (Thomas, 2007).
Altri dati etnomicologici
Le “follie dei funghi” non erano relegate ai Kuma. Sembra che fossero diffuse anche presso i gruppi parlanti la lingua medpla (o melpa) che abitano il Monte Hagen, ma che non si presentassero più fra questi già ai tempi delle ricerche della Reay, Heim e Wasson. Fra i Sina-Sina che vivono sulla strada per Goroka e che appartengono a un differente gruppo linguistico, un fungo denominato kirin induceva accessi di follia (Heim & Wasson, 1965; il kirin è stato identificato da Heim come Russula kirinea, vide supra). Pure i Tairora degli Highlands orientali mangiavano senza cucinarli dei funghi “piccoli e lunghi” che confondevano la mente in modo tale che la gente che era sotto la loro influenza poteva camminare fino a un villaggio nemico ed essere ucciso o uccidere qualcuno del proprio villaggio (comunicazione personale di Patricia e Terence Hays a Clarke, 1973, p. 203, n.).
Il ricercatore Hal Nelson ha osservato la presenza del “mushroom madness” presso un’altra etnia della Nuova Guinea, quella dei Kaimbi che vivono nella valle di Nebilyer, sulle pendici meridionali dei Monti Kubor, non molto lontano dalla valle del Wahgi. Nelson presentò i risultati delle sue osservazioni sul campo in uno scritto che lesse in occasione di uno degli incontri annuali dell’American Anthropological Association (Nelson, 1970), i cui atti non sembra siano stati pubblicati. Il suo scritto fu quindi destinato a rimanere inedito, ma fu comunque letto da Heim che ne riportò un riassunto da cui ho preso le seguenti informazioni.
I Kaimbi distinguono quattro tipi di funghi responsabili di comportamenti in parte simili a quelli presenti fra i Kuma. Riporto per esteso la classificazione “psico-tassonomica” indicata dai Kaimbi poiché di notevole interesse etnomicologico, indipendentemente dal fatto che si tratti di funghi concretamente psicoattivi:
“Nonda enamon, che provoca un’allucinazione espressa da una visione multipla; nonda kintagint, la cui follia temporanea, denominata kiegltokamugl, si manifesta con una sordità accompagnata da smorfie; nonda namanoti, che causa la follia denominata kegliotopogam, che persiste da due a quattro giorni durante i quali l’individuo minaccia di colpire i presenti che si nascondono o si arrampicano sugli alberi. Questo fungo con imenio rosa si mangia cotto con un legume selvatico, il kim kuta. Infine, nonda kandagegl, che provoca la follia detta wilopum e che dura diverse settimane, incita il consumatore a rintanarsi nella foresta dove attende che i suoi parenti o amici gli portino del cibo” (Nelson, 1970, rip. in Heim, 1978, p. 166).
A differenza dei Kuma, i Kaimbi non considerano ereditario il “mushroom madness”, né che un solo membro di una famiglia ne sia afflitto: “Tutti sanno che questa follia fungina provocata dalla criptogama è stancante, ma essa risveglia in loro una certa curiosità, ne sono assillati e finiscono per ingerirlo” (Nelson, 1970, rip. in Heim, 1978, p. 166).
Un dato di estrema importanza fu registrato dall’antropologo Fitz Porter Poole presso i Bimin-Kuskusmin della Nuova Guinea centrale, che vivono a circa 300 km di distanza dalla valle del Wahgi. Essi impiegano cinque specie di funghi nel corso di complessi riti iniziatici maschili. Questi funghi sono risultati essere specie di Boletus e di Russula, e Poole sospettò che si trattasse delle medesime specie indicate dai Kuma. Questo dato etnomicologico, pubblicato nel 1987, è passato pressoché inosservato dagli studiosi che si sono occupati del “mushroom madness” dei Kuma. Si veda I riti dei Bimin-Kuskusmin.
Presso altre etnie della Melanesia si incontrano alcuni altri dati di interesse etnomicologico. I Raiapu Enga del medesimo Distretto delle Western Highlands della Nuova Guinea vivono nella valli dei fiumi Lai, Tare e Minyampu. Nella loro cosmografia hanno un ruolo prominente la “gente del cielo” (yalyakali), esseri sovrannaturali che furono creati dal sole e dalla luna e che fondarono le confraternite (fratrie) terrene dei Raiapu. Quando la “gente del cielo” scese sulla terra per fondare le fratrie, portarono con loro delle pietre (yainanda) che sono custodite dagli attuali clan e che sono considerate la residenza degli spiriti antenati. Queste pietre hanno la forma di un fungo. La maggior parte dei clan possiede almeno due di queste pietre, una “maschile” e l’altra “femminile”. Molte di queste pietre furono rubate dai missionari nella loro lotto contro il “paganesimo”, e oggigiorno i nativi tengono nascoste quelle che sono riuscite a salvare dal saccheggio iconoclastico. L’etnografo Feachem ebbe l’occasione di osservare una coppia di queste pietre a forma di fungo appartenenti al clan Tombeakipi. La più grande era quella femminile e la più piccola quella maschile. La loro dimensione era di circa 25 x 10 cm (Feachem, 1973).
I Dayak del Distretto di Kualakapuas del Borneo meridionale credono che nell’aldilà l’anima di un uomo possa risiedere solo per un certo tempo, durante il quale può ripetutamente ringiovanire abbeverandosi all’acqua dell’albero della vita (un concetto questo di probabile importazione occidentale). Alla fine l’anima riappare in questo mondo sotto forma di un frutto o di un fungo. Se questo viene mangiato da un uomo o da un animale, l’anima può continuare a vivere nel mondo ordinario, altrimenti scompare per sempre (Allard, 1946). Sempre riguardo ai Dayak del Borneo, nel 1964 La Reay ricevette una lettera da un individuo di questa etnia in cui riferiva che anche fra la sua gente esisteva un “complesso del fungo”. Purtroppo non venne specificato di che natura fosse questo “complesso del fungo” (notizia riportata nel libro postumo della Reay, 2022, p. 276).
Ancora, è stato recentemente riportato che un piccolo fungo ascomicete, una specie di Phillipsia, viene usato dai Pamona dell’isola di Celebes (Indonesia) per le sue proprietà inebrianti. Viene fritto o arrostito e immerso dentro a una tazza di caffè (Yusran et al., 2024).
Rivalutazioni posteriori
Il fatto che i funghi indicati dai Kuma come quelli responsabili del “mushroom madness” non siano dotati di concrete proprietà psicoattive – come fu concluso da Heim e Wasson –, potrebbe essere stata una deduzione un po’ frettolosa.
Sebbene la Reay abbia a suo tempo seguito la conclusione di Heim e Wasson, non sembra che successivamente ne fosse totalmente convinta. In una comunicazione personale del 1999, la studiosa australiana sembra aver ripensato a un ruolo concreto dei funghi, affermando che il Boletus manicus “contiene di fatto la sostanza per produrre il komugl taï, ma manca della capacità di produrre gli effetti per via della concentrazione insufficiente di tale sostanza. Ciò è stato confermato da analisi farmacologiche condotte presso i Giardini Botanici di Lae, Papua Nuova Guinea. L’effetto di B. manicus deve essere potenziato da un’altra fonte”, e per quest’ultima la Reay ha pensato a una varietà di tabacco locale (comunicazione della Reay a Thomas, 2000, p. 171). La necessità di una combinazione rafforzante gli effetti psicoattivi è improbabile nel caso del “mushroom madness”, come il coinvolgere nuovamente una specie di tabacco. Basti ricordare che le donne kuma non assumevano mai tabacco, eppure subivano lo ndaadl con effetti più prolungati di quelli degli uomini.
Anche Treu e Adamson (2006) sono dell’avviso che all’origine del fenomeno del mushroom madness ci siano state delle esperienze con dei veri funghi psicoattivi. Essi si recarono nella valle del Wahgi nel 2002 e 2003 per osservare cosa era rimasto del fenomeno del komugl tai e cosa ne pensassero gli attuali Kuma. Gli ultimi casi sembrano essere apparsi nella metà degli anni ’80, dopodiché il fenomeno scomparve. Gli informatori indicarono solamente due specie di funghi responsabili degli attacchi di follia, uno chiamato ngam ngam e l’altro ngam kindkants (corrispondenti ai Boletus reayi e B. kumaeus di Heim). Interessante quanto riportato dagli informatori circa gli effetti di questi funghi, che associano a credenze di natura sovrannaturale:
“Dopo aver mangiato i funghi, un uomo affetto da komugl tai entrava in un mondo diverso. Poteva vedere alcuni dei suoi antenati morti e poteva effettivamente recarsi alle loro tombe. A volte vedeva i funghi o le streghe, i fantasmi e gli spiriti. Occasionalmente le persone colpite vedevano i cosiddetti piccoli individui che cercavano di fare del male o di prendere in giro altre persone. Il sognatore poteva quindi provare a scacciare i piccoli esseri, ma in realtà poteva inavvertitamente ferire la persona che i piccoli esseri stavano cercando di danneggiare o prendere in giro” (Treu & Adamson, 2006, p. 7).
Oltre al riferimento della visione, nuovamente, di “piccoli individui”, il komugl tai veniva associato con lo spirito masalai che, una volta toccato il fungo, sarebbe stato in grado di entrare dentro al raccoglitore per indurre l’attacco di “follia”. Quando si trovavano di fronte a un grosso gruppo di funghi ngam ngam, i raccoglitori erano soliti raccoglierne solo alcuni, per evitare di offendere il masalai e di subire quindi il komugl tai. Da ciò si evince una credenza in spiriti che abitano i funghi. I masalai sono una classe di esseri sovrannaturali che portano questo nome in una vasta area della Melanesia e che sono più specificatamente denominati dai Kuma come kibe kangi; sono generalmente considerati spiriti malvagi, fantasmi di persone a cui furono negati gli ordinari riti funebri o spiriti ancestrali di clan che si sono estinti, e comunque sono una classe di spiriti antenati (Reay, 1977, pp. 345-6). Riguardo al perché non si presentassero più attacchi di komugl tai, gli informatori ritenevano che fosse dovuto al fatto che la gente non credeva più agli spiriti e questi quindi avevano perso il loro potere.
Altri informatori riportarono la credenza che fosse la sostanza oleosa che si trova sulla superficie del fungo (come accade per diverse Boletaceae) a essere responsabile del komugl tai. Anche i bambini subivano gli effetti dei funghi – a differenza di quanto riportato dalla Reay –, ma in maniera differente dagli uomini e dalle donne: diventavano sonnolenti e impallidivano. I loro genitori li controllavano da vicino e gli legavano le gambe per evitare che corressero via.
Sempre seguendo gli informatori di Treu e Adamson, l’effetto dei funghi durava dalle 24 ore a una intera settimana, e si iniziavano a percepire diverse ore dopo aver mangiato i funghi. Questo lungo periodo di latenza è un dato da ricordare nel contesto delle considerazioni che verrano esposte poco sotto.
Treu e Adamson hanno anche individuato una possibile spiegazione del perché solo una parte della popolazione subiva gli effetti dei funghi, osservando il modo in cui la comunità li consuma ancora oggi: vengono raccolti e cucinati diversi funghi contemporaneamente, e vengono mangiati in modo non omogeneo, cioè ognuno non mangia tutti i tipi di funghi raccolti. Quindi, nel caso di presenza di funghi realmente psicoattivi, solo ad alcuni individui sarebbe capitato di ingerirli (Treu & Adamson, 2006).
Ad avvalorare l’ipotesi di un coinvolgimento di funghi realmente psicoattivi nel “mushroom madness” v’è una recente registrazione di un caso di intossicazione di natura psicotropa verificatosi a Hong Kong e causata dall’ingestione di uno dei funghi che induceva il komugl tai fra i Kuma: il Tylopilus nigerrimus (R. Heim) Hongo & M. Endo.5 Questo fungo era d’origine commerciale, probabilmente confuso erroneamente fra i funghi eduli, e colui che lo ha ingerito è rimasto vittima di vertigini e allucinazioni che si sono presentati dieci ore dopo averli mangiati. Si tratta del primo caso registrato nella letteratura di effetti allucinogeni indotti da questo fungo generalmente considerato non edule (Chan et al., 2016).6
Sebbene B. nigerrimus non sia una delle Boletaceae bluificanti, è opportuno integrare le conoscenze del complesso etnomicologico della Nuova Guinea sin qui delineato con i dati epidemiologici inerenti Boletaceae bluificanti registrati in un’altra regione geografica, lo Yunnan della Cina sud-occidentale.
Il complesso delle Boletaceae bluificanti allucinogene
Specie di Boletaceae sono coinvolte in un fenomeno di intossicazioni accidentali di tipo psicotropico che si presentano ogni anno nella regione cinese dello Yunnan. La gente del luogo, con predominanza dei gruppi etnici Han e Yi, è avida consumatrice di funghi e ne conoscono centinaia di specie eduli. Quelli preferiti sono le boletaceae bluificanti, che si possono trovare in grande quantità nei loro mercati e che sono chiamate cumulativamente e principalmente con il termine jian shou qing, con il significato di funghi che virano al blu/verde quando toccati (“mano verde”). Nei frequenti casi in cui questi funghi non vengano cotti a sufficienza e ne vengano mangiati in gran quantità, accade di poter “vedere gli xiao ren ren”, cioè di essere vittime di allucinazioni, con visioni di piccoli esseri, il più delle volte di forma umana, in più rari casi in forma animale, ad esempio insetti. La parola xiao significa “piccolo”, ren significa “uomo” o “persona”, e il raddoppiamento ren ren è un’aggettivazione che indica “molti”. Quindi, xiao ren ren significa “la piccola gente” o “il piccolo popolo”. Ciò che più sorprende è il fatto che le popolazioni dello Yunnan non sembrano intimorite nella possibilità di incorrere in questa intossicazione psicotropa, ne sono quasi divertite, pur cercando di evitarla poiché lo scopo dell’ingestione di questi funghi è essenzialmente di tipo alimentare. Le descrizioni di queste esperienze visionarie si soffermano di frequente sul loro lato estetico: “ogni cosa ti appare davanti molto bella”. Per quanto riguarda le specie di funghi coinvolti, inizialmente si sono presentate difficoltà nella determinazione, poiché nel corso della loro raccolta e conseguente commercio vengono spesso riunite insieme. Parrebbe certo che riguardano specie di Boletaceae bluificanti (Arora, 2008). In anni più recenti diverse di queste specie sono state classificate come nuove, ed è stata l’estesa epidemiologia ad esse legate che ne ha promosso l’identificazione tassonomica.
Il fenomeno delle micointossicazioni psicotrope dello Yunnan è alquanto esteso e continua a occupare i media locali e nazionali. E’ sufficiente digitare nel web i termini “boleti” e “allucinazioni” in cinese semplificato (牛肝菌、幻觉) per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno.
Per evitare le allucinazioni questi funghi devono essere cotti per almeno 15-25 minuti. Nonostante le istituzioni sanitarie dello Yunnan considerino gli jianshouquing dei funghi velenosi, nessun yunnanese se ne preoccupa: “i nostri antenati li hanno mangiato per generazioni”, e per loro è sufficiente cuocerli a lungo.
Le allucinazioni da jianshouquing sono di varia natura e non sempre si vede la “piccola gente”: v’è chi ha visto muoversi le cascate Haungguoshu fotografate su un calendario; chi dei bellissimi thangka (stendardi buddisti) ruotare attorno alla sua testa, e li descriveva agli astanti mentre danzava sorridente; chi vedeva dei sottotitoli bilingue in cinese e inglese apparire sopra ai loro amici mentre parlavano; chi dei Transformers che si erano rintanati dentro a una piccola scatola, ecc. Interessante quanto viene riportato a riguardo dell’attitudine che gli yunnannesi hanno nei confronti dei funghi. Come codice culturale comune, per qualunque circostanza o riferimento a qualcosa di molto buono, o di molto cattivo, di anormale o irrazionale, la gente dello Yunnan dice che “è causato dai funghi”. Lo scrittore Yu Jain ha scritto che “per il popolo dello Yunnan mangiar funghi è un evento filosofico” (dall’articolo in cinese “Nello Yunnan 10.000 allucinazioni causate dal consumo di funghi” del 15 settembre del 2023 postato nel sito fiance.sina.cn, a questo link)
Un paio di boletacee commercializzate nei mercati dello Yunnan (Cina) e responsabili, quando non cotte a lungo, di intossicazioni psicotrope (a sinistra “mano verde”, 见手青; a destra “pollo”, 鸡㙡) (foto da questa pagina web)
Negli anni 2011 e 2012, presso un ospedale di Pechino sono state registrate due intossicazioni da Boletus, anche queste riguardanti sindromi puramente psicotropiche. Entrambi i pazienti erano giovani donne che si rivolsero all’ospedale dopo che avevano mangiato dei Boletus saltati in padella (circa 250-500 g) e aver provato allucinazioni visive e uditive per 12 ore. I sintomi si presentarono dopo 6-12 ore dall’ingestione dei funghi. Una delle pazienti esperì delle allucinazioni lillipuziane accompagnate da allucinazioni uditive, sostenendo di essere entrata a Lilliput, dove c’erano ovunque piccole persone non più alte di 33 cm, con facce diverse, vestite di rosso e verde, vivaci ed estremamente birichine; udiva le loro voci e i funghi intorno erano colorati. La paziente percepiva che il mondo era molto bello e, poiché aveva paura che queste immagini scomparissero, continuava a recitare i sutra buddisti e a gridare, e rimase sveglia per tutta la notte. L’altra paziente aveva allucinazioni visive e uditive; vedeva molti animali piccoli come conigli e scoiattoli intorno a lei, udiva le loro grida e sentiva che questi piccoli animali stavano per morderla e per questo era spaventata (Ji et al., 2014).
Una delle specie maggiormente coinvolte è Lanmaoa asiatica G. Wu & Zhu L. Yang, che è stata determinata tassonomicamente solo nel 2015 (Wu et al., 2016). Nel periodo 2013-2021 nello Yunnan furono registrate 3 intossicazioni collettive con questo fungo, per un totale di 17 individui coinvolti (Li et al., 2022). Non si presentò alcun caso fatale. Nel periodo subito successivo si è osservata un’impennata di intossicazioni con il medesimo fungo. Uno studio epidemiologico ha esaminato 348 intossicazioni causate da questa specie registrate in un ospedale dello Yunnan nel periodo gennaio 2020/dicembre 2021. I sintomi erano principalmente di tipo psicotropo, con il 90,7% di allucinazioni, 35,2% delirio, 30,65% vertigini, e 9,1% stati manicali. In alcuni casi si sono presentate allucinazioni uditive e percezioni anomale agli arti, fra cui la sensazione di formiche o altri insetti che strisciano sulla pelle. Non si è presentato alcun esito fatale e le funzioni vitali non sono risultate anomale. E’ interessante osservare che queste intossicazioni hanno un periodo di incubazione più lungo di quello di altri funghi allucinogeni: dalle 6 alle 72 ore, con maggiore frequenza fra le 12 e 24 ore (Li et al., 2023).
Per il 2022 il Chinese Center for Disease Control and Prevention ha riportato una lista di 32 specie di funghi che hanno causato disordini psico-neurologici in Cina. Accanto a specie di Amanita appartenenti alla classe chimio-tossicologica degli isossazolici, cioè specie affini all’Amanita muscaria (A. subglobosa, A. sychnopyramis f. subannulata, A. rufoferruginea, ecc.), fra le Boletaceae sono state indicate L. asiatica e un paio di specie del genere Anthracoporus: A. nigropurpureus (Hongo) Yan C.Li & Zhu L. Yang e A. holophaeus (Corner) Yan C.Li & Zhu L.Yang (Li et al., 2023). Queste ultime hanno provocato intossicazioni più di carattere neurologico che psicologico, con sintomi che includevano vertigini, visione offuscata, miastenia, emicrania, crampi muscolari, tremori alle estremità degli arti (Ma et al., 2023).
Lanmaoa asiatica G. Wu & Zhu L. Yang (Boletaceae) (da Wu et al., 2016, fig. 1f, p. 2)
Altra specie coinvolta è Butyriboletus roseoflavus (Hai B.Li & Hai L. Wei) D.Arora & J.L. Frank, che da diversi autori è stata confusa con Boletus speciosus Frost. Quest’ultima specie fu classificata originalmente nel 1874 da campioni raccolti negli Stati Uniti nord-orientali (New England; Frost, 1874, p. 10). Successivamente la sua presenza è stata osservata, oltre che in un areale più esteso degli USA, nel Canada orientale, Messico centrale, Europa (dati dal portale web GBIF). La specie la cui presenza è stata indicata in Cina (Yunnan) e in Giappone è quasi certamente But. roseoflavus, che differisce da B. speciosus per l’odore fragrate e per la sua relazione simbiotica con specie di Pinus asiatiche (cfr. Wu et al., 2016, p. 70). Nello Yunnan è considerata una specie rara e rientra fra i funghi denominati popolarmente jian shou qing. Induce allucinazioni lillipuziane, con la visione di “creature gioiose che saltano e danzano tutt’attorno”, quando insufficientemente cotto o quando mangiato in quantità eccessive. Anche per questo fungo i principi psicoattivi non sono tuttora stati determinati. Indicata con il taxon errato B. speciosus, vi è stata isolata una emagglutinina che ha evidenziato in vitro proprietà antitumorali (Sun et al., 2014).
Un’altra specie coinvolta è Neoboletus magnificus (W.F. Chiu) Gelardi, Simonini & Vizzini, della famiglia delle Boletaceae e bluificante. Vi sono stati individuati composti azotati, fra cui alcaloidi derivati del pirrolo e dell’anello benzenico (Yang et al., 2019).
Alcuni dei composti isolati da Neoboletus magnificus (W.F. Chiu) Gelardi, Simonini & Vizzini (Yang et al., 2019)
Una nuova visione del “mushroom madness”
I dati etnomicologici ed epidemiologici qui riportati evidenziano l’esistenza di un diversificato insieme di contesti di relazione dell’uomo con i funghi psicoattivi in un’estesa area che va dalla Melanesia all’Asia meridionale; contesti che meriterebbero studi più approfonditi.
Per quanto riguarda il caso del “mushroom madness” dei Kuma e delle altre etnie delle Western Highlands, i medesimi dati etnomicologici ed epidemiologici qui esposti portano a rivalutare il ruolo dei funghi coinvolti. L’uso di alcuni dei funghi indicati dai Kuma nei riti iniziatici maschili dei Bimin-Kuskusmin, il caso dell’intossicazione allucinatoria registrata a Hong Kong con uno dei funghi indicati dai Kuma (Boletus nigerrimus), e l’accertata esistenza di boletacee bluificanti dalle proprietà allucinogene, giustificano il sospetto di una concreta componente psicoattiva del “mushroom madness”.
Sinora le ipotesi interpretative che sono state formulate a riguardo del “mushroom madness” si sono basate sul presupposto che non vi fosse implicato alcun fungo concretamente psicoattivo. In questa sede propongo una differente interpretazione che parte dal presupposto contrario, cioè che vi fossero coinvolti dei funghi psicoattivi.
E’ il caso di osservare che le ipotesi interpretative che hanno escluso un ruolo attivo di funghi psicoattivi – da quelle psichiatriche a quelle sociologiche – non sono state in grado di spiegare in maniera soddisfacente il motivo dell’affermazione dei nativi del coinvolgimento dei funghi nell’induzione del komugl tai/ndadl, mentre le ipotesi che includono un ruolo attivo di funghi psicoattivi, comunque vengano formulate, risolvono innanzitutto questo aspetto altrimenti destinato a restare enigmatico. Inoltre, sulla base delle conoscenze che oggi abbiamo dell’esistenza dei funghi allucinogeni e dei loro impieghi sia tradizionali che moderni, appare indubbio il fatto che il coinvolgimento di funghi per spiegare dei comportamenti “folli” o “irrazionali” non può che originare dalla conoscenza di funghi psicoattivi e delle esperienze psichiche indotte dalla loro assunzione. Quindi un dato appare certo: i Kuma erano a conoscenza di funghi psicoattivi.
Escludendo le interpretazioni meramente psichiatriche, la Reay aveva intuito che il fenomeno del “mushroom madness” riguardava un rito sociale, e negli ultimi anni della sua vita si era discostata dal “diktat” negazionista di Wasson che escludeva qualunque ruolo di funghi psicoattivi. Aggiungo, un rito le cui dinamiche non furono spiegate a sufficienza dai nativi, probabilmente per motivi di segretezza, o per impropria scelta degli informatori, o non recepite per disattenzione e ottusità degli occidentali che si attendevano risposte secondo canoni prestabiliti, o per tutti questi fattori contemporaneamente. Si potrebbe sospettare un grande fraintendimento da parte degli occidentali.
Considerando il folto insieme di funghi che è stato indicato dai nativi come responsabili del “mushroom madness”, la maggior parte riguardava molto probabilmente funghi eduli, includendovi anche le specie che furono escluse da Heim (Armillariella, Cortinarius) nella sua opera di selezione dei possibili funghi psicoattivi (Heim, 1965b), e quelle che furono identificate ancora prima di Heim come specie di Armillaria e Polyporus (Barrau, 1962). Saremmo quindi in presenza di una promiscuità di funghi eduli e alcuni funghi psicoattivi. Questa promiscuità potrebbe non essere stata frutto di confusione da parte dei nativi, ma più intenzionale di quanto non sia apparso agli studiosi occidentali. Ciò non tanto per nascondere agli occidentali i veri funghi psicoattivi, ma perché la promiscuità fra funghi eduli e psicoattivi faceva parte del “gioco”, del rito del komugl tai/ndadl. Si è capito troppo tardi che, nel caso vi fossero stati dei funghi psicoattivi in mezzo alla massa di funghi che i Kuma mangiavano, per le dinamiche della loro assunzione collettiva solo una parte degli individui sarebbe stata esposta all’effetto di quelli psicoattivi (Treu & Adamson, 2006), e forse questo era il meccanismo intenzionale che stava alla base del rito.
Inoltre, non si deve dare per scontato che tutti i nativi fossero a conoscenza dei meccanismi di coinvolgimento dei funghi psicoattivi, e ciò potrebbe essere stato un altro dei presupposti errati nelle valutazioni della Reay e di Wasson. Si potrebbe ipotizzare che solo alcuni individui fossero a conoscenza e che si facessero carico di introdurre segretamente in un preciso momento dell’anno delle specie allucinogene nel comune pasto collettivo a base di funghi eduli. Ciò spiegherebbe tra l’altro la grande varietà di funghi eduli indicati dai Kuma “qualunque”. Quale fosse il motivo di questo intervento mantenuto segreto non ci è dato sapere, ma è lecito sospettare che potesse essere un’azione rituale associata alle credenze negli spiriti antenati.
I Kuma riconoscono quattro tipi di entità sovrannaturali (kibe): i due potenti spiriti Mbolim (lo Spirito Rosso) e Geru (il Guardiano dei Maiali); gli spiriti degli antenati remoti; gli spiriti dei morti recenti; gli spiriti della foresta, noti in Melanesia come masalai e fra i Kuma come kibe kangi (Reay, 1957, pp. 322-345). Come ha fatto notare la Reay (1957, pp. 323-4), fra i Kuma ben pochi individui conoscevano estesamente il sistema di credenze, di miti e di riti religiosi. La principale cerimonia, la Cerimonia del Maiale, veniva svolta solamente ogni circa 15 anni. Questa cerimonia era incentrata nella finalità di mantenere la benevolenza degli spiriti ancestrali, e la forza e la continuazione del clan erano ritenute dipendere dai kibe (Reay, 1957, pp. 352-356).
Il termine komugl, che letteralmente significa “sordo”, veniva usato per indicare specificatamente gli individui – uomini o donne – che comunicavano con le entità sovrannaturali (Reay, 1957, p. 334). Quindi il termine komugl tai associato al “msuhroom madness” indicava una tipologia di individui che, sotto effetto dei funghi, comunicavano con le entità sovrannaturali. Si deve inoltre tenere conto che, riguardo ai riti e credenze inerenti gli spiriti antenati, si trattava di elementi riservati se non quando rigorosamente segreti del mondo dei maschi adulti, e la Reay, in quanto donna, è stata quasi certamente limitata nell’acquisizione di dati a riguardo. Pur tuttavia aveva intuito che “il komugl tai attingeva alle credenze negli spiriti” (Reay, 1977, p. 71). Non si deve dimenticare quanto riportato da un uomo affetto dal komugl tai, che vedeva dei demoni della foresta che volavano attorno alla sua testa (Reay, 1977), e si è visto come fra i Kuma siano rimaste tracce di una credenza in spiriti degli antenati che abitano i funghi (Treu & Adamson, 2006).
Il principio dell’ereditarietà attribuita dai Kuma al fenomeno del “mushroom madness” – non riconosciuto fra i Kaimbi (Nelson, 1970) – tale per cui un figlio, e solo uno, di genitori che ne rimanevano colpiti poteva rimanerne colpito, potrebbe essere stata più una credenza che una realtà, dato che nel corso del “mushroom madness” osservato di persona dalla Reay nel 1954 diverse persone che ne furono colpite non ne avevano i requisiti ereditari (Reay, 1960).
L’interpretazione degli individui che palesemente emulavano lo stato del komugl tai potrebbe essere stata fraintesa: non si trattava di individui che “facevano finta” nel senso di esprimere una falsità, ma avrebbero potuto essere attori rituali che svolgevano un compito onesto internamente a un sistema di ruoli che ci è totalmente sfuggito. Insieme agli attori che simulavano gli attacchi, la possibilità riportata dai Kuma di prevenire un attacco di komugl tai/ndadl gettandosi nella acque fredde di un fiume poteva riguardare un ruolo di “modulazione” o di “correzione”, per fare si che l’attacco di “mushroom madness” si evidenziasse fra gli individui adeguati o preposti a tale evento, in base a regole sociali o del culto degli antenati che, nuovamente, non ci è dato conoscere. Che l’effetto dei funghi psicoattivi venisse consapevolmente “direzionato” verso un determinato gruppo di individui, lo attesterebbe il fatto che i capi dei villaggi non ne rimanevano coinvolti (Reay, 1957, p. 465).
Infine, la considerazione che questo fenomeno si è estinto pur continuando i Kuma a mangiare i medesimi funghi, presa come prova dell’estraneità al fenomeno dei funghi concretamente psicoattivi, potrebbe essere frutto di ulteriori incomprensioni. Il rito del “mushroom madness” si è estinto trascinando con sé nell’oblio le conoscenze pubbliche e/o segrete sui funghi coinvolti, e si è estinto come si sono estinti in tutto il mondo riti nativi che sono stati ostacolati e soppressi dalle culture missionarie e coloniali.7
Note
1 – In una nota introduttiva del suo scritto Ross riportò che i suoi dati erano stati esposti sulla base di uno testo di Kirschbaum e Fürer-Haimendorf del 1934. Questo riguardava, oltre ad aspetti linguistici, un lungo questionario da impiegare nella ricerca “etnografica” presso le popolazioni della Nuova Guinea. Ho messo fra virgolette la parola “etnografica”, poiché questo testo fa parte della letteratura della “etnografia religiosa cattolica” che fu fondata dal prete austriaco Wilhelm Schmidt e che aveva lo scopo di contrastare l’etnografia scientifica sulla base di forzature pseudo-scientifiche e di credo religiosi (si vedano Mary, 2010 e Samorini, 2024b). Nel questionario di Kirschbaum e Fürer-Haimendorf (1934, p. 12) vi sono domande rivolte all’individuazione (e successivamente alla loro repressione) di fonte inebrianti impiegate dai nativi – fra cui betel, tabacco, kawa, vino di palma, zenzero, una specie di cannella – ma nessun riferimento a funghi.
2 – In realtà l’ipotesi della Reay che lo stile di danzare dei Kuma fosse basato dai costumi dell’uccello del Paradiso fu contraddetto da quanto affermato dai suoi informatori, i quali al contrario dicevano che l’uccello del Paradiso “può avere appreso il suo comportamento di corteggiamento svolazzando sopra ai luoghi cerimoniali e aver visto danzare i Kuma” (Reay, 1957, p. 400).
3 – Un comportamento forse discutibile dal punto di vista etico.
4 – Non fu possibile classificare la seconda specie, di cui furono raccolti dei campioni sterili.
5 – Un suo sinonimo è Boletus nigerrimus R. Heim; più recentemente considerato un Retiboletus, cfr. Binder & Bresinsky, 2002.
6 – Ringrazio Luca Pasquali per questa indicazione bibliografica.
7 – Ringrazio Gianluca Toro per avermi facilitato alcuni documenti inerenti il “mushroom madness”.
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I funghi della Nuova Guinea
The mushrooms of New Guinea
Nella Nuova Guinea, e più in generale nella Melanesia, si conoscono casi di impiego tradizionale di funghi psicoattivi, o supposti tali, che sono rimasti enigmatici, o ignoti alla maggior parte degli studiosi, o poco studiati. Come si vedrà dall’insieme dei dati etnomicologici che verranno di seguito esposti, la Melanesia promette di essere un’area di elevato interesse etnomicologico riguardo ai funghi psicoattivi. Il caso più noto e al contempo il più incompreso è quello della “follia del fungo” dei Kuma e delle popolazioni limitrofe che vivono lungo la valle del Wahgi nella parte orientale della Nuova Guinea. Quanto la natura di questo fenomeno, oggigiorno scomparso, fosse da ascrivere all’assunzione di funghi concretamente psicoattivi, o quanto fosse stato di natura prettamente psicologica, sociologica o psichiatrica, è un problema che è rimasto irrisolto. Sebbene la seconda ipotesi sia quella più accreditata dagli studiosi, una serie di dati etnomicologici ed epidemiologici, diversi dei quali acquisiti di recente, induce a rivalutare o comunque a non escludere recisamente la prima ipotesi (Samorini, 2024a).
La “follia del fungo” dei Kuma
Il gruppo etnico dei Kuma fa parte di una più ampia unità culturale, quella dei Nangamp. Vive nella parte meridionale della valle del fiume Wahgi, nel Distretto del Western Highlands della Nuova Guinea. La parte alta della valle è delimitata da diversi monti, fra cui a oriente dal Monte Hagen. I Kuma sono uno di quei gruppi etnici dell’interno della Nuova Guinea che ha subito il primo contatto con gli Europei in periodi molto recenti, negli anni ’30 del XX secolo.
Le etnie che popolano la Nuova Guinea, e in particolare quelle della regione montuosa delle Highlands, sono note per essere state particolarmente belligeranti, facendo della guerra, dell’inimicizia con i gruppi limitrofi, degli assalti improvvisi e dello stato continuo di allarme, delle rappacificazioni e della rottura dei trattati di pace, un’istituzione primaria, interpretata dal punto di vista sociologico come un grande “gioco antagonista” (Berndt, 1964).
I missionari e gli etnografi occidentali riportarono l’esistenza presso i Kuma e altri gruppi etnici della medesima regione di strani comportamenti a cui era soggetta periodicamente una parte della popolazione, che a detta dei nativi erano indotti dall’assunzione di determinate specie di funghi, e che in letteratura furono destinati a essere indicati come la “follia dei funghi” (“mushroom madness”).
Il primo riferimento si incontra in uno scritto del missionario cattolico William Ross. Nel trattare brevemente delle fonti visionarie delle popolazioni che vivevano nella regione del Monte Hagen, citò il tabacco, una specie di zenzero denominato kobena, e una specie di fungo chiamato nonda. Per quest’ultimo riportò che “mette chi lo consuma in uno stato temporaneo di follia. Egli vola in un attacco di frenesia. E’ risaputo che a volte qualcuno muore per il suo uso. Viene usato prima di andare a uccidere un altro nativo, o in tempi di grande eccitazione, rabbia o tristezza” (Ross, 1936, p. 351).1
Una notizia simile si trova nell’opera in tre volumi dedicata agli Mbowamb stesa da Georg Friederich Vicedom e Herbert Tischner e datata al 1943-1948. Per Mbowamb si deve intendere le popolazioni di lingua mbowamb o melpa distribuite nell’area del Monte Hagen: “quando la gente mangia certi funghi diventano matti e corrono in giro senza cuore e senza comprensione. In questo caso il fungo ha causato la follia” (Vicedom & Tischner, 1943-1948, vol. 2, pp. 496-7, rip. in Rudzats, 1972, p. 21).
Nel 1947 la notizia sui funghi apparve in un libro di Abraham Gitlow (1947, p. 18), che riportò quanto detto da Ross senza tuttavia citarlo. Fu questo scritto di Gitlow che l’ornitologo Thomas Gilliard indicò a Wasson nel 1953, il quale lo considerò inizialmente come un dato genuino di Gitlow, poiché era ancora ignaro della fonte originaria di Ross (Wasson & Wasson, 1957, vol. 2, p. 215; Heim & Wasson, 1965, p. 1).
La prima e in realtà unica studiosa che ha eseguito uno studio etnografico approfondito sul fenomeno della “follia dei funghi” fra i Kuma durante i tempi in cui ancora si verificava è stata l’antropologa australiana Marie Olive Reay (1922-2004). Essa svolse delle indagini sul campo negli anni 1953-1955, e lo studio sui Kuma divenne il tema della sua tesi di laurea del 1957, che due anni dopo fu pubblicato come libro. Quanto riportato di seguito è estratto dalla sua tesi di laurea.
Una parte della popolazione kuma era soggetta a periodici attacchi di follia che, a detta degli informatori, erano causati dall’ingestione di funghi che crescevano sui tronchi d’albero e che erano chiamati nonda. Questi comportamenti anomali duravano generalmente non più di un giorno, e la Reay li poté osservare nell’ottobre del 1954 sia fra gli uomini che fra le donne.
I Kuma in realtà denominavano il comportamento delle donne con il termine ndadl, e quello degli uomini con il termine komugl (= “folle”). Con la parola ndadl veniva denominata anche la danza che le donne svolgevano durante l’attacco di “follia”. A volte gli informatori della Reay usavano il termine ndadl per indicare entrambi i comportamenti degli uomini e delle donne.
Durante l’attacco gli uomini si adornavano facendo un gran trambusto, afferravano le armi e si lanciavano contro gli altri individui minacciandoli. Attaccavano gli uomini del loro clan e le loro famiglie, e a volte raggiungevano le comunità dei villaggi circostanti. Erano tremanti, eccitati e desiderosi di danzare, esperivano una visione doppia e afasie intermittenti.
Le donne erano invece stordite e assumevano comportamenti irresponsabili. Ordinavano ai loro mariti e figli di adornarle e si mettevano a danzare. I mariti le adornavano con le piume più belle e altri ornamenti e davano loro in mano delle armi. Le donne danzavano in fila seguendo l’ordine gerarchico dei subclan dei mariti e figli. La Reay ha sottolineato che per le donne maritate questa era l’unica occasione per danzare in gruppo dopo che si erano sposate. Esse ridacchiavano in maniera incontrollata, flirtavano con gli uomini e si vantavano delle loro avventure sessuali, sia reali che inventate. Sembrava che diverse donne vivessero l’allucinazione di non essere ancora sposate.
Questi strani comportamenti erano riconosciuti come dovuti all’ingestione dei funghi nonda, e per questo la Reay denominò il fenomeno “mushroom madness”. Un dato sorprendente riguarda il fatto che il fenomeno si presentava solamente in una parte della popolazione, pur cibandosi tutti dei medesimi funghi. Le Reay calcolò che nel 1954 nella comunità di Kugika, costituita da 313 individui, furono vittime della “follia fungina” solamente 11 uomini e 19 donne; altri 5 uomini e tre donne ne erano state vittime negli anni precedenti. I Kuma ritenevano che la “follia dei funghi” fosse ereditaria, e nella numerosa prole di una medesima famiglia solamente uno dei figli ne venisse colpito.
Nonostante l’apparente aggressività degli uomini, non si presentavano conseguenze serie, e sembra che gli aggressori avessero tutto sommato un certo grado di controllo delle loro azioni. Si cimentavano nelle aggressioni più pericolose, quelle più ravvicinate, solamente in presenza di altri individui che potevano fermarli in tempo. E’ pure il caso di osservare che le armi venivano usate in molti contesti rituali (Reay, 1957, p. 394). Si presentavano anche casi di apparente simulazione degli effetti del komugl. Un altro dato curioso riguarda il fatto che gli uomini afflitti dal komugl si ignoravano l’uno con l’altro e aggredivano solamente gli individui normali della comunità. Le donne e i giovani del villaggio si divertivano ad aizzare l’uomo afflitto dal komugl stando a debita distanza riparati dietro agli alberi o alle pareti delle case.
La “follia dei funghi” accadeva solamente in un determinato periodo dell’anno. Le persone sapevano quando stava per arrivargli, e sembra che disponessero di un certo grado di scelta nel viversi o meno l’attacco di komugl. Per evitarlo era sufficiente tuffarsi nell’acqua fredda di un fiume appena sopraggiungevano i primi sintomi.
La Reay si pose il problema se fossero realmente i funghi nonda a provocare tutto ciò, e non capiva come fosse possibile che solo una parte della popolazione che mangiava questi funghi rimanesse vittima degli attacchi di “follia” (Reay, 1957, pp. 461-6). In una comunicazione successiva l’etnografa australiana riportò che i Kuma riconoscevano quattro tipi di funghi nonda. I nativi li mangiavano durante tutto l’anno, ed era solamente nella fase finale della stagione secca che appariva il fenomeno del komugl tai, il nome completo dato all’attacco di follia fungina. Essa suggerì la possibilità che questi funghi acquisissero proprietà allucinogene solo in questo periodo dell’anno. In questo scritto sono presenti alcune foto che riprendono gli attacchi di “mushroom madness” fra gli uomini e fra le donne (Reay, 1960).
Scene di attacchi di “mushroom madness” fra i Kuma (da Reay, 1960)
Sopraggiunse quindi la ricerca sul campo di Roger Heim e Gordon Wasson, che nel 1963 passarono tre settimane nella valle del Wahgi accompagnati dalla Reay. Mentre Wasson svolgeva un’inchiesta etnomicologica, Heim raccolse una grande quantità di funghi, oltre 300 specie, di cui molte risultarono nuove per la scienza, incluse quelle indicate dai nativi come responsabili dei comportamenti anomali (Heim, 1963). Durante il loro soggiorno non ebbero occasione di osservare casi di komugl tai. Il termine komugl significa “orecchio”, ma può significare anche sordità e ogni tipo di follia permanente o temporanea. La parola tai (che Heim, 1978 riportò come taï) è il nome dato alla raggiana (Paradisaea raggiana Sclater), una specie di uccello del paradiso. Nel termine composito komugl tai, che indica specificatamente gli attacchi di “mushroom madness”, la parola tai assume il valore di “tremore”, e la Reay ipotizzò che potesse essere in relazione con il tremolio delle piume che la raggiana adotta nel contesto della danza di corteggiamento. Quindi komugl tai significherebbe “follia tremante”.2
Wasson appurò che il termine nonda era usato per denominare qualunque tipo di fungo e non specificatamente quelli coinvolti nel komugl tai e nello ndadl (che trascrisse come ndaadl). Dal punto di vista della documentazione scritta, si era accorto del testo originale di Ross del 1936 e aveva quindi compreso che le righe di Gitlow del 1947 riportavano semplicemente parola per parola quanto detto da Ross. Ebbe l’opportunità anche di incontrare il medesimo Ross presso la Missione di Monte Hagen. Questi gli comunicò che riteneva il komugl tai frutto in buona parte dell’immaginazione piuttosto che dei funghi, e riferì che questi attacchi di follia erano oramai scomparsi dalla valle, nonostante i funghi coinvolti continuassero a far parte della dieta alimentare della popolazione.
Wasson incontrò anche diversi Europei che risiedevano nell’area del Monte Hagen e nella valle del Wahgi, i quali gli riferirono ulteriori osservazioni sul komulg tai. Ad esempio si trattava di un fenomeno il cui arrivo si poteva predire, in quanto partiva sempre dalla parte inferiore della valle e si spostava di villaggio in villaggio verso la parte superiore soggiornando circa due giorni in ogni villaggio. Una coppia di coniugi residenti nella valle aggiunse un interessante dettaglio per gli uomini afflitti dal komugl tai, e cioè che fischiavano continuamente, sia quando inalavano che quando esalavano il respiro.
I funghi venivano arrostiti o cucinati con delle verdure. Specie di funghi differenti venivano spesso mescolate nel medesimo contenitore, un fatto che poteva spiegare secondo Wasson le contraddizioni da parte dei nativi nell’indicare precisamente i funghi coinvolti nel komugl tai.
Riguardo alla supposta ereditarietà del fenomeno, Wasson raccolse la notizia che solo uno dei figli ereditava la possibilità di essere vittima del “mushroom madness”, solitamente il primogenito, o altrimenti il secondogenito o il terzo nato, ma mai l’ultimo nato. Un altro informatore riportò che i bambini non diventavano mai vittime del komugl tai.
Heim e Wasson registrarono undici tipi di funghi indicati dai nativi come responsabili del “mushroom madness”, ciascuno con un nome specifico. Diversi di questi inducevano sia il komugl tai fra gli uomini che lo ndaadl fra le donne, mentre un paio avevano effetto solo sulle donne, inducendo lo ndaadl.
Da quanto acquisito nel corso della ricerca sul campo, i due studiosi occidentali giunsero alla conclusione che gli attacchi di komugl tai e di ndaadl non erano causati dai funghi, pur rimanendo enigmatico il motivo del loro coinvolgimento (Heim & Wasson, 1964a; 1964b; 1965).
Quando Heim e Wasson se ne andarono via dalla valle Wahgi, la Reay rimase sul posto per studiare più approfonditamente il fenomeno del mushroom madness, che poté osservare di persona, come già le era accaduto nel 1954, altre due volte, nel 1964 e nel 1965. Calcolò che solo il 10% circa della popolazione kuma che si ciba di questi funghi subisce effetti psichici. Osservò il curioso sviluppo spaziale epidemico, che di villaggio in villaggio si ripercuoteva per la valle, dove in ogni villaggio durava 2-3 giorni, e dove l’ultimo giorno di un villaggio era anche il primo giorno del villaggio vicino.
Donne kuma mentre danzano durante un attacco di ndadl (da Reay, 1960)
Fra gli uomini l’attacco durava un paio d’ore. L’uomo komugl esperiva allucinazioni lillipuziane, riferiva di vedere dei demoni della foresta che volavano attorno alla sua testa. I demoni della foresta erano visti dai Kuma come creature minuscole, delle dimensioni di una vespa, a due dimensioni e spesso trasparenti. Come si vedrà oltre, questo dettaglio – la visione di piccoli “demoni della foresta” – non è stato preso in adeguata considerazione nei vari tentativi di interpretazione del fenomeno del “mushroom madness”. L’uomo komugl correva per i sentieri del territorio del suo clan con una visione sfuocata. Tutti gli oggetti che l’uomo komugl vedeva di fronte a lui mentre correva gli sembravano correre verso di lui. I movimenti orizzontali delle persone (camminare, correre) lo irritavano perché irritavano i suoi occhi. Periodicamente si riposava dalla corsa selvaggia. Una caratteristica del komugl tai era una maniera particolare di fischiare, consistente in una o due note ripetute a intervalli regolari. Gli individui komugl non si rendevano conto di fischiare poiché erano sordi. La sordità era un’altra caratteristica dello stato di “mushroom madness”.
Fra le donne l’effetto era notevolmente differente e durava molto più a lungo, 24-48 ore. Erano colpite dallo ndaadl solo le donne sposate; queste si comportavano come se fossero ancora non sposate, parlavano fra di loro di future cerimonie di corteggiamento, di avventure sessuali che avevano avuto e che erano probabilmente immaginarie. A differenza degli uomini, che correvano qua e là in maniera caotica, le donne danzavano per diverse ore. Apparivano felici mentre danzavano. A volte si avvicinava un uomo komugl, e tutti scappavano a eccezione delle donne ndaadl, che continuavano a danzare senza preoccuparsene. Sembra che queste donne non fossero in pericolo poiché la loro danza era fatta di saltelli in alto e in basso, senza movimenti orizzontali che avrebbero potuto irritare l’uomo komugl (Reay, 1977).
Articolo apparso il 28 settembre del 1957 nel Pacific Island Monthly (p. 123)
Le interpretazioni del komugl tai
Per verificare l’innocenza dei funghi che inducevano il “mushroom madness”, la Reay e lo psichiatra australiano Burton Burton-Bradley diedero da mangiare alcuni di questi funghi (senza specificare quali esattamente) a due individui di Papua Nuova Guinea3 e non osservarono alcun comportamento anomalo (Burton-Bradley, 1973, p. 67).
Diversi studiosi hanno inserito il “mushroom madness” in un più esteso fenomeno di natura psichiatrica diffuso nella Nuova Guinea, che è stato indicato con diversi nomi: amok, longlong, guria, lulu, wild man, Vailala madness, psicosi isterica, ecc. Nella maggior parte dei casi si trattava di attacchi individuali di follia caratterizzati da comportamenti aggressivi, urla, corse caotiche, accompagnati da tremori agli arti o di tutto il corpo. Salisbury (1968) li ha cumulativamente indicati come stati di “possessione”, riconducendoli tutti a una singola sindrome, facendo notare che nella maggioranza dei casi i nativi li interpretano come possessioni da parte di uno spirito antenato o altra figura spettrale. La Reay non si trovava d’accordo con questa generalizzazione, e tanto meno nell’inclusione del “mushroom madness”, osservando come quest’ultimo fosse un fenomeno strutturato collettivo, a differenza degli altri comportamenti di “wild man”. Diffidava anche delle interpretazioni meramente psichiatriche del “mushroom madness” (come suggerito da Burton-Bradley, 1968), ed era più propensa a vedere il fenomeno come un rito che tendeva a soddisfare delle necessità sociali e culturali, inerenti in particolare l’inegualità di genere (Reay, 1977).
E’ pur vero che v’erano alcuni sintomi comuni a buona parte di questi comportamenti, fra cui la sordità temporanea degli individui che venivano presi dagli attacchi di follia (Clarke, 1973), e un generale tremore del corpo. Ma questi sintomi potevano essere influenzati culturalmente. Nella credenza dei Kuma, il tremore del corpo umano era indotto dall’azione di spiriti minori quali demoni della foresta o creature simili associati a particolari luoghi (Reay, 1977).
Il komugl tai è stato paragonato al “pandanus madness”, una supposta “sindrome” che si presentava annualmente in occasione della raccolta delle noci di Pandanus presso gruppi nativi delle Western Highlands. I raccoglitori venivano presi da “una disinibita allegria collettiva”, che fu ritenuta dalle autorità coloniali come una sorta di follia collettiva (Goddard, 2011, p. 112). Secondo Goddard (id., pp. 121-4), che ha svolto indagini presso i nativi della valle del Kaugel, le noci di Pandanus non inducevano un concreto effetto psichico, come confermato dal fatto che i nativi non riportavano alcuna assunzione di queste noci, nemmeno quelle acerbe, e che tale “sindrome” scomparve con l’imposizione del sistema di credenze missionarie senza che si fosse fermata l’industria della raccolta delle noci di Pandanus. Sempre secondo Goddard (id., pp. 122-3), si è trascinata fra gli studiosi una “fallacia post hoc” che si è basata su uno scritto dello psichiatra australiano Alexander Sinclair (1957, p. 35), che aveva riportato che determinati comportamenti anomali erano attribuibili all’assunzione di certe varietà di noci di pandanus. Nonostante l’auto-sperimentazione negativa di Klaus Stopp (1964), a rafforzare la credenza nelle proprietà psicoattive dei Pandanus v’è una notizia che fu in realtà data come semplice comunicazione personale da un certo chimico D. Culvenor a David Hyndman (1984, p. 298), in cui la triptamina allucinogena DMT sarebbe stata ritrovata come alcaloide minore in noci di Pandanus raccolte nell’area di Minj. Questo dato non è mai stato confermato dai numerosi studi biochimici eseguiti sul genere Pandanus.
Accanto alle interpretazioni meramente psichiatriche del fenomeno del “mushroom madness”, ne sono state proposte alcune di natura sociologica e psicologica. A tale riguardo è opportuno osservare che le indagini micologiche svolte da Heim durante il suo soggiorno nella valle del Wahgi portarono alla scoperta di un paio di Psilocybe concretamente allucinogene, di cui una fu denominata Psilocybe kumaenorum Heim (Heim et al., 1965-1966, pp. 185-188).4 Questa Psilocybe sembra essere stata nota ai Kuma, che la denominavano kooobl tourrum (Heim, 1978, p. 171) e la relegavano nella generale classe dei funghi non eduli. Di questa specie essi riferirono che mangiandone uno induceva vertigini e vomito violento, e mangiandone un altro avrebbe portato a una morte agonizzante. E’ come se – ha osservato la Reay (1977, p. 73) – “la vera natura degli allucinogeni fosse stata culturalmente soppressa”. Il fenomeno del “mushroom madness” sarebbe originato da un contatto dei Kuma con veri funghi allucinogeni, e questa conoscenza fu culturalmente soppressa – ipotizza sempre la Reay – probabilmente poiché lo stato visionario indotto da questi funghi, che avrebbe reso gli uomini temporaneamente indifesi, era incompatibile con una società perennemente in guerra e costantemente in allerta dalle possibili aggressioni dei gruppi umani vicini. Quale relazione si sia formata fra la soppressione culturale dei veri funghi allucinogeni e il fenomeno del komugl tai, la Reay ha cercato di spiegarla come segue:
“Molte delle anomalie e sostituzioni vicarie nel mushroom madness dei Kuma diventano comprensibili se postuliamo che l’originale ‘follia tremante’ era una sostituzione deliberata per una condizione correttamente attribuita a veri funghi neurotossici che rendevano gli uomini e i loro gruppi indifesi (..) I funghi neurotossici potevano giustamente attirare la colpa per le morti inflitte a ex guerrieri che sognavano senza tempo in una serenità fuori stagione. Avrebbero richiesto una riclassificazione come nocivi e quindi non commestibili. La continua ma mutevole ‘follia da brividi’ potrebbe quindi essere stata attribuita a particolari funghi che originariamente erano stati cucinati e mangiati con gli allucinogeni” (Reay, 1977, p. 74).
E’ un’ipotesi un po’ confusa, che tuttavia ha il pregio di basare il meccanismo della “sostituzione vicaria” su esperienze originarie realmente avvenute con funghi concretamente psicoattivi. Heim (1978, p. 167) ha ipotizzato che la conoscenza degli effetti di reali funghi allucinogeni avrebbe portato in qualche modo una scusa per un comportamento anomalo quale un episodio stagionale di eccitazione isterica collettiva, riproponendo quindi di fatto l’interpretazione del fenomeno come squisitamente psichiatrica. Ancor prima di Heim, Barrau riteneva similmente che è “come se l’ingestione dei funghi fornisse una scusa ammessa a una cattiva condotta temporanea più o meno simbolica” (Barrau, 1962, p. 248).
La Reay prese in considerazione la possibilità che l’elemento scatenante gli attacchi fosse l’ingestione di tabacco, poiché erano stati osservati individui sotto attacco di komugl tai introdurre nella bocca manciate di foglie di tabacco. Tuttavia gli informatori kuma della Reay – diversi dei quali non subivano l’effetto komugl dei fungi – le riferirono che gli uomini affetti dai funghi mangiavano tabacco solo dopo che era salito l’attacco di follia. Inoltre, le donne non mangiavano mai il tabacco, essendo una fonte inebriante riservata agli uomini (Reay, 1977). L’ipotesi di un’intossicazione indotta dall’assunzione orale di nicotina è stata riproposta in tempi più recenti da Thomas, sia per spiegare il komugl tai che gli altri comportamenti “wild man” osservati in Nuova Guinea (Thomas, 2002; 2002-2003). Pur ritenendo plausibile la partecipazione o co-partecipazione del tabacco assunto oralmente come induttore scatenante alcune di queste forme di follia, difficilmente questo fattore tossicologico esogeno può spiegarle tutte, incluso il “mushroom madness”.
Gianluca Toro (2007), pur restando possibilista circa le proprietà concretamente psicoattive di almeno alcuni dei funghi del komugl tai, nel caso di assenza della componente psicoattiva si è rifatto al concetto di “simbolo rituale di condensazione”, inteso come simbolo che permette di liberare la tensione emotiva, in maniera sia cosciente che inconscia. Tenendo conto che i simboli rituali hanno un significato “normativo” e che nei riti le regole sono cariche emotivamente e che le emozioni sono sottomesse a delle regole, i funghi dei Kuma, e in particolare il Boletus manicus, potrebbero ricoprire il ruolo di simbolo rituale di condensazione, e in definitiva il comportamento del “mushroom madness” rientrerebbe nella classe dei riti, come aveva suggerito la Reay,:
“[Il Boletus manicus] potrebbe essere un ‘catalizzatore emotivo’, un oggetto che attrae e condensa dentro di sé le emozioni. Mangiarlo significa attivare il simbolo del fungo e liberare tali emozioni, ovvero la follia fungina. Quindi, al wild man consente l’espressione di un’esperienza personale e viceversa le emozioni espresse sono considerate parte delle regole sociali. In pratica un simile fungo costituirebbe una giustificazione per tale comportamento” (Toro, 2007, p. 11).
Questi tentativi di spiegazione del fenomeno del “mushroom madness” hanno a mio avviso il difetto di non spiegare in maniera soddisfacente il motivo del coinvolgimento dei funghi, e ciò vale particolarmente per le interpretazioni psichiatriche, che non si sono minimamente preoccupate della questione (Burton-Bradley, 1968; Salisbury, 1968; Clarke, 1973, Goddard, 2011, p. 123). E’ come se mancassero dei tasselli, come se fossero stati nascosti dei tasselli. Ma prima di cercarli espongo ulteriori dati micologici ed etnomicologici.
I funghi coinvolti nel “mushroom madness”
Riguardo all’identificazione dei funghi coinvolti, si deve considerare la forte discordanza da parte dei medesimi Kuma nell’indicare quali specie di funghi fossero coinvolte nel komugl tai, come fu ripetutamente osservato da Heim e Wasson (1965); un’osservazione che già da sola può spiegare la concreta mancanza di effetti psicoattivi per diverse delle specie indicate.
I primi tentativi di identificazione dei funghi coinvolti nel “mushroom madness”, che videro diversi invii di campioni al Giardino Botanico di Kew, in Inghilterra, furono senza successo, a parte l’identificazione di una sola specie come Heimiella retispora, una boletacea oggi classificata come Heimioporus retisporus (Pat.& C.F. Baker) E.Horak., ma che nel successivo studio tassonomico di Heim non fu ritrovata.
Una delle specie di funghi ricevuti da Kiew fu inviato a Rolf Singer con l’indicazione che era chiamato nondorbingi nell’area di Minj della valle del Wahgi. Singer la considerò una nuova specie e la denominò Russula nondorbingi Singer (Singer, 1958). Heim e Wasson (1964) ritennero che il nome nondorbingi era frutto di un’errata interpretazione e che il vero nome era nonda bingi, e che questo nome era in realtà dato ai Kuma a un’altra specie di Russula.
Heim e Wasson raccolsero informazioni su undici funghi ritenuti coinvolti nel “mushroom madness”, ciascuno con uno specifico nome locale. Gli studi tassonomici restrinsero il numero a sette differenti specie (Heim, 1963), di cui sei appartenenti ai generi Boletus (Tubiporus) ed Heimiella della famiglia delle Boletaceae e una al genere Russula. Successivamente Heim aggiunse un’altra specie di Boletus, B. flammeus, indicato solo una volta dai suoi informatori Kuma (Heim, 1965a), e altre tre Russula, di cui una corrisponde al fungo kirin usato dai Sina-Sina (Heim, 1978, pp. 168-171; per i Sina-Sina si veda oltre).
In realtà Heim riportò altri funghi che gli furono indicati dai suoi informatori, che tuttavia decise di non inserire nella lista definitiva di funghi coinvolti nel komugl tai; una decisione non meglio spiegata, che contribuisce a evidenziare il possibile contributo degli studiosi occidentali alla generale confusione che è ruotata attorno al complesso fungino del komugl tai. Fra i funghi non ulteriormente considerati da Heim vi erano Armillariella elegans Heim e Amanita dibapha Berk et C., e dei Cortinarius del gruppo largus (Heim, 1965b). Ancor prima di Heim, il micologo Dorothy Shaw, del Servizio di Agricoltura del Territorio di Papua e Nuova-Guinea, aveva effettuato una prima identificazione riconoscendo specie di Armillaria, Polyporus e Russula (Barrau, 1962).
Di seguito la lista dei funghi identificati tassonomicamente da Heim, con i corrispettivi nomi kuma:
Boletus reayi Heim (nonda ngam-ngam)
Boletus kumaeus Heim (nonda ngamp-kindji kants)
Boletus manicus Heim (nonda gegwants ngimbigl)
Boletus nigerrimus Heim (nonda kermaipip); ora sinonimo di Tylopilus nigerrimus (R. Heim) Hongo & M. Endo
Boletus nigroviolaceus R.Heim (nond tua-rua)
Boletus flammeus Heim
Heimiella anguiformis Heim (nonda mbolbe); ora sinonimo di Heimioporus anguiformis (R.Heim) E. Horak
Russula maenadum Heim (nonda mos)
Russula agglutinata Heim (nonda mos indicata dalla Reay)
Russula pseudomaenadum Heim (nonda wam)
Russula kirinea Heim (kirin dei Sina-Sina)
Russula nondorbingi Singer (nondorbingi [sic], nonda bingi)
Boletus manicus, uno dei funghi coinvolti nella “follia dei funghi” dei Kuma (da Heim & Wasson, 1965)
E’ importante osservare che quattro delle sette specie di Boletaceae sono soggette al fenomeno della bluificazione della carne quando il loro gambo o cappello viene aperto con un coltello o con le mani. Il colore della carne così esposta all’aria vira più o meno velocemente verso tonalità blu-verdi, per poi solitamente tornare al colore originale dopo un certo periodo di tempo. Le specie bluificanti della lista sopra riportata sono: B. reayi, B. kumaeus, B. manicus, B. flammeus.
Inoltre, nel 1963 ricercatori australiani svolsero indagini su un fungo denominato namanama da non meglio specificati nativi del Monte Hagen e indicato come allucinogeno: “questa attività inizia circa un’ora dopo l’ingestione (crudo o cotto) e dura diverse ore, dipendente dalla quantità di funghi consumati. Il pieno controllo mentale è tuttavia riottenuto dopo diversi giorni” (Gellert et al., 1973, p. 689). Cresce sotto alberi con ghiande, ha il cappello liscio, la carne gialla interna quando tagliata vira al blu per un po’ di tempo per poi ritornare gialla (Rudzats, 1972, p. 58). Il fungo fu identificato da un micologo dell’Università del Queensland di Brisbane come una specie di Boletus della sezione Ixocomus e del gruppo Nudi. Saggi di laboratorio, di quelli a quei tempi impiegati per gli allucinogeni classici quali LSD, psilocibina e mescalina, risultarono negativi. L’analisi chimica evidenziò solamente la presenza di aminoacidi e steroidi (Gellert et al., 1973). Uno degli aminoacidi, insaturo, risultò nuovo per la scienza (Rudzats et al., 1972).
Il fungo “namanama” indicato dai nativi di Monte Hagen della Nuova Guinea come allucinogeno e identificato come una specie di Boletus bluificante (da Rudzats, 1972, p. 59)
Una particolare attenzione è stata rivolta nella letteratura etnomicologica al Boletus manicus, per via soprattutto del fatto che è stato sottoposto a un’indagine biochimica, pur preliminare, e a essere stato oggetto di alcune autosperimentazioni. Fu Albert Hofmann a eseguire indagini chimiche su campioni ricevuti da Heim, riscontrando la presenza, oltre che di triptofano, di due sostanze indoliche non meglio identificate in concentrazioni molto basse (minori dello 0,01%). Questa analisi fu sviluppata mediante cromatografia su carta, una tecnica analitica in realtà alquanto grezza e imprecisa (Heim, 1965c). Heim intraprese tre auto-sperimentazioni, ingerendo quantità molto piccole (troppo piccole) del fungo (1, 4 e 60 mg secchi), senza conseguire effetti psicoattivi chiaramente percepibili (Heim, 1965b,c). Anche in campioni di B. nigroviolaceus Hofmann riscontrò la presenza di una sostanza indolica in tracce (con concentrazione minore dello 0,005%, non è chiaro se del peso secco, poiché alcuni campioni furono messi freschi sotto alcol) (Heim, 1965b).
Riguardo a Psilocybe kumaenorum, nel riportare il nome con cui veniva denominato dai Kuma nella loro lingua yuwi – koull tourroum – Heim osservò come con questo medesimo nome i nativi denominassero anche altri funghi, per cui non era certo ch’essi fossero realmente in grado di riconoscere questa piccola Psilocybe (Heim, 1965-1966, p. 186, n. 1). Negli anni 2000 lo studioso australiano Thomas ebbe occasione di raccoglierne dei nuovi campioni nella valle del Wahgi, che sottopose ad analisi chimica (HPLC), individuandovi la presenza di psilocibina e psilocina in concentrazioni dello 0,5-0,7% del peso secco, confermando quindi il potenziale psicoattivo di questo fungo. Thomas confermò che nella lingua yuwi ou yoowi i Kuma lo chiamavano koobl tourroum, koull tourroum, o kougltourroum (Thomas, 2007).
Altri dati etnomicologici
Le “follie dei funghi” non erano relegate ai Kuma. Sembra che fossero diffuse anche presso i gruppi parlanti la lingua medpla (o melpa) che abitano il Monte Hagen, ma che non si presentassero più fra questi già ai tempi delle ricerche della Reay, Heim e Wasson. Fra i Sina-Sina che vivono sulla strada per Goroka e che appartengono a un differente gruppo linguistico, un fungo denominato kirin induceva accessi di follia (Heim & Wasson, 1965; il kirin è stato identificato da Heim come Russula kirinea, vide supra). Pure i Tairora degli Highlands orientali mangiavano senza cucinarli dei funghi “piccoli e lunghi” che confondevano la mente in modo tale che la gente che era sotto la loro influenza poteva camminare fino a un villaggio nemico ed essere ucciso o uccidere qualcuno del proprio villaggio (comunicazione personale di Patricia e Terence Hays a Clarke, 1973, p. 203, n.).
Il ricercatore Hal Nelson ha osservato la presenza del “mushroom madness” presso un’altra etnia della Nuova Guinea, quella dei Kaimbi che vivono nella valle di Nebilyer, sulle pendici meridionali dei Monti Kubor, non molto lontano dalla valle del Wahgi. Nelson presentò i risultati delle sue osservazioni sul campo in uno scritto che lesse in occasione di uno degli incontri annuali dell’American Anthropological Association (Nelson, 1970), i cui atti non sembra siano stati pubblicati. Il suo scritto fu quindi destinato a rimanere inedito, ma fu comunque letto da Heim che ne riportò un riassunto da cui ho preso le seguenti informazioni.
I Kaimbi distinguono quattro tipi di funghi responsabili di comportamenti in parte simili a quelli presenti fra i Kuma. Riporto per esteso la classificazione “psico-tassonomica” indicata dai Kaimbi poiché di notevole interesse etnomicologico, indipendentemente dal fatto che si tratti di funghi concretamente psicoattivi:
“Nonda enamon, che provoca un’allucinazione espressa da una visione multipla; nonda kintagint, la cui follia temporanea, denominata kiegltokamugl, si manifesta con una sordità accompagnata da smorfie; nonda namanoti, che causa la follia denominata kegliotopogam, che persiste da due a quattro giorni durante i quali l’individuo minaccia di colpire i presenti che si nascondono o si arrampicano sugli alberi. Questo fungo con imenio rosa si mangia cotto con un legume selvatico, il kim kuta. Infine, nonda kandagegl, che provoca la follia detta wilopum e che dura diverse settimane, incita il consumatore a rintanarsi nella foresta dove attende che i suoi parenti o amici gli portino del cibo” (Nelson, 1970, rip. in Heim, 1978, p. 166).
A differenza dei Kuma, i Kaimbi non considerano ereditario il “mushroom madness”, né che un solo membro di una famiglia ne sia afflitto: “Tutti sanno che questa follia fungina provocata dalla criptogama è stancante, ma essa risveglia in loro una certa curiosità, ne sono assillati e finiscono per ingerirlo” (Nelson, 1970, rip. in Heim, 1978, p. 166).
Un dato di estrema importanza fu registrato dall’antropologo Fitz Porter Poole presso i Bimin-Kuskusmin della Nuova Guinea centrale, che vivono a circa 300 km di distanza dalla valle del Wahgi. Essi impiegano cinque specie di funghi nel corso di complessi riti iniziatici maschili. Questi funghi sono risultati essere specie di Boletus e di Russula, e Poole sospettò che si trattasse delle medesime specie indicate dai Kuma. Questo dato etnomicologico, pubblicato nel 1987, è passato pressoché inosservato dagli studiosi che si sono occupati del “mushroom madness” dei Kuma. Si veda I riti dei Bimin-Kuskusmin.
Presso altre etnie della Melanesia si incontrano alcuni altri dati di interesse etnomicologico. I Raiapu Enga del medesimo Distretto delle Western Highlands della Nuova Guinea vivono nella valli dei fiumi Lai, Tare e Minyampu. Nella loro cosmografia hanno un ruolo prominente la “gente del cielo” (yalyakali), esseri sovrannaturali che furono creati dal sole e dalla luna e che fondarono le confraternite (fratrie) terrene dei Raiapu. Quando la “gente del cielo” scese sulla terra per fondare le fratrie, portarono con loro delle pietre (yainanda) che sono custodite dagli attuali clan e che sono considerate la residenza degli spiriti antenati. Queste pietre hanno la forma di un fungo. La maggior parte dei clan possiede almeno due di queste pietre, una “maschile” e l’altra “femminile”. Molte di queste pietre furono rubate dai missionari nella loro lotto contro il “paganesimo”, e oggigiorno i nativi tengono nascoste quelle che sono riuscite a salvare dal saccheggio iconoclastico. L’etnografo Feachem ebbe l’occasione di osservare una coppia di queste pietre a forma di fungo appartenenti al clan Tombeakipi. La più grande era quella femminile e la più piccola quella maschile. La loro dimensione era di circa 25 x 10 cm (Feachem, 1973).
I Dayak del Distretto di Kualakapuas del Borneo meridionale credono che nell’aldilà l’anima di un uomo possa risiedere solo per un certo tempo, durante il quale può ripetutamente ringiovanire abbeverandosi all’acqua dell’albero della vita (un concetto questo di probabile importazione occidentale). Alla fine l’anima riappare in questo mondo sotto forma di un frutto o di un fungo. Se questo viene mangiato da un uomo o da un animale, l’anima può continuare a vivere nel mondo ordinario, altrimenti scompare per sempre (Allard, 1946). Sempre riguardo ai Dayak del Borneo, nel 1964 La Reay ricevette una lettera da un individuo di questa etnia in cui riferiva che anche fra la sua gente esisteva un “complesso del fungo”. Purtroppo non venne specificato di che natura fosse questo “complesso del fungo” (notizia riportata nel libro postumo della Reay, 2022, p. 276).
Ancora, è stato recentemente riportato che un piccolo fungo ascomicete, una specie di Phillipsia, viene usato dai Pamona dell’isola di Celebes (Indonesia) per le sue proprietà inebrianti. Viene fritto o arrostito e immerso dentro a una tazza di caffè (Yusran et al., 2024).
Rivalutazioni posteriori
Il fatto che i funghi indicati dai Kuma come quelli responsabili del “mushroom madness” non siano dotati di concrete proprietà psicoattive – come fu concluso da Heim e Wasson –, potrebbe essere stata una deduzione un po’ frettolosa.
Sebbene la Reay abbia a suo tempo seguito la conclusione di Heim e Wasson, non sembra che successivamente ne fosse totalmente convinta. In una comunicazione personale del 1999, la studiosa australiana sembra aver ripensato a un ruolo concreto dei funghi, affermando che il Boletus manicus “contiene di fatto la sostanza per produrre il komugl taï, ma manca della capacità di produrre gli effetti per via della concentrazione insufficiente di tale sostanza. Ciò è stato confermato da analisi farmacologiche condotte presso i Giardini Botanici di Lae, Papua Nuova Guinea. L’effetto di B. manicus deve essere potenziato da un’altra fonte”, e per quest’ultima la Reay ha pensato a una varietà di tabacco locale (comunicazione della Reay a Thomas, 2000, p. 171). La necessità di una combinazione rafforzante gli effetti psicoattivi è improbabile nel caso del “mushroom madness”, come il coinvolgere nuovamente una specie di tabacco. Basti ricordare che le donne kuma non assumevano mai tabacco, eppure subivano lo ndaadl con effetti più prolungati di quelli degli uomini.
Anche Treu e Adamson (2006) sono dell’avviso che all’origine del fenomeno del mushroom madness ci siano state delle esperienze con dei veri funghi psicoattivi. Essi si recarono nella valle del Wahgi nel 2002 e 2003 per osservare cosa era rimasto del fenomeno del komugl tai e cosa ne pensassero gli attuali Kuma. Gli ultimi casi sembrano essere apparsi nella metà degli anni ’80, dopodiché il fenomeno scomparve. Gli informatori indicarono solamente due specie di funghi responsabili degli attacchi di follia, uno chiamato ngam ngam e l’altro ngam kindkants (corrispondenti ai Boletus reayi e B. kumaeus di Heim). Interessante quanto riportato dagli informatori circa gli effetti di questi funghi, che associano a credenze di natura sovrannaturale:
“Dopo aver mangiato i funghi, un uomo affetto da komugl tai entrava in un mondo diverso. Poteva vedere alcuni dei suoi antenati morti e poteva effettivamente recarsi alle loro tombe. A volte vedeva i funghi o le streghe, i fantasmi e gli spiriti. Occasionalmente le persone colpite vedevano i cosiddetti piccoli individui che cercavano di fare del male o di prendere in giro altre persone. Il sognatore poteva quindi provare a scacciare i piccoli esseri, ma in realtà poteva inavvertitamente ferire la persona che i piccoli esseri stavano cercando di danneggiare o prendere in giro” (Treu & Adamson, 2006, p. 7).
Oltre al riferimento della visione, nuovamente, di “piccoli individui”, il komugl tai veniva associato con lo spirito masalai che, una volta toccato il fungo, sarebbe stato in grado di entrare dentro al raccoglitore per indurre l’attacco di “follia”. Quando si trovavano di fronte a un grosso gruppo di funghi ngam ngam, i raccoglitori erano soliti raccoglierne solo alcuni, per evitare di offendere il masalai e di subire quindi il komugl tai. Da ciò si evince una credenza in spiriti che abitano i funghi. I masalai sono una classe di esseri sovrannaturali che portano questo nome in una vasta area della Melanesia e che sono più specificatamente denominati dai Kuma come kibe kangi; sono generalmente considerati spiriti malvagi, fantasmi di persone a cui furono negati gli ordinari riti funebri o spiriti ancestrali di clan che si sono estinti, e comunque sono una classe di spiriti antenati (Reay, 1977, pp. 345-6). Riguardo al perché non si presentassero più attacchi di komugl tai, gli informatori ritenevano che fosse dovuto al fatto che la gente non credeva più agli spiriti e questi quindi avevano perso il loro potere.
Altri informatori riportarono la credenza che fosse la sostanza oleosa che si trova sulla superficie del fungo (come accade per diverse Boletaceae) a essere responsabile del komugl tai. Anche i bambini subivano gli effetti dei funghi – a differenza di quanto riportato dalla Reay –, ma in maniera differente dagli uomini e dalle donne: diventavano sonnolenti e impallidivano. I loro genitori li controllavano da vicino e gli legavano le gambe per evitare che corressero via.
Sempre seguendo gli informatori di Treu e Adamson, l’effetto dei funghi durava dalle 24 ore a una intera settimana, e si iniziavano a percepire diverse ore dopo aver mangiato i funghi. Questo lungo periodo di latenza è un dato da ricordare nel contesto delle considerazioni che verrano esposte poco sotto.
Treu e Adamson hanno anche individuato una possibile spiegazione del perché solo una parte della popolazione subiva gli effetti dei funghi, osservando il modo in cui la comunità li consuma ancora oggi: vengono raccolti e cucinati diversi funghi contemporaneamente, e vengono mangiati in modo non omogeneo, cioè ognuno non mangia tutti i tipi di funghi raccolti. Quindi, nel caso di presenza di funghi realmente psicoattivi, solo ad alcuni individui sarebbe capitato di ingerirli (Treu & Adamson, 2006).
Ad avvalorare l’ipotesi di un coinvolgimento di funghi realmente psicoattivi nel “mushroom madness” v’è una recente registrazione di un caso di intossicazione di natura psicotropa verificatosi a Hong Kong e causata dall’ingestione di uno dei funghi che induceva il komugl tai fra i Kuma: il Tylopilus nigerrimus (R. Heim) Hongo & M. Endo.5 Questo fungo era d’origine commerciale, probabilmente confuso erroneamente fra i funghi eduli, e colui che lo ha ingerito è rimasto vittima di vertigini e allucinazioni che si sono presentati dieci ore dopo averli mangiati. Si tratta del primo caso registrato nella letteratura di effetti allucinogeni indotti da questo fungo generalmente considerato non edule (Chan et al., 2016).6
Sebbene B. nigerrimus non sia una delle Boletaceae bluificanti, è opportuno integrare le conoscenze del complesso etnomicologico della Nuova Guinea sin qui delineato con i dati epidemiologici inerenti Boletaceae bluificanti registrati in un’altra regione geografica, lo Yunnan della Cina sud-occidentale.
Il complesso delle Boletaceae bluificanti allucinogene
Specie di Boletaceae sono coinvolte in un fenomeno di intossicazioni accidentali di tipo psicotropico che si presentano ogni anno nella regione cinese dello Yunnan. La gente del luogo, con predominanza dei gruppi etnici Han e Yi, è avida consumatrice di funghi e ne conoscono centinaia di specie eduli. Quelli preferiti sono le boletaceae bluificanti, che si possono trovare in grande quantità nei loro mercati e che sono chiamate cumulativamente e principalmente con il termine jian shou qing, con il significato di funghi che virano al blu/verde quando toccati (“mano verde”). Nei frequenti casi in cui questi funghi non vengano cotti a sufficienza e ne vengano mangiati in gran quantità, accade di poter “vedere gli xiao ren ren”, cioè di essere vittime di allucinazioni, con visioni di piccoli esseri, il più delle volte di forma umana, in più rari casi in forma animale, ad esempio insetti. La parola xiao significa “piccolo”, ren significa “uomo” o “persona”, e il raddoppiamento ren ren è un’aggettivazione che indica “molti”. Quindi, xiao ren ren significa “la piccola gente” o “il piccolo popolo”. Ciò che più sorprende è il fatto che le popolazioni dello Yunnan non sembrano intimorite nella possibilità di incorrere in questa intossicazione psicotropa, ne sono quasi divertite, pur cercando di evitarla poiché lo scopo dell’ingestione di questi funghi è essenzialmente di tipo alimentare. Le descrizioni di queste esperienze visionarie si soffermano di frequente sul loro lato estetico: “ogni cosa ti appare davanti molto bella”. Per quanto riguarda le specie di funghi coinvolti, inizialmente si sono presentate difficoltà nella determinazione, poiché nel corso della loro raccolta e conseguente commercio vengono spesso riunite insieme. Parrebbe certo che riguardano specie di Boletaceae bluificanti (Arora, 2008). In anni più recenti diverse di queste specie sono state classificate come nuove, ed è stata l’estesa epidemiologia ad esse legate che ne ha promosso l’identificazione tassonomica.
Il fenomeno delle micointossicazioni psicotrope dello Yunnan è alquanto esteso e continua a occupare i media locali e nazionali. E’ sufficiente digitare nel web i termini “boleti” e “allucinazioni” in cinese semplificato (牛肝菌、幻觉) per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno.
Per evitare le allucinazioni questi funghi devono essere cotti per almeno 15-25 minuti. Nonostante le istituzioni sanitarie dello Yunnan considerino gli jianshouquing dei funghi velenosi, nessun yunnanese se ne preoccupa: “i nostri antenati li hanno mangiato per generazioni”, e per loro è sufficiente cuocerli a lungo.
Le allucinazioni da jianshouquing sono di varia natura e non sempre si vede la “piccola gente”: v’è chi ha visto muoversi le cascate Haungguoshu fotografate su un calendario; chi dei bellissimi thangka (stendardi buddisti) ruotare attorno alla sua testa, e li descriveva agli astanti mentre danzava sorridente; chi vedeva dei sottotitoli bilingue in cinese e inglese apparire sopra ai loro amici mentre parlavano; chi dei Transformers che si erano rintanati dentro a una piccola scatola, ecc. Interessante quanto viene riportato a riguardo dell’attitudine che gli yunnannesi hanno nei confronti dei funghi. Come codice culturale comune, per qualunque circostanza o riferimento a qualcosa di molto buono, o di molto cattivo, di anormale o irrazionale, la gente dello Yunnan dice che “è causato dai funghi”. Lo scrittore Yu Jain ha scritto che “per il popolo dello Yunnan mangiar funghi è un evento filosofico” (dall’articolo in cinese “Nello Yunnan 10.000 allucinazioni causate dal consumo di funghi” del 15 settembre del 2023 postato nel sito fiance.sina.cn, a questo link)
Un paio di boletacee commercializzate nei mercati dello Yunnan (Cina) e responsabili, quando non cotte a lungo, di intossicazioni psicotrope (a sinistra “mano verde”, 见手青; a destra “pollo”, 鸡㙡) (foto da questa pagina web)
Negli anni 2011 e 2012, presso un ospedale di Pechino sono state registrate due intossicazioni da Boletus, anche queste riguardanti sindromi puramente psicotropiche. Entrambi i pazienti erano giovani donne che si rivolsero all’ospedale dopo che avevano mangiato dei Boletus saltati in padella (circa 250-500 g) e aver provato allucinazioni visive e uditive per 12 ore. I sintomi si presentarono dopo 6-12 ore dall’ingestione dei funghi. Una delle pazienti esperì delle allucinazioni lillipuziane accompagnate da allucinazioni uditive, sostenendo di essere entrata a Lilliput, dove c’erano ovunque piccole persone non più alte di 33 cm, con facce diverse, vestite di rosso e verde, vivaci ed estremamente birichine; udiva le loro voci e i funghi intorno erano colorati. La paziente percepiva che il mondo era molto bello e, poiché aveva paura che queste immagini scomparissero, continuava a recitare i sutra buddisti e a gridare, e rimase sveglia per tutta la notte. L’altra paziente aveva allucinazioni visive e uditive; vedeva molti animali piccoli come conigli e scoiattoli intorno a lei, udiva le loro grida e sentiva che questi piccoli animali stavano per morderla e per questo era spaventata (Ji et al., 2014).
Una delle specie maggiormente coinvolte è Lanmaoa asiatica G. Wu & Zhu L. Yang, che è stata determinata tassonomicamente solo nel 2015 (Wu et al., 2016). Nel periodo 2013-2021 nello Yunnan furono registrate 3 intossicazioni collettive con questo fungo, per un totale di 17 individui coinvolti (Li et al., 2022). Non si presentò alcun caso fatale. Nel periodo subito successivo si è osservata un’impennata di intossicazioni con il medesimo fungo. Uno studio epidemiologico ha esaminato 348 intossicazioni causate da questa specie registrate in un ospedale dello Yunnan nel periodo gennaio 2020/dicembre 2021. I sintomi erano principalmente di tipo psicotropo, con il 90,7% di allucinazioni, 35,2% delirio, 30,65% vertigini, e 9,1% stati manicali. In alcuni casi si sono presentate allucinazioni uditive e percezioni anomale agli arti, fra cui la sensazione di formiche o altri insetti che strisciano sulla pelle. Non si è presentato alcun esito fatale e le funzioni vitali non sono risultate anomale. E’ interessante osservare che queste intossicazioni hanno un periodo di incubazione più lungo di quello di altri funghi allucinogeni: dalle 6 alle 72 ore, con maggiore frequenza fra le 12 e 24 ore (Li et al., 2023).
Per il 2022 il Chinese Center for Disease Control and Prevention ha riportato una lista di 32 specie di funghi che hanno causato disordini psico-neurologici in Cina. Accanto a specie di Amanita appartenenti alla classe chimio-tossicologica degli isossazolici, cioè specie affini all’Amanita muscaria (A. subglobosa, A. sychnopyramis f. subannulata, A. rufoferruginea, ecc.), fra le Boletaceae sono state indicate L. asiatica e un paio di specie del genere Anthracoporus: A. nigropurpureus (Hongo) Yan C.Li & Zhu L. Yang e A. holophaeus (Corner) Yan C.Li & Zhu L.Yang (Li et al., 2023). Queste ultime hanno provocato intossicazioni più di carattere neurologico che psicologico, con sintomi che includevano vertigini, visione offuscata, miastenia, emicrania, crampi muscolari, tremori alle estremità degli arti (Ma et al., 2023).
Lanmaoa asiatica G. Wu & Zhu L. Yang (Boletaceae) (da Wu et al., 2016, fig. 1f, p. 2)
Altra specie coinvolta è Butyriboletus roseoflavus (Hai B.Li & Hai L. Wei) D.Arora & J.L. Frank, che da diversi autori è stata confusa con Boletus speciosus Frost. Quest’ultima specie fu classificata originalmente nel 1874 da campioni raccolti negli Stati Uniti nord-orientali (New England; Frost, 1874, p. 10). Successivamente la sua presenza è stata osservata, oltre che in un areale più esteso degli USA, nel Canada orientale, Messico centrale, Europa (dati dal portale web GBIF). La specie la cui presenza è stata indicata in Cina (Yunnan) e in Giappone è quasi certamente But. roseoflavus, che differisce da B. speciosus per l’odore fragrate e per la sua relazione simbiotica con specie di Pinus asiatiche (cfr. Wu et al., 2016, p. 70). Nello Yunnan è considerata una specie rara e rientra fra i funghi denominati popolarmente jian shou qing. Induce allucinazioni lillipuziane, con la visione di “creature gioiose che saltano e danzano tutt’attorno”, quando insufficientemente cotto o quando mangiato in quantità eccessive. Anche per questo fungo i principi psicoattivi non sono tuttora stati determinati. Indicata con il taxon errato B. speciosus, vi è stata isolata una emagglutinina che ha evidenziato in vitro proprietà antitumorali (Sun et al., 2014).
Un’altra specie coinvolta è Neoboletus magnificus (W.F. Chiu) Gelardi, Simonini & Vizzini, della famiglia delle Boletaceae e bluificante. Vi sono stati individuati composti azotati, fra cui alcaloidi derivati del pirrolo e dell’anello benzenico (Yang et al., 2019).
Alcuni dei composti isolati da Neoboletus magnificus (W.F. Chiu) Gelardi, Simonini & Vizzini (Yang et al., 2019)
Una nuova visione del “mushroom madness”
I dati etnomicologici ed epidemiologici qui riportati evidenziano l’esistenza di un diversificato insieme di contesti di relazione dell’uomo con i funghi psicoattivi in un’estesa area che va dalla Melanesia all’Asia meridionale; contesti che meriterebbero studi più approfonditi.
Per quanto riguarda il caso del “mushroom madness” dei Kuma e delle altre etnie delle Western Highlands, i medesimi dati etnomicologici ed epidemiologici qui esposti portano a rivalutare il ruolo dei funghi coinvolti. L’uso di alcuni dei funghi indicati dai Kuma nei riti iniziatici maschili dei Bimin-Kuskusmin, il caso dell’intossicazione allucinatoria registrata a Hong Kong con uno dei funghi indicati dai Kuma (Boletus nigerrimus), e l’accertata esistenza di boletacee bluificanti dalle proprietà allucinogene, giustificano il sospetto di una concreta componente psicoattiva del “mushroom madness”.
Sinora le ipotesi interpretative che sono state formulate a riguardo del “mushroom madness” si sono basate sul presupposto che non vi fosse implicato alcun fungo concretamente psicoattivo. In questa sede propongo una differente interpretazione che parte dal presupposto contrario, cioè che vi fossero coinvolti dei funghi psicoattivi.
E’ il caso di osservare che le ipotesi interpretative che hanno escluso un ruolo attivo di funghi psicoattivi – da quelle psichiatriche a quelle sociologiche – non sono state in grado di spiegare in maniera soddisfacente il motivo dell’affermazione dei nativi del coinvolgimento dei funghi nell’induzione del komugl tai/ndadl, mentre le ipotesi che includono un ruolo attivo di funghi psicoattivi, comunque vengano formulate, risolvono innanzitutto questo aspetto altrimenti destinato a restare enigmatico. Inoltre, sulla base delle conoscenze che oggi abbiamo dell’esistenza dei funghi allucinogeni e dei loro impieghi sia tradizionali che moderni, appare indubbio il fatto che il coinvolgimento di funghi per spiegare dei comportamenti “folli” o “irrazionali” non può che originare dalla conoscenza di funghi psicoattivi e delle esperienze psichiche indotte dalla loro assunzione. Quindi un dato appare certo: i Kuma erano a conoscenza di funghi psicoattivi.
Escludendo le interpretazioni meramente psichiatriche, la Reay aveva intuito che il fenomeno del “mushroom madness” riguardava un rito sociale, e negli ultimi anni della sua vita si era discostata dal “diktat” negazionista di Wasson che escludeva qualunque ruolo di funghi psicoattivi. Aggiungo, un rito le cui dinamiche non furono spiegate a sufficienza dai nativi, probabilmente per motivi di segretezza, o per impropria scelta degli informatori, o non recepite per disattenzione e ottusità degli occidentali che si attendevano risposte secondo canoni prestabiliti, o per tutti questi fattori contemporaneamente. Si potrebbe sospettare un grande fraintendimento da parte degli occidentali.
Considerando il folto insieme di funghi che è stato indicato dai nativi come responsabili del “mushroom madness”, la maggior parte riguardava molto probabilmente funghi eduli, includendovi anche le specie che furono escluse da Heim (Armillariella, Cortinarius) nella sua opera di selezione dei possibili funghi psicoattivi (Heim, 1965b), e quelle che furono identificate ancora prima di Heim come specie di Armillaria e Polyporus (Barrau, 1962). Saremmo quindi in presenza di una promiscuità di funghi eduli e alcuni funghi psicoattivi. Questa promiscuità potrebbe non essere stata frutto di confusione da parte dei nativi, ma più intenzionale di quanto non sia apparso agli studiosi occidentali. Ciò non tanto per nascondere agli occidentali i veri funghi psicoattivi, ma perché la promiscuità fra funghi eduli e psicoattivi faceva parte del “gioco”, del rito del komugl tai/ndadl. Si è capito troppo tardi che, nel caso vi fossero stati dei funghi psicoattivi in mezzo alla massa di funghi che i Kuma mangiavano, per le dinamiche della loro assunzione collettiva solo una parte degli individui sarebbe stata esposta all’effetto di quelli psicoattivi (Treu & Adamson, 2006), e forse questo era il meccanismo intenzionale che stava alla base del rito.
Inoltre, non si deve dare per scontato che tutti i nativi fossero a conoscenza dei meccanismi di coinvolgimento dei funghi psicoattivi, e ciò potrebbe essere stato un altro dei presupposti errati nelle valutazioni della Reay e di Wasson. Si potrebbe ipotizzare che solo alcuni individui fossero a conoscenza e che si facessero carico di introdurre segretamente in un preciso momento dell’anno delle specie allucinogene nel comune pasto collettivo a base di funghi eduli. Ciò spiegherebbe tra l’altro la grande varietà di funghi eduli indicati dai Kuma “qualunque”. Quale fosse il motivo di questo intervento mantenuto segreto non ci è dato sapere, ma è lecito sospettare che potesse essere un’azione rituale associata alle credenze negli spiriti antenati.
I Kuma riconoscono quattro tipi di entità sovrannaturali (kibe): i due potenti spiriti Mbolim (lo Spirito Rosso) e Geru (il Guardiano dei Maiali); gli spiriti degli antenati remoti; gli spiriti dei morti recenti; gli spiriti della foresta, noti in Melanesia come masalai e fra i Kuma come kibe kangi (Reay, 1957, pp. 322-345). Come ha fatto notare la Reay (1957, pp. 323-4), fra i Kuma ben pochi individui conoscevano estesamente il sistema di credenze, di miti e di riti religiosi. La principale cerimonia, la Cerimonia del Maiale, veniva svolta solamente ogni circa 15 anni. Questa cerimonia era incentrata nella finalità di mantenere la benevolenza degli spiriti ancestrali, e la forza e la continuazione del clan erano ritenute dipendere dai kibe (Reay, 1957, pp. 352-356).
Il termine komugl, che letteralmente significa “sordo”, veniva usato per indicare specificatamente gli individui – uomini o donne – che comunicavano con le entità sovrannaturali (Reay, 1957, p. 334). Quindi il termine komugl tai associato al “msuhroom madness” indicava una tipologia di individui che, sotto effetto dei funghi, comunicavano con le entità sovrannaturali. Si deve inoltre tenere conto che, riguardo ai riti e credenze inerenti gli spiriti antenati, si trattava di elementi riservati se non quando rigorosamente segreti del mondo dei maschi adulti, e la Reay, in quanto donna, è stata quasi certamente limitata nell’acquisizione di dati a riguardo. Pur tuttavia aveva intuito che “il komugl tai attingeva alle credenze negli spiriti” (Reay, 1977, p. 71). Non si deve dimenticare quanto riportato da un uomo affetto dal komugl tai, che vedeva dei demoni della foresta che volavano attorno alla sua testa (Reay, 1977), e si è visto come fra i Kuma siano rimaste tracce di una credenza in spiriti degli antenati che abitano i funghi (Treu & Adamson, 2006).
Il principio dell’ereditarietà attribuita dai Kuma al fenomeno del “mushroom madness” – non riconosciuto fra i Kaimbi (Nelson, 1970) – tale per cui un figlio, e solo uno, di genitori che ne rimanevano colpiti poteva rimanerne colpito, potrebbe essere stata più una credenza che una realtà, dato che nel corso del “mushroom madness” osservato di persona dalla Reay nel 1954 diverse persone che ne furono colpite non ne avevano i requisiti ereditari (Reay, 1960).
L’interpretazione degli individui che palesemente emulavano lo stato del komugl tai potrebbe essere stata fraintesa: non si trattava di individui che “facevano finta” nel senso di esprimere una falsità, ma avrebbero potuto essere attori rituali che svolgevano un compito onesto internamente a un sistema di ruoli che ci è totalmente sfuggito. Insieme agli attori che simulavano gli attacchi, la possibilità riportata dai Kuma di prevenire un attacco di komugl tai/ndadl gettandosi nella acque fredde di un fiume poteva riguardare un ruolo di “modulazione” o di “correzione”, per fare si che l’attacco di “mushroom madness” si evidenziasse fra gli individui adeguati o preposti a tale evento, in base a regole sociali o del culto degli antenati che, nuovamente, non ci è dato conoscere. Che l’effetto dei funghi psicoattivi venisse consapevolmente “direzionato” verso un determinato gruppo di individui, lo attesterebbe il fatto che i capi dei villaggi non ne rimanevano coinvolti (Reay, 1957, p. 465).
Infine, la considerazione che questo fenomeno si è estinto pur continuando i Kuma a mangiare i medesimi funghi, presa come prova dell’estraneità al fenomeno dei funghi concretamente psicoattivi, potrebbe essere frutto di ulteriori incomprensioni. Il rito del “mushroom madness” si è estinto trascinando con sé nell’oblio le conoscenze pubbliche e/o segrete sui funghi coinvolti, e si è estinto come si sono estinti in tutto il mondo riti nativi che sono stati ostacolati e soppressi dalle culture missionarie e coloniali.7
Note
1 – In una nota introduttiva del suo scritto Ross riportò che i suoi dati erano stati esposti sulla base di uno testo di Kirschbaum e Fürer-Haimendorf del 1934. Questo riguardava, oltre ad aspetti linguistici, un lungo questionario da impiegare nella ricerca “etnografica” presso le popolazioni della Nuova Guinea. Ho messo fra virgolette la parola “etnografica”, poiché questo testo fa parte della letteratura della “etnografia religiosa cattolica” che fu fondata dal prete austriaco Wilhelm Schmidt e che aveva lo scopo di contrastare l’etnografia scientifica sulla base di forzature pseudo-scientifiche e di credo religiosi (si vedano Mary, 2010 e Samorini, 2024b). Nel questionario di Kirschbaum e Fürer-Haimendorf (1934, p. 12) vi sono domande rivolte all’individuazione (e successivamente alla loro repressione) di fonte inebrianti impiegate dai nativi – fra cui betel, tabacco, kawa, vino di palma, zenzero, una specie di cannella – ma nessun riferimento a funghi.
2 – In realtà l’ipotesi della Reay che lo stile di danzare dei Kuma fosse basato dai costumi dell’uccello del Paradiso fu contraddetto da quanto affermato dai suoi informatori, i quali al contrario dicevano che l’uccello del Paradiso “può avere appreso il suo comportamento di corteggiamento svolazzando sopra ai luoghi cerimoniali e aver visto danzare i Kuma” (Reay, 1957, p. 400).
3 – Un comportamento forse discutibile dal punto di vista etico.
4 – Non fu possibile classificare la seconda specie, di cui furono raccolti dei campioni sterili.
5 – Un suo sinonimo è Boletus nigerrimus R. Heim; più recentemente considerato un Retiboletus, cfr. Binder & Bresinsky, 2002.
6 – Ringrazio Luca Pasquali per questa indicazione bibliografica.
7 – Ringrazio Gianluca Toro per avermi facilitato alcuni documenti inerenti il “mushroom madness”.
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