Il pulque fra i Maya

Pulque among the Mayas

 

Che i Maya conoscessero e utilizzassero una qualche forma di pulque (si veda Il pulque delle popolazioni messicane), intesa come bevanda fermentata alcolica ricavata da specie di Agave, parrebbe essere attestato da diversi documenti.

In una tesi di dottorato datato al 1940 ma pubblicata come libro solamente nel 2000, Henry Bruman pose un limite inferiore all’area geografica di diffusione del pulque a livello della regione messicana dell’Istmo di Tehuantepec, adducendo motivi ecologici di presenza delle agavi da pulque e di assenza di evidenza etnografica del loro impiego come fonte inebriante (Bruman, 2000, pp. 65-7). Tuttavia, nel sito maya di Joya de Cerén, in El Salvador, che fu coperto dalla lava vulcanica e datato al 600 d.C., è stato individuato un intero giardino coltivato ad Agave americana (Lentz et al., 1996, p. 256) e, dal punto di vista storico, sappiamo che nel periodo coloniale la produzione di pulque fu vietata nel paesino quiché di Almolonga, localizzato vicino a Quetzaltenango, in Guatemala (Tedlock, 2003, p. 44).

L’evidenza più abbondante è nell’ambito linguistico. Nella lingua maya classica il pulque veniva chiamato chih (pronunciato chi-hi) e aveva tre varianti grafiche. Spesso nei testi questo glifo è preceduto da quello del verbo “bere” (uk’), con il significato quindi di “bere il pulque” (ti uk’ chih); un fatto che proverebbe che il pulque veniva citato in un contesto di suo uso, cioè che veniva bevuto dai Maya. Il termine chih si ritrova nelle lingue maya moderne ancora associato all’agave; ad esempio in lingua chol chij significa “maguey”, quindi agave, e in lingua chontal significa “aguardiente, mezcal, liquore, alcol”; nel periodo coloniale yucateco, cii significava “maguey”, mentre cii uinic e ah cii significavano “ubriacone” (Henderson, 2008, p. 55).

Già nel 1980 Barrera Vasquez aveva suggerito che presso i Maya la bevanda del balché (si veda Il balché delle popolazioni Maya) fosse stato un sostituto del pulque in quelle regioni dove non era possibile elaborare il fermentato a base di agave: “Il balché fu inventato per necessità, per sopperire alla mancanza di pulque. Fu continuato a essere chiamato cícome nome generico, e balché fu usato come nome specifico”. Vi sono inoltre testimonianze scritte del XVI secolo del fatto che fra i Maya il fermentato a base di agave veniva mescolato con il miele, creando con ciò un’analogia di ingrediente fra pulque e balché (Alfredo Barrera Vasquez, rip. in Henderson, 2008, p. 56.). Per questo motivo, nei vasi contenenti idromele dipinti nell’iconografia maya – ad esempio nel Codice di Dresda– il simbolo caban potrebbe riferirsi non unicamente all’idromele, ma anche al pulque. Nell’iconografia maya sono del resto riconosciuti dei vasi marchiati dal glifo chih, contenenti quindi del pulque, di cui in uno addirittura fuoriescono delle foglie di agave, e diversi di questi sono in associazione con delle siringhe per clisteri; una prova incontestabile dell’assunzione di pulque da parte dei Maya mediante la tecnica del clistere, di cui erano degli specialisti (si veda Clisteri psicoattivi precolombiani).

a) Particolare di un dipinto di un vaso maya marchiato con il glifo chih(pulque) da cui fuoriescono delle foglie di agave (da De Smet, 1985, tav. 41b); b) particolare di un bicchiere maya dipinto con raffigurazione di un vaso marchiato con il glifo chih(pulque) (da Taube, 1998: 43, f. 8); c) particolare di un dipinto di un vaso maya marchiato con il glifo chih(pulque), con sopra una siringa per clistere (da De Smet e Hellmuth, 1986: 229. f. 3b); d) particolare da uno stipite in stile Puuc da Campeche, Yucatan, con raffigurazione di un contenitore di pulque con sopra una siringa per clistere (da Taube, 1998: 45, f. 11)

a) Particolare di un dipinto di un vaso maya marchiato con il glifo chih (pulque) da cui fuoriescono delle foglie di agave (da De Smet, 1985, tav. 41b); b) particolare di un bicchiere maya dipinto con raffigurazione di un vaso marchiato con il glifo chih (pulque) (da Taube, 1998, p. 43, f. 8); c) particolare di un dipinto di un vaso maya marchiato con il glifo chih (pulque), con sopra una siringa per clistere (da De Smet e Hellmuth, 1986, p. 229. f. 3b); d) particolare da uno stipite in stile Puuc da Campeche, Yucatan, con raffigurazione di un contenitore di pulque con sopra una siringa per clistere (da Taube, 1998, p. 45, f. 11)

Un testo intagliato in una delle stele del sito maya di Copan, in Honduras, afferma che un principe (il penultimo della dinastia) “ha bevuto pulque”; un altro, dal medesimo sito (altare U), riporta che il medesimo principe aveva impersonato il dio del bere, Akan, nell’atto di bere pulque. Anche il dodicesimo re di Copan, stando a un’iscrizione sull’altare K, aveva bevuto pulque nel contesto dell’inaugurazione di un nuovo edificio regale (Tokovinine, 2016, p. 16). Un simile riferimento alla bevuta di pulque da parte del principe K’inich Yuuk è presente nel sito La Corona in Guatemala (K’inich Yook ha bevuto e ha dato pulque”) (Baron, 2016, p. 147).

Una testimonianza dell’impiego del pulque da parte dei Maya guatemaltechi è rimasta nella danza drammatica Rabinal Achí, i cui testi in quiché, che risalgono al XVI secolo, trattano della cattura e del sacrificio di un prigioniero di guerra. Questa danza fu osteggiata dalle autorità coloniali, e si è preservata unicamente nel Dipartimento di Baja Verapaz. In questa danza teatralizzata, al prigioniero viene concesso di bere prima di essere sacrificato mediante decapitazione, e la bevanda è il pulque. Il testo fa dire al prigioniero in procinto di bere da un recipiente chiamato tzima:

“La bevanda dei signori,
la chiamano Colibrì Veloce,
le dodici bibite,
dodici veleni,
il pulque che brucia,
che morde,
raddolcisce,
inmiela,
al berla,
mi porterà dei sogni” (Tedlock, 2003, p. 48).

Le specie di Agave impiegate dai Maya per fare il pulque difficilmente avrebbero potuto essere le medesime impiegate nel Messico centrale – A. atrovirens e A. americana– dato che al di fuori di quell’area geografica non producono sufficiente aguamiele il pulque risulta scarso e di bassa qualità. Ma nel Messico meridionale, nello Yucatan e in Mesoamerica crescono altre specie di Agave, ed è possibile che nelle differenti regioni i Maya avessero creato le proprie versioni di pulque (Henderson, 2008, p. 56).

Vi sono diversi indizi, etnostorici, archeologici e linguistici, che indicherebbero gli Huastechi e i Maya in un qualche modo coinvolti nelle origini dell’impiego nahua del pulque, se non del pulque stesso. A differenza delle altre etnie di quell’area, gli Huastechi del Golfo centrale del Messico sono d’origine proto-maya; il loro luogo d’origine fu l’area dell’odierno Guatemala, appartenevano all’ambiente etnico da cui si formò la cultura Maya, e nel II millennio a.C. migrarono verso nord sino a raggiungere l’area del Golfo.

Secondo Eduard Seler (1904, II, p. 923) le raffigurazioni scultoree degli Ometochtli – le divinità del pulque – li ritraggono con inconfondibili tratti huastechi, in particolare nei loro vestiti e nel cappello conico (si veda Il pulque nei periodi pre-ispanici). Sahagún associava gli Huastechi (che chiamava Cuextechi) non all’origine del pulque, ma a un evento che si sarebbe presentato subito dopo, cioè la prima bevuta ed ebbrezza collettiva. Il termine Cuexteco con cui venivano denominati gli Huastechi verrebbe proprio dalla parola teenek (la lingua degli Huastechi) che designava il cappello conico o conico troncato (cuexhté) caratteristico di questa popolazione (Johansson, 2012, p. 78).

In un murale di Teotihuacán sono dipinti numerosi personaggi maya, ritratti nella tipica posizione seduta con le gambe incrociate, in evidente stato ebbro, e uno di questi vomita dei fagioli (Taube, 2003, cit. in Henderson, 2008, p. 58). Anche nel sito di El Tajín sono state riconosciute delle connotazioni stilistiche maya, e in diversi bassorilievi sono raffigurate piante di agave, che evidenziano come il pulque abbia ricoperto un ruolo importante in questo sito, di cui ancora si discute se fu popolato dai Totonachi o dagli Huastechi (Henderson, 2008. p. 59).

 

Si vedano anche:

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BARON O. JOANNE, 2016, Patron Gods and patron Lords. The semiotics of Classic Maya community cults, University Press of Colorado.

BRUMAN J. HENRY, 2000, Alcohol in ancient Mexico, University of Utah Press, Salt Lake City.

DE SMET A.G.M. PETER, 1985, Ritual enemas and snuffs in the Americas, CEDLA, Foris Publications Holland, Dordrecht.

DE SMET A.G.M. PETER & NICHOLAS M. HELLMUTH, 1986, A multidisciplinary approach to ritual enema scenes on ancient Maya pottery, Journal of Ethnopharmacology, vol. 16, pp. 213-262.

HENDERSON LUCIA, 2008, Blood, water, vomit, and wine, Mesoamerican Voices, vol. 3, pp. 53-76.

JOHANSSON K. PATRICK, 2012, La imagen del huasteco en el espejo de la cultura náhuatl prehispánica, Estudios de Cultura Náhuatl, vol. 44, pp. 65-133.

LENTZ L. DAVID et al., 1996, Foodstuffs, forests, fields, and shelter: a paleoethnobotanical analysis of vessel contents from the Ceren site, El Salvador, Latin American Antiquity, vol. 7, pp. 247-262.

SELER EDUARD, 1904, Gesammelte Abhandlungen zur Amerikanischen Sprach- un Alterthumskunde, 3 voll., A. Asher & Co., Berlin.

TAUBE A. KARL, 1998, Enemas rituales en Mesoamérica, Arqueología Méxicana, N. 6, pp. 38-45.

TEDLOCK DENNI9S, 2003, El último trago de un prisonero de guerra, Arqueología Méxicana, N. 59, pp. 44-49.

TOKOVININE ALEXANDRE, 2016, “It is his image with pulque”: drinks, gifts, and political networking in Classic Maya texts and images, Ancient Mesoamerica, vol. 27, pp. 13-29.

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