Insetti e alcol updated: 2025-12-03T10:39:38+01:00 by giorgio
Insects and alcohol
La relazione degli animali con l’alcol etilico (si veda Animali e alcol) non si limita ai Mammiferi (si veda Mammiferi e alcol), ma coinvolge diverse altre Classi, fra cui gli Uccelli (si veda Uccelli ebbri) e gli Insetti.
Ditteri, Imenotteri, Lepidotteri, Coleotteri, si trovano di frequente a contatto con fonti alimentari che contengono alcol, quali frutti, nettari, linfe. Si presentano casi in cui la fonte contenente alcol viene assunta in maniera opportunista. E’ noto che i Picidi (picchi) sono soliti praticare dei fori nei tronchi degli alberi per alimentarsi di insetti e larve di insetti. Dai fori praticati spesso fuoriesce la linfa dell’albero, che a contatto con l’aria fermenta con conseguente produzione di alcol. Diversi animali, quali altri uccelli, scoiattoli e insetti si avvicinano a questi fori per ingerire la linfa fermentata (Foster & Tate, 1966) e possono rimanerne inebriati.
Agli inizi del XX secolo questo comportamento era stato osservato dal microbiologo tedesco Paul Lindner, il quale faceva presente che le larve del rodilegno rosso (Cossus cossus), il cervo volante (Lucanus cervus) e gli scoiattoli assorbono la linfa fermentata delle querce e ne restano inebriati. Riguardo al cervo volante osservava:
“Il consigliere di corte Liebe ha descritto in modo molto drastico il comportamento del cervo volante sulle quercie in fermentazione: ‘I cervi volanti dapprima cominciano a schiamazzare, poi cadono barcollando dall’albero, cercano di reggersi goffamente un po’ su una gamba un po’ sull’altra, ruzzolano ogni volta, e infine smaltiscono l’ubriacatura dormendo’” (Lindner, 1923, p. 87).
Aggiunse che “Il dr. Müller a Blumenau, in Brasile, ha trovato una linfa fermentata simile sul tronco della Cassia multijuga (albero di senna) e ha scoperto che farfalle e altri insetti ne sono rimasti inebriati” (ibid., p. 88). Come per gli altri animali che sono coinvolti in una relazione con l’alcol, anche fra gli insetti si presenta il problema della distinzione fra alcol “dietetico” – nei casi in cui questa sostanza sia presente nei cibi di cui si nutrono, ad esempio frutti maturi – e alcol “inebriante”, quando questo viene assunto con conseguenze di effetti inebrianti, la cui intenzionalità o accidentalità non sempre è determinabile (si veda Animali e alcol).
Riguardo all’alcol dietetico, il caso più noto e più studiato concerne gli insetti del genere Drosophila, quei minuscoli moscerini che si vedono svolazzare attorno alla frutta. A chiunque sarà capitato di notare un frutto marcescente attorniato da un nugolo di moscerini, anzi, di essersi accorti di un frutto andato a male nella propria fruttiera proprio per la presenza eccessiva di questi insetti. La marcescenza di un frutto comporta la produzione di etanolo in concentrazioni che dipendono dalla quantità di zuccheri presenti nel frutto e dalla temperatura ambientale.
Accoppiamento di Drosophila melanogaster (foto Sébastien Lebreton, da Becher et al., 2012, fig. 1, p. 2)
I moscerini della frutta si trovano quindi in costante relazione con l’alcol e in un qualche modo vi si sono adattati, al punto che in totale assenza di alcol la longevità e la fertilità delle Drosophila parrebbero risultare inferiori rispetto ad ambienti fruttiferi con presenza di alcol (Oakeshott et al., 1985; Etges & Klassen, 1989; dati tuttavia non totalmente confermati in un altro studio, Fry, 2001).
Questo adattamento a un ambiente alcolico acquisito nel corso evolutivo da parte dei moscerini della frutta è attualmente oggetto di numerosi studi, in quanto si ritiene che possa essere utile per la comprensione del rapporto umano con l’alcol e per l’elaborazione dei modelli dell’alcolismo patologico. Sorge tuttavia il sospetto di un eccesso di estrapolazioni deduttive e alcuni di questi studi di laboratorio lasciano francamente perplessi. E’ il caso di quanto affermato in uno studio volto a riconoscere la validità degli studi sugli invertebrati per creare modelli dell’abuso umano delle droghe:
“Sebbene a un primo sguardo questi organismi [vermi e moscerini] non assomiglino esattamente ai mammiferi, uno sguardo più vicino rivela molte similitudini. Per esempio, vermi e moscerini fanno le stesse cose che fanno gli organismi superiori: cercano il cibo, si riproducono, coordinano i periodi di attività e di riposo con l’appropriato tempo del giorno, e cercano di evitare la morte” (Wolf & Heberlein, 2003, p. 162).
Parrebbe come se questi ricercatori non si ricordino quanto gli fu insegnato nel corso dei loro studi universitari, cioè che nutrirsi, riprodursi e cercare di evitare la morte sono comportamenti diffusi presso tutti gli esseri viventi.
In uno studio di laboratorio sarebbe stato osservato che le femmine di Drosophila simulans copulano con un maggior numero di maschi quando esposte all’alcol, e ciò tenderebbe a ridurre la scelta femminile dato che le femmine si accoppiano più velocemente, riducendo la preferenza di accoppiamento e in definitiva la forza della selezione sessuale (Archer et al., 2023). In un altro studio sarebbe stato evidenziato come i maschi di D. melanogaster che vengono rifiutati nell’accoppiamento con le femmine siano più propensi a dedicarsi all’alcol inebriante come sostituto di ricompensa (Shohat-Ophir et al., 2012). Piuttosto che estrapolare questi risultati alla sfera dei comportamenti umani, sembra che si cerchi di comprovare il contrario, cioè l’esistenza di certi comportamenti umani – quali il libertinaggio indotto dall’alcol e l’uso tolstojano delle droghe (per questa definizione si veda La Scienza delle Droghe) – nel mondo animale, per di più negli animali inferiori quali i moscerini della frutta.
Questi studi si basano sul presupposto di un alcol inebriante e non meramente dietetico per le Drosophila. Sarebbe in effetti stato riconosciuto un circuito neurobiologico di ricompensa (reward) nella D. melanogaster che porterebbe questo moscerino alla ricerca dell’ebbrezza alcolica, un’esperienza in qualche modo gratificante (Kaun et al., 2011). Resta il fatto che la lunga serie di studi in corso in questi ultimi decenni sulla relazione delle Drosophila con l’alcol sono eseguiti in ambienti forzati di laboratorio – basti osservare i meccanismi di funzionamento di strumenti quali l’inebri-actometro e l’inebriometro – e non dicono molto sulla relazione con l’alcol in natura, che è ciò che interessa valutare in queste pagine dedicate al comportamento intenzionale naturale dell’uso di droghe fra gli animali (per questa definizione si veda Animali che si drogano).
Strumenti impiegati negli studi di laboratorio per misurare il grado di ebbrezza alcolica delle Drosophila. Sopra l’inebri-actometro, sotto l’inebriometro (da Wolf & Heberlein, 2003, pp. 164-5)
Una cosa è certa: le Drosophila vivono in un continuo contatto con l’alcol, e non solo alle basse concentrazioni. Sono state osservate nelle cantine spagnole popolazioni estese di D. melanogaster cibarsi di vino al 12-15% e accoppiarsi sulla superficie delle botti (Briscoe et al., 1975). Aggiungo come dato aneddotico le mie personali osservazioni riguardo ai comportamenti di D. melanogaster che svolazzavano attorno a frutti aperti di melograno lasciati marcire. Il liquido che si forma da questa marcescenza è soggetto a una fermentazione che produce alcol etilico in concentrazioni che nelle elevate temperature estive possono raggiungere il 7-8%. Con l’ausilio di una lente, ho osservato una vera e propria “baldoria” che coinvolgeva centinaia di moscerini, la maggior parte dei quali appariva in un evidente stato ebbro, con difficoltà deambulatorie, tremori delle zampe, voli erratici, accoppiamenti frenetici. Molti moscerini morivano per annegamento nel liquido di melograno, e la causa più probabile era dovuta all’immersone delle ali nel liquido, che non gli permettevano più di volare via e con i loro movimenti frenetici per cercare di liberarsi il corpo veniva trascinato rimanendo immerso dentro al liquido.
Volgendo l’attenzione all’ambiente naturale, molti alberi essudano linfa da diversi punti della corteccia e dei rami. I motivi sono multipli, ad esempio in occasione di rotture o lacerazioni dei rami. Questo fenomeno è considerato popolarmente come un “pianto” o “sanguinamento” dell’albero, e tecnicamente si parla di “essudato mucillaginoso”. Ludwig lo definì alla fine del XIX secolo come un “flusso alcolico” (Ludwig, 1886), per via del fatto che la linfa esposta all’aria diviene presto invasa da microrganismi che la fanno fermentare con conseguente produzione di alcol, soprattutto alcol etilico. Questi flussi sono principalmente di quattro colorazioni, nero, bruno, rosso e bianco. In Europa gli alberi maggiormente soggetti al “pianto” sono: frassino, faggio, betulla, acero, quercia, pioppo, salice.
È un dato noto sin dagli inizi dell’entomologia moderna – in realtà un evento osservato chissà quante volte nel passato – che tutta una serie di animali, soprattutto insetti dell’ordine dei Ditteri e deli Imenotteri, vengono attratti da queste fuoriuscite di linfa, e diversi ne rimangono inebriati. Questo comportamento può avere un certo costo in termini di perdite di individui di una specie, poiché così inebriati possono divenire più facilmente vittima dei loro predatori. È il caso delle vespe delle specie Vespa germanica Fab. e V. vulgaris L., che sono state osservate “cibarsi voracemente dell’essudato schiumoso di una quercia, penetrando in profondità negli interstizi della corteccia, con il risultato che in gran numero diventavano ebbre e cadevano al suolo, dove diventavano prede di coleotteri carabidi e di formiche” (Wilson & Hort, 1926, p. 248). L’attrazione che le vespe hanno per l’alcol è stata impiegata dagli entomologi per catturarle (Bentley, 1992). Più in generale, è una pratica diffusa fra gli entomologi quella di attirare gli insetti che intendono studiare utilizzando come esca dei fermentati alcolici quali vino o birra (Ruchin et al., 2021)
Alcune specie di farfalle sono attratte dall’alcol. Una di queste è la jasio o ninfa del corbezzolo, un’appariscente farfalla di grandi dimensioni, nota nella tassonomia come Charaxes jasius L. (Nymphalidae). È una specie europea che vive anche in Italia, sul Conero anconetano e in Maremma, nei boschi di corbezzolo. I bruchi di questa farfalla si cibano esclusivamente delle foglie di corbezzolo (Arbutus unedo L., fam. Ericaceae). È una delle farfalle dotate di “code” sulle ali; il corpo è attraversato da fasce laterali argentate. È attratta da tutto ciò che fermenta e produce alcol, specialmente i frutti marcescenti caduti a terra. Per osservare questa farfalla, gli entomologi collocano dei bicchierini contenenti un poco di birra o di vino nei luoghi dove vive. Attratta dall’odore dell’alcol, la jasio si precipita sul liquido per immergervi la spiritromba (una specie di lingua tubulare che i lepidotteri tengono arrotolata nella bocca e che, dispiegata, funge da cannuccia per la suzione). Che la jasio rimanga inebriata dalla bevuta alcolica è evidente dal conseguente volo barcollante e rallentato (Delfini, 1998, p. 99).
Farfalla jasio (Charaxes jasius L.)
Farfalle dei generi Morpho e Caligo sono state più volte osservate in uno stato d’ebbrezza nelle piantagioni di banani, mango e guava, dove il suolo è pieno di frutti marcescenti (Young, 1979).
Nella letteratura entomologica viene di frequente citata l’osservazione che Luis Gómez riportò in Costa Rica, riguardante una farfalla femmina della specie Opsiphanes cassiae L. (nota in Costa Rica con il nome popolare di mariposa pacayera), che vide entrare da una finestra in una stanza dove c’era del vino a 12%. Dopo aver bevuto da una goccia di questo vino la farfalla mostrò evidenti segni di ebbrezza, con disposizione anomala delle ali, antenne abbassate sino al suolo, tentativi di svolazzamento irregolare. Infine la farfalla rimase immobile e dopo alcune ore riprese un comportamento normale e il giorno dopo volò via (Gómez, 1977).
Diversi generi di farfalle sono dotati nelle loro ali di grandi macchie in forma di occhi, ed è riconosciuta per questi “occhi” una funzione deterrente nei confronti degli animali predatori. Sulla base della constatazione che, cibandosi di frutti e nettari fermentati contenenti discrete quantità di alcol, le farfalle si trovano di frequente in uno stato ebbro e quindi impossibilitate a volare, è stata formulata l’ipotesi che sia stato proprio questo comportamento invalidante a fare evolvere la formazione delle macchie oculate sulle ali. Non a caso queste sono presenti, almeno per le regioni tropicali, in quei generi di farfalle che si cibano di alimenti presenti sul terreno boschivo, con maggiore concentrazione alcolica, e non in quelli che hanno un’alimentazione arborea, con minore esposizione all’alcol (Young, 1979).
È stato osservato che i bombi si “ubriacano” dopo aver visitato fiori di piante di Asclepias, della famiglia delle Apocynaceae. Ciò è stato spiegato con la constatazione che il nettare dei fiori di queste piante, ad es. A. syriaca L., sono soggetti a contaminazione di lieviti, i quali producono alcol etilico: “ciò suggerisce che il nettare con un contenuto relativamente alto di alcol non è un deterrente per le visite di questi insetti” (Kevan et al., 1988; cfr. anche Barberis et al., 2024).
In tutti questi casi di ebbrezza alcolica negli insetti resta difficile riconoscere un’intenzionalità dell’evento, o se si tratti di intossicazioni accidentali. In entrambi i casi, resta da spiegare l’elevato costo per la specie in termini di mortalità degli individui; mortalità che, per lo meno nella maggioranza dei casi, non è dovuta alla fonte inebriante per se, ma a fattori esterni quali il diventare vittime dei predatori o lo scontro rovinoso con l’ambiente.
Oltre alle moderne osservazioni entomologiche, è possibile che questi comportamenti degli insetti ebbri siano stati osservati nel tempi passati. In un’iscrizione di un’antica tomba romana si legge: “Ai miei eredi raccomando anche che sulle mie ceneri voli un’ebbra farfalla” (heredibus meis mando etiam cinere ut meo volitet ebrius papilio) (Bachofen 2003, p. 260). Per Bachofen la parola “ebbra” vorrebbe intendere sia il significato dionisiaco del vino sia l’inquieto svolazzare della farfalla, paragonato a un comportamento da ubriaco. Alla luce della realtà delle farfalle ubriache di alcol, non va escluso un altro significato per quell’ebrius papilio. Nella citazione si può dedurre il desiderio del defunto della mescita di vino in suo ricordo nel corso del rito funebre (un costume diffuso nel mondo antico, per il mondo romano cfr. De Siena, 2012); un desiderio che viene simboleggiato da una farfalla che è stata attratta dal vino e che di conseguenza è divenuta ebbra.
Anche presso le popolazioni tradizionali questi comportamenti non saranno sfuggiti all’attenzione. Sappiamo che presso gli Asheninka del Perù è nota una specie di mosca che è così attratta dal masato – la birra di manioca – che spesso vi si annega dentro. L’insetto è chiamato šinkiárenti, dove –šinki– significa “essere ubriaco”. Ciò che sorprende gli Asheninka è l’osservazione che la mosca annegata, se viene messa al sole per seccarla, riprende vita (“resuscita”). Come riconoscimento del suo potere di “resurrezione”, gli Asheninka gli hanno dato i nomignoli di tasórenci e pává (nomi della divinità solare). Nella mitologia asheninka, Šinkiárenti era considerato un umano ubriacone che fu convertito nella condizione di mosca dalla divinità suprema Avíreri (Weiss, 1975, p. 281).
ARCHER C. RUTH et al., 2023, Alcohol reduces choosiness and relaxes mate preferences in female Drosophila simulans, Biological Journal of the Linnean Society, vol. 143, pp. 1-11.
BACHOFEN J. JAKOB, 2003(1867), La dottrina dell’immortalità della teologia orfica, Rizzoli, Milano.
BARBERIS MARTA, MASSIMO NEPI & MARTA GALLONI, 2024, Floral nectar: fifty years of new ecological perspectives beyond pollinator reward, Perspectives in Plant Ecology, Evolution and Systematics, vol. 62: 125764.
BECHER G. PAUL et al., 2012, Yeast, not fruit volatiles mediate Drosophila melanogaster attraction, oviposition and development, Functional Ecology, vol. 26(4), pp. 822-828.
BENTLEY W. JEFFERY, 1992, An alcoholic trap for capturing Vespids and other Hymenoptera, Entomological News, vol. 103(3), pp. 86-88.
BRISCOE A. DAVID et al., 1975, Dominance at Adh locus in response of adult Drosophila melanogaster to environmental alcohol, Nature, vol. 255, pp. 148-149.
DELFINI MIRELLA, 1998, La vita segreta degli insetti geniali, Muzzio, Padova.
DE SIENA STEFANO, 2012, Il vino nel mondo antico. Archeologia e cultura di una bevanda speciale, Mucchi Editore, Modena.
ETGES J. WILLIAM & C.S. KLASSEN, 1989, Influence of atmospheric ethanol on adult Drosophila mojavensis: altered metabolic rates and increases in fitness among populations, Physiological Zoology, vol. 62, pp. 170-193.
FOSTER L. WILLIAM & JAMES TATE, 1966, The activities and coactions of animals at sapsucker trees, in: O.S. Pettingill & D.A. Lancaster (Eds.), The living bird. Fith Annual of the Cornell Laboratory of Ornithology, The Laboratory of Ornithology, Cornell University, New York, pp. 87-113.
FRY J.D., 2001, Direct and correlated responses to selection for larval ethanol tolerance in Drosophila melanogaster, Journal of Evolutionary Biology, vol. 14, pp. 296-309.
GÓMEZ D. LUIS, 1977, The behaviour of an inebriated Opsiphanes cassiae (Brassolidae), Journal of the Lepidopterists’ Society, vol. 31(1), pp. 203-204.
KAUN R. KARLA et al., 2011, A Drosophila model for alcohol reward, Nature Neuroscience, vol. 14(5), pp. 612-619.
KEVAN G. PETER et al., 1988, Yeast-contaminated nectar and its effects on bee foraging, Journal of Apicultural Research, vol. 27, pp. 26-9.
LUDWIG F., 1886, Ueber Alkoholgährung und Chleimfluss lebender Bäume und deren Urheber, Berichte der Deutschen Botanischen Gesellschaft, vol. 4, pp. 18-27.
OAKESHOTT J.G. Et al., 1985, Ethanol tolerances of Drosophila melanogaster populations selected on different concentrations of ethanol supplemented media, Theoretical and Applied Genetics, vol. 69, pp. 603-608.
RUCKIN B. ALEXANDER et al., 2021, Usage of fermented traps for the study of the species diversity of Coleoptera, Insects, vol. 12, 407, pp. 1-23.
SHOHAT-OPHIR G. et al., 2012, Sexual deprivation increases ethanol intake in Drosophila, Science, vol. 335, pp. 1351-1355.
WEISS GERALD, 1975, Campa cosmology. The world of a forest tribe in South America, Anthropological Papers of the American Museum of Natural History, vol. 52(5), pp. 217-588.
WILSON G. FOX & N.D. HORT, 1926, Insect visitors to sap-exudations of trees, Transactions of the Royal Entomological Society of London, n. 2, pp. 243-254.
WOLF W. FRED & ULRIKE HEBERLEIN, 2003, Invertebrate models of drug abuse, Journal of Neurobiology, vol. 54(1), pp. 161-178.
YOUNG ALLEN, 1979, The evolution of eyespots in tropical butterflies in response to feeding on rotting fruit: an hypothesis, New York Entomological Society, vol. 87, pp. 66-77.
Insetti e alcol
Insects and alcohol
La relazione degli animali con l’alcol etilico (si veda Animali e alcol) non si limita ai Mammiferi (si veda Mammiferi e alcol), ma coinvolge diverse altre Classi, fra cui gli Uccelli (si veda Uccelli ebbri) e gli Insetti.
Ditteri, Imenotteri, Lepidotteri, Coleotteri, si trovano di frequente a contatto con fonti alimentari che contengono alcol, quali frutti, nettari, linfe. Si presentano casi in cui la fonte contenente alcol viene assunta in maniera opportunista. E’ noto che i Picidi (picchi) sono soliti praticare dei fori nei tronchi degli alberi per alimentarsi di insetti e larve di insetti. Dai fori praticati spesso fuoriesce la linfa dell’albero, che a contatto con l’aria fermenta con conseguente produzione di alcol. Diversi animali, quali altri uccelli, scoiattoli e insetti si avvicinano a questi fori per ingerire la linfa fermentata (Foster & Tate, 1966) e possono rimanerne inebriati.
Agli inizi del XX secolo questo comportamento era stato osservato dal microbiologo tedesco Paul Lindner, il quale faceva presente che le larve del rodilegno rosso (Cossus cossus), il cervo volante (Lucanus cervus) e gli scoiattoli assorbono la linfa fermentata delle querce e ne restano inebriati. Riguardo al cervo volante osservava:
“Il consigliere di corte Liebe ha descritto in modo molto drastico il comportamento del cervo volante sulle quercie in fermentazione: ‘I cervi volanti dapprima cominciano a schiamazzare, poi cadono barcollando dall’albero, cercano di reggersi goffamente un po’ su una gamba un po’ sull’altra, ruzzolano ogni volta, e infine smaltiscono l’ubriacatura dormendo’” (Lindner, 1923, p. 87).
Aggiunse che “Il dr. Müller a Blumenau, in Brasile, ha trovato una linfa fermentata simile sul tronco della Cassia multijuga (albero di senna) e ha scoperto che farfalle e altri insetti ne sono rimasti inebriati” (ibid., p. 88). Come per gli altri animali che sono coinvolti in una relazione con l’alcol, anche fra gli insetti si presenta il problema della distinzione fra alcol “dietetico” – nei casi in cui questa sostanza sia presente nei cibi di cui si nutrono, ad esempio frutti maturi – e alcol “inebriante”, quando questo viene assunto con conseguenze di effetti inebrianti, la cui intenzionalità o accidentalità non sempre è determinabile (si veda Animali e alcol).
Riguardo all’alcol dietetico, il caso più noto e più studiato concerne gli insetti del genere Drosophila, quei minuscoli moscerini che si vedono svolazzare attorno alla frutta. A chiunque sarà capitato di notare un frutto marcescente attorniato da un nugolo di moscerini, anzi, di essersi accorti di un frutto andato a male nella propria fruttiera proprio per la presenza eccessiva di questi insetti. La marcescenza di un frutto comporta la produzione di etanolo in concentrazioni che dipendono dalla quantità di zuccheri presenti nel frutto e dalla temperatura ambientale.
Accoppiamento di Drosophila melanogaster (foto Sébastien Lebreton, da Becher et al., 2012, fig. 1, p. 2)
I moscerini della frutta si trovano quindi in costante relazione con l’alcol e in un qualche modo vi si sono adattati, al punto che in totale assenza di alcol la longevità e la fertilità delle Drosophila parrebbero risultare inferiori rispetto ad ambienti fruttiferi con presenza di alcol (Oakeshott et al., 1985; Etges & Klassen, 1989; dati tuttavia non totalmente confermati in un altro studio, Fry, 2001).
Questo adattamento a un ambiente alcolico acquisito nel corso evolutivo da parte dei moscerini della frutta è attualmente oggetto di numerosi studi, in quanto si ritiene che possa essere utile per la comprensione del rapporto umano con l’alcol e per l’elaborazione dei modelli dell’alcolismo patologico. Sorge tuttavia il sospetto di un eccesso di estrapolazioni deduttive e alcuni di questi studi di laboratorio lasciano francamente perplessi. E’ il caso di quanto affermato in uno studio volto a riconoscere la validità degli studi sugli invertebrati per creare modelli dell’abuso umano delle droghe:
“Sebbene a un primo sguardo questi organismi [vermi e moscerini] non assomiglino esattamente ai mammiferi, uno sguardo più vicino rivela molte similitudini. Per esempio, vermi e moscerini fanno le stesse cose che fanno gli organismi superiori: cercano il cibo, si riproducono, coordinano i periodi di attività e di riposo con l’appropriato tempo del giorno, e cercano di evitare la morte” (Wolf & Heberlein, 2003, p. 162).
Parrebbe come se questi ricercatori non si ricordino quanto gli fu insegnato nel corso dei loro studi universitari, cioè che nutrirsi, riprodursi e cercare di evitare la morte sono comportamenti diffusi presso tutti gli esseri viventi.
In uno studio di laboratorio sarebbe stato osservato che le femmine di Drosophila simulans copulano con un maggior numero di maschi quando esposte all’alcol, e ciò tenderebbe a ridurre la scelta femminile dato che le femmine si accoppiano più velocemente, riducendo la preferenza di accoppiamento e in definitiva la forza della selezione sessuale (Archer et al., 2023). In un altro studio sarebbe stato evidenziato come i maschi di D. melanogaster che vengono rifiutati nell’accoppiamento con le femmine siano più propensi a dedicarsi all’alcol inebriante come sostituto di ricompensa (Shohat-Ophir et al., 2012). Piuttosto che estrapolare questi risultati alla sfera dei comportamenti umani, sembra che si cerchi di comprovare il contrario, cioè l’esistenza di certi comportamenti umani – quali il libertinaggio indotto dall’alcol e l’uso tolstojano delle droghe (per questa definizione si veda La Scienza delle Droghe) – nel mondo animale, per di più negli animali inferiori quali i moscerini della frutta.
Questi studi si basano sul presupposto di un alcol inebriante e non meramente dietetico per le Drosophila. Sarebbe in effetti stato riconosciuto un circuito neurobiologico di ricompensa (reward) nella D. melanogaster che porterebbe questo moscerino alla ricerca dell’ebbrezza alcolica, un’esperienza in qualche modo gratificante (Kaun et al., 2011). Resta il fatto che la lunga serie di studi in corso in questi ultimi decenni sulla relazione delle Drosophila con l’alcol sono eseguiti in ambienti forzati di laboratorio – basti osservare i meccanismi di funzionamento di strumenti quali l’inebri-actometro e l’inebriometro – e non dicono molto sulla relazione con l’alcol in natura, che è ciò che interessa valutare in queste pagine dedicate al comportamento intenzionale naturale dell’uso di droghe fra gli animali (per questa definizione si veda Animali che si drogano).
Strumenti impiegati negli studi di laboratorio per misurare il grado di ebbrezza alcolica delle Drosophila. Sopra l’inebri-actometro, sotto l’inebriometro (da Wolf & Heberlein, 2003, pp. 164-5)
Una cosa è certa: le Drosophila vivono in un continuo contatto con l’alcol, e non solo alle basse concentrazioni. Sono state osservate nelle cantine spagnole popolazioni estese di D. melanogaster cibarsi di vino al 12-15% e accoppiarsi sulla superficie delle botti (Briscoe et al., 1975). Aggiungo come dato aneddotico le mie personali osservazioni riguardo ai comportamenti di D. melanogaster che svolazzavano attorno a frutti aperti di melograno lasciati marcire. Il liquido che si forma da questa marcescenza è soggetto a una fermentazione che produce alcol etilico in concentrazioni che nelle elevate temperature estive possono raggiungere il 7-8%. Con l’ausilio di una lente, ho osservato una vera e propria “baldoria” che coinvolgeva centinaia di moscerini, la maggior parte dei quali appariva in un evidente stato ebbro, con difficoltà deambulatorie, tremori delle zampe, voli erratici, accoppiamenti frenetici. Molti moscerini morivano per annegamento nel liquido di melograno, e la causa più probabile era dovuta all’immersone delle ali nel liquido, che non gli permettevano più di volare via e con i loro movimenti frenetici per cercare di liberarsi il corpo veniva trascinato rimanendo immerso dentro al liquido.
Volgendo l’attenzione all’ambiente naturale, molti alberi essudano linfa da diversi punti della corteccia e dei rami. I motivi sono multipli, ad esempio in occasione di rotture o lacerazioni dei rami. Questo fenomeno è considerato popolarmente come un “pianto” o “sanguinamento” dell’albero, e tecnicamente si parla di “essudato mucillaginoso”. Ludwig lo definì alla fine del XIX secolo come un “flusso alcolico” (Ludwig, 1886), per via del fatto che la linfa esposta all’aria diviene presto invasa da microrganismi che la fanno fermentare con conseguente produzione di alcol, soprattutto alcol etilico. Questi flussi sono principalmente di quattro colorazioni, nero, bruno, rosso e bianco. In Europa gli alberi maggiormente soggetti al “pianto” sono: frassino, faggio, betulla, acero, quercia, pioppo, salice.
È un dato noto sin dagli inizi dell’entomologia moderna – in realtà un evento osservato chissà quante volte nel passato – che tutta una serie di animali, soprattutto insetti dell’ordine dei Ditteri e deli Imenotteri, vengono attratti da queste fuoriuscite di linfa, e diversi ne rimangono inebriati. Questo comportamento può avere un certo costo in termini di perdite di individui di una specie, poiché così inebriati possono divenire più facilmente vittima dei loro predatori. È il caso delle vespe delle specie Vespa germanica Fab. e V. vulgaris L., che sono state osservate “cibarsi voracemente dell’essudato schiumoso di una quercia, penetrando in profondità negli interstizi della corteccia, con il risultato che in gran numero diventavano ebbre e cadevano al suolo, dove diventavano prede di coleotteri carabidi e di formiche” (Wilson & Hort, 1926, p. 248). L’attrazione che le vespe hanno per l’alcol è stata impiegata dagli entomologi per catturarle (Bentley, 1992). Più in generale, è una pratica diffusa fra gli entomologi quella di attirare gli insetti che intendono studiare utilizzando come esca dei fermentati alcolici quali vino o birra (Ruchin et al., 2021)
Alcune specie di farfalle sono attratte dall’alcol. Una di queste è la jasio o ninfa del corbezzolo, un’appariscente farfalla di grandi dimensioni, nota nella tassonomia come Charaxes jasius L. (Nymphalidae). È una specie europea che vive anche in Italia, sul Conero anconetano e in Maremma, nei boschi di corbezzolo. I bruchi di questa farfalla si cibano esclusivamente delle foglie di corbezzolo (Arbutus unedo L., fam. Ericaceae). È una delle farfalle dotate di “code” sulle ali; il corpo è attraversato da fasce laterali argentate. È attratta da tutto ciò che fermenta e produce alcol, specialmente i frutti marcescenti caduti a terra. Per osservare questa farfalla, gli entomologi collocano dei bicchierini contenenti un poco di birra o di vino nei luoghi dove vive. Attratta dall’odore dell’alcol, la jasio si precipita sul liquido per immergervi la spiritromba (una specie di lingua tubulare che i lepidotteri tengono arrotolata nella bocca e che, dispiegata, funge da cannuccia per la suzione). Che la jasio rimanga inebriata dalla bevuta alcolica è evidente dal conseguente volo barcollante e rallentato (Delfini, 1998, p. 99).
Farfalla jasio (Charaxes jasius L.)
Farfalle dei generi Morpho e Caligo sono state più volte osservate in uno stato d’ebbrezza nelle piantagioni di banani, mango e guava, dove il suolo è pieno di frutti marcescenti (Young, 1979).
Nella letteratura entomologica viene di frequente citata l’osservazione che Luis Gómez riportò in Costa Rica, riguardante una farfalla femmina della specie Opsiphanes cassiae L. (nota in Costa Rica con il nome popolare di mariposa pacayera), che vide entrare da una finestra in una stanza dove c’era del vino a 12%. Dopo aver bevuto da una goccia di questo vino la farfalla mostrò evidenti segni di ebbrezza, con disposizione anomala delle ali, antenne abbassate sino al suolo, tentativi di svolazzamento irregolare. Infine la farfalla rimase immobile e dopo alcune ore riprese un comportamento normale e il giorno dopo volò via (Gómez, 1977).
Diversi generi di farfalle sono dotati nelle loro ali di grandi macchie in forma di occhi, ed è riconosciuta per questi “occhi” una funzione deterrente nei confronti degli animali predatori. Sulla base della constatazione che, cibandosi di frutti e nettari fermentati contenenti discrete quantità di alcol, le farfalle si trovano di frequente in uno stato ebbro e quindi impossibilitate a volare, è stata formulata l’ipotesi che sia stato proprio questo comportamento invalidante a fare evolvere la formazione delle macchie oculate sulle ali. Non a caso queste sono presenti, almeno per le regioni tropicali, in quei generi di farfalle che si cibano di alimenti presenti sul terreno boschivo, con maggiore concentrazione alcolica, e non in quelli che hanno un’alimentazione arborea, con minore esposizione all’alcol (Young, 1979).
È stato osservato che i bombi si “ubriacano” dopo aver visitato fiori di piante di Asclepias, della famiglia delle Apocynaceae. Ciò è stato spiegato con la constatazione che il nettare dei fiori di queste piante, ad es. A. syriaca L., sono soggetti a contaminazione di lieviti, i quali producono alcol etilico: “ciò suggerisce che il nettare con un contenuto relativamente alto di alcol non è un deterrente per le visite di questi insetti” (Kevan et al., 1988; cfr. anche Barberis et al., 2024).
In tutti questi casi di ebbrezza alcolica negli insetti resta difficile riconoscere un’intenzionalità dell’evento, o se si tratti di intossicazioni accidentali. In entrambi i casi, resta da spiegare l’elevato costo per la specie in termini di mortalità degli individui; mortalità che, per lo meno nella maggioranza dei casi, non è dovuta alla fonte inebriante per se, ma a fattori esterni quali il diventare vittime dei predatori o lo scontro rovinoso con l’ambiente.
Oltre alle moderne osservazioni entomologiche, è possibile che questi comportamenti degli insetti ebbri siano stati osservati nel tempi passati. In un’iscrizione di un’antica tomba romana si legge: “Ai miei eredi raccomando anche che sulle mie ceneri voli un’ebbra farfalla” (heredibus meis mando etiam cinere ut meo volitet ebrius papilio) (Bachofen 2003, p. 260). Per Bachofen la parola “ebbra” vorrebbe intendere sia il significato dionisiaco del vino sia l’inquieto svolazzare della farfalla, paragonato a un comportamento da ubriaco. Alla luce della realtà delle farfalle ubriache di alcol, non va escluso un altro significato per quell’ebrius papilio. Nella citazione si può dedurre il desiderio del defunto della mescita di vino in suo ricordo nel corso del rito funebre (un costume diffuso nel mondo antico, per il mondo romano cfr. De Siena, 2012); un desiderio che viene simboleggiato da una farfalla che è stata attratta dal vino e che di conseguenza è divenuta ebbra.
Anche presso le popolazioni tradizionali questi comportamenti non saranno sfuggiti all’attenzione. Sappiamo che presso gli Asheninka del Perù è nota una specie di mosca che è così attratta dal masato – la birra di manioca – che spesso vi si annega dentro. L’insetto è chiamato šinkiárenti, dove –šinki– significa “essere ubriaco”. Ciò che sorprende gli Asheninka è l’osservazione che la mosca annegata, se viene messa al sole per seccarla, riprende vita (“resuscita”). Come riconoscimento del suo potere di “resurrezione”, gli Asheninka gli hanno dato i nomignoli di tasórenci e pává (nomi della divinità solare). Nella mitologia asheninka, Šinkiárenti era considerato un umano ubriacone che fu convertito nella condizione di mosca dalla divinità suprema Avíreri (Weiss, 1975, p. 281).
Si vedano anche:
ARCHER C. RUTH et al., 2023, Alcohol reduces choosiness and relaxes mate preferences in female Drosophila simulans, Biological Journal of the Linnean Society, vol. 143, pp. 1-11.
BACHOFEN J. JAKOB, 2003(1867), La dottrina dell’immortalità della teologia orfica, Rizzoli, Milano.
BARBERIS MARTA, MASSIMO NEPI & MARTA GALLONI, 2024, Floral nectar: fifty years of new ecological perspectives beyond pollinator reward, Perspectives in Plant Ecology, Evolution and Systematics, vol. 62: 125764.
BECHER G. PAUL et al., 2012, Yeast, not fruit volatiles mediate Drosophila melanogaster attraction, oviposition and development, Functional Ecology, vol. 26(4), pp. 822-828.
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DELFINI MIRELLA, 1998, La vita segreta degli insetti geniali, Muzzio, Padova.
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