Le dature in Nordamerica updated: 2025-06-14T18:21:45+01:00 by giorgio
The Daturas in Northamerica
Le dature – potenti piante allucinogene della famiglia delle Solanaceae – sono state e continuano a essere impiegate come fonti inebrianti presso gruppi etnici distribuiti in una vasta area del continente americano, che va dalle regioni centrali dell’America settentrionale alle regioni centrali del Cile e dell’Argentina. Sono utilizzate anche in diverse altre regioni del mondo (per gli impieghi tradizionali africani si veda Samorini, 2018, e per l’uso nei rituali indiani tantrici Siklós, 1993).
William E. Safford, pioniere degli studi etnbotanici sulle dature e altre piante psicoattive (da Schultes & Hofmann, 1983, p. 31)
Nello storia degli studi etnografici ed etnobotanici riguardanti le dature, è doveroso ricordare il lavoro pionieristico svolto da William Edwin Safford (1859-1926), botanico ed etnologo statunitense noto per lo più solamente agli specialisti. Per i suoi interessi nelle piante psicoattive e nel loro impiego tradizionale, può a buon ragione essere considerato uno dei padri dell’etnobotanica delle piante psicoattive. Egli si interessò al peyote (Safford, 1915, 1921c, 1922) e più in generale a tutte le piante psicoattive americane note a quei tempi (Safford, 1916a), e svolse studi specifici sulle dature, sia di natura etnobotanica (Safford, 1920) che botanica e tassonomica (Safford, 1921a,b). Si interessò anche al problema dell’identificazione della cohoba degli antichi Taino delle Antille, essendo il primo studioso che identificò correttamente questa pianta come una specie di Anadenanthera, a quei tempi denominata Piptadenia (Safford, 1916b; si veda La cohoba dei Taino delle Antille). Fece anche qualche errore di identificazione, i cui più importanti furono l’identificazione dell’ololiuhqui degli Aztechi con una specie di datura (Safford, 1920, pp. 550-552, mentre oggi sappiamo che si trattava della convolvulacea Turbina corymbosa (L.) Raf.; si veda I semi “parlanti” messicani), e l’identificazione del teonanácatl dei testi antichi con il peyote, mentre questo nome nahuatl riguardava specie di funghi allucinogeni (Safford, 1915; si veda L’uso dei funghi in Messico). Questi errori di Stafford furono corretti da Blas Pablo Reko (1934, 1940).1
Sebbene nel Nordamerica l’areale di diffusione delle specie di Datura si estenda a buona parte dell’attuale territorio degli Stati Uniti, inclusi tutti i suoi territori orientali, a un livello etnografico si presenta un grosso divario fra il cospicuo volume di documenti relativi agli impieghi tradizionali di queste piante nelle regioni sud-occidentali, e la loro quasi totale assenza nelle regioni orientali. A colmare la lacuna delle regioni orientali vi sono diversi documenti archeologici che attestano un impiego delle dature come fonti visionarie nelle aree orientali perlomeno nel passato (si veda Archeologia delle dature nelle Americhe).
Gli unici documenti certi per l’area orientale riguardano un paio di impieghi tradizionali per scopi medicinali. Uno di questi riferimenti è presente fra gli appunti datati al 1687 di John Clayton, un funzionario di Jamestown che descrisse gli impieghi medicinali delle piante fra i nativi della Virginia. I nativi usavano i fiori di D. stramonium per il trattamento delle febbri e nei casi in cui i malati avessero difficoltà di dormire; i fiori venivano applicati alle tempie, producendo un effetto simile al laudano (prodotto a base di oppio) (Hoffman, 1964). Anche i Catawba della Carolina del Sud, che denominano D. stramonium con il termine i’tu be’ (“roccia immobile”) usano le sue foglie in applicazione topica nei gonfiori e nelle fratture delle ossa. Sembra che ritengano che anche un solo seme ingerito sia altamente velenoso (Speck, 1944).
Per quanto riguarda possibili impieghi delle dature per scopi non medicinali ma per i loro effetti psicoattivi, la Gayton (1928) non trovò nulla nella sua ricerca fra i documenti etnografici delle aree orientali. Safford (1920, pp. 558-9) pose l’attenzione su un rito di iniziazione presso i Pamunkey, un gruppo algonchino della Virginia, basandosi sulla descrizione data da Robert Beverly nel 1855 (pp. 160-5). Nel corso del rito iniziatico, denominato huskanaw, ai neofiti veniva somministrata per molti giorni una pozione a base di una radice inebriante, denominata dai nativi wysoccan, che induceva uno stato mentale delirante producendo una specie di tabula rasa della memoria di ciò che i neofiti erano prima di affrontare questo rito. Safford ritenne che l’ingrediente principale di questa pozione fosse “indubbiamente” lo stramonio. Come già fece giustamente notare la Gayton (1928, p. 8), l’impiego della datura in questo rito iniziatico è plausibile, considerate le sue proprietà di obnubilamento della memoria, ma non può essere considerato certo.
Volgendo lo sguardo all’area sud-occidentale degli Stati Uniti, diversi gruppi etnici della California meridionale e della parte più settentrionale del Messico occidentale impiegavano fino a non molto tempo fa – e alcuni gruppi continuano a impiegare – specie di datura nel corso di riti iniziatici che rientrano nel sistema dei “culti del toloache”, per i quali rimando alle seguenti pagine:
Di seguito presento i dati riguardanti l’impiego delle dature presso altri gruppi etnici del lato occidentale dell’America del Nord, partendo dai gruppi Pueblo, in particolare gli Hopi e gli Zuñi.
Mappa dei principali gruppi etnici del sudovest dell’America del Nord (rielaborata da Cohen, 1987, fig. 13, p. 21)
Hopi
Gli Hopi erano e continuano a essere stanziati nell’Arizona settentrionale. La datura (D. innoxia) è ben nota agli Hopi, che la denominano con i termini chim’ona, tsimona o shemóna, con un’etimologia che riconduce ai suoi poteri inebrianti. E’ indicata anche come nukurtusaqa o “erba diabolica”, e nel suo impiego medicinale come honaqngahu o “medicina matta”, con speciale riferimento alla radice bianca (Malokti, 1983). La radice viene masticata dai medicine-men principalmente come agente visionario per scopi diagnostici. Un tempo veniva usata anche per curare gli individui meschini della loro meschinità, tenendoli avvolti in una coperta sopra alle foglie fumanti della pianta (Whiting, 1966, p. 37, 89). Si tratta di un impiego di una fonte inebriante, nello specifico delle dature, come correttivo del carattere; uno scopo d’uso che si incontra anche presso altre tradizioni, ad esempio fra i Mapuche del Cile e gli Shuar dell’Ecuador (si veda Uso correttivo delle dature). Come presso numerosi altri gruppi etnici, il giudizio degli Hopi sull’impiego delle fonti inebrianti si è diversificato fra opinioni positive e opinioni negative, e ciò a causa dell’influenza missionaria. Alla fine del XIX secolo Walter Hough riportava che “l’uso della datura è estremamente raro ed è molto deplorato dagli Hopi” (Hough, 1897, p. 38), ma sorge il sospetto che l’opinione negativa sia stata rafforzata dai valori negativi dati alle fonti inebrianti dal medesimo antropologo.
Fiore di Mirabilis multiflora (Torr.) A. Gray (da wikipedia)
Accanto alla datura, gli Hopi sembrano avere conosciuto altre piante psicoattive. Una di queste, denominata palena, non è mai stata identificata botanicamente. Si sa solo che le sue radici venivano masticate dai medicine-men come fonte visionaria a fini diagnostici (Whiting (1966, pp. 30-31). Un’ulteriore pianta, denominata soksi (nel dialetto hopi della Terza Mesa) è identificata come Mirabilis multiflora (Torr.) A. Gray, della famiglia delle Nycataginaceae. Il suo areale corologico è limitato alle zone desertiche del sud-ovest degli USA e del Messico settentrionale. Popolarmente denominata Colorado four o’clock o showy four o’clock,2 è una pianta perenne con grandi fiori appariscenti color magenta. I medicine-men hopi impiegano la sua radice per indurre visioni nel corso della diagnosi durante la gravidanza delle loro pazienti e più in generale per scopi diagnostici. La medesima pianta è usata anche dai curandero ispanici. E’ stato riportato che 28-57 g di radice producono “una mezz’ora di allegria” (Whiting, 1966, pp. 15, 31, 75; Colton, 1974; rip. in Sharma et al., 2021, p. 1392; per ulteriori notizie su questa pianta si veda Il ténatsali degli Zuñi). Anche Malokti e Gary (2001, p. xxxvi) hanno più recentemente avuto conferma della sua conoscenza fra gli Hopi come pianta visionaria; un loro informatore ha riportato che “ogni volta che qualcuno mangia il soksi vedrà tutti i tipi di esseri”.3
Nella mitologia hopi sono presenti delle figure femminili note come “ragazze-datura” (Tsimonmamant o chim’ona ma’mantu), le cui vicissitudini si intrecciano con un altro tema folclorico, quello della “vagina dentata”. Conosciamo alcune versioni di questo racconto, di cui la più antica fu raccolta nel 1893 e pubblicata nel 1929. Le ragazze-datura vengono descritte come esseri dalla pelle bianca, “come gli Americani”, con i capelli frontali tagliati sino alla punta del naso e con un’altra caratteristica inquietante: la vagina dentata. La pianta di chim’ona cresceva davanti alla loro casa (la “casa di datura”, chimon’ki), e per entrare e uscire di casa passavano attraverso la pianta. Il luogo dove cresceva la pianta era localizzato in un territorio preciso, a sud del monte Tewa, su una sporgenza o terrazza, sulla parete est della rupe a circa 50 piedi sotto la vetta. Un giovane uomo dal cuore palpitante d’amore si avvicinò alla casa delle ragazze-datura. Una di queste lo vide attraverso la pianta e lo invitò a entrare. La casa era piena di donne e ragazze totalmente nude, portavano solo una cintura ai fianchi. Tutte le donne si accoppiarono a turno con il ragazzo, nella posizione insolita della donna sopra all’uomo, e l’ultima, dopo aver copulato, morse con la vagina il pene e in tal modo lo mangiò. Il ragazzo tornò al suo villaggio lamentandosi dell’accaduto. Il racconto prosegue con la vendetta degli abitanti del villaggio, aiutati dagli uomini del clan Lucertola, che escogitano dei falli artificiali duri con cui sdentare le vagine delle ragazze-datura (Stephen, 1929, pp. 28-30). In un’altra versione raccolta negli anni ’80, gli abitanti del villaggio, per vendicarsi dell’aggressione “vaginale” subita dal ragazzo, dopo aver sdentato le vagine di tutte le ragazze-datura, copulano con queste con i loro veri falli incessantemente per tutta la notte, sino a che le donne muoiono esauste (Malokti, 1983).
In un’ulteriore versione registrata più recentemente, le ragazze-datura sono affiancate da altre ragazze denominate Sokmamant (Ragazze-Soksi), che sono associate all’altra pianta psicoattiva utilizzata dagli Hopi, il soksi, cioè la Mirabilis multiflora che è stata sopra descritta. In questa versione, la gente nota che ogni tanto sparisce un cacciatore, specialmente quando si avvicina a una certa fonte. Un ragazzo, nonostante il divieto dei genitori di andare da quelle parti, vi si reca a cacciare lepri, e anche perché è incuriosito dal mistero della sparizione della gente. Mentre scava una buca per catturare la lepre, gli si avvicina una ragazza che lo invita ad accoppiarsi con lei. Si incamminano verso la dimora della ragazza, e a un certo punto il ragazzo deve fare i suoi bisogni. Si allontana dagli occhi della ragazza, e mentre sta per fare i suoi bisogni sente una voce che gli chiede di farla un poco più in là. Si tratta della Vecchia Donna Ragno, la quale lo invita nella sua tana e lo mette in guardia del pericolo che sta per correre con quella ragazza. Gli dà un piccolo fascio e un altro piccolo oggetto. Il primo da usare poco prima di accoppiarsi con la ragazza, il secondo per vendicarsi della ragazza. La coppia di giovani Giunge quindi alla dimora della ragazza, dove ci sono tante Ragazze Datura e Ragazze-Soksi. Queste si vestono come per sposarsi, con i capelli messi a spirale di farfalla dentro cui hanno messo fiori di datura e di soksi. Quindi danzano. Quando giunge il momento di coricarsi, prima di accoppiarsi il ragazzo, con la scusa di andare a urinare, svolge il fascio che le aveva dato Donna Ragno, e dentro c’è un pene di legno di pioppo, che si mette addosso. La ragazza aveva denti nella vagina, e il ragazzo si accoppia con lei e a turno con tutte le altre ragazze, a cui saltano tutti i denti vaginali. Dopodiché il ragazzo si accoppia nuovamente con tutte ma stavolta con il suo vero pene. Il giorno dopo prende fuori il secondo oggetto che gli aveva dato Donna Ragno, che è una medicina da masticare e da sputare addosso alle piante di datura e di soksi che il ragazzo nel mentre ha sradicato attorno alla dimora, e nel momento in cui sputa tutte le ragazze si trasformano in pietra (Malokti & Gary, 2001, pp. 1-7). Anche in un’altra versione del racconto registrata nel 1978 da Armin Geertz, le ragazze-datura vengono trasformate in pietre per mezzo di una medicina magica fornita da Donna-Ragno, come vendetta per tutti gli uomini che sono stati uccisi da queste ragazze durante la copula per mezzo della vagina dentata (Malokti, 1983).
Nel cercare di spiegare il motivo dell’associazione della datura con il tema della vagina dentata, Malokti & Gary (2001, p. xxxvi) chiamano in causa un aspetto degli effetti della datura che a loro avviso è raramente menzionato nella sintomatologia degli allucinogeni, e in particolare degli alcaloidi tropanici (i principi attivi delle dature), e cioè un supposto innalzamento del desiderio sessuale, sino a produrre ninfomania nelle donne. Portano come riferimento di quanto affermano uno scritto di Eric Stone del 1932 sulla medicina dei nativi americani, dove è riportato che a larghe dosi la datura è un afrodisiaco, citando riti iniziatici femminili di nativi californiani dove viene somministrata questa pianta; ma si tratta di un superficiale travisamento dei dati etnografici (si veda I culti del toloache). A larghe dosi la datura è un potente delirogeno che pone l’individuo in uno stato visionario comatoso, e difficilmente può indurre stimolazione e soprattutto attività sessuale. I Pomo della California settentrionale addirittura trattano con un infuso di radice di datura una forma di ninfomania che affligge le donne e che è denominata tsil da-ko, “desiderio del clitoride” (Welch, 2013, p. 76). Sempre Malokti (1893) fa notare l’associazione fisica (estetica) “chiaramente stabilita” della vagina dentata con la capsula spinosa della datura, la quale contiene i semi che sarebbero proprio i responsabili della “anormalità fisica e mentale” riportata nel racconto delle Ragazze-Datura, senza tener conto che tutte le parti della pianta della datura possiedono effetti psicoattivi, e che gli Hopi parrebbero utilizzare principalmente la radice.
Per capire il motivo dell’associazione della datura – e forse più in generale delle piante psicoattive, dato che nella più recente versione del racconto delle Ragazze-Datura viene inclusa anche un’altra pianta psicoattiva, il soksi – con la vagina dentata, si deve osservare più da vicino quest’ultimo tema presso le altre etnie.
Il motivo della vagina dentata è diffuso presso popolazioni di diversi continenti, dall’America settentrionale alle Hawaii, all’India, al Giappone (Elwin, 1943), all’Europa medievale (Nodar Fernández, 2021). Limitando l’osservazione alle popolazioni americane, il motivo della vagina dentata non appare in associazione con le fonti inebrianti presso alcun altro gruppo etnico all’infuori degli Hopi (osservando i dati riportati da Báez-Jorge, 2010; López Hernández, 2013-2014; Carr & Gingerich, 1983). Nei racconti le figure femminili che hanno la vagina dentata sono viste con una connotazione negativa, in quanto pericolose poiché divoratrici e castratrici, in definitiva cannibali; è anche ricorrente il tema dell’impiego di un fallo artificiale duro per rompere i denti della vagina, così come è evidente l’equivalenza simbolica fra vagina e bocca (López Hernández, 2013-2014).
Anche presso gli Zuñi, strettamente imparentati con gli Hopi, è presente il motivo della vagina dentata, essendo ricorrente in diversi racconti la presenza di un personaggio denominato Donna Vagina Dentata. Inoltre, in un racconto intitolato “Gli Ahaiyute distruggono mostri” appaiono strette analogie con il racconto hopi sulle Ragazze-Datura: i due fratelli divini Ahaiyute e sei ragazzi si accoppiano con otto ragazze che hanno la vagina dentata utilizzando dei falli posticci di legno, mediante i quali consumano i denti delle vagine (Benedict, 1935, vol. 1, pp. 53-54). Ma non v’è alcun riferimento alle piante di datura. Si deve anche considerare che nella letteratura orale hopi il motivo della vagina dentata non è esclusivamente associato alle Ragazze-Datura. Nel racconto “L’orco So’yoko e la moglie”, l’orchessa moglie dell’orco So’yoko ha la vagina dentata. Un ragazzo riesce a sciogliere i denti della sua vagina strofinando sul suo fallo il succo acido delle bacche di sumac (Rhus sp.) (Malokti & Gary, 2001, p. 133).
Osservando inoltre le Tsimonmana, le Ragazze-Datura, si trova un loro prototipo fra i kachina (o katsina). Questi sono esseri sovrannaturali portatori della pioggia che agiscono come messaggeri fra gli uomini e il mondo spirituale; pur ricoprendo il ruolo di controllori dei comportamenti umani e punendo gli umani che trasgrediscono alle regole e ai tabù, i kachina sono figure generalmente benevoli. Gli Hopi sono famosi per dei manufatti denominati tithu o katsintithu, noti fra gli occidentali come “bambole o figure kachina”.
Alcuni katsintithu (figure kachina) dei nativi Hopi dell’Arizona (da Fewkes, 1894, tav. 8)
Si tratta di figure antropomorfe mascherate e riccamente colorate, intagliate in legno di pioppo, raffiguranti i kachina. I tithu sono numerosi, se ne contano almeno 200, ognuno con il suo nome, la sua maschera, i suoi colori e abbigliamenti specifici. In alcuni tithu/kachina le orecchie sono sostituite con fiori di datura (Colton, 1959, pp. 14, 36, 44, 70). Un tithu/kachina che è sempre adornato con fiori di datura al posto delle orecchie è Maswikkatsinmana, nota anche come Tsimonmana, “Ragazza-datura” (Wright, 1973, p. 253).
(sx) Kachina Cornuta Tata-nga-ya con al posto delle due orecchie fiori di datura; (d) Kachina Grande Testa Wukoqötö, con un fiore di datura al posto di un orecchio (da Colton, 1959, pp. 36 e 44)
Tutto ciò fa sorgere il sospetto che l’associazione della datura con il motivo della vagina dentata, con conseguente valore negativo attribuito alla pianta psicoattiva, sia di recente acquisizione nella società hopi, e che rifletta quella conflittualità di vedute delle fonti visionarie originatasi in seguito all’influenza missionaria. Del resto, l’influenza della cultura occidentale sui racconti mitologici e sulla favolistica hopi si palesa leggendo un racconto “tradizionale” hopi registrato da Ekkehart Malokti, “L’uomo che fu seppellito vivo” (Malokti & Gary, 2001, pp. 8-10), che riporta un classico motivo eurasiatico, e cioè quello della pianta che fa resuscitare serpenti e uomini (si veda L’erba di Glauco). Detto motivo è riportato in maniera così dettagliata da poter escludere una sua origine hopi e da poterlo attribuire con certezza a un’influenza occidentale. Gli Hopi (e nemmeno Malokti) sembrano essere consapevoli di questo evidente elemento esterno alla loro cultura.
Infine, la datura appare anche in un altro racconto hopi, dove un uomo gareggia contro il mostro Kwa’toko che gli ha rapito la moglie. Una delle sfide riguarda l’abilità di squarciare le corna di cervo, e il mostro porta due corna, una vera e l’altra finta fatta di rami di chim’ona (datura). Il giovane sceglie quest’ultima, che riesce facilmente a rompere, e in tal modo vince la sfida (Stephen, 1929, p. 23).
Statuetta kachina presente nell’atelier dell’artista spagnolo Joan Miró a Maiorca (foto g.s.)
Zuñi
Per una presentazione generale della società zuñi si veda Il ténatsali degli Zuñi. Presso di questi il nome più comune per la datura (D. innoxia) è aneglakya. A volte è chiamata u’teawe ko’hanna, “fiori bianchi” (Stevenson, 1915, p. 89).
Uno dei principali scopi d’uso della datura fra gli Zuñi – ma forse sarebbe meglio dire uno degli scopi d’uso più noti agli occidentali – è quello che è stato denominato “uso detective”, cioè per individuare il responsabile di un furto o per ritrovare oggetti perduti. Questa finalità d’uso non è relegata ai soli Zuñi, essendo stata osservata presso altri gruppi etnici non solo nordamericani ma di diverse regioni del mondo. Possono cambiare le modalità dell’impiego della datura: dalla sua assunzione da parte della medesima vittima del furto, alla sua assunzione da parte di un’altra persona quale ad esempio uno sciamano, alla sua assunzione da parte di individui preposti specificatamente per questo scopo. Quest’ultimo è il caso del leba shay dell’Etiopia, che fu una istituzione giudiziaria dell’impero abissino (si veda Il leba shay dell’Etiopia, e per altri impieghi “detective” africani, Samorini, 2018). Francisco Hernández aveva riportato questa finalità d’uso già nel XVI secolo fra i Purépecha del Messico, che impiegavano per scopi “detective” la specie di datura denominata toloatzin (si veda Le dature fra gli Aztechi).
Fra gli Zuñi sono i “preti della pioggia” a occuparsi di individuare il responsabile di un furto. Non assumono loro la datura ma la somministrano alla vittima del furto, affinché sia egli medesimo a “vedere” chi lo ha derubato. Secondo la descrizione data dalla Stevenson, il prete della pioggia viene ricevuto di notte in una stanza nella casa dell’uomo che è stato derubato e mette nella bocca del derubato un po’ di radice di datura dicendo: “do questa medicina al mio bambino in modo che possa diventare inebriato e vedere chi gli ha rubato”. Il prete quindi rinchiude il derubato nella stanza e si ritira in una stanza accanto, dove si mette in ascolto di tutto ciò che il derubato dirà. Quando sopraggiunge l’effetto della datura, il derubato si cimenta in un lungo delirio verbale durante il quale a un certo punto sarà egli medesimo a pronunciare il nome di chi lo ha derubato. Dopodiché, esausto, si addormenta. Al risveglio non ricorderà ciò che ha detto e fatto – una caratteristica delle esperienze con la datura e con le altre fonti tropaniche (Festi, 1995) – ma sarà il prete della pioggia a comunicargli il nome del ladro. Il derubato quindi beve dell’acqua calda per indurre il vomito e purificarsi dagli effetti tossici della datura. Dopodiché si reca a casa del ladro e lo accusa apertamente dicendogli: “ti ho visto quando ho bevuto la datura”. Se l’accusato è colpevole, riconsegna la refurtiva, soprattutto perché ha timore di offendere la datura (Stevenson, 1904, pp. 386-7).
Nel corso del delirio notturno indotto dalla datura il prete della pioggia evita di fumare, e ciò probabilmente per il motivo che il fumo offuscherebbe la visione del derubato. Infatti è stato riportata la credenza che nel corso dell’azione “detective” l’unica possibilità per il ladro di non farsi riconoscere è quella di fumare incessantemente in modo che il suo viso resti coperto dal fumo e il derubato quindi non riesca a vederlo bene nella visione indotta dalla datura (Parsons, 1916).
E’ stato raccolto un mito d’origine della datura che si tramandano gli Zuñi. Originalmente questa pianta era una coppia di esseri apparentemente umani, un ragazzo e una ragazza, di nome A’neglakya e A’neglakyatsi’tsa. Questi vivevano sotto terra ma di frequente salivano in superficie e girovagavano osservando attentamente il mondo degli uomini. Erano dotati di poteri sovrannaturali che permettevano loro di vedere il responsabile di un furto e un notevole grado di onniscienza. I Divini – rappresentati dalla coppia gemella figlia del dio Sole – giudicarono che i due ragazzi sapevano troppo e causarono la loro scomparsa facendoli sprofondare definitivamente sotto terra. Nel luogo dove scomparvero sorse la pianta della datura (Stevenson, 1915, p. 46; si veda Racconti della datura fra gli Zuñi). Nel racconto viene specificato che i fiori di datura sono “esattamente come quelli ch’essi [i due ragazzi A’neglakya] portano su ogni lato delle loro teste quando sono in visita sulla terra” (id.), e ciò riporta alla pratica diffusa fra gli Zuñi e anche fra gli Hopi e altri gruppi pueblo di costruire fiori artificiali di datura partendo dal frutto dell’artiglio del diavolo, Proboscidea parviflora (Woot.) Woot & Standl., il lungo corno della capsula avvolgendo con filo di cotone e quindi rivestendo questo con argilla per formare il calice e la corolla tubulare (Litzinger, 1981). Safford (1920) riportò come elemento vegetale di partenza per l’elaborazione dei fiori artificiali di datura non l’artiglio del diavolo ma il frutto di Martynia louisiana Mill, che viene attaccato a una fascia di pelle che passa attorno alla testa. Sulla fronte la fascia è coperta dalle frange della ragazza che porta il fiore posticcio. Questo viene portato dalle donne durante le danze. Diversi studiosi hanno identificato il fiore rappresentato da questo manufatto come fiore di zucca, con il motivo di compiacere gli Zuñi nel tenere segreta la vera identità vegetale rappresentata, e cioè quella del fiore di datura.
A colui che ingerisce la datura appaiono in visione i due ragazzi A’neglakya e A’neglakyatsi’tsa, i quali lo guidano, ad esempio verso il luogo dove ha perduto l’oggetto che sta cercando, o lo conducono di fronte a colui che lo ha derubato. I due ragazzi vengono spesso riferiti come “la piccola gente”, a volte appaiono come due giovani, a volte come due anziani (Parsons, 2016).
Bunzel riteneva che gli Zuñi usassero droghe inebrianti esclusivamente per motivi “prosaici” quali ritrovare un oggetto perduto o individuare l’autore di una stregoneria, e che presso di loro, come presso la maggior parte dei gruppi Pueblo, fosse ignoto l’impiego dell’ebbrezza per contattare il mondo spirituale, giungendo ad affermare categoricamente che “l’ebbrezza non è mai stata adottata fra i Pueblo, a eccezione dei Tao” (Bunzel, 1929-1930, p. 489). Si tratta di una considerazione eccessivamente perentoria, che non tiene conto del fatto che ciò che Bunzel e gli altri etnografi dei secoli XIX e XX osservavano riguardava “resti” della cultura zuñi originaria (nel senso di precoloniale), e che nulla fa supporre che nel passato non fosse esistito un impiego delle fonti inebrianti con scopi maggiormente ascrivibili alle pratiche sciamaniche e/o di contatto con il mondo sovrannaturale (si veda a tal proposito Il ténatsali degli Zuñi).
Troviamo una testimonianza di impieghi non “prosaici” della datura in un racconto zuñi intitolato “La ragazza che aveva potere per mezzo della datura”, dove traspaiono tre scopi d’uso della pianta: l’impiego nelle pratiche magico-cinegetiche (per la caccia), dove la datura permette il contatto con il Signore degli Animali o affini esseri sovrannaturali con lo scopo di far rilasciare la selvaggina da cacciare; ricevere consigli e aiuto dallo spirito della pianta; purificare una persona dalle sue azioni malevoli (si veda Racconti sulla datura fra gli Zuñi).
Anche la Stevenson aveva registrato dati etnografici che evidenziavano impieghi della datura differenti dall’uso meramente “detective”. Le piante di datura sono di proprietà dei preti della pioggia e dei capi di alcune confraternite, indipendentemente da dove crescono, e solo queste persone le possono raccogliere. Chi intende raccogliere la pianta prepara quattro piume di preghiera, da offrire, una ad A’neglakya, un’altra ad A’neglakyatsitsa, e le atre due agli antenati. Le quattro piume di preghiera vengono piantate nel terreno in una buca alla profondità di un braccio: “Quando i preti della pioggia escono di notte per comunicare con il regno piumato [gli uccelli], mettono un pizzico di polvere di radice di datura nei loro occhi, orecchie e bocca, in modo che gli uccelli non abbiano paura e li ascolteranno quando pregano loro di cantare per fare arrivare le piogge. Un piccolo pezzo di radice viene masticata quando uno desidera comunicare con gli spiriti del morto per fare venire la pioggia” (Stevenson, 1904, p. 386). “Questo procedimento è per la pioggia, e la pioggia arriverà sicuramente il giorno seguente, a meno che l’uomo a cui viene data la datura abbia un cuore cattivo” (Stevenson, 1915, p. 89).
Gli Zuñi usano la datura anche per scopi medicinali. Fiori e radice polverizzati vengono applicati esternamente nel trattamento dei lividi e delle ferite. Viene assunta internamente come analgesico in operazioni chirurgiche quali l’asportazione di ascessi alla mammella (Stevenson, 1904, p. 385-6).
Altri gruppi Pueblo – Fra i gruppi Acoma e Laguna del New Mexico sono state riportate credenze contraddittorie sulla datura, che rispecchiano la conflittualità e la dicotomia velenoso/inebriante nei confronti delle loro fonti visionarie originatasi con l’irruzione missionaria occidentale. Come per altri gruppi etnici, l’accentuazione della pericolosità della pianta, sino a diventare la sua unica caratteristica, è dovuta a un processo di “mortalizzazione” in concomitanza con l’estinguersi del suo impiego come fonte inebriante. Le radici di D. quercifolia – denominata hakutsi – vengono ingerite per indurre effetti di preveggenza. Foglie e radici di un’altra specie di hakutsi (D. innoxia) sono usate per scopi medicinali in applicazione topica. Le foglie seccate vengono anche fumate come il tabacco e la pianta è considerata molto velenosa, al punto che si ritiene che un mezzo pollice di radice possa uccidere qualunque animale o uomo (Swank, 1932, p. 41).
Diné (Navajo)
Parlanti un idioma appartenente al gruppo linguistico athabaska, i Diné fanno parte di quelle nazioni Apache che poco prima del contatto con gli Europei migrarono dai territori dell’America settentrionale verso le regioni dell’Arizona, New Mexico e Colorado, entrando in conflitto inizialmente con i gruppi Pueblo e successivamente con gli Europei. Fu probabilmente attraverso il contatto con i Pueblo (Zuñi, Hopi, ecc.) che i Diné acquisirono la conoscenza delle dature, poiché nelle regioni settentrionali originarie della loro migrazione queste piante non sembra fossero presenti.
I Diné denominano D. innoxia con il termine c’oxojile’i, “producente pazzia” (Wyman & Harris, 1941), in riferimento alle sue proprietà inebrianti; D. wrightii con il termine ntíGíliitshoh, “Girasole grande”, e D. stramonium con il termine tc’coxwotjilyaaih, “che si avvolge attorno a una ferita” (Bye, 2001), altrimenti scritto chohojilyai (Franciscan Fathers, 1910, p. 199); quest’ultimo termine in riferimento all’impiego medicinale in applicazione topica nel trattamento delle ferite.
Il principale impiego delle dature è per scopi “detective”, i medesimi impiegati dagli Zuñi (si veda sopra), e cioè per individuare i responsabili dei furti o per ritrovare oggetti perduti. Al momento della raccolta della radice colui che la raccoglie si rivolge alla pianta spiegandole i motivi per cui la sta raccogliendo e chiedendole aiuto. Dopo un’offerta di turchese viene effettuato uno scavo laterale prelevando solo una parte della radice. La pianta intera non viene mai raccolta poiché si ritiene che affinché l’atto divinatorio sia efficace la pianta deve continuare a vivere. La radice viene per lo più masticata, a volte ne viene bevuto un infuso. Possono presentarsi tre tipi di effetto o una combinazione di questi tre tipi: una trance, un’esperienza visionaria o un’allucinazione uditiva:
“Nella trance l’individuo vaga in uno stato di stupore o di parziale narcosi, e nel girovagare incontra il ladro o il luogo degli oggetti rubati o perduti. Nello stato visionario l’uomo vede il luogo o l’identità della persona, e può dirigersi verso di questi durante l’effetto visionario o recarsi dopo che gli sono passati gli effetti. Coloro che hanno sensibilità uditive vengono diretti nel luogo da delle voci” (Hill, 1938, pp. 19-20).
Gli informatori della Kluckhohn, che eseguì indagini etnografiche alcuni anni dopo quelle di Hill, hanno aggiunto alcuni dettagli sull’impiego divinatorio della datura. Quando la si desidera raccogliere ci si reca di fronte a una pianta, le si offre del turchese ma da questa non viene prelevato alcunché. Ci si reca quindi davanti a un’altra pianta, e da questa si può prelevare la parte di radice che serve (Kluckhohn, 1962, pp. 175 e 182).
La datura rientra in un gruppo di piante che vengono usate nel contesto di azioni magiche o divinatorie che i Diné denominano cumulativamente “Via della Prostituzione”. In una di queste attività, denominata “Stregoneria Frenetica”, certe piante sono usate con scopi di magia amorosa, o per il successo nel commercio o nel gioco. Un’altra tipologia di azioni magiche è denominata “canto della Via della Prostituzione” e consiste in rituali finalizzati alla cura delle vittime della Stregoneria Frenetica. Una terza categoria di azioni magiche riguarda la “divinazione con la datura”. Nella magia amorosa la tecnica di base è quella di somministrare le piante attraverso il cibo, o mettendole in una sigaretta, o baciando, o semplicemente per contatto sulla persona o su suoi oggetti. Una di queste piante è la datura, un’altra è l’edera velenosa, una pianta irritante.
Qualunque individuo può assumere la datura per ritrovare oggetti perduti, ma la prima volta non può farlo da solo. Deve essere aiutato da un cantante della Via della Prostituzione, il quale masticherà la radice di datura e poi la metterà in bocca a colui che intende trovare ciò che ha perso. Il cantante quindi vigilerà su di lui, seguendolo nel suo frenetico percorrere in lungo e in largo il territorio, sino a che non avrà ritrovato ciò che sta cercando. Dopodiché all’uomo vengono fatte alcune operazioni rituali, fra le quali la “cerimonia del Fumo di Montagna della Via della Benedizione”, mediante le quali egli tornerà normale. Le volte successive l’uomo non avrà più bisogno di essere assistito. La prima volta che un uomo prende la datura è chiamata “ha riavuto la sua mente” (Kluckhohn, 1962, pp. 175-6). Sembra anche che sia indispensabile una pianta come antidoto all’avvelenamento da datura, chiamata “occhio di cervo”, identificata come Conioselinum scopulorum (A. Gray) J.M. Coult. & Rose, della famiglia delle Apiaceae (Hyman & Hirst, 1941, p. 30). Non è chiaro se questa pianta venisse assunta per sue proprietà meramente magiche o più francamente farmacologiche. La modalità di assunzione della prima volta della datura attraverso l’intervento di un’altra persona parrebbe essere stata una pratica generale fra i Diné, coinvolgente i medicine-men. Infatti un informatore ha riportato: “la prima volta che si usa, si deve pagare un medicine-man che mastica un piccolo pezzo, lo mette nella tua bocca, quindi egli può comunicare con la medicina e dirti cosa fare. Dopo di che puoi usarla da solo e comunicare con la pianta e può essere data a qualunque altro” (Kluckhohn, 1962, p. 188).
I Diné si tramandano un racconto che riguarda l’impiego della datura per ritrovare oggetti perduti:
“Una volta, nei giorni antichi, c’era un ragazzo, un bravo pastore. Era solito fare il pastore tutto il tempo. C’era un uomo in famiglia, il signor Uomo Cieco. Qualcuno nella famiglia perdette alcune belle perle di turchese. Cercarono molto e chiesero a tutti. Nessuno sapeva dove fossero andate a finire. Non sembrava esservi più speranza di ritrovarle. Infine il signor Uomo Cieco ottenne un po’ di datura e la diede da masticare al ragazzo. Questo ragazzo presto fu fuori di testa. Si mise a correre fuori dall’hogan [capanna] e corse, facendo un cerchio attorno al corral. Correva attorno dentro e fuori. Era come se volesse fare qualcosa con il corral. Alla fine corse dentro di nuovo, ruppe un bastoncino e con questo rimestò dentro a dello sterco di pecora, come se vi stesse cercando qualcosa. Alcune altre persone giunsero al corral e stavano tutti in piedi all’ingresso; il ragazzo fece segno alla gente di scendere lì dov’era lui. E quando scesero egli estrasse quelle perle di turchese da sotto lo sterco di pecora. Questo fu il modo in cui trovarono le perle. E questo uomo che iniziò il ragazzo [signor Uomo Cieco] fece qualcos’altro al ragazzo in modo da farlo tornare tutto a posto di nuovo” (Kluckhohn, 1962, p. 175).
Viene il sospetto che questo racconto rappresenti la versione folclorica di un più antico mito d’origine della pratica di impiego della datura per trovare oggetti perduti, in cui la figura del “signor Uomo Cieco” e la probabile ingestione delle perle di turchese da parte delle pecore, con conseguente rilascio nei loro escrementi, ricoprivano ruoli e significati andati perduti.
Accanto alla datura, altre due piante vengono impiegate nel contesto delle pratiche di magia amorosa: una “medicina del riso” e una “medicina della mente”. La “medicina del riso”, che ha fiori grigi, fa ridere in maniera incontrollabile senza possibilità di smettere. Viene usata per avere una ragazza o per ottenere pecore e denaro da una giovane donna ricca. Gli informatori hanno descritto un impiego di queste piante di tipo magico, senza un’esplicita assunzione che faccia ipotizzare un loro effetto farmacologico, sebbene tutte le tre piante abbiano proprietà psicoattive. Ad esempio, uno degli informatori della Kluckhohn ha riportato: “Da usare una delle tre piante, o da mescolare tutte insieme. Macina finemente le piante e metti la polvere in un astuccio. Per avere le ragazze, metti una piccolissima quantità di questo nel loro cibo, o mettilo in contatto con i loro corpi o con i luoghi che frequentano” (Kluckhohn, 1962, p. 182).
Circa l’identificazione botanica di queste piante, Wyman & Harris (1941) identificano la “medicina del riso” con Eriogonum microthecum (Nutt.) var. rigidum (sinonimo di M. microthecum Nutt.), della famiglia delle Polygonaceae, mentre i Franciscan Fathers (1910, p. 185) la identificano come un “cardo giallo”, Cnicus neomexicianum A. Gray, della famiglia delle Compositae, la considerano velenosa e riportano il suo nome navajo aze dlhohi.
Per quanto riguarda la “medicina della mente”, aze binii in navajo, non è stata identificata botanicamente. I Franciscan Fathers (1912, vol. 2, p. 44) riportarono che si tratta di un’erba molto velenosa che prima di avvelenare rende la gente matta, e che è simile al locoweed (Astragalus sp.?; si veda Il locoismo). Informatori della Kluckhohn (1963, pp. 182 e186) considerano questa pianta simile alla datura, e potrebbe trattarsi effettivamente di una differente specie di datura.
La Kluckhohn mostrò un giorno una pianta di D. innoxia a un Diné, il quale la identificò con un nome tradotto dall’interprete come “pianta maschio della fortuna”, e aggiunse che se ne assume un poco prima di intraprendere un viaggio, affinché sia un viaggio fortunato, o quando si è in procinto di acquistare pecore o cavalli, con lo scopo di fare un buon affare (Kluckhohn, 1962, p. 188). La datura è usata anche per scopi diagnostici, per vedere la causa di una malattia o di una stregoneria (Hill, 1938).
In rari casi un uomo può usarla magicamente per vendicarsi di una ragazza che ha rifiutato le sue avance: l’uomo cerca di procurarsi qualche cosa associata alla donna, saliva o sporcizia sotto i suoi mocassini, la porta davanti a una datura e la lega alla pianta cantando e pronunciando il nome della ragazza. In conseguenza di questo atto magico la ragazza diventa matta, si spoglia, gira nuda e viene derisa dagli abitanti del villaggio (Hill, 1938).
Infine, la datura e altre piante psicoattive sono state messe in relazione con alcuni temi mitologici diné, in particolare con la storia di Uomo di Casa Lanuginoso e con le sue peregrinazioni che lo hanno portato nel territorio dove vivono attualmente i Diné. Questa figura mitologica, apparentemente della tipologia dell’eroe culturale, sarebbe in associazione con gli uccelli provenienti dal sud, con le piante psicoattive, con gli animali impollinatori e con i riti di iniziazione della pubertà nel corso dei quali avviene l’apprendimento delle fonti inebrianti per il successo nella seduzione, nel matrimonio, nella caccia e nella salute. Una tale sfera di associazioni originerebbe da regioni meridionali mesoamericani (Kelley, 2020).4
Pima
I Pima sono un conglomerato di gruppi etnici parlanti idiomi uto-aztechi distribuiti fra lo stato dell’Arizona (USA) e gli stati messicani del Sonora e del Chihuahua. Vengono distinti nei due ceppi linguistici o’odham (“pima alto”) e névome (“pima bajo”). Entrambi i gruppi conoscono e conoscevano la datura, a cui danno nomi differenti. I gruppi o’odham la denominano principalmente kodop, kododophi, kotobī, kotdobī, kotdopī (Rea, 2016, p. 222), dove queste varianti riflettono le differenti maniere di trascrizioni fonetiche da parte degli etnografi. I gruppi névome denominano la pianta hákandam o hakatdam.
Abbiamo poche informazioni sull’uso dell’hákandam. Con questo termine i gruppi névome del Sonora orientale parrebbero denominare la specie Datura lanosa (considerata un sinonimo di D. wrightii), e gli informatori oggigiorno semplicemente affermano che “fa qualcosa alle nostre teste” (Bye et al., 1991).
Un più corposo insieme di dati riguarda l’impiego della datura fra i gruppi di lingua o’odham, da cui si evince un più esteso e articolato impiego di questa pianta nel passato come agente visionario (Rea, 2016, p. 221). Il documento più antico si trova negli scritti del missionario gesuita tedesco Ignaz Pfefferkorn, che negli anni 1756-1767 visse fra i gruppi o’odham della regione di Atil (Sonora). Egli stese una “Descrizione della Provincia del Sonora”, pubblicata in tedesco in due volumi negli anni 1794-95, di cui riporto di seguito il passo dedicato all’uso della datura, che il gesuita indicò con il termine generale messicano toloache, senza mostrare di conoscere il nome vernacolare o’odham di kodop:
“Quando le foglie del toloache sono applicate a una infiammazione si apre in poche ore. Molti indios tengono questa pianta in grande considerazione, non solo per la sua efficacia nelle cure, ma per il disgraziato mal uso di cui ne fanno. Il succo di questa pianta ha la proprietà di stordire e fare perdere la ragione, come accade con l’ubriachezza. Gli indios hanno la tonta idea che per mezzo di questo succo vengono trasportati in uno stato di estasi, durante il quale gli accadono cose gradevoli e meravigliose. Credono anche fermamente che da questa ricevono il potere per curare le malattie e la forza per vincere i loro nemici. Così che senza alcun senso bevono questo maledetto succo con una gran ansia e molto presto li ubriaca, cadendo a terra come corpi senza vita e solamente dopo varie ore recuperano la conoscenza. E’ anche accaduto più di una volta che l’eccessiva indulgenza l’abbiano pagata con la loro vita o con la perdita della salute. Sebbene non totalmente, questa pratica empia è stata sradicata fra gli indios convertiti, grazie ai costanti consigli dei missionari” (Pfefferkorn, 1794-95, vol. I, Cap. IV).
Agli inizi del ‘900 l’antropologo Frank Russel registrò un “canto della datura” presso un gruppo o’odham di Sacaton, nella Riserva del fiume Gila dell’Arizona meridionale. Questi denominano la pianta (identificata come D. meteloides o wrightii) kâtundami:
“Al tempo dell’Alba Bianca; Al tempo dell’Alba Bianca, Mi sono alzato e sono andato via, Al Crepuscolo Blu sono andato via. Ho mangiato le foglie di datura e le foglie mi hanno fatto vertiginoso, Ho bevuto i fiori di datura e la bevanda mi ha fatto barcollante. Il cacciatore, Arco-rimanente, Egli mi ha superato e mi ha ucciso, Tagliato e gettato via le mie corna. Il cacciatore, Canna-rimanente, Egli mi ha superato e mi ha ucciso, Ha tagliato e gettato via i miei piedi. Ora le mosche diventano matte e cadono con ali sbattenti. Le farfalle ubriache siedono con ali aprenti e chiudenti” (Russel, 1904-05, pp. 299-300).
Questo canto veniva intonato per avere successo nella caccia al cervo, più specificatamente al cervo mulo (Odocoileus hemionus). Nel canto sopra riportato è l’eroe Cervo-Mulo a parlare in prima persona e a raccontare ciò che gli è capitato quando è stato cacciato da due cacciatori umani (Rea, 2016, p. 221).
Sempre Russel registrò la curiosa credenza che se viene assunta una radice di datura non ramificata, cioè fatta di un unico fittone, l’individuo diventerà temporaneamente insano, ma se la radice è ramificata, allora è “innocua” (Russel, 1904-05, p. 300).
Leonora Curtin studiò l’uso delle piante da parte degli O’odham dell’Arizona, e registrò qualche notizia sulle loro conoscenze della datura. I suoi informatori le comunicarono che consideravano più forte la specie con i fiori più piccoli (D. discolor), e che “quando un pollice di radice viene masticato le formiche appaiono come cavalli e le farfalle come aeroplani”. Con la datura trattavano anche la “cattiva malattia”, probabilmente il vaiolo, che raggiunse i nativi con l’arrivo degli Spagnoli. Un informatore disse che quando un uomo, malato della “cattiva malattia”, non aveva oramai più speranze, gli rimanevano due scelte: suicidarsi oppure masticare la radice di datura. In questo secondo caso diventava matto per un giorno e mezzo, ma quando si riprendeva si ritrovava guarito (Curtin, 1984, pp. 86-7).
Altre etnie
Apache – Con il termine Apache ci si riferisce a un insieme di gruppi etnici parlanti idiomi della famiglia linguistica athabaskan e abitanti originalmente in una vasta area che va dai White Mountains alle Grandi Pianure.
Spier (1923, p. 316) riportò che gli Apache masticavano le foglie di datura, senza specificare quali gruppi di Apache. Aleš Hrdlička, riferendosi specificatamente ai White Mountains Apache dell’Arizona, riferì che occasionalmente aggiungono la radice di D. meteloides (D. innoxia) alle loro bevande alcoliche, in particolare al tulipi o tesvino, un liquore di mais, con lo scopo di fortificarne gli effetti inebrianti. Al tulipi questi Apache erano soliti aggiungere altri ingredienti vegetali, sempre con lo scopo di rafforzarne gli effetti inebrianti, che fanno parte di quell’insieme di fonti inebrianti impiegate dai nativi nordamericani di cui conosciamo poco, il nome con cui sono denominati e a volte la corrispettiva identificazione botanica. I White Mountain Apache aggiungevano al tulipi anche: la radice di i-zē lu-ku-hi, “medicina matta” (Lotus wrightii), la radice di chil-ga-le, “fa rumore” (Cassia couesii), la radice di me-ti-da-il-tco (Perezia wrightii), la pianta i-zel-chih (non identificata), e le radici di ga-chuh pi-tla-hi-ya-ke (“sotto di questa il coniglio jack fa il suo letto”) e di thli-he-da-i-ga-si (“il cavallo lo mangia”), anche queste non identificate (Hrdlička (1908, pp. 27-8).
Gruppi di Apache dell’area di Clarkdale, sempre in Arizona, denominano la datura (D. innoxia) /jaa il godó (dove jaa significa orecchio) e /itze godzil tsa/, che significa “dimentica te stesso”. Una informatrice riportò che un tempo la radice era usata come rimedio esterno sui rigonfiamenti, sulle piaghe da corsa e nelle infezioni alle orecchie (Gallagher, 1977, p. 64, 81).
Paiute – Parlanti il ceppo linguistico uto-azteca, i Paiute vengono distinti in due gruppi: i Paiute del nord abitavano territori dell’attuale Californi, Nevada e Oregon, mentre i Paiute del sud abitavano l’Arizona, Nevada, Utah e un’area meridionale della California.
Il più antico riferimento all’impiego della datura fra i Paiute parrebbe essere quello dato da Edward Palmer, il quale riportò il nome di main-oph-weep per la D. wrightii. Senza indicare a quale gruppo di Paiute si stesse riferendo, e con un discorso un po’ confuso, egli riportò che “essi pestano i semi, li agitano in acqua ed espongono la miscela ai raggi del sole per indurre fermentazione. Il liquido viene quindi bevuto e ha lo stesso effetto narcotico come la preparazione fatta dalla pianta, o radice con l’effetto alcolico aggiunto” (Palmer, 1878, p. 650).
Più recentemente è stato riportato che i Paiute del sud denominano D. meteloides (innoxia) con il termine momomp (Stoffles, 1999), che ricorda il nome momoy dato alla datura dai Chumash (si veda Il momoy dei Chumash). Sempre fra i Paiute del sud un luogo denominato Lightining Site è ritenuto contenere alte concentrazioni di puha – il potere e l’energia della Creazione – per via della presenza di piante quali la datura e il tabacco (Van Vlack et al., 2013, p. 114).
Hualapai – Parlanti un idioma del ceppo linguistico cochimi-yumane, gli Hualapai erano e sono stanziati sulle montagne del nordovest dell’Arizona. Un breve accenno al loro impiego della datura è datato alla fine del XIX secolo: i medicine-men producono una bevanda a base di foglie, rami e radici di stramonio, che assumono per “pronunciare profezie” (Bourke, 1892, p. 165).
Havasupai – Anche questi, come gli Hualapai, parlanti un idioma del ceppo linguistico cochimi-yumane, erano e sono stanziati in un’area del Gran Canyon dell’Arizona. Agli inizi del XX secolo è stato riportato che il nome che davano alla datura (forse lo stramonio) era smalgȧtú, con l’aggiunta che le foglie, che possono essere staccate da qualunque parte della pianta, “li rendono matti, strisciano, urlano e ridono disordinatamente. Credono di trovarsi in mezzo a folle che suonano e danzano” (Spier, 1928, p. 269).
Note
1 – Blas Pablo Reko non va confuso con Victor Reko, cugino di Pablo e autore del libro Magische Gifte, pubblicato per la prima volta nel 1936. Questo testo ha un taglio giornalistico, è pieno di dati inattendibili ed è frutto di un grave plagio che Victor fece nei confronti di Pablo (si veda Ott, 1996).
2 – Nella letteratura etnografica il nome popolare di Mirabilis multiflora viene indicato semplicemente come four o’clock (ad esempio da Malokti & Gary, 2001), ma questo termine sta a indicare la più conosciuta congenere M. jalapa L., nota in italiano come bella-di-notte.
3 – I Tewa – gruppo Pueblo del New Mexico – bevono un infuso acquoso della radice pestata nei casi di sudorazione, probabilmente quelli d’origine idropica (Robbins et al., 1916, p. 60). I gruppi Pueblo Acoma e Laguna del New Mexico raccolgono le foglie e le usano come tabacco. Chiamano la pianta shruwi wawa, “medicina serpente” e tsuna hami, “tabacco rosso” (Swank, 1932, p. 54). La grossa radice di questa pianta è impiegata come fonte di cibo fra diversi gruppi Pueblo, fra cui Keres, Tewa, Navajo e Zuñi (Bohrer, 1975). Una grande quantità di radici di M. multiflora è stata identificata fra i resti vegetali del sito archeologico del Riparo Fresnal, situato nei Monti Sacramento del New Mexico e occupato dal 1700 a.C. al 100 d.C. Le radici sono state ritrovate nei diversi strati corrispondenti ai differenti periodi cronologici d’occupazione del riparo, e ciò ha fatto ipotizzare un impiego della radice come fonte di cibo (Bohrer, 1975). Un recente studio chimio-farmacologico ha cercato di accertare la veridicità delle acclamate proprietà psicoattive di M. multiflora, senza tuttavia giungere a dati certi. Dalla radice sono stati isolati dei composti rotenoidi, di cui alcuni hanno evidenziato moderate affinità di legame per i recettori delta-oppioidi (Sharma et al., 2021; per ulteriori dati su questa pianta si veda Il ténatsali degli Zuñi).
4 – Il costrutto di questa ipotesi è tuttavia esposto in maniera confusa, forse un poco forzata, ed è comunque carente dal punto di vista referenziale.
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Le dature in Nordamerica
The Daturas in Northamerica
Le dature – potenti piante allucinogene della famiglia delle Solanaceae – sono state e continuano a essere impiegate come fonti inebrianti presso gruppi etnici distribuiti in una vasta area del continente americano, che va dalle regioni centrali dell’America settentrionale alle regioni centrali del Cile e dell’Argentina. Sono utilizzate anche in diverse altre regioni del mondo (per gli impieghi tradizionali africani si veda Samorini, 2018, e per l’uso nei rituali indiani tantrici Siklós, 1993).
Nello storia degli studi etnografici ed etnobotanici riguardanti le dature, è doveroso ricordare il lavoro pionieristico svolto da William Edwin Safford (1859-1926), botanico ed etnologo statunitense noto per lo più solamente agli specialisti. Per i suoi interessi nelle piante psicoattive e nel loro impiego tradizionale, può a buon ragione essere considerato uno dei padri dell’etnobotanica delle piante psicoattive. Egli si interessò al peyote (Safford, 1915, 1921c, 1922) e più in generale a tutte le piante psicoattive americane note a quei tempi (Safford, 1916a), e svolse studi specifici sulle dature, sia di natura etnobotanica (Safford, 1920) che botanica e tassonomica (Safford, 1921a,b). Si interessò anche al problema dell’identificazione della cohoba degli antichi Taino delle Antille, essendo il primo studioso che identificò correttamente questa pianta come una specie di Anadenanthera, a quei tempi denominata Piptadenia (Safford, 1916b; si veda La cohoba dei Taino delle Antille). Fece anche qualche errore di identificazione, i cui più importanti furono l’identificazione dell’ololiuhqui degli Aztechi con una specie di datura (Safford, 1920, pp. 550-552, mentre oggi sappiamo che si trattava della convolvulacea Turbina corymbosa (L.) Raf.; si veda I semi “parlanti” messicani), e l’identificazione del teonanácatl dei testi antichi con il peyote, mentre questo nome nahuatl riguardava specie di funghi allucinogeni (Safford, 1915; si veda L’uso dei funghi in Messico). Questi errori di Stafford furono corretti da Blas Pablo Reko (1934, 1940).1
Sebbene nel Nordamerica l’areale di diffusione delle specie di Datura si estenda a buona parte dell’attuale territorio degli Stati Uniti, inclusi tutti i suoi territori orientali, a un livello etnografico si presenta un grosso divario fra il cospicuo volume di documenti relativi agli impieghi tradizionali di queste piante nelle regioni sud-occidentali, e la loro quasi totale assenza nelle regioni orientali. A colmare la lacuna delle regioni orientali vi sono diversi documenti archeologici che attestano un impiego delle dature come fonti visionarie nelle aree orientali perlomeno nel passato (si veda Archeologia delle dature nelle Americhe).
Gli unici documenti certi per l’area orientale riguardano un paio di impieghi tradizionali per scopi medicinali. Uno di questi riferimenti è presente fra gli appunti datati al 1687 di John Clayton, un funzionario di Jamestown che descrisse gli impieghi medicinali delle piante fra i nativi della Virginia. I nativi usavano i fiori di D. stramonium per il trattamento delle febbri e nei casi in cui i malati avessero difficoltà di dormire; i fiori venivano applicati alle tempie, producendo un effetto simile al laudano (prodotto a base di oppio) (Hoffman, 1964). Anche i Catawba della Carolina del Sud, che denominano D. stramonium con il termine i’tu be’ (“roccia immobile”) usano le sue foglie in applicazione topica nei gonfiori e nelle fratture delle ossa. Sembra che ritengano che anche un solo seme ingerito sia altamente velenoso (Speck, 1944).
Per quanto riguarda possibili impieghi delle dature per scopi non medicinali ma per i loro effetti psicoattivi, la Gayton (1928) non trovò nulla nella sua ricerca fra i documenti etnografici delle aree orientali. Safford (1920, pp. 558-9) pose l’attenzione su un rito di iniziazione presso i Pamunkey, un gruppo algonchino della Virginia, basandosi sulla descrizione data da Robert Beverly nel 1855 (pp. 160-5). Nel corso del rito iniziatico, denominato huskanaw, ai neofiti veniva somministrata per molti giorni una pozione a base di una radice inebriante, denominata dai nativi wysoccan, che induceva uno stato mentale delirante producendo una specie di tabula rasa della memoria di ciò che i neofiti erano prima di affrontare questo rito. Safford ritenne che l’ingrediente principale di questa pozione fosse “indubbiamente” lo stramonio. Come già fece giustamente notare la Gayton (1928, p. 8), l’impiego della datura in questo rito iniziatico è plausibile, considerate le sue proprietà di obnubilamento della memoria, ma non può essere considerato certo.
Volgendo lo sguardo all’area sud-occidentale degli Stati Uniti, diversi gruppi etnici della California meridionale e della parte più settentrionale del Messico occidentale impiegavano fino a non molto tempo fa – e alcuni gruppi continuano a impiegare – specie di datura nel corso di riti iniziatici che rientrano nel sistema dei “culti del toloache”, per i quali rimando alle seguenti pagine:
Di seguito presento i dati riguardanti l’impiego delle dature presso altri gruppi etnici del lato occidentale dell’America del Nord, partendo dai gruppi Pueblo, in particolare gli Hopi e gli Zuñi.
Hopi
Gli Hopi erano e continuano a essere stanziati nell’Arizona settentrionale. La datura (D. innoxia) è ben nota agli Hopi, che la denominano con i termini chim’ona, tsimona o shemóna, con un’etimologia che riconduce ai suoi poteri inebrianti. E’ indicata anche come nukurtusaqa o “erba diabolica”, e nel suo impiego medicinale come honaqngahu o “medicina matta”, con speciale riferimento alla radice bianca (Malokti, 1983). La radice viene masticata dai medicine-men principalmente come agente visionario per scopi diagnostici. Un tempo veniva usata anche per curare gli individui meschini della loro meschinità, tenendoli avvolti in una coperta sopra alle foglie fumanti della pianta (Whiting, 1966, p. 37, 89). Si tratta di un impiego di una fonte inebriante, nello specifico delle dature, come correttivo del carattere; uno scopo d’uso che si incontra anche presso altre tradizioni, ad esempio fra i Mapuche del Cile e gli Shuar dell’Ecuador (si veda Uso correttivo delle dature). Come presso numerosi altri gruppi etnici, il giudizio degli Hopi sull’impiego delle fonti inebrianti si è diversificato fra opinioni positive e opinioni negative, e ciò a causa dell’influenza missionaria. Alla fine del XIX secolo Walter Hough riportava che “l’uso della datura è estremamente raro ed è molto deplorato dagli Hopi” (Hough, 1897, p. 38), ma sorge il sospetto che l’opinione negativa sia stata rafforzata dai valori negativi dati alle fonti inebrianti dal medesimo antropologo.
Accanto alla datura, gli Hopi sembrano avere conosciuto altre piante psicoattive. Una di queste, denominata palena, non è mai stata identificata botanicamente. Si sa solo che le sue radici venivano masticate dai medicine-men come fonte visionaria a fini diagnostici (Whiting (1966, pp. 30-31). Un’ulteriore pianta, denominata soksi (nel dialetto hopi della Terza Mesa) è identificata come Mirabilis multiflora (Torr.) A. Gray, della famiglia delle Nycataginaceae. Il suo areale corologico è limitato alle zone desertiche del sud-ovest degli USA e del Messico settentrionale. Popolarmente denominata Colorado four o’clock o showy four o’clock,2 è una pianta perenne con grandi fiori appariscenti color magenta. I medicine-men hopi impiegano la sua radice per indurre visioni nel corso della diagnosi durante la gravidanza delle loro pazienti e più in generale per scopi diagnostici. La medesima pianta è usata anche dai curandero ispanici. E’ stato riportato che 28-57 g di radice producono “una mezz’ora di allegria” (Whiting, 1966, pp. 15, 31, 75; Colton, 1974; rip. in Sharma et al., 2021, p. 1392; per ulteriori notizie su questa pianta si veda Il ténatsali degli Zuñi). Anche Malokti e Gary (2001, p. xxxvi) hanno più recentemente avuto conferma della sua conoscenza fra gli Hopi come pianta visionaria; un loro informatore ha riportato che “ogni volta che qualcuno mangia il soksi vedrà tutti i tipi di esseri”.3
Nella mitologia hopi sono presenti delle figure femminili note come “ragazze-datura” (Tsimonmamant o chim’ona ma’mantu), le cui vicissitudini si intrecciano con un altro tema folclorico, quello della “vagina dentata”. Conosciamo alcune versioni di questo racconto, di cui la più antica fu raccolta nel 1893 e pubblicata nel 1929. Le ragazze-datura vengono descritte come esseri dalla pelle bianca, “come gli Americani”, con i capelli frontali tagliati sino alla punta del naso e con un’altra caratteristica inquietante: la vagina dentata. La pianta di chim’ona cresceva davanti alla loro casa (la “casa di datura”, chimon’ki), e per entrare e uscire di casa passavano attraverso la pianta. Il luogo dove cresceva la pianta era localizzato in un territorio preciso, a sud del monte Tewa, su una sporgenza o terrazza, sulla parete est della rupe a circa 50 piedi sotto la vetta. Un giovane uomo dal cuore palpitante d’amore si avvicinò alla casa delle ragazze-datura. Una di queste lo vide attraverso la pianta e lo invitò a entrare. La casa era piena di donne e ragazze totalmente nude, portavano solo una cintura ai fianchi. Tutte le donne si accoppiarono a turno con il ragazzo, nella posizione insolita della donna sopra all’uomo, e l’ultima, dopo aver copulato, morse con la vagina il pene e in tal modo lo mangiò. Il ragazzo tornò al suo villaggio lamentandosi dell’accaduto. Il racconto prosegue con la vendetta degli abitanti del villaggio, aiutati dagli uomini del clan Lucertola, che escogitano dei falli artificiali duri con cui sdentare le vagine delle ragazze-datura (Stephen, 1929, pp. 28-30). In un’altra versione raccolta negli anni ’80, gli abitanti del villaggio, per vendicarsi dell’aggressione “vaginale” subita dal ragazzo, dopo aver sdentato le vagine di tutte le ragazze-datura, copulano con queste con i loro veri falli incessantemente per tutta la notte, sino a che le donne muoiono esauste (Malokti, 1983).
In un’ulteriore versione registrata più recentemente, le ragazze-datura sono affiancate da altre ragazze denominate Sokmamant (Ragazze-Soksi), che sono associate all’altra pianta psicoattiva utilizzata dagli Hopi, il soksi, cioè la Mirabilis multiflora che è stata sopra descritta. In questa versione, la gente nota che ogni tanto sparisce un cacciatore, specialmente quando si avvicina a una certa fonte. Un ragazzo, nonostante il divieto dei genitori di andare da quelle parti, vi si reca a cacciare lepri, e anche perché è incuriosito dal mistero della sparizione della gente. Mentre scava una buca per catturare la lepre, gli si avvicina una ragazza che lo invita ad accoppiarsi con lei. Si incamminano verso la dimora della ragazza, e a un certo punto il ragazzo deve fare i suoi bisogni. Si allontana dagli occhi della ragazza, e mentre sta per fare i suoi bisogni sente una voce che gli chiede di farla un poco più in là. Si tratta della Vecchia Donna Ragno, la quale lo invita nella sua tana e lo mette in guardia del pericolo che sta per correre con quella ragazza. Gli dà un piccolo fascio e un altro piccolo oggetto. Il primo da usare poco prima di accoppiarsi con la ragazza, il secondo per vendicarsi della ragazza. La coppia di giovani Giunge quindi alla dimora della ragazza, dove ci sono tante Ragazze Datura e Ragazze-Soksi. Queste si vestono come per sposarsi, con i capelli messi a spirale di farfalla dentro cui hanno messo fiori di datura e di soksi. Quindi danzano. Quando giunge il momento di coricarsi, prima di accoppiarsi il ragazzo, con la scusa di andare a urinare, svolge il fascio che le aveva dato Donna Ragno, e dentro c’è un pene di legno di pioppo, che si mette addosso. La ragazza aveva denti nella vagina, e il ragazzo si accoppia con lei e a turno con tutte le altre ragazze, a cui saltano tutti i denti vaginali. Dopodiché il ragazzo si accoppia nuovamente con tutte ma stavolta con il suo vero pene. Il giorno dopo prende fuori il secondo oggetto che gli aveva dato Donna Ragno, che è una medicina da masticare e da sputare addosso alle piante di datura e di soksi che il ragazzo nel mentre ha sradicato attorno alla dimora, e nel momento in cui sputa tutte le ragazze si trasformano in pietra (Malokti & Gary, 2001, pp. 1-7). Anche in un’altra versione del racconto registrata nel 1978 da Armin Geertz, le ragazze-datura vengono trasformate in pietre per mezzo di una medicina magica fornita da Donna-Ragno, come vendetta per tutti gli uomini che sono stati uccisi da queste ragazze durante la copula per mezzo della vagina dentata (Malokti, 1983).
Nel cercare di spiegare il motivo dell’associazione della datura con il tema della vagina dentata, Malokti & Gary (2001, p. xxxvi) chiamano in causa un aspetto degli effetti della datura che a loro avviso è raramente menzionato nella sintomatologia degli allucinogeni, e in particolare degli alcaloidi tropanici (i principi attivi delle dature), e cioè un supposto innalzamento del desiderio sessuale, sino a produrre ninfomania nelle donne. Portano come riferimento di quanto affermano uno scritto di Eric Stone del 1932 sulla medicina dei nativi americani, dove è riportato che a larghe dosi la datura è un afrodisiaco, citando riti iniziatici femminili di nativi californiani dove viene somministrata questa pianta; ma si tratta di un superficiale travisamento dei dati etnografici (si veda I culti del toloache). A larghe dosi la datura è un potente delirogeno che pone l’individuo in uno stato visionario comatoso, e difficilmente può indurre stimolazione e soprattutto attività sessuale. I Pomo della California settentrionale addirittura trattano con un infuso di radice di datura una forma di ninfomania che affligge le donne e che è denominata tsil da-ko, “desiderio del clitoride” (Welch, 2013, p. 76). Sempre Malokti (1893) fa notare l’associazione fisica (estetica) “chiaramente stabilita” della vagina dentata con la capsula spinosa della datura, la quale contiene i semi che sarebbero proprio i responsabili della “anormalità fisica e mentale” riportata nel racconto delle Ragazze-Datura, senza tener conto che tutte le parti della pianta della datura possiedono effetti psicoattivi, e che gli Hopi parrebbero utilizzare principalmente la radice.
Per capire il motivo dell’associazione della datura – e forse più in generale delle piante psicoattive, dato che nella più recente versione del racconto delle Ragazze-Datura viene inclusa anche un’altra pianta psicoattiva, il soksi – con la vagina dentata, si deve osservare più da vicino quest’ultimo tema presso le altre etnie.
Il motivo della vagina dentata è diffuso presso popolazioni di diversi continenti, dall’America settentrionale alle Hawaii, all’India, al Giappone (Elwin, 1943), all’Europa medievale (Nodar Fernández, 2021). Limitando l’osservazione alle popolazioni americane, il motivo della vagina dentata non appare in associazione con le fonti inebrianti presso alcun altro gruppo etnico all’infuori degli Hopi (osservando i dati riportati da Báez-Jorge, 2010; López Hernández, 2013-2014; Carr & Gingerich, 1983). Nei racconti le figure femminili che hanno la vagina dentata sono viste con una connotazione negativa, in quanto pericolose poiché divoratrici e castratrici, in definitiva cannibali; è anche ricorrente il tema dell’impiego di un fallo artificiale duro per rompere i denti della vagina, così come è evidente l’equivalenza simbolica fra vagina e bocca (López Hernández, 2013-2014).
Anche presso gli Zuñi, strettamente imparentati con gli Hopi, è presente il motivo della vagina dentata, essendo ricorrente in diversi racconti la presenza di un personaggio denominato Donna Vagina Dentata. Inoltre, in un racconto intitolato “Gli Ahaiyute distruggono mostri” appaiono strette analogie con il racconto hopi sulle Ragazze-Datura: i due fratelli divini Ahaiyute e sei ragazzi si accoppiano con otto ragazze che hanno la vagina dentata utilizzando dei falli posticci di legno, mediante i quali consumano i denti delle vagine (Benedict, 1935, vol. 1, pp. 53-54). Ma non v’è alcun riferimento alle piante di datura. Si deve anche considerare che nella letteratura orale hopi il motivo della vagina dentata non è esclusivamente associato alle Ragazze-Datura. Nel racconto “L’orco So’yoko e la moglie”, l’orchessa moglie dell’orco So’yoko ha la vagina dentata. Un ragazzo riesce a sciogliere i denti della sua vagina strofinando sul suo fallo il succo acido delle bacche di sumac (Rhus sp.) (Malokti & Gary, 2001, p. 133).
Osservando inoltre le Tsimonmana, le Ragazze-Datura, si trova un loro prototipo fra i kachina (o katsina). Questi sono esseri sovrannaturali portatori della pioggia che agiscono come messaggeri fra gli uomini e il mondo spirituale; pur ricoprendo il ruolo di controllori dei comportamenti umani e punendo gli umani che trasgrediscono alle regole e ai tabù, i kachina sono figure generalmente benevoli. Gli Hopi sono famosi per dei manufatti denominati tithu o katsintithu, noti fra gli occidentali come “bambole o figure kachina”.
Si tratta di figure antropomorfe mascherate e riccamente colorate, intagliate in legno di pioppo, raffiguranti i kachina. I tithu sono numerosi, se ne contano almeno 200, ognuno con il suo nome, la sua maschera, i suoi colori e abbigliamenti specifici. In alcuni tithu/kachina le orecchie sono sostituite con fiori di datura (Colton, 1959, pp. 14, 36, 44, 70). Un tithu/kachina che è sempre adornato con fiori di datura al posto delle orecchie è Maswikkatsinmana, nota anche come Tsimonmana, “Ragazza-datura” (Wright, 1973, p. 253).
Tutto ciò fa sorgere il sospetto che l’associazione della datura con il motivo della vagina dentata, con conseguente valore negativo attribuito alla pianta psicoattiva, sia di recente acquisizione nella società hopi, e che rifletta quella conflittualità di vedute delle fonti visionarie originatasi in seguito all’influenza missionaria. Del resto, l’influenza della cultura occidentale sui racconti mitologici e sulla favolistica hopi si palesa leggendo un racconto “tradizionale” hopi registrato da Ekkehart Malokti, “L’uomo che fu seppellito vivo” (Malokti & Gary, 2001, pp. 8-10), che riporta un classico motivo eurasiatico, e cioè quello della pianta che fa resuscitare serpenti e uomini (si veda L’erba di Glauco). Detto motivo è riportato in maniera così dettagliata da poter escludere una sua origine hopi e da poterlo attribuire con certezza a un’influenza occidentale. Gli Hopi (e nemmeno Malokti) sembrano essere consapevoli di questo evidente elemento esterno alla loro cultura.
Infine, la datura appare anche in un altro racconto hopi, dove un uomo gareggia contro il mostro Kwa’toko che gli ha rapito la moglie. Una delle sfide riguarda l’abilità di squarciare le corna di cervo, e il mostro porta due corna, una vera e l’altra finta fatta di rami di chim’ona (datura). Il giovane sceglie quest’ultima, che riesce facilmente a rompere, e in tal modo vince la sfida (Stephen, 1929, p. 23).
Statuetta kachina presente nell’atelier dell’artista spagnolo Joan Miró a Maiorca (foto g.s.)
Zuñi
Per una presentazione generale della società zuñi si veda Il ténatsali degli Zuñi. Presso di questi il nome più comune per la datura (D. innoxia) è aneglakya. A volte è chiamata u’teawe ko’hanna, “fiori bianchi” (Stevenson, 1915, p. 89).
Uno dei principali scopi d’uso della datura fra gli Zuñi – ma forse sarebbe meglio dire uno degli scopi d’uso più noti agli occidentali – è quello che è stato denominato “uso detective”, cioè per individuare il responsabile di un furto o per ritrovare oggetti perduti. Questa finalità d’uso non è relegata ai soli Zuñi, essendo stata osservata presso altri gruppi etnici non solo nordamericani ma di diverse regioni del mondo. Possono cambiare le modalità dell’impiego della datura: dalla sua assunzione da parte della medesima vittima del furto, alla sua assunzione da parte di un’altra persona quale ad esempio uno sciamano, alla sua assunzione da parte di individui preposti specificatamente per questo scopo. Quest’ultimo è il caso del leba shay dell’Etiopia, che fu una istituzione giudiziaria dell’impero abissino (si veda Il leba shay dell’Etiopia, e per altri impieghi “detective” africani, Samorini, 2018). Francisco Hernández aveva riportato questa finalità d’uso già nel XVI secolo fra i Purépecha del Messico, che impiegavano per scopi “detective” la specie di datura denominata toloatzin (si veda Le dature fra gli Aztechi).
Fra gli Zuñi sono i “preti della pioggia” a occuparsi di individuare il responsabile di un furto. Non assumono loro la datura ma la somministrano alla vittima del furto, affinché sia egli medesimo a “vedere” chi lo ha derubato. Secondo la descrizione data dalla Stevenson, il prete della pioggia viene ricevuto di notte in una stanza nella casa dell’uomo che è stato derubato e mette nella bocca del derubato un po’ di radice di datura dicendo: “do questa medicina al mio bambino in modo che possa diventare inebriato e vedere chi gli ha rubato”. Il prete quindi rinchiude il derubato nella stanza e si ritira in una stanza accanto, dove si mette in ascolto di tutto ciò che il derubato dirà. Quando sopraggiunge l’effetto della datura, il derubato si cimenta in un lungo delirio verbale durante il quale a un certo punto sarà egli medesimo a pronunciare il nome di chi lo ha derubato. Dopodiché, esausto, si addormenta. Al risveglio non ricorderà ciò che ha detto e fatto – una caratteristica delle esperienze con la datura e con le altre fonti tropaniche (Festi, 1995) – ma sarà il prete della pioggia a comunicargli il nome del ladro. Il derubato quindi beve dell’acqua calda per indurre il vomito e purificarsi dagli effetti tossici della datura. Dopodiché si reca a casa del ladro e lo accusa apertamente dicendogli: “ti ho visto quando ho bevuto la datura”. Se l’accusato è colpevole, riconsegna la refurtiva, soprattutto perché ha timore di offendere la datura (Stevenson, 1904, pp. 386-7).
Nel corso del delirio notturno indotto dalla datura il prete della pioggia evita di fumare, e ciò probabilmente per il motivo che il fumo offuscherebbe la visione del derubato. Infatti è stato riportata la credenza che nel corso dell’azione “detective” l’unica possibilità per il ladro di non farsi riconoscere è quella di fumare incessantemente in modo che il suo viso resti coperto dal fumo e il derubato quindi non riesca a vederlo bene nella visione indotta dalla datura (Parsons, 1916).
E’ stato raccolto un mito d’origine della datura che si tramandano gli Zuñi. Originalmente questa pianta era una coppia di esseri apparentemente umani, un ragazzo e una ragazza, di nome A’neglakya e A’neglakyatsi’tsa. Questi vivevano sotto terra ma di frequente salivano in superficie e girovagavano osservando attentamente il mondo degli uomini. Erano dotati di poteri sovrannaturali che permettevano loro di vedere il responsabile di un furto e un notevole grado di onniscienza. I Divini – rappresentati dalla coppia gemella figlia del dio Sole – giudicarono che i due ragazzi sapevano troppo e causarono la loro scomparsa facendoli sprofondare definitivamente sotto terra. Nel luogo dove scomparvero sorse la pianta della datura (Stevenson, 1915, p. 46; si veda Racconti della datura fra gli Zuñi). Nel racconto viene specificato che i fiori di datura sono “esattamente come quelli ch’essi [i due ragazzi A’neglakya] portano su ogni lato delle loro teste quando sono in visita sulla terra” (id.), e ciò riporta alla pratica diffusa fra gli Zuñi e anche fra gli Hopi e altri gruppi pueblo di costruire fiori artificiali di datura partendo dal frutto dell’artiglio del diavolo, Proboscidea parviflora (Woot.) Woot & Standl., il lungo corno della capsula avvolgendo con filo di cotone e quindi rivestendo questo con argilla per formare il calice e la corolla tubulare (Litzinger, 1981). Safford (1920) riportò come elemento vegetale di partenza per l’elaborazione dei fiori artificiali di datura non l’artiglio del diavolo ma il frutto di Martynia louisiana Mill, che viene attaccato a una fascia di pelle che passa attorno alla testa. Sulla fronte la fascia è coperta dalle frange della ragazza che porta il fiore posticcio. Questo viene portato dalle donne durante le danze. Diversi studiosi hanno identificato il fiore rappresentato da questo manufatto come fiore di zucca, con il motivo di compiacere gli Zuñi nel tenere segreta la vera identità vegetale rappresentata, e cioè quella del fiore di datura.
A colui che ingerisce la datura appaiono in visione i due ragazzi A’neglakya e A’neglakyatsi’tsa, i quali lo guidano, ad esempio verso il luogo dove ha perduto l’oggetto che sta cercando, o lo conducono di fronte a colui che lo ha derubato. I due ragazzi vengono spesso riferiti come “la piccola gente”, a volte appaiono come due giovani, a volte come due anziani (Parsons, 2016).
Bunzel riteneva che gli Zuñi usassero droghe inebrianti esclusivamente per motivi “prosaici” quali ritrovare un oggetto perduto o individuare l’autore di una stregoneria, e che presso di loro, come presso la maggior parte dei gruppi Pueblo, fosse ignoto l’impiego dell’ebbrezza per contattare il mondo spirituale, giungendo ad affermare categoricamente che “l’ebbrezza non è mai stata adottata fra i Pueblo, a eccezione dei Tao” (Bunzel, 1929-1930, p. 489). Si tratta di una considerazione eccessivamente perentoria, che non tiene conto del fatto che ciò che Bunzel e gli altri etnografi dei secoli XIX e XX osservavano riguardava “resti” della cultura zuñi originaria (nel senso di precoloniale), e che nulla fa supporre che nel passato non fosse esistito un impiego delle fonti inebrianti con scopi maggiormente ascrivibili alle pratiche sciamaniche e/o di contatto con il mondo sovrannaturale (si veda a tal proposito Il ténatsali degli Zuñi).
Troviamo una testimonianza di impieghi non “prosaici” della datura in un racconto zuñi intitolato “La ragazza che aveva potere per mezzo della datura”, dove traspaiono tre scopi d’uso della pianta: l’impiego nelle pratiche magico-cinegetiche (per la caccia), dove la datura permette il contatto con il Signore degli Animali o affini esseri sovrannaturali con lo scopo di far rilasciare la selvaggina da cacciare; ricevere consigli e aiuto dallo spirito della pianta; purificare una persona dalle sue azioni malevoli (si veda Racconti sulla datura fra gli Zuñi).
Anche la Stevenson aveva registrato dati etnografici che evidenziavano impieghi della datura differenti dall’uso meramente “detective”. Le piante di datura sono di proprietà dei preti della pioggia e dei capi di alcune confraternite, indipendentemente da dove crescono, e solo queste persone le possono raccogliere. Chi intende raccogliere la pianta prepara quattro piume di preghiera, da offrire, una ad A’neglakya, un’altra ad A’neglakyatsitsa, e le atre due agli antenati. Le quattro piume di preghiera vengono piantate nel terreno in una buca alla profondità di un braccio: “Quando i preti della pioggia escono di notte per comunicare con il regno piumato [gli uccelli], mettono un pizzico di polvere di radice di datura nei loro occhi, orecchie e bocca, in modo che gli uccelli non abbiano paura e li ascolteranno quando pregano loro di cantare per fare arrivare le piogge. Un piccolo pezzo di radice viene masticata quando uno desidera comunicare con gli spiriti del morto per fare venire la pioggia” (Stevenson, 1904, p. 386). “Questo procedimento è per la pioggia, e la pioggia arriverà sicuramente il giorno seguente, a meno che l’uomo a cui viene data la datura abbia un cuore cattivo” (Stevenson, 1915, p. 89).
Gli Zuñi usano la datura anche per scopi medicinali. Fiori e radice polverizzati vengono applicati esternamente nel trattamento dei lividi e delle ferite. Viene assunta internamente come analgesico in operazioni chirurgiche quali l’asportazione di ascessi alla mammella (Stevenson, 1904, p. 385-6).
Altri gruppi Pueblo – Fra i gruppi Acoma e Laguna del New Mexico sono state riportate credenze contraddittorie sulla datura, che rispecchiano la conflittualità e la dicotomia velenoso/inebriante nei confronti delle loro fonti visionarie originatasi con l’irruzione missionaria occidentale. Come per altri gruppi etnici, l’accentuazione della pericolosità della pianta, sino a diventare la sua unica caratteristica, è dovuta a un processo di “mortalizzazione” in concomitanza con l’estinguersi del suo impiego come fonte inebriante. Le radici di D. quercifolia – denominata hakutsi – vengono ingerite per indurre effetti di preveggenza. Foglie e radici di un’altra specie di hakutsi (D. innoxia) sono usate per scopi medicinali in applicazione topica. Le foglie seccate vengono anche fumate come il tabacco e la pianta è considerata molto velenosa, al punto che si ritiene che un mezzo pollice di radice possa uccidere qualunque animale o uomo (Swank, 1932, p. 41).
Diné (Navajo)
Parlanti un idioma appartenente al gruppo linguistico athabaska, i Diné fanno parte di quelle nazioni Apache che poco prima del contatto con gli Europei migrarono dai territori dell’America settentrionale verso le regioni dell’Arizona, New Mexico e Colorado, entrando in conflitto inizialmente con i gruppi Pueblo e successivamente con gli Europei. Fu probabilmente attraverso il contatto con i Pueblo (Zuñi, Hopi, ecc.) che i Diné acquisirono la conoscenza delle dature, poiché nelle regioni settentrionali originarie della loro migrazione queste piante non sembra fossero presenti.
I Diné denominano D. innoxia con il termine c’oxojile’i, “producente pazzia” (Wyman & Harris, 1941), in riferimento alle sue proprietà inebrianti; D. wrightii con il termine ntíGíliitshoh, “Girasole grande”, e D. stramonium con il termine tc’coxwotjilyaaih, “che si avvolge attorno a una ferita” (Bye, 2001), altrimenti scritto chohojilyai (Franciscan Fathers, 1910, p. 199); quest’ultimo termine in riferimento all’impiego medicinale in applicazione topica nel trattamento delle ferite.
Il principale impiego delle dature è per scopi “detective”, i medesimi impiegati dagli Zuñi (si veda sopra), e cioè per individuare i responsabili dei furti o per ritrovare oggetti perduti. Al momento della raccolta della radice colui che la raccoglie si rivolge alla pianta spiegandole i motivi per cui la sta raccogliendo e chiedendole aiuto. Dopo un’offerta di turchese viene effettuato uno scavo laterale prelevando solo una parte della radice. La pianta intera non viene mai raccolta poiché si ritiene che affinché l’atto divinatorio sia efficace la pianta deve continuare a vivere. La radice viene per lo più masticata, a volte ne viene bevuto un infuso. Possono presentarsi tre tipi di effetto o una combinazione di questi tre tipi: una trance, un’esperienza visionaria o un’allucinazione uditiva:
“Nella trance l’individuo vaga in uno stato di stupore o di parziale narcosi, e nel girovagare incontra il ladro o il luogo degli oggetti rubati o perduti. Nello stato visionario l’uomo vede il luogo o l’identità della persona, e può dirigersi verso di questi durante l’effetto visionario o recarsi dopo che gli sono passati gli effetti. Coloro che hanno sensibilità uditive vengono diretti nel luogo da delle voci” (Hill, 1938, pp. 19-20).
Gli informatori della Kluckhohn, che eseguì indagini etnografiche alcuni anni dopo quelle di Hill, hanno aggiunto alcuni dettagli sull’impiego divinatorio della datura. Quando la si desidera raccogliere ci si reca di fronte a una pianta, le si offre del turchese ma da questa non viene prelevato alcunché. Ci si reca quindi davanti a un’altra pianta, e da questa si può prelevare la parte di radice che serve (Kluckhohn, 1962, pp. 175 e 182).
La datura rientra in un gruppo di piante che vengono usate nel contesto di azioni magiche o divinatorie che i Diné denominano cumulativamente “Via della Prostituzione”. In una di queste attività, denominata “Stregoneria Frenetica”, certe piante sono usate con scopi di magia amorosa, o per il successo nel commercio o nel gioco. Un’altra tipologia di azioni magiche è denominata “canto della Via della Prostituzione” e consiste in rituali finalizzati alla cura delle vittime della Stregoneria Frenetica. Una terza categoria di azioni magiche riguarda la “divinazione con la datura”. Nella magia amorosa la tecnica di base è quella di somministrare le piante attraverso il cibo, o mettendole in una sigaretta, o baciando, o semplicemente per contatto sulla persona o su suoi oggetti. Una di queste piante è la datura, un’altra è l’edera velenosa, una pianta irritante.
Qualunque individuo può assumere la datura per ritrovare oggetti perduti, ma la prima volta non può farlo da solo. Deve essere aiutato da un cantante della Via della Prostituzione, il quale masticherà la radice di datura e poi la metterà in bocca a colui che intende trovare ciò che ha perso. Il cantante quindi vigilerà su di lui, seguendolo nel suo frenetico percorrere in lungo e in largo il territorio, sino a che non avrà ritrovato ciò che sta cercando. Dopodiché all’uomo vengono fatte alcune operazioni rituali, fra le quali la “cerimonia del Fumo di Montagna della Via della Benedizione”, mediante le quali egli tornerà normale. Le volte successive l’uomo non avrà più bisogno di essere assistito. La prima volta che un uomo prende la datura è chiamata “ha riavuto la sua mente” (Kluckhohn, 1962, pp. 175-6). Sembra anche che sia indispensabile una pianta come antidoto all’avvelenamento da datura, chiamata “occhio di cervo”, identificata come Conioselinum scopulorum (A. Gray) J.M. Coult. & Rose, della famiglia delle Apiaceae (Hyman & Hirst, 1941, p. 30). Non è chiaro se questa pianta venisse assunta per sue proprietà meramente magiche o più francamente farmacologiche. La modalità di assunzione della prima volta della datura attraverso l’intervento di un’altra persona parrebbe essere stata una pratica generale fra i Diné, coinvolgente i medicine-men. Infatti un informatore ha riportato: “la prima volta che si usa, si deve pagare un medicine-man che mastica un piccolo pezzo, lo mette nella tua bocca, quindi egli può comunicare con la medicina e dirti cosa fare. Dopo di che puoi usarla da solo e comunicare con la pianta e può essere data a qualunque altro” (Kluckhohn, 1962, p. 188).
I Diné si tramandano un racconto che riguarda l’impiego della datura per ritrovare oggetti perduti:
“Una volta, nei giorni antichi, c’era un ragazzo, un bravo pastore. Era solito fare il pastore tutto il tempo. C’era un uomo in famiglia, il signor Uomo Cieco. Qualcuno nella famiglia perdette alcune belle perle di turchese. Cercarono molto e chiesero a tutti. Nessuno sapeva dove fossero andate a finire. Non sembrava esservi più speranza di ritrovarle. Infine il signor Uomo Cieco ottenne un po’ di datura e la diede da masticare al ragazzo. Questo ragazzo presto fu fuori di testa. Si mise a correre fuori dall’hogan [capanna] e corse, facendo un cerchio attorno al corral. Correva attorno dentro e fuori. Era come se volesse fare qualcosa con il corral. Alla fine corse dentro di nuovo, ruppe un bastoncino e con questo rimestò dentro a dello sterco di pecora, come se vi stesse cercando qualcosa. Alcune altre persone giunsero al corral e stavano tutti in piedi all’ingresso; il ragazzo fece segno alla gente di scendere lì dov’era lui. E quando scesero egli estrasse quelle perle di turchese da sotto lo sterco di pecora. Questo fu il modo in cui trovarono le perle. E questo uomo che iniziò il ragazzo [signor Uomo Cieco] fece qualcos’altro al ragazzo in modo da farlo tornare tutto a posto di nuovo” (Kluckhohn, 1962, p. 175).
Viene il sospetto che questo racconto rappresenti la versione folclorica di un più antico mito d’origine della pratica di impiego della datura per trovare oggetti perduti, in cui la figura del “signor Uomo Cieco” e la probabile ingestione delle perle di turchese da parte delle pecore, con conseguente rilascio nei loro escrementi, ricoprivano ruoli e significati andati perduti.
Accanto alla datura, altre due piante vengono impiegate nel contesto delle pratiche di magia amorosa: una “medicina del riso” e una “medicina della mente”. La “medicina del riso”, che ha fiori grigi, fa ridere in maniera incontrollabile senza possibilità di smettere. Viene usata per avere una ragazza o per ottenere pecore e denaro da una giovane donna ricca. Gli informatori hanno descritto un impiego di queste piante di tipo magico, senza un’esplicita assunzione che faccia ipotizzare un loro effetto farmacologico, sebbene tutte le tre piante abbiano proprietà psicoattive. Ad esempio, uno degli informatori della Kluckhohn ha riportato: “Da usare una delle tre piante, o da mescolare tutte insieme. Macina finemente le piante e metti la polvere in un astuccio. Per avere le ragazze, metti una piccolissima quantità di questo nel loro cibo, o mettilo in contatto con i loro corpi o con i luoghi che frequentano” (Kluckhohn, 1962, p. 182).
Circa l’identificazione botanica di queste piante, Wyman & Harris (1941) identificano la “medicina del riso” con Eriogonum microthecum (Nutt.) var. rigidum (sinonimo di M. microthecum Nutt.), della famiglia delle Polygonaceae, mentre i Franciscan Fathers (1910, p. 185) la identificano come un “cardo giallo”, Cnicus neomexicianum A. Gray, della famiglia delle Compositae, la considerano velenosa e riportano il suo nome navajo aze dlhohi.
Per quanto riguarda la “medicina della mente”, aze binii in navajo, non è stata identificata botanicamente. I Franciscan Fathers (1912, vol. 2, p. 44) riportarono che si tratta di un’erba molto velenosa che prima di avvelenare rende la gente matta, e che è simile al locoweed (Astragalus sp.?; si veda Il locoismo). Informatori della Kluckhohn (1963, pp. 182 e186) considerano questa pianta simile alla datura, e potrebbe trattarsi effettivamente di una differente specie di datura.
La Kluckhohn mostrò un giorno una pianta di D. innoxia a un Diné, il quale la identificò con un nome tradotto dall’interprete come “pianta maschio della fortuna”, e aggiunse che se ne assume un poco prima di intraprendere un viaggio, affinché sia un viaggio fortunato, o quando si è in procinto di acquistare pecore o cavalli, con lo scopo di fare un buon affare (Kluckhohn, 1962, p. 188). La datura è usata anche per scopi diagnostici, per vedere la causa di una malattia o di una stregoneria (Hill, 1938).
In rari casi un uomo può usarla magicamente per vendicarsi di una ragazza che ha rifiutato le sue avance: l’uomo cerca di procurarsi qualche cosa associata alla donna, saliva o sporcizia sotto i suoi mocassini, la porta davanti a una datura e la lega alla pianta cantando e pronunciando il nome della ragazza. In conseguenza di questo atto magico la ragazza diventa matta, si spoglia, gira nuda e viene derisa dagli abitanti del villaggio (Hill, 1938).
Infine, la datura e altre piante psicoattive sono state messe in relazione con alcuni temi mitologici diné, in particolare con la storia di Uomo di Casa Lanuginoso e con le sue peregrinazioni che lo hanno portato nel territorio dove vivono attualmente i Diné. Questa figura mitologica, apparentemente della tipologia dell’eroe culturale, sarebbe in associazione con gli uccelli provenienti dal sud, con le piante psicoattive, con gli animali impollinatori e con i riti di iniziazione della pubertà nel corso dei quali avviene l’apprendimento delle fonti inebrianti per il successo nella seduzione, nel matrimonio, nella caccia e nella salute. Una tale sfera di associazioni originerebbe da regioni meridionali mesoamericani (Kelley, 2020).4
Pima
I Pima sono un conglomerato di gruppi etnici parlanti idiomi uto-aztechi distribuiti fra lo stato dell’Arizona (USA) e gli stati messicani del Sonora e del Chihuahua. Vengono distinti nei due ceppi linguistici o’odham (“pima alto”) e névome (“pima bajo”). Entrambi i gruppi conoscono e conoscevano la datura, a cui danno nomi differenti. I gruppi o’odham la denominano principalmente kodop, kododophi, kotobī, kotdobī, kotdopī (Rea, 2016, p. 222), dove queste varianti riflettono le differenti maniere di trascrizioni fonetiche da parte degli etnografi. I gruppi névome denominano la pianta hákandam o hakatdam.
Abbiamo poche informazioni sull’uso dell’hákandam. Con questo termine i gruppi névome del Sonora orientale parrebbero denominare la specie Datura lanosa (considerata un sinonimo di D. wrightii), e gli informatori oggigiorno semplicemente affermano che “fa qualcosa alle nostre teste” (Bye et al., 1991).
Un più corposo insieme di dati riguarda l’impiego della datura fra i gruppi di lingua o’odham, da cui si evince un più esteso e articolato impiego di questa pianta nel passato come agente visionario (Rea, 2016, p. 221). Il documento più antico si trova negli scritti del missionario gesuita tedesco Ignaz Pfefferkorn, che negli anni 1756-1767 visse fra i gruppi o’odham della regione di Atil (Sonora). Egli stese una “Descrizione della Provincia del Sonora”, pubblicata in tedesco in due volumi negli anni 1794-95, di cui riporto di seguito il passo dedicato all’uso della datura, che il gesuita indicò con il termine generale messicano toloache, senza mostrare di conoscere il nome vernacolare o’odham di kodop:
“Quando le foglie del toloache sono applicate a una infiammazione si apre in poche ore. Molti indios tengono questa pianta in grande considerazione, non solo per la sua efficacia nelle cure, ma per il disgraziato mal uso di cui ne fanno. Il succo di questa pianta ha la proprietà di stordire e fare perdere la ragione, come accade con l’ubriachezza. Gli indios hanno la tonta idea che per mezzo di questo succo vengono trasportati in uno stato di estasi, durante il quale gli accadono cose gradevoli e meravigliose. Credono anche fermamente che da questa ricevono il potere per curare le malattie e la forza per vincere i loro nemici. Così che senza alcun senso bevono questo maledetto succo con una gran ansia e molto presto li ubriaca, cadendo a terra come corpi senza vita e solamente dopo varie ore recuperano la conoscenza. E’ anche accaduto più di una volta che l’eccessiva indulgenza l’abbiano pagata con la loro vita o con la perdita della salute. Sebbene non totalmente, questa pratica empia è stata sradicata fra gli indios convertiti, grazie ai costanti consigli dei missionari” (Pfefferkorn, 1794-95, vol. I, Cap. IV).
Agli inizi del ‘900 l’antropologo Frank Russel registrò un “canto della datura” presso un gruppo o’odham di Sacaton, nella Riserva del fiume Gila dell’Arizona meridionale. Questi denominano la pianta (identificata come D. meteloides o wrightii) kâtundami:
“Al tempo dell’Alba Bianca;
Al tempo dell’Alba Bianca,
Mi sono alzato e sono andato via,
Al Crepuscolo Blu sono andato via.
Ho mangiato le foglie di datura
e le foglie mi hanno fatto vertiginoso,
Ho bevuto i fiori di datura
e la bevanda mi ha fatto barcollante.
Il cacciatore, Arco-rimanente,
Egli mi ha superato e mi ha ucciso,
Tagliato e gettato via le mie corna.
Il cacciatore, Canna-rimanente,
Egli mi ha superato e mi ha ucciso,
Ha tagliato e gettato via i miei piedi.
Ora le mosche diventano matte
e cadono con ali sbattenti.
Le farfalle ubriache siedono
con ali aprenti e chiudenti” (Russel, 1904-05, pp. 299-300).
Questo canto veniva intonato per avere successo nella caccia al cervo, più specificatamente al cervo mulo (Odocoileus hemionus). Nel canto sopra riportato è l’eroe Cervo-Mulo a parlare in prima persona e a raccontare ciò che gli è capitato quando è stato cacciato da due cacciatori umani (Rea, 2016, p. 221).
Sempre Russel registrò la curiosa credenza che se viene assunta una radice di datura non ramificata, cioè fatta di un unico fittone, l’individuo diventerà temporaneamente insano, ma se la radice è ramificata, allora è “innocua” (Russel, 1904-05, p. 300).
Leonora Curtin studiò l’uso delle piante da parte degli O’odham dell’Arizona, e registrò qualche notizia sulle loro conoscenze della datura. I suoi informatori le comunicarono che consideravano più forte la specie con i fiori più piccoli (D. discolor), e che “quando un pollice di radice viene masticato le formiche appaiono come cavalli e le farfalle come aeroplani”. Con la datura trattavano anche la “cattiva malattia”, probabilmente il vaiolo, che raggiunse i nativi con l’arrivo degli Spagnoli. Un informatore disse che quando un uomo, malato della “cattiva malattia”, non aveva oramai più speranze, gli rimanevano due scelte: suicidarsi oppure masticare la radice di datura. In questo secondo caso diventava matto per un giorno e mezzo, ma quando si riprendeva si ritrovava guarito (Curtin, 1984, pp. 86-7).
Altre etnie
Apache – Con il termine Apache ci si riferisce a un insieme di gruppi etnici parlanti idiomi della famiglia linguistica athabaskan e abitanti originalmente in una vasta area che va dai White Mountains alle Grandi Pianure.
Spier (1923, p. 316) riportò che gli Apache masticavano le foglie di datura, senza specificare quali gruppi di Apache. Aleš Hrdlička, riferendosi specificatamente ai White Mountains Apache dell’Arizona, riferì che occasionalmente aggiungono la radice di D. meteloides (D. innoxia) alle loro bevande alcoliche, in particolare al tulipi o tesvino, un liquore di mais, con lo scopo di fortificarne gli effetti inebrianti. Al tulipi questi Apache erano soliti aggiungere altri ingredienti vegetali, sempre con lo scopo di rafforzarne gli effetti inebrianti, che fanno parte di quell’insieme di fonti inebrianti impiegate dai nativi nordamericani di cui conosciamo poco, il nome con cui sono denominati e a volte la corrispettiva identificazione botanica. I White Mountain Apache aggiungevano al tulipi anche: la radice di i-zē lu-ku-hi, “medicina matta” (Lotus wrightii), la radice di chil-ga-le, “fa rumore” (Cassia couesii), la radice di me-ti-da-il-tco (Perezia wrightii), la pianta i-zel-chih (non identificata), e le radici di ga-chuh pi-tla-hi-ya-ke (“sotto di questa il coniglio jack fa il suo letto”) e di thli-he-da-i-ga-si (“il cavallo lo mangia”), anche queste non identificate (Hrdlička (1908, pp. 27-8).
Gruppi di Apache dell’area di Clarkdale, sempre in Arizona, denominano la datura (D. innoxia) /jaa il godó (dove jaa significa orecchio) e /itze godzil tsa/, che significa “dimentica te stesso”. Una informatrice riportò che un tempo la radice era usata come rimedio esterno sui rigonfiamenti, sulle piaghe da corsa e nelle infezioni alle orecchie (Gallagher, 1977, p. 64, 81).
Paiute – Parlanti il ceppo linguistico uto-azteca, i Paiute vengono distinti in due gruppi: i Paiute del nord abitavano territori dell’attuale Californi, Nevada e Oregon, mentre i Paiute del sud abitavano l’Arizona, Nevada, Utah e un’area meridionale della California.
Il più antico riferimento all’impiego della datura fra i Paiute parrebbe essere quello dato da Edward Palmer, il quale riportò il nome di main-oph-weep per la D. wrightii. Senza indicare a quale gruppo di Paiute si stesse riferendo, e con un discorso un po’ confuso, egli riportò che “essi pestano i semi, li agitano in acqua ed espongono la miscela ai raggi del sole per indurre fermentazione. Il liquido viene quindi bevuto e ha lo stesso effetto narcotico come la preparazione fatta dalla pianta, o radice con l’effetto alcolico aggiunto” (Palmer, 1878, p. 650).
Più recentemente è stato riportato che i Paiute del sud denominano D. meteloides (innoxia) con il termine momomp (Stoffles, 1999), che ricorda il nome momoy dato alla datura dai Chumash (si veda Il momoy dei Chumash). Sempre fra i Paiute del sud un luogo denominato Lightining Site è ritenuto contenere alte concentrazioni di puha – il potere e l’energia della Creazione – per via della presenza di piante quali la datura e il tabacco (Van Vlack et al., 2013, p. 114).
Hualapai – Parlanti un idioma del ceppo linguistico cochimi-yumane, gli Hualapai erano e sono stanziati sulle montagne del nordovest dell’Arizona. Un breve accenno al loro impiego della datura è datato alla fine del XIX secolo: i medicine-men producono una bevanda a base di foglie, rami e radici di stramonio, che assumono per “pronunciare profezie” (Bourke, 1892, p. 165).
Havasupai – Anche questi, come gli Hualapai, parlanti un idioma del ceppo linguistico cochimi-yumane, erano e sono stanziati in un’area del Gran Canyon dell’Arizona. Agli inizi del XX secolo è stato riportato che il nome che davano alla datura (forse lo stramonio) era smalgȧtú, con l’aggiunta che le foglie, che possono essere staccate da qualunque parte della pianta, “li rendono matti, strisciano, urlano e ridono disordinatamente. Credono di trovarsi in mezzo a folle che suonano e danzano” (Spier, 1928, p. 269).
Note
1 – Blas Pablo Reko non va confuso con Victor Reko, cugino di Pablo e autore del libro Magische Gifte, pubblicato per la prima volta nel 1936. Questo testo ha un taglio giornalistico, è pieno di dati inattendibili ed è frutto di un grave plagio che Victor fece nei confronti di Pablo (si veda Ott, 1996).
2 – Nella letteratura etnografica il nome popolare di Mirabilis multiflora viene indicato semplicemente come four o’clock (ad esempio da Malokti & Gary, 2001), ma questo termine sta a indicare la più conosciuta congenere M. jalapa L., nota in italiano come bella-di-notte.
3 – I Tewa – gruppo Pueblo del New Mexico – bevono un infuso acquoso della radice pestata nei casi di sudorazione, probabilmente quelli d’origine idropica (Robbins et al., 1916, p. 60). I gruppi Pueblo Acoma e Laguna del New Mexico raccolgono le foglie e le usano come tabacco. Chiamano la pianta shruwi wawa, “medicina serpente” e tsuna hami, “tabacco rosso” (Swank, 1932, p. 54). La grossa radice di questa pianta è impiegata come fonte di cibo fra diversi gruppi Pueblo, fra cui Keres, Tewa, Navajo e Zuñi (Bohrer, 1975). Una grande quantità di radici di M. multiflora è stata identificata fra i resti vegetali del sito archeologico del Riparo Fresnal, situato nei Monti Sacramento del New Mexico e occupato dal 1700 a.C. al 100 d.C. Le radici sono state ritrovate nei diversi strati corrispondenti ai differenti periodi cronologici d’occupazione del riparo, e ciò ha fatto ipotizzare un impiego della radice come fonte di cibo (Bohrer, 1975). Un recente studio chimio-farmacologico ha cercato di accertare la veridicità delle acclamate proprietà psicoattive di M. multiflora, senza tuttavia giungere a dati certi. Dalla radice sono stati isolati dei composti rotenoidi, di cui alcuni hanno evidenziato moderate affinità di legame per i recettori delta-oppioidi (Sharma et al., 2021; per ulteriori dati su questa pianta si veda Il ténatsali degli Zuñi).
4 – Il costrutto di questa ipotesi è tuttavia esposto in maniera confusa, forse un poco forzata, ed è comunque carente dal punto di vista referenziale.
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