L’ascesa al cielo mediante l’ayahuasca

The ascent to heaven through ayahuasca

 

Questo racconto mitologico amazzonico è diffuso soprattutto fra le etnie di ceppo linguistico pano. È costituito da più eventi che si succedono cronologicamente, e solo alcune versioni li contengono tutti, potendosi quindi considerare complete. Alcune versioni sono intese come la continuazione di un altro mito pano, noto come “La storia di Yube” o “L’uomo che si sposò con un’anaconda” (si veda La storia di Yube). Entrambi i racconti rientrano nel gruppo dei miti d’origine dell’ayahuasca o dell’origine del suo impiego presso gli umani. Nelle versioni più complete si evidenzia il ruolo primario dell’anaconda come essere mitico che dona o è promotore della conoscenza fra gli uomini (Pérez Gil, 2006, p. 121).

Le versioni più complete del racconto iniziano con un uomo, generalmente un capo di un villaggio, che mentre sta cacciando nella foresta viene attaccato (“stregato”) da degli animali, solitamente un grande serpente o delle tartarughe. Tornato al villaggio, poco tempo dopo muore. In alcune versioni si evince che si tratta della prima morte di un uomo, quindi dell’origine della morte nel mondo degli uomini, che prima evidentemente non morivano. L’uomo viene interrato e dalla sua tomba nascono diverse piante utili, fra cui è sempre presente in tutte le versioni la liana dell’ayahuasca. Ad esempio, in una versione riportata da Pérez Gil con il titolo di “Puyahunihu”, e raccontata dall’informatore yaminawa Vicente, dalla tomba del re morto crebbero tre varietà della liana dell’ayahuasca (denominata uni fra gli Yaminawa): patxu uni, yuve uni, e pana uni; “da ciascuna parte del corpo salì un tipo di liana, dal cuore nacque xupa, dal fegato nacque yutxi che è il peperoncino, e dal fegato nacque anche il tabacco”. In un’altra versione nacquero altri due tipi di ayahuasca, iri uni e nishi uni (Pérez Gil, 1999, pp. 166-170).

Segue una seconda fase del racconto, e molte versioni iniziano direttamente con questa. Gli uomini del villaggio iniziano a usare l’ayahuasca che è sorta dalla tomba del capo, in alcuni casi la spargono anche lungo i bordi del pezzo di terra dove sorge il villaggio. Per effetto della bevanda diventano leggeri e levitano verso il cielo con tutto il villaggio e il terreno che lo supporta. L’ascesa al cielo comporta l’acquisizione di immortalità da parte della gente del villaggio, e si intende che avviene come fuga dal mondo terrestre dove è sopraggiunta la morte, come testimoniato dalla morte del loro capo. In alcune versioni la gente che è ascesa, quando raggiunge il cielo, incontra nuovamente il loro capo che era morto sulla terra.

Il tema dell’ascesa al cielo è quasi sempre accompagnato da un evento parallelo: prima di procedere alla levitazione, la gente del villaggio manda un messaggero ad avvisare quelli del villaggio vicino, affinché si uniscano a loro nell’ascesa. Ma il messaggero perde tempo prezioso con delle donne o in altri eventi mondani, e ciò fa tardare l’arrivo della gente del secondo villaggio, che sopraggiunge quando oramai il primo villaggio si è già librato in aria, senza possibilità di salirvi sopra. La gente del secondo villaggio è dunque destinata a rimanere a terra, che equivale al non poter evitare l’ineluttabilità della morte.

È un racconto complesso, dove sono presenti diversi elementi, fra cui la possibilità di ascendere in cielo mediante assidua assunzione di ayahuasca, la perdita dell’occasione di divenire immortali da parte dell’umanità, la separazione fra essere immortali e mortali, incluso il tema, presente in altri miti, della fune che collegava originariamente la terra e il cielo e che viene recisa fissando definitivamente le “regole del gioco” fra mondo degli spiriti e mondo dei mortali.

Come prima versione riporto un racconto mitologico huni-kuim (si veda Il nixi pae fra gli Huni Kuin) raccolto nel 1995 dall’antropologa brasiliana Els Lagrou. L’informatore è un huni-kuin di nome Milton Maia, del villaggio di Nova Aliança del fiume Purus, Brasile. La pianta xanka huni è la “liana dell’illuminazione”, cioè la liana dell’ayahuasca (Banisteriopsis caapi):

Questo è il modo in cui fecero i nostri antenati. Volevano salire nel cielo con l’intero villaggio, portando casa e giardini con loro. Così decisero di bere xanka huni, la liana dell’illuminazione. Andarono a prendere la liana e la batterono in pezzi per bollirla. Dopo che la liana fu cotta, la tolsero dal fuoco e la lasciarono raffreddare. Quindi, quando lo xanka huni fu freddo, essi bevettero il liquido. Sparsero il liquido anche lungo i bordi dei loro giardini per assicurarsi che l’intero pezzo di terra sarebbe levitato con loro nell’ascesa. Lo finirono tutto, a seppero che la liana dell’ebbrezza aveva iniziato a manifestarsi quando i loro corpi iniziarono a tremare. Con i primi segni dell’arrivo degli effetti della bevanda, inviarono qualcuno a informare l’altro villaggio: “Vai e dì a loro! Corri! Prendi il sentiero principale e torna velocemente!” gli disse la gente. “Vai e fagli sapere che abbiamo preso la liana dell’illuminazione. Dì a loro che stiamo già vedendo quelle cose che si vedono quando inizia ad arrivare. Digli che l’effetto della bevanda è già iniziato. Veloce! Corri! Vai veloce!” gli dissero.
Il messaggero andò, ma non volle avvisare nessuno. Si nascose invece ai bordi del villaggio per cercare di fare l’amore con le donne. Nascosto, egli chiamò: “Venite qui, belle donne, venite!”.
“Dov’è?”, si chiese la sua gente, “Quando arriveranno? La terra sta già tremando. Cosa accadrà se non arriveranno? Forse non arrivano, e allora saliamo. Stiamo già salendo”.
E così si misero a urlare hi hi hi hi e strombettando (con una trombetta fatta d’argilla) pud pudi pudi. Trombettarono sulla coda dell’armadillo txc txc txc e percossero sulla “canoa” di legno usata per macinare tinki tinki. Ciò facendo, facendo molto rumore, essi [la gente dell’altro villaggio] iniziarono a notare qualcosa di strano. Smisero di ascoltare e si chiesero: “Cosa sta accadendo ai nostri parenti? Andiamo a vedere cosa stanno facendo. Andiamo a vedere perché stanno facendo tutto questo rumore purin purin”. Si misero a correre, muovendosi rapidamente lungo il sentiero: “Stiamo andando a vedere l’altro villaggio perché sta facendo così tanto rumore”.
Dall’altra parte del medesimo sentiero videro arrivare Duxau, l’uomo che era stato inviato per informarli [è anche il nome dell’uccello in cui l’uomo si sarebbe trasformato più tardi, mentre cercava di raggiungere la sua gente]. Ma quest’uomo non aveva avvisato nessuno. Ciò che voleva era fare l’amore con le donne. Quando udì i suoni delle urla sai sai e delle trombette purin purin, abbandonò il suo luogo nascosto e corse in direzione della gente del villaggio, che stava arrivando dalla direzione opposta. “Perché voi parenti state facendo tutto questo rumore purin purin?”, chiesero, “cosa sta accadendo?”.
“Non sta accadendo nulla”, rispose. “Essi hanno preso la liana dell’illuminazione e stanno già vedendo quelle cose che si vedono quando inizia ad arrivare”. ‘Dillo ai nostri parenti, così possono venire con noi’, dissero. E così sono arrivato. Stanno già facendo molto rumore. Stanno andando”.
“Perché sei arrivato così tardi? Perché non sei venuto subito?”, essi chiesero. “Stavo appunto arrivando”, rispose. “Andiamo! Hanno preso la liana dell’illuminazione. Stanno già ascendendo. Andiamo con loro!”.
E così andarono, correndo per il sentiero verso l’altro villaggio. Quando li videro, erano già levitati fino a così [il narratore mostra il livello con il suo braccio sopra alla testa]. Quando giunsero, tuttavia, erano già saliti molto più su. Vedendoli essi urlarono, “Prendetemi con voi!”. “Ho inviato un uomo per informarvi. Perché non siete venuti subito?”, replicarono dalla piattaforma levitata. “Prendetemi con voi! Prendetemi con voi! Non lasciatemi indietro!, urlò il messaggero. “Dai, su!”, essi dissero. Ma la piattaforma era troppo alta. Non poté più toccare il bordo con le sue mani.
E così essi andarono sempre più su, urlando sai sai, strombettando purin purin e soffiando sulla coda dell’armadillo txc txc. Salendo in questo modo essi lasciarono la terra (Lagrou, 2016, pp. 61-63).

Secondo gli Uni Kuim, nei tempi mitici la gente conosceva un tipo particolare di liana di ayahuasca chiamata xanka huni, “liana dell’illuminazione”. Questa liana permetteva loro di ascendere al cielo, seguendo l’esempio e il cammino tracciato per loro dalla gente del cielo quando decisero di andare a vivere lontani dalla terra (Lagrou, 2016, p. 61). Il grido del messaggero, duxau!, lo trasformò nell’uccello che porta il medesimo nome del suono che fece nel momento in cui cercò di raggiungere i suoi parenti (Lagrou, 2018, p. 32).

La seguente versione sharanahua è intitolata “La tartaruga Roa l’ha stregato” ed è stata raccontata da Mario e Josefa di Gasta Bala nel 2001-2004. In questa è presente il motivo del capo villaggio che muore e che precede il tema dell’ascesa in cielo:

Si dice che un giorno il capo Chashoroafo se ne andò sulla riva di un lago per costruirvi un riparo. Sentì allora un odore e si rese conto che tutte le tartarughe dusa e le tartarughe mana shahuu stavano per stregarlo. Quando le vide, esse si immersero nuovamente nel lago. Egli tornò a casa e non tardò molto nel sentirsi ammalato. Già non poteva più camminare; allora tutto il villaggio si mise a piangere. Infine egli comprese che stava per morire. Disse quindi agli abitanti del suo villaggio: “Presto morirò, preparate dell’ayahuasca e versatene su tutti i sentieri che circondano il villaggio”. Essi fecero ciò che aveva chiesto il loro capo e Chashoroafo morì.
“Ora noi tutti partiamo per andare a vivere da un’altra parte. Chi andrà a informare i vicini della morte del nostro capo?”, chiese un uomo. “Vado io”, rispose un giovane uomo, Faridifu. E se ne andò.
Quando giunse a una prima casa, i suoi abitanti lo invitarono a mangiare una coscia di pecari e il giovane uomo dimenticò il motivo della sua visita. Poco dopo essi udirono dei canti e del rumore provenire dal villaggio di Chashoroafo. “Cosa succede?”, domandarono al giovane uomo. Subito gli tornò la memoria: “Ho dimenticato di dirvelo! Chashoroafo è morto e sono stato inviato per chiedervi di venire a vivere con noi”. “Perché non ce l’hai detto prima?”. Si misero precipitosamente a sistemare le loro amache e a prepararsi per la partenza.
Ma nel frattempo gli altri avevano preso il volo, al livello delle tettoie, accompagnati dalla loro casa e dalle loro cose. I loro vicini e il giovane uomo non poterono fare altro che guardarli: restarono in basso, come noi.
I Roa, loro, si alzarono molto alti nel cielo, come una cometa. A metà cammino incontrarono nell’oscurità dei grandi pipistrelli, della taglia degli hocco (polli d’acqua). Protessero il loro collo con l’aiuto di caucciù e continuarono l’ascensione. Giunsero in un bel luogo dove c’era un lago pieno di pesci; tutt’attorno volavano degli uccelli: un nahua dabi suica il cui ano emetteva del fumo, un taco (o un ibificho) le cui narici erano coperte di sangue, e altri uccelli ancora. Ma decisero di continuare a salire; incontrarono allora un luogo dove gli alberi erano molto bassi; numerose scimmie urlatrici erano sedute sotto. Videro anche numerosi essarts e dei pezzi di pecari già bolliti; decisero d’installarsi lì.
Questa gente, quando noi moriamo, ci vedono arrivare. E si dicono: “Poveri, sono morti di malattia; se non fossimo venuti ad abitare qui, avremmo sofferto come loro” (Deléage, 2009, pp. 108-9).

Anche il seguente mito asháninka (si veda Il kamarámpi fra gli Asháninka) rientra in questa tipologia tematica, dove in luogo del pezzo di terra su cui risiede il villaggio v’è una zattera mediante la quale la gente ascende al cielo. È noto come “mito di Mašikinti (Pleiadi)” ed è stato raccontato da un informatore di nome Komítia:

Mašikinti una volta viveva con la sua grande famiglia qui sulla terra, ma desiderava scambiare la mortalità con l’immortalità migrando in cielo. Egli fu il primo campa [asháninka] a usare l’ayahuasca. Fu colui che introdusse l’ayahuasca ai Campa, e bevendo questa droga per un lungo periodo di tempo con la giusta continenza, egli e la sua famiglia furono pronti e degni di intraprendere il viaggio. Salendo su una zattera fatta di legno di balsa, essi cantarono e danzarono con pio fervore, e la zattera volò in cielo.
Il cognato di Mašikinti, Porínkari, fu lasciato indietro con la sua grande famiglia. Porínkari, sposato con la sorella di Mašikinti, non era stato disposto a rispettare i rigori della continenza che il bere ayahuasca richiede, e non credeva che fosse possibile in questo modo salire in cielo. Dopo la partenza di Mašikinti, Porínkari ebbe un ripensamento e cercò di duplicare l’impresa di Mašikinti, ma senza successo. La sua zattera si rifiutò di volare.
Mašikinti, triste per coloro che aveva lasciato indietro, gettò giù una corda, sulla quale Porínkari e la sua famiglia scalarono. La fune celeste servì per separare la gente degna da quella non degna: coloro che erano degni di vivere in cielo lo raggiunsero, ma coloro che furono lenti stavano ancora scalando la fune quando questa fu tagliata, e caddero nuovamente sulla terra [trasformandosi in diverse specie di animali]. Fra questi vi fu il porcospino (tontóri) e il bradipo (soróni) [..]
Le Pleiadi sono chiamate Mašíkinti (o Patíkiri). Anche Mašíkinti viveva prima sulla terra, fu il primo a usare l’ayahuasca e per qualche motivo è considerato pigro. Egli e la sua famiglia, fortificati dall’ayahuasca, salirono in cielo su una zattera volante e diventarono il gruppo di stelle Pleiadi (Weiss, 1975, pp. 397, 269, 270, ).

Secondo una versione di questo mito, Porínkari (o Poríri) era il cognato di Mašíkinti il quale, insieme alla sua famiglia, raggiunse in cielo e diventò la cintura e il fodero di Orione. Appare un certo grado di rimescolamento fra le varie versioni. In una di queste, raccontata dallo sciamano Porekavánti, Mašíkinti era nato vicino alle sorgenti del Cikíreni, tributario del fiume Ene. Egli introdusse l’ayahuasca ai suoi fratelli in modo che potessero salire in cielo. Essi bevettero per molti anni. Il marito di sua sorella era troppo occupato con lei per prendere l’ayahuasca. Mašíkinti costruì una zattera e in un giorno prefissato egli e i suoi discepoli vi salirono sopra, volando in cielo. Il fratello di sua sorella li chiamò dicendo di tornare per lui, ma invano, poiché se fossero tornati indietro sarebbero stati trasformati in pietre. La zattera tornò vuota. Colui che era stato lasciato indietro si mise a bere ayahuasca ma non fu in grado di salire in cielo. Fu trasformato nell’uccello porotiáa, che fa un urlo come il suo nome e costruisce il suo nido con molti rami (Weiss, 1975, pp. 270, 460).

Alcune comunità secoya si tramandano un racconto che riguarda il tentativo, il più delle volte fallimentare, di un gruppo di umani di salire in cielo mediante l’assunzione di yajé. In una di queste l’eroe culturale Ñañe, prima di ascendere in cielo e trasformarsi nella Luna, vuole rendere immortali anche gli uomini. Affinché ciò possa avvenire, gli uomini devono vegliare per una notte intera, e al richiamo di Ñañe dovranno rispondergli. Ma gli uomini si addormentano e nessuno risponde alla chiamata di Ñañe. A causa di questa pigrizia gli uomini restano sulla terra e restano mortali (Cipolletti, 1991-92).

L’antropologa Susana Cipolletti ha raccolto diverse altre versioni di questo racconto. In una di queste due ragazzini di dodici anni, fratello maggiore e sorella minore erano rimasti orfani. Prima di morire il padre aveva comunque fatto in tempo a insegnare al figlio l’uso dello yajé. Una notte il fratello bevve l’ayahuasca sotto la guida di un kuraka (sciamano), con lo scopo di salire in cielo, perché i due ragazzini erano troppo tristi qui sulla terra per il fatto di essere rimasti soli. Il fratello maggiore prense per mano la sorellina, gli soffiò su tutto il corpo, e insieme salirono effettivamente in cielo (Cipolletti, 1987, p. 185). Questa è una delle versioni che si concludono con l’effettiva salita in cielo.

In un’altra versione, una bambina era rimasta orfana poiché uno sciamano-stregone aveva ucciso suo padre e suo fratello; il fratello aveva già appreso a bere lo yajé. Nel corso di una seduta di yajé guidata da uno sciamano buono, il fratello ucciso scende sulla terra ed entra nella capanna dove stavano bevendo yajé e dove era presente anche sua sorella. Il fratello morto chiede al kuraka una tazza di yajé e la beve. Dopodiché prende la sorella, le soffia su tutto il corpo e ascende con lei in cielo (ibid., pp. 185-6). In una terza versione un uomo morto, che era divenuto uno spirito celeste, torna sulla terra per prendere i due piccoli figli, e questo avviene nel contesto di una seduta di yajé. L’uomo soffia sul corpo dei due bambini e sale con loro in cielo.

Fra i Secoya e altre etnie amazzoniche v’è la credenza che chi assume assiduamente e a elevate concentrazioni lo yajé acquisisce uno stato di leggerezza che gli fa perdere peso corporeo e che gli permette quindi di levitare nell’aria. Soffiare sul corpo della bambina o di coloro che non hanno bevuto lo yajé rende possibile comunque la loro levitazione.

Altre versioni raccontano fallimentari tentativi di salire al cielo dopo aver bevuto lo yajé, e la colpa viene attribuita alla mancanza di rispetto delle regole sociali che guidano la bevuta collettiva dello yajé, in particolare quella che vieta alle donne di uscire di casa, anche solo per andare a fare i loro bisogni, mentre è in corso una seduta notturna con yajé. Gli informatori secoya – uomini e donne – che hanno riportato questi racconti all’antropologa Cipolletti, ritengono che il tentativo di salire in cielo riguardi un evento accaduto realmente, ai “tempi dei loro nonni”. L’antropologa non sembra mettere in dubbio la storicità di questo evento, che secondo i suoi calcoli sarebbe avvenuto nel 1960 in un luogo preciso, nella regione peruviana di Yubineto. In quegli anni i Secoya stavano vivendo una seria crisi sociale e psicologica, a causa della prepotente e rovinosa penetrazione di coloni nei loro territori, per cui sarebbe plausibile il reale tentativo di abbandonare la problematica situazione cercando di salire in cielo mediante l’uso dello yajé, soprattutto se questo evento è ritenuto possibile e rientra nelle sistema di credenze tradizionali (Cipolletti, 1987).

Anche nella mitologia dei Sikuani (Guahibo) si incontra il tema dell’ascesa al cielo. In un mito sono presenti cinque fratelli, i Tsamanimonae, tre maschi e due femmine, che erano demiurgi e sciamani ancestrali che abitavano la terra. Quando decisero di salire in cielo e popolarlo di costellazioni, danzarono sotto effetto di juipa (Banisteriopsis) e dopa (yopo; si veda Polveri da fiuto fra i Piaroa) per dodici anni consecutivi senza consumare altro alimento. Sulla terra era giunta la Morte, e loro volevano restare immortali salendo in cielo. Durante i dodici anni di danza permanente, enunciarono i waji, canti-incantesimi del sapere sciamanico. Alla fine della danza ottennero il poter di lievitare col corpo. Ascesero al cielo attraverso una linea tracciata da frecce conficcate una nell’altra. Nessuno dei fratelli maschi fu in grado di fissare nel cielo la prima freccia, ma ci riuscì la sorella minore. Appena ci riuscì, le vennero le mestruazioni. Gli altri fratelli conficcarono quindi una dietro l’altra le altre frecce fino a costituire una linea di frecce che univa la terra con il cielo. Masticarono nuovamente juipa e inalarono dopa e soffiarono sui loro corpi per diventare termiti (upitsili). Con il corpo di termite ascesero al cielo lungo la scala di frecce. Altri esseri (piasaüwi, esseri indifferenziati umani-animali delle origini) vollero salire in cielo attraverso la scala di frecce, ma non gli fu permesso; dopo l’ascesa dei fratelli Tsamanimonae la scala si ruppe. I piasaüwi che erano saliti sulla scala caddero e furono trasformati in varie specie di animali. I piasaüwi che non avevano cercato di salire sulla scala di frecce furono trasformati in diversi tipi di uomini, altre etnie non sikuani, quali Piaroa, Cuiva, Piapoco, ecc. (Torres, 1994, pp. 38-40).

Infine, fra gli Shipibo c’è un mito che ha per tema l’ascesa al cielo di un gruppo di persone insieme alla loro casa; ma a elevare la maloca non c’è l’ayahuasca bensì le foglie di un generico “albero magico” (Urteaga Cabrera, 1991, in Pérez Gil, 2006, p. 123).

 

Si vedano anche:

 

 

 

CIPOLLETTI M. SUSANA, 1987, El ascenso al cielo en la tradició oral secoya (Noroeste amazónico), Indiana, vol. 11, pp. 181-199.

CIPOLLETTI M. SUSANA, 1991-92, La creación del cosmos y sus protagonistas: los Secoyas (Tucano) de la Amazonía ecuatoriana, Schweizerische Amerikanischer-Gesellschaft, vol. 55-56, pp. 11-21.

DELÉAGE PIERRE, 2009, Le chant de l’anaconda. L’apprentissage du chamanisme chez les Sharanahua (Amazonie occidentale), Société d’Ethnologie, Nanterre.

LAGROU ELS, 2016, Two ayahuasca myths from the Cashinahua of Northwestern Brazil, in: L.E. Luna & S.F. White (Eds.), Ayahuasca reader. Encounters with the Amazon’s sacred vine, Synergetic Press, London, pp. 60-67.

LAGROU ELS, 2018, Anaconda-becoming: Huni Kuin image-songs, an Amerindian relational aesthetics, Horizontes Antropológicas, vol. 51, pp. 17-49.

PÉREZ GIL LAURA, 1999, Pelos caminhos de Yuve: conhecimento, cura e poder no xamanismo yamanawa, Dissertação de Mestrado, Antropologia Social, Universidad Federeal de Santa Catarina, Florianópolis.

PÉREZ GIL LAURA, 2006, Metamorfoses yaminawa. Xamanismo e socialidade na Amazônia peruana, Tese de Doutorado, Antropologia Social, Universidad Federal de Santa Catarina, Florianópolis.

TORRES C. WILLIAM, 1994, Waji, “rezo” chamanístico sikuani, Boletín Museo del Oro, vol. 37, pp. 35-51.

WEISS GERALD, 1975, Campa cosmology. The world of a forest tribe in South America, Anthropological Papers of the American Museum of Natural History, vol. 52(5), pp. 217-588.

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