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Quest' opera di Giorgio Samorini è concessa in licenza sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.







Racconto indiano sull’oppio
Indian tale on the opium’s origin
Questo racconto è stato raccolto fra i Gond, una popolazione dravidica dell’India centrale. L’origine del papavero da oppio è posta in relazione con il problema delle urla di una bambina, che viene risolto propinandole l’oppio, mediante il quale viene assopita. In realtà alla bambina viene dato il fegato del cobra, dal cui sangue caduto a terra nasce la pianta del papavero, e v’è una evidente identificazione del fegato con l’oppio, inclusa un’associazione semantica fra oppio e veleno, dato che il cobra è un serpente velenoso.
La somministrazione dell’oppio ai bambini affinché smettano di piangere e si addormentino è un comportamento noto nel Mediterraneo. Nel XX secolo era ancora diffuso nell’Italia meridionale la pratica, in caso di insonnia e irrequietezza dei bambini, di dare loro un succhiotto di pezza imbevuto di succo di papavero (papagna), oppure di lattuga selvatica (lattuchiedde) (Guerci, 1990, p. 261; Santeramo, 1931, p. 35), e Scipione Mercuri, che scriveva agli inizi del 1600, sottolineava l’efficacia sonnifera dell’applicazione sulle tempie di questi rimedi (Camporesi, 1981, p. 71). Nel 1999, anche Grassano riportava tale pratica, in via di estinzione, nella provincia di Taranto (si veda anche Belperio, 2013-14, p. 71). A Creta questa pratica era diffusa sino agli inizi del XX secolo (Mathianaki et al., 2021). Pure nell’antico Egitto era diffusa la pratica di addormentare il bambino mediante il succo simil-oppiaceo della lattuga selvatica (Samorini, 2006, p. 50).
E’ quindi sorprendente ritrovare questa pratica nell’India centrale, in base a questo mito gond:
La figlia bambina di Mahato Dewar e di sua moglie gridava sempre. La Dewarin non era in grado di fare alcun lavoro a causa della bimba, e suo marito era solito morderla urlando. “Tu non lavori e stai solo seduta tutto il giorno con la tua bimba nel grembo”. Come risultato dei morsi la moglie crebbe sottile come un palo di bambù. Un giorno, dopo che fu morsa, la madre si arrabbiò con la bimba e pensò nella sua mente: “E’ per causa di questa bambina che devo soffrire. Voglio prendere un veleno e ucciderla”.
Così la madre si recò nella giungla per trovare qualche foglia velenosa. Per strada incontrò Basuk Nag, il cobra, e gli raccontò la storia. Basuk Nag prese il suo fegato e lo diede a lei dicendole: “taglia questo in pezzi e mescolali con dell’acqua. Se lo dai alla tua bimba, dormirà tranquillamente”. Quando estrasse il suo fegato, alcune gocce di sangue caddero al suolo e da queste germogliò la pianta dell’oppio. La Dewarin portò il fegato a casa e ne diede un poco alla sua bambina. Da allora la bimba dormì sempre quietamente e la madre fu in grado di lavorare (Elwin, 1940, p. 230).
Si vedano anche:
Riferimenti bibliografici
BELPERIO MAURIZIO, 2013-14, Il fiore perduto. La cultura del Papaver somniferum nell’area del Mediterraneo, Tesi di Laurea in Etnologia, Università degli Studi di Genova, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, Genova.
CAMPORESI PIERO, 1981, Le erbe del sogno e della sopravvivenza, in: AA.VV., Medicina, erbe, magia, Silvana Edizioni, Milano, pp. 52-78.
ELWIN VERRIER, 1949, Myths of Middle India, Oxford University Press, Madras.
GRASSANO CARLA, 1999, Un infuso tra mistero e realtà che si chiamava “Papagna”, Personalità/Dipendenze, vol. 5(2), pp. 23-26.
GUERCI A., 1990, La medicina popolare nel Mezzogiorno: considerazioni di etnomedicina comparata, in: M. Di Rosa (cur.), Salute e malattia nella cultura delle classi subalterne del Mezzogiorno, Guida Edizioni, Napoli, pp. 247-263.
MATHIANAKI KLEOPATRA, MANOLIS TZATZARAKIS & MARIANNA KARAMANOU, 2021, Poppies as a sleep aid for infants: the “Hypnos” remedy of Cretan folk medicine, Toxicology Reports, vol. 8, pp. 1729-1733.
SAMORINI GIORGIO, 2006, Lattuga e lattucario. Storia di equivoci ed enigmi insoluti, Erboristeria Domani, N. 299, pp. 49-55.
SANTERAMO S., 1931, Folklore barlettiano, Lares, vol. 2(2), pp. 34-45.