Il ténatsali degli Zuñi

The ténatsali plant of the Zuñis

 

Gli Zuñi appartengono al ceppo etnico dei Pueblo e sono stanziati nell’area desertica del New Mexico occidentale. Possiedono un’organizzazione sociale e un sistema di credenze religiose e di azioni liturgico-rituali fra i più complessi dei popoli nativi del sud-ovest degli Stati Uniti. Negli ultimi secoli la loro sussistenza si è basata principalmente sull’attività agricola.

Frank Hamilton Cushing (da wikipedia)

Il primo antropologo che studiò gli Zuñi, Frank Hamilton Cushing (1857-1900), lo fece in una maniera alquanto originale. Nel 1879 egli si unì alla missione di ricerca del colonnello James Stevenson, che aveva lo scopo di studiare gli insediamenti archeologici e di entrare in contatto con i gruppi nativi del New Mexico. Cushing rimase fra gli Zuñi per quattro anni e mezzo. Dopo iniziali difficoltà di accettazione della sua presenza – rischiando perfino di essere ucciso a causa della continua azione di scrivere nel suo taccuino, un comportamento che gli Zuñi non avevano mai visto prima e che ritenevano fosse un atto di stregoneria dei Bianchi – egli apprese la loro lingua, si vestì e si cibò come loro, sino a essere adottato da uno dei clan che costituiscono la complessa struttura tribale zuñi. Seppe farsi rispettare e divenne una persona influente, sino a farsi iniziare alla società segreta guerriera dell’Arco – i cui membri dovevano avere ucciso almeno un nemico –, dove ricoprì dapprima la carica di Capo Assistente e successivamente quello di Capo di Guerra (De Golyer, 1941). Quando fu adottato dal clan Ara – un’adozione che sancì la sua appartenenza alla società zuñi – gli fu dato un nuovo nome, Ténatsali, che letteralmente significa “fiore medicina” e con il quale gli Zuñi indicano una pianta rimasta per noi enigmatica (riportata nella letteratura etnografica anche come te’natsäli e tenatseli); una pianta mitica, ma molto probabilmente anche reale, dotata di proprietà medicinali e inebrianti. Il nome di questa pianta può essere portato da un solo uomo nella società zuñi, quindi da un solo uomo ad ogni generazione (Cushing, 1882-1883, p. 511).1 Considerato “un visionario, un poeta e un genio” (De Golyer, 1941), Cushing è ritenuto uno dei padri dell’etnografia nordamericana e uno dei fondatori – anzi il fondatore – del metodo etnografico in seguito denominato “osservazione partecipativa”, che prevede il raggiungimento di intimi livelli di accettazione all’interno del gruppo oggetto di studio, con tanto di partecipazione attiva ai riti del gruppo, inclusi quelli iniziatici; in pratica, l’osservazione partecipativa più profonda prevede l’integrazione dell’etnografo nella società oggetto del suo studio, il “diventare uno di loro”.

In questa sede focalizzo l’attenzione sull’enigmatica pianta del ténatsali, riunendo i dati che ho incontrato nella letteratura etnografica, e cercando soprattutto di capire e distinguere la componente mitologica da quella reale (Samorini, 2022). Presento innanzitutto alcuni elementi generali della cultura zuñi, necessari per la comprensione dei dati riguardanti il ténatsali.

 

La società zuñi

Come tutti i gruppi Pueblo, gli Zuñi vivono in insediamenti permanenti, in vere e proprie cittadelle con case in muratura. Verso la fine dell’800 erano riuniti in sette città distribuite in un territorio ch’essi denominavano Shíwona, foneticamente interpretato dai coloni come Cibola. Queste città erano confederate in maniera politica e gerarchica. V’era una città capitale e un consiglio supremo che governava la società zuñi, costituita dai preti (shíwani o ashiwanni) di più alto rango.

Gli shíwani, tradotti nella letteratura etnografica come “preti”, di cui i più importanti sono i “preti della pioggia”, non sono dei medicine-men, sciamani o stregoni, i quali sono anche questi presenti nella società zuñi e a cui sono dati altri nomi. Letteralmente shíwani significa “guardiano e possessore”, “creatore e custode della carne”, e anche “seme della vita” (Cushing, 1896, p. 374).

All’interno della società zuñi sono presenti gruppi di danza, società di medicina, una società di guerrieri e diverse strutture iniziatiche religiose. Un uomo può appartenere a numerosi di questi gruppi. Quando raggiunge la fase della pubertà, un individuo viene iniziato a uno dei sei gruppi katchina di danza; quando si ammala, a seconda del tipo di malattia viene curato da una delle dodici società di medicina e ne diventa di conseguenza membro; se e quando uccide un nemico acquisendone lo scalpo, deve entrare nella società dei guerrieri (Società dell’Arco); se è membro di una famiglia sacerdotale può essere invitato a partecipare come membro attivo a una delle strutture religiose (sacerdozio della pioggia o altri culti minori) (Bunzel, 1929-1930, pp. 476-8).

Secondo la cosmografia zuñi la terra dove vivono gli uomini ha forma circolare ed è circondata da tutte le parti dall’oceano. Sotto la terra c’è un sistema di corsi d’acqua tutti connessi con gli oceani circostanti. Le fonti e i laghi, che sono sempre visti come sacri, sono le aperture di questo sistema. Dentro alla terra v’erano quattro grotte originalmente occupate dagli uomini prima che questi salissero sulla terra. Furono i due figli del Sole – Kowwituma e Watsusi, denominati con l’appellativo “I Divini” – a prelevare gli uomini dalle quattro grotte e a condurli sulla terra (Bunzel, 1929-1930, p. 487). Nella versione antropogonica raccolta dalla Stevenson, i primi Zuñi, denominati A’shiwi, giunsero sulla terra dal mondo inferiore passando attraverso altri tre mondi prima di raggiungere questo mondo. L’esodo dal mondo sotterraneo durò quattro anni e gli ultimi a uscire furono due potenti stregoni, un uomo e una donna. I Divini accompagnarono gli A’shiwi in una avventurosa peregrinazione sulla terra alla ricerca del “Luogo di Mezzo”, che alla fine trovarono e che è la terra dove ora risiedono gli Zuñi (Stevenson, 1904, pp. 28-46). La peregrinazione fu lunga, con tappe di luogo in luogo dove in ciascuno si fermarono per quattro anni.

Una delle ramificazioni dell’articolata mitologia delle origini vede coinvolte le Ragazze del Mais. La pianta del mais ricopre un ruolo primario nella visione del mondo zuñi ed è onnipresente nei riti, nelle preghiere e nelle offerte, oltre a essere un’importante fonte alimentare. Secondo una versione del racconto mitologico, le Ragazze del Mais erano giunte in anonimato insieme agli altri Zuñi (A’shiwi) dal mondo inferiore, e la loro identità fu scoperta dai due stregoni, quelli che erano usciti per ultimi. Questi diedero a ciascuna delle ragazze una spiga di mais, battezzandole per quel che realmente erano: “tu sei la ragazza del Mais Giallo”, “tu sei la ragazza del Mais Blu”, quindi quelle del Mais Rosso, Bianco, di Ogni-Colore, Nero, e Dolce (Stevenson, 1904, p. 31). Secondo un’altra versione, le Ragazze del Mais erano sette fanciulle sorelle vergini allevate dal Dio della Rugiada Paíyatuma (o Paiyatyamu), che è anche il dio dell’alba, dei fiori, delle farfalle e della musica e suonatore del flauto sacro. Vivevano nel villaggio della gente del Seme. Mediante un complesso rito con danze e incantesimi le ragazze fecero sorgere dal terreno le prime sette piante del mais, corrispondenti ai sette tipi di mais noti agli Zuñi. Mentre la gente guardava con sorpresa le nuove piante di mais, dalla regione dell’est giunsero Paíyatuma, Ténatsali e Kwélele. In questo contesto mitologico vediamo una prima citazione della figura di Ténatsali, qui presentato come il Dio delle Stagioni, una divinità “dai fiori di tutti i colori”. Kwélele è un altro essere sovrannaturale che tiene in mano una torcia accesa. Ciascuno eseguì un’azione sulle piante di mais: “Paíyatuma toccò le piante con il respiro rinfrescante del suo flauto; Ténatsali con il respiro rinnovante la carne dei suoi fiori; Kwélele con il respiro maturo della sua torcia, per cui le nuove parti furono indurite, alcune rese fertili”. Paíyatuma si rivolse agli uomini mostrando loro il nuovo dono del mais, denominandolo “il seme di tutte le piante con seme”. Quindi Paíyatuma, Ténatsali, Kwélele e le Ragazze del Mais scomparvero dalla vista degli uomini (Cushing, 1896, pp. 393-5).

Il pantheon divino zuñi vede al primo posto il Sole, o meglio il Padre Sole, Yatokia. Ogni mattina gli Zuñi offrono al sole nascente del cibo di mais. Il prete del culto al sole è l’uomo di più alto rango nella società zuñi. Altre importanti divinità sono gli U’wanami o produttori della pioggia; sono spiriti acquatici che vivono in tutte le acque della terra, negli oceani che la circondano e nelle acque sotterranee. Le nubi a cumulo sono le loro case e la nebbia è il loro respiro. Al culto rivolto agli U’wanami è associato a Kolowisi, un mitico serpente d’acqua cornuto che vive nelle fonti e nelle acque sotterranee. Un’altra coppia divina riguarda gli A’hayuta o Dei della Guerra. Coppia di gemelli figli del Sole, furono generati da una cascata quando gli Zuñi, vagando alla ricerca del Luogo di Mezzo, ebbero necessità di un comando militare. Gli A’hayuta portarono gli Zuñi alla vittoria e diedero loro i riti della guerra. Vivono sulle cime dei monti e il loro culto è delegato ai preti dell’Arco. Fra gli dei più pericolosi e violenti del pantheon zuñi vi sono gli Dei Bestia, che hanno tuttavia importanti qualità positive: sono i donatori della lunga vita, della medicina, delle piante medicinali e del potere magico che rende efficaci queste piante. Sono anche la fonte della magia nera o stregoneria.

Gli Zuñi seguono un sistema direzionale spaziale costituito da sei punti cardinali – nord, sud, ovest, est, sopra, sotto –, ai quali associano differenti colori: il nord è designato come giallo, poiché la luce del mattino e della sera in inverno è gialla, come è la luce dell’aurora. L’ovest è noto come il mondo blu, il sud è rosso, l’est è bianco. La regione superiore ha molti colori e la regione inferiore è nera. Viene considerato anche un settimo “punto cardinale”, che è il centro, il “Luogo di Mezzo” dove vivono gli Zuñi, e che è colorato con tutti i colori degli altri punti cardinali. Inoltre, Il nord è associato alla guerra e alla distruzione; l’ovest alla cura e alla caccia; il sud all’allevamento e alla medicina; l’est alla magia e alla religione; il sopra, il sotto e il centro sono associati in una qualche maniera a tutte queste competenze (Cushing, 1896, p. 369, 371).

Bastone di preghiera zuñi (da Stevenson, 1904)

Nel complesso sistema di offerte e preghiere rivolte agli esseri sovrannaturali e che pervade ogni momento rituale, si distinguono il tabacco – il cui fumo il più delle volte viene soffiato nella direzione dei sei punti cardinali – e il “cibo di preghiera”. Quest’ultimo è una farina grezza di mais contenente pezzi di conchiglia bianca e turchese. Un altro caratteristico oggetto di culto è il “bastone di preghiera”, considerato l’offerta più importante da rivolgere agli dei. Si tratta di un piccolo bastone lavorato sino a renderlo liscio e dipinto, a cui vengono attaccate diverse piume d’uccello con corda di cotone. La lunghezza e la forma del bastone, il legno con cui è fatto, il colore con cui viene dipinto e il tipo di piume, sono tutte caratteristiche dell’offerta e variano in base agli esseri a cui sono rivolte le preghiere, alla posizione sacerdotale del donatore e all’occasione rituale. L’offerta con i bastoni di preghiera, che vengono conficcati nel terreno, è considerato uno dei più importanti atti rituali, e dopo quattro giorni dall’averla effettuata il donatore deve astenersi dai rapporti sessuali e dai litigi (Bunzel, 1929-1930, pp. 499-501).

Gli Zuñi danno grande importanza al respiro, che considerano il principale simbolo della vita e il mezzo di comunicazione con gli esseri sovrannaturali, e la cui raffigurazione materiale è la piuma d’uccello. L’atto di aspirare è considerato una benedizione e viene praticato in molti contesti; ad esempio si aspira dagli oggetti sacri per ottenerne dei benefici, e alla fine di ogni preghiera o canto tutti i presenti aspirano tenendo la mano piegata davanti alle narici, con lo scopo di essere partecipi della sacra essenza della preghiera.

 

Il ténatsali nella mitologia zuñi

Il ténatsali è presente nella mitologia zuñi in maniera alquanto articolata, a testimonianza dell’importanza data a questa pianta; una ricchezza di rappresentazioni che supera quella dell’Aneglakaya, la personificazione spirituale della datura (si veda Miti della datura fra gli Zuñi).

La pianta del ténatsali cresce unicamente su una montagna apparentemente reale che si trova vicino a Koluwala, il Sacro Lago sotto le cui acque vivono i Koko, gli spiriti mascherati e, soprattutto, è la destinazione subacquea dei morti (Parsons, 1916a). Un informatore specificò che il luogo dove si procurano il ténatsali è a sud del territorio degli Hopi, a 50 miglia di distanza da dove vivono gli Zuñi (Benedict, 1935, vol. 2, p. 140).

Secondo una fonte fu Paíyatuma (o Pa’yatämu), il dio della musica, a creare la pianta del ténatsali. Con il suo flauto può attirare a sé i fiori e le farfalle di tutto il mondo (Stevenson, 1915, p. 64); anzi, è suonando il flauto che Paíyatuma fa sbocciare i fiori di tutto il mondo e specialmente quelli del ténatsali, e che contemporaneamente attira le farfalle (Stevenson, 1904, p. 569). Una caratteristica del fiore del ténatsali costantemente riportata dagli interlocutori zuñi e nei racconti mitologici è quella di essere policromo: a volte è il medesimo fiore ad avere contemporaneamente diversi colori, altre volte sembrerebbe essere una qualità della pianta quella di produrre fiori di differenti colori. Ad esempio, gli informatori della Stevenson riportarono che la pianta produce fiori di sei colori, corrispondenti ciascuno alle sei direzioni della cosmografia zuñi: fiore giallo per il nord, blu per l’ovest, rosso per il sud, bianco per l’est, tutti i colori per lo zenit, e nero per il nadir (Stevenson, 1915, p. 64).

Cushing riportò il numero di sette colori per i fiori di ténatsali, associandoli ai sette colori dell’arcobaleno. In un racconto mitologico che descrive l’origine dell’arcobaleno, i fiori del ténatsali vengono mangiati da un “verme di misurazione”, che assorbendo i sette colori dei fiori della pianta e inarcandosi nel cielo diventa l’arcobaleno. In questo racconto la pianta del ténatsali ha l’aspetto di un vecchio con i capelli bianchi che vive su una montagna, ma che può ringiovanire e dal cui copricapo sbocciano continuamente fiori di ténatsali. I Due Amati è un altro epiteto de I Divini, i due figli del Sole:

“I nostri avi ci dicono come I Due Amati che per primi li guidarono (gli uomini) dal mondo inferiore divennero guerrieri, cupi e deformi, così brutti che tutte le ragazze li deridevano. Eppure, presto avrebbero rivaleggiato con tutti i giovani!
“Quali sono i più bei fiori che crescono?”, domandò uno di loro. “I fiori dai sette colori del Té-na-tsa-li”, disse l’altro. “Bene! Li cercheremo lontano!”. Essi trovarono un verme di misurazione più grande di qualunque altro mai visto dall’uomo. Lo chiamarono “Nonno”, e con altre parole accattivanti riuscirono a convincerlo ad aiutarli.
“Sedetevi a cavallo su di me, piccoli compagni”, egli disse. Quindi inarcò la schiena con un tale potente sforzo che si allungò verso il cielo e, precipitando verso ovest, raggiunse la lontana montagna del Té-na-tsa-li! Lì trovarono Té-na-tsa-li, vecchio e con i capelli bianchi con tutti gli inverni che non fossero mai stati. E a lungo gridarono prima ch’egli li udisse, tanto era vecchio! Sentendoli, passò la mano davanti al suo petto, respirando nebbie, donde uscì un giovane glorioso ed entusiasta di vedere, giovane con tutte le primavere che mai erano state. Dal suo copricapo crescevano fiori brillanti e freschi. Fiori spuntarono tutt’attorno la sua montagna dalle nebbie del suo respiro. “Raccogliete questi!”, disse, sorridendo volentieri. Ed essi raccolsero innumerevoli fiori dal suo copricapo, e innumerevoli fiori ricrebbero dove erano stati raccolti. Ma quando tornarono da A’-mi-to-lan-ne, il verme di misurazione, questi stava divorando i fiori ai piedi della montagna. “No, non vi porterò ancora sulla schiena”, disse, “qui ho raccolto tutti questi fiori; poiché sono cresciuto così tanto con il mio viaggio che nessuna foresta sazierebbe la mia fame”.
“Ma ti abbelliremo, Nonno, con alcuni di questi luminosi; e come cibo, consuma le nubi del cielo come una volta facesti con le foglie della foresta”.
Allora egli se li mise velocemente sulla schiena. E con i loro fiori [i Due Amati] conquistarono i sorrisi di tutte le ragazze i cui favori sceglievano di ottenere. Ma, addobbato con i fiori che avevano lasciato su di lui, il verme di misurazione dei cieli balzò in alto, strisciando per tutta la lunghezza del suo corpo con tutti i loro gloriosi colori. Sbiadiscono questi colori come il sole, perché, come allora, ha consumato le lucenti nuvole di pioggia e ha disegnato la vita di tutti i fiori, così è sempre fino ad oggi” (Cushing, 1893, pp. 34-6).

Secondo un’altro racconto, ténatsali era una figura eroica semi-divina, essendo il fratello del Dio della Rugiada (Paíyatuma); venne ucciso da una crudele ragazza e dal suo sangue sgocciolante a terra nacque la pianta omonima. John Fiske riportò una versione di questo racconto comunicatogli da Cushing:

“Questa persona [Té-na-tsa-li] è l’eroe di un racconto. Egli cercò di corteggiare una graziosa ragazza, la quale, con le sue tre belle sorelle, viveva a Kiakima sulla Montagna del Tuono. Queste ragazze erano molto ricche e costruivano dei bei cesti. Molti giovani uomini cercarono di corteggiarle, ma ognuno di questi spariva misteriosamente, venendo uccisi da queste crudeli ma belle ragazze. Té-na-tsa-li, un bambino degli dei, il fratello del dio della Rugiada, amava la più giovane, e si recò a casa sua. La ragazza disse che s’egli si fosse nascosto da lei in modo che lei non fosse stata in grado di trovarlo, allora l’avrebbe sposato; ma egli, conoscendo le sue [di lei] arti magiche, si rifiutò di andare [a nascondersi] per primo, e insistette che fosse lei a nascondersi da lui per primo. Lei cercò di fare questo, ma per mezzo della magia egli la trovò. Quindi egli cercò di nascondersi da lei, ma, sapendo che per mezzo della magia sarebbe stata in grado di trovarlo ovunque sulla terra, salì su un raggio di sole verso il padre-Sole. La ragazza seguì le sue impronte di piedi sino a che si interruppero e allora, riempiendo di acqua una conchiglia, vi guardò dentro e vide il riflesso del sole, e Té-na-tsa-li lì nascosto. Quando si accorse di essere stato scoperto, Té-na-tsa-li tornò nuovamente sulla terra, e chiese alla ragazza quali fossero i suoi comandi. Senza rispondere essa estrasse un coltello di ossidiana affilato dalla sua veste e gli tagliò la testa, seppellì il corpo e trascinò la testa sanguinante nella sua casa, dove la nascose. Vedendo che Té-na-tsa-li non tornava a casa, suo fratello andò a cercarlo, e fu in grado di rintracciarlo mediante i bei fiori che erano spuntati dove il suo sangue era sgocciolato a terra. I gigli di colore brillante che crescono vicino agli Zuñi sono chiamati gigli di Té-na-tsa-li, e si dice che abbiano il potere di curare il malato e coloro che hanno sofferto in guerra” (Fiske, in Proctor, 1893, pp. 59-60).

Benedict ha riportato una versione differente di questo mito d’origine cruento del ténatsali, intitolato “L’inseguimento delle farfalle”, dove colui che è destinato a essere ucciso è uno spirito kachina di nome Tomstinapa, che di fatto ricopre in questo racconto il ruolo di variante di Paíyatuma. Egli raggiunge un luogo dove vivono otto sorelle che hanno un giardino. La sorella maggiore invita Tomstinapa a giocare a nascondino, con taglio della testa di chi perde. Tomstinapa perde e la ragazza gli taglia la testa, estraendo il cuore dal suo cadavere. Seppellisce il corpo in una buca e porta la testa e il cuore a casa. Dalle gocce di sangue che cadono nascono le piante di ténatsali. Seppellisce la testa sotto la scala e mette il cuore in una giara. Non vedendolo tornare a casa, le sorelle e la madre di Tomstinapa mandano la mosca delle carogne a cercarlo. Questa giunge nel giardino delle otto sorelle, succhia il nettare dei fiori di ténatsali e si rende conto che si tratta del sangue di Tomstinapa. Torna dai suoi parenti e comunica loro che Tomstinaspa è stato ucciso. Suo padre allora prende il flauto, suona una nota ed esce una farfalla gialla. Non gli piace e la rimette nel flauto. Con una seconda nota esce una farfalla blu. Anche questa non gli piace e la rimette nel flauto. Dopo vari tentativi, con una quinta nota esce una farfalla di tutti i colori. Questa gli piace e si reca a casa delle otto ragazze con la farfalla, la quale si mette a succhiare il nettare dei fiori di ténatsali. Le ragazze cercano di catturare la farfalla tirandole dietro prima i cesti, poi i loro mocassini, quindi i loro vestiti, sino a ritrovarsi totalmente nude. Sdraiate esauste, restano vittime di copule da parte di un individuo maschile e successivamente di Coyote. Il padre di Tomstinapa a questo punto mette dei peli dei suoi baffi in mezzo alle gambe delle ragazze. Al loro risveglio non riescono a togliersi questi peli, e questa è l’origine del pelo pubico nelle donne (Benedict, 1935, vol. 1, pp. 197-9).

In un’ulteriore versione del medesimo racconto, a cadere vittima delle otto ragazze malvagie è il medesimo Paíyatuma, di cui le otto ragazze sono le sue sorelle. Al motivo della nascita delle piante di ténatsali dalle gocce di sangue di Paíyatuma, segue quello delle farfalle che escono dal flauto suonato dalla sorella maggiore – che a quanto pare non era malvagia come le altre – e viene scelta quella che ha molti colori. Il finale di questa versione appare un poco confuso, sebbene contenga dettagli molto interessanti. La farfalla multicolorata non si fa prendere dalla sorelle che cercano di catturarla in tutti modi, rimanendo totalmente nude e cadendo al suolo esauste. La farfalla si toglie il travestimento e diventa il medesimo Paíyatuma, il quale per mezzo del flauto trasforma le sorelle malvagie in farfalle che volano via zigzagando, condannate a volare senza direzione, cioè condannate alla follia, e più specificatamente sono condannate alla ninfomania. Paíyatuma invia una di queste farfalle in ciascuna delle quattro direzioni, assegnando loro il ruolo di richiamare la pioggia (Benedict, 1935, vol. 1, p. 323).

In altri racconti i Ténatsali sono identificati con una coppia di giovani, un piccolo ragazzo e una piccola ragazza, e a seconda dei casi sono visti come gli spiriti della pianta del ténatsali, a cui gli umani si rivolgono per chiedere consigli o informazioni, o come una coppia con qualità maggiormente umane le cui vicende sono ambientate nei tempi mitici.

Uno di questi racconti, di cui conosciamo diverse versioni, tratta della scomparsa dal mondo degli umani delle Ragazze del Mais e la ricerca di queste, sino al loro ritrovamento e ritorno nel mondo degli uomini. Stando a una delle versioni, le Ragazze del Mais se ne sono andate via dal mondo degli uomini poiché la gente non si prendeva cura del mais, e la loro assenza provoca una carestia per quattro anni. I medicine-men cercano di capire dove siano andate e inviano alla loro ricerca diverse entità, fra cui i ragazzi Ténatsali, che le cercano ovunque, in tutti i laghi e negli oceani, in tutte le direzione, ma invano. Allora chiamano A’nakläkia (datura), ma anche questa non le trova. Alla fine provano gli Ahayute (dei della guerra), che trovano le Ragazze Mais e le riportano dagli uomini (Bunzell, 1929-1930, pp. 914-917). In una versione data da Cushing (1896, pp. 435-443) le Ragazze del Mais se ne erano andate via dal mondo degli umani perché i suonatori di flauto si erano invaghiti delle fanciulle e avevano commesso azioni inopportune durante le sacre danze. Le fanciulle vengono cercate invano prima dall’Aquila, poi dal Falco, quindi dal Corvo, e infine vengono ritrovate da Paíyatuma, che le attrae con il suono del suo flauto e le riporta fra gli umani.

Anche in un’altra versione del racconto viene specificato che le Ragazze del Mais si allontanano dal mondo degli uomini perché il prete dell’Arco aveva messo le mani addosso a Mais Giallo, che gli resistette spiegandogli che la carne delle Ragazze Mais è “cibo per la gente. Se fossimo calde di desiderio il cibo della gente sarebbe viziato. Sono tua madre. Giacerei con mio figlio? La tua carne è formata della mia carne” (Benedict, 1935, vol. 1, p. 20). In una differente versione le Ragazze Mais se ne vanno perché la gente non onora il mais, lo deposita in luoghi sporchi e lo dà da mangiare agli asini. Le Ragazze Mais intendono dare una lezione agli umani e se ne vanno verso l’oceano, dove incontrano Madre Anatra che le nasconde sotto le sue ali per quattro anni. I preti del concilio zuñi si riuniscono per decidere il da farsi. Uno domanda: “Chiederemo a ténatsali o a datura per trovarle?”. Una domanda che chiarisce in maniera inequivocabile che la pianta del ténatsali non è identificabile con la datura. I preti del concilio risposero: “E’ meglio chiamare i nostri padri ténatsali. Facciamo dei bastoni di preghiera per loro”. Costruiscono i bastoni di preghiera e li piantano in tutte le direzioni. Svuotano la stanza e vi collocano al centro un cesto di piume. Si ritiene che se qualcuno interrompe la cerimonia i giovani ténatsali diventano le piume del cesto e restano invisibili. In questo passo del racconto si trovano elementi del rito di assunzione della pianta, che prevede l’offerta di bastoni di preghiera costruiti specificatamente per lo spirito del ténatsali (la coppia di Giovani Ténatsali) e la preparazione di una stanza totalmente vuota, che come si vedrà è il luogo dove avviene l’assunzione della pianta e la conseguente esperienza visionaria. I Giovani Ténatsali arrivano dal retro della stanza come ombre. Dicono agli uomini di stare svegli sino al loro ritorno. Quindi vanno alla ricerca delle Ragazze Mais. “Fratello più Vecchio andò nell’angolo nord del mondo e tornò. Fratello più Giovane andò nell’angolo sud e tornò”. Le cercano per quattro notti. La seconda notte vanno verso le acque del mondo nelle quattro direzioni. La terza notte nel cielo. La quarta notte sotto terra. Ma invano. Allora i Giovani Ténatsali dicono agli uomini: “Chiamate Datura. Lui può essere in grado di trovare le nostre madri”. Anche datura cerca invano, e chiede al prete di dargli un giovane con un corpo perfetto, cioè senza brufoli, morsi o ferite. Chiede di essere lasciato solo con il ragazzo, al quale comanda di sedersi guardando a est: “Datura gli si avvicinò da un lato e si trasformò nella pianta di datura. Gli diede la sua foglia destra e la sua foglia sinistra, la sua foglia in cima e la sua foglia in basso. Il ragazzo si sedette dritto e le mangiò. Quando finì, Datura divenne nuovamente una persona. Il ragazzo si irrigidì e gemette. In mezz’ora era quieto”. Il ragazzo viaggia in spirito alla ricerca delle Ragazze Mais, ma anch’egli non è in grado di trovarle. Ci provano quindi gli Ahaiyute, anch’essi invano. Alla fine ci riesce Giovane Ne’we.kwe (Giovane Anatra) (Benedict, 1935, vol. 1, pp. 34-7).

Un racconto registrato da Benedict descrive le vicissitudini di Donna Sale, lo spirito del sale. Pure questa si allontana dal mondo degli umani poiché non danno il giusto valore al sale, dato che possono raccoglierlo in un luogo vicino a dove vivono e ne hanno in abbondanza. Ciò accade anche con il turchese. Donna Sale e Uomo Turchese decidono quindi di andare più lontano, in modo che gli uomini facciano più fatica a recuperare sale e turchese e diano quindi maggior valore a queste sostanze. Dopo aver camminato a lungo giungono a casa dei Giovani Ténatsali, i quali danno a Donna Sale alcuni bastoncini di ténatsali. Questi non sono da confondere con i bastoni di preghiera; si tratta di bastoncini fatti di ténatsali, e sembrano essere il principale tipo di preparato a base di questa pianta assumibile per via orale. Donna Sale dice: “Li terrò dove sto andando e li lascerò li”. Quindi Donna Sale prosegue raggiungendo Salt Lake, che sceglie come nuova dimora. Ed è per questo che ora gli Zuñi devono andare fino a Salt Lake per raccogliere il sale. Uomo Turchese prende dimora poco oltre. A questo punto arriva la parte del racconto per noi più interessante. Gli uomini, non trovando più sale nel luogo vicino dove erano soliti trovarlo, mandano dei corridori e due preti a seguire le tracce di Madre Sale e Uomo Turchese. Giungono anch’essi a casa dei Giovani Ténatsali, dove non erano mai stati prima. I preti vi entrano e vedono “due piccoli ragazzi” che danno loro indicazioni su come trovare Donna Sale. Prima di uscire un prete chiede ai ragazzi se conoscono “qualcosa di prezioso”. Essi rispondono:

“Saremo felici di dirtelo. Ecco perché Donna Sale si è fermata in questa casa, in modo che voi seguendo apprendiate cosa noi sappiamo. Siamo quelli che fanno le nuvole e la pioggia e portano i kachina dal Villaggio Kachina a Itiwana [il paese dove vivono gli umani]. Noi facciamo i vostri pensieri. Se prendete la nostra carne e la mettete in una giara coperta in una stanza vuota e la tenete lontana dalla gente comune, vi aiuterà. Nessuno deve toccarla sino a che non sia malato o in stato di bisogno”. Quindi dissero ai due preti: “Tornate a casa e fate dei bastoni di preghiera per noi. Non usate piume di tacchino. Usate piume di aquila o piume di ghiandaia blu per i nostri bastoni. Abbiamo desiderato ogni giorno che veniste qui per potervi dire. Donna Sale vi ha mostrato la via, e ora è accaduto come desideravamo. Piantate per noi bastoni di preghiera in tutte le direzioni e saremo felici di aiutarvi. Lo faremo da qui, ma faremo qualunque cosa per voi. Prima che ve ne andiate vi daremo bastoncini di ténatsali per voi”. Diedero questi bastoncini ai preti dicendo: “Siamo stati noi a fare in modo che Donna Sale venisse da queste parti e vi guidassero qui. Siamo stati noi a farvi conoscere la nostra stanza cerimoniale e che due dei vostri preti venissero qui insieme ai corridori. Pensavate di inviare gente esterna [i corridori], e abbiamo messo nella vostra testa che dovevate venire anche voi [preti]” (Benedict, 1935, vol. 1, p. 46).

In questo racconto si ravvisa un mito d’origine della relazione umana con il ténatsali, e vengono esplicitate e chiarite le qualità e i poteri sovrannaturali dei Giovani Ténatsali, cioè degli spiriti di questa pianta: non solo creano le nuvole e la pioggia, ma sono addirittura i creatori dei pensieri umani. E’ per questo motivo che sono onniscienti e possono comunicare agli uomini qualunque cosa venga loro richiesta, incluso dove si trovi una persona o un oggetto smarrito. Ma per rivolgersi ai Giovani Ténatsali – tramite l’assunzione della pianta omonima – bisogna rispettare delle precise condizioni: oltre a offrire bastoni di preghiera costruiti con piume pregiate, si deve utilizzare la pianta e le sue proprietà visionarie solamente in casi di necessità. Viene anche nuovamente descritto il particolare rituale di collocare in una stanza vuota una giara con dentro il ténatsali.

L’assunzione del ténatsali – nella forma di bastoncini di ténatsali – per ricevere dei buoni consigli è immortalato in un racconto intitolato “L’uomo che sposò un’asina”. Un ragazzo intrattiene rapporti sessuali con un’asina, al punto che questa partorisce. I genitori del ragazzo sono perplessi e sconcertati. Il padre decide di chiedere consiglio ai Giovani Ténatsali e per questo morde un poco di bastoncino di ténatsali invocando i “bambini” (i Giovani Ténatsali): “Per favore mostratemi cosa fare in modo che la gente non scopra mai questa cosa che mio figlio ha fatto”. Dopo aver masticato il ténatsali si sdraia e si addormenta. Interessante la considerazione riguardante la moglie che lo vede masticare il ténatsali: “Sua moglie si chiese cosa avesse mangiato. Era abituata al suo mangiare ténatsali durante i ritiri, ma ora non capiva”. I Giovani Ténatsali giungono dal padre e gli comunicano la loro opinione: “Padre, credo che tu non abbia mai detto a tuo figlio cosa significa avere un rapporto e prendere una moglie. Non lo hai mai istruito su come fare nel modo giusto. Ecco perché ha fatto questo. Vi abbiamo punito entrambi”. Gli dicono quindi di recarsi dagli Ahaiyute. Questi uccidono il giovane asino appena nato da quell’unione anomala e trasformano tutti gli asini facendoli diventare brutti, in maniera che i giovani uomini non li “cavalchino” più (Benedict, 1935, vol. 1, pp. 236-253). Dal racconto si evidenziano altri particolari del rito di assunzione del ténatsali: mentre si mastica la pianta si deve rivolgere ai Giovani Ténatsali una preghiera specificando il motivo per cui li si invoca, dopodiché ci si sdraia nel centro della stanza vuota in attesa dell’esperienza visionaria.

L’impiego del ténatsali per scopi divinatori, nello specifico per sapere dove si trovi una persona, è inserito in un racconto intitolato “Divinazione”. Alcuni stregoni sono gelosi dei cavalli e dei bei vestiti che portano i figli di un uomo, e cercano di arrecare danno a questa famiglia. Riescono a far rapire la figlia da Arcobaleno. Ma uno degli stregoni, che non era presente nel momento del rapimento, è un amico della famiglia e cerca di aiutarla. Assume del ténatsali per scoprire dove si trovi la figlia e viene nuovamente presentata la modalità di impiego della pianta con l’aggiunta di interessanti dettagli, fra cui la modalità con cui vengono conservati i bastoncini di ténatsali:

“Andò a casa sua. Entrò nella stanza interna. In un barattolo nella sua stanza teneva il ténatsali. Aprì il barattolo; prese fuori il fascio e tolse gli involucri di pelle di daino e le pietre preziose che erano legate con questo. Tirò fuori i due bastoncini di ténatsali. Pregò: ‘ti sto mangiando così mi dirai dove la figlia dell’uomo ricco si trova. Voi due ragazzi avete poteri sovrannaturali. Quando sarò andato a letto, verrete e mi direte questa cosa che voglio sapere’. Tolse qualunque cosa dalla stanza e si distese al centro. I due piccoli ténatsali giunsero, tutti in bianco, e giocarono con lui. Gli corsero incontro e lo pizzicarono. Egli disse ‘Ouch!’. Corsero e lo pizzicarono di nuovo. Egli parlò nel sonno. ‘Ditemi cosa voglio sapere’. I ragazzi ténatsali dissero: ‘La ragazza non è morta. E’ nel cielo. Arcobaleno le si è avvicinata ieri quando era alla fonte. Se vuoi andare da lei, vacci, ma se vuoi che ci andiamo noi, ci andremo se pianti bastoni di preghiera per noi’. Egli rispose, ‘Si, voglio che voi ragazzi andiate. Pianterò bastoni di preghiera per voi’. Egli li vide correre fuori attraverso la scala, quindi corsero indietro e gli diedero un forte pizzico. Egli urlò, ‘Ouch!’ di nuovo” (Benedict, 1935, vol. 2, pp. 134-141).

Appare un aspetto giocherellone e scherzoso dei due ragazzi ténatsali, che pur essendo potenti esseri onniscienti sono anche due bambini. Il racconto prosegue con i Giovani Ténatsali che si recano da Arcobaleno, e questi consegna loro la ragazza che aveva rapito, anzi la porta a casa dei Giovani Ténatsali. Questi fanno dono della pianta del ténatsali alla ragazza:

“La ragazza vide il bel luogo dove vivevano i ragazzi ténatsali e tutti i bei fiori [del ténatsali]. I ragazzi scesero nella fonte e diedero alla ragazza due bastoncini di ténatsali. Glieli diedero e dissero: ‘Portali a casa, avvolgili in pelle di daino e legaci pietre preziose, mettili in un barattolo e coprili. Ogni volta che qualcuno di cui ci possiamo fidare vuole sapere qualcosa da noi, mangerà un piccolo pezzo di ténatsali, e noi arriveremo e gli diremo cosa desidera sapere’. Al ritorno a casa la ragazza disse del ténatsali a suo padre” (Benedict, 1935, vol. 2, pp. 134-141).

Appare evidente l’effetto visionario indotto dall’assunzione orale della pianta del ténatsali, utilizzato per scopi divinatori e di conoscenza; proprietà tipicamente ascrivibili alle fonti inebrianti di carattere visionario. L’informatore zuñi che ha comunicato questo racconto a Benedict ha aggiunto la seguente considerazione: “Ecco perché la gente che ha il ténatsali ha sempre il meglio di ogni cosa. I ténatsali sono accanto alla gente” (ibid., vol. 2, p. 141). Secondo Benedict l’acclamazione delle qualità positive del ténatsali sono dovute al fatto che questo informatore e la sua famiglia dispongono sempre della pianta e sono soliti piantare bastoni di preghiera per lo spirito del ténatsali (ibid., vol. 1, p. xxxix).

In un altro racconto i due ragazzi Ténatsali sono coinvolti in complesse vicende dove con tecniche magiche ringiovaniscono la loro nonna e quella degli dei della guerra (Aihayuta), facendole tornare giovani e belle ragazze; con questo nuovo aspetto esse attirano lo scontroso figlio del prete della pioggia e riescono a copulare con questi; infine si addormentano tutti insieme. Ma al risveglio il ragazzo rimane sorpreso nel vedere accanto a sé due anziane donne, poiché durante la notte le due ragazze avevano riacquisito il loro aspetto di nonne, e corre via disgustato. Seguono altre vicissitudini che portano al destino del ragazzo di non poter più avere relazioni sessuali con le donne e di diventare un prete della pioggia, e gradualmente si evince che gli accadimenti hanno a che fare con la fondazione di un rito, possibilmente un rito di richiamo della pioggia: “Egli conoscerà il nostro modo di chiamare la pioggia. Aihayuta disse ‘ti porto l’ettone ténatsali [il feticcio ténatsali] e così gli insegni i canti e le preghiere’” Alla fine i due ragazzi Ténatsali vanno con la loro nonna a vivere nel luogo chiamato ténatsali, localizzato “dietro a Koluwalawa” (Parsons, 1930, pp. 19-24). Da ciò si evince che ténatsali è anche il nome di un luogo fisico, verosimilmente il luogo dove vive la pianta omonima. Nel mito che racconta la peregrinazione sulla terra dei primi Zuñi (gli A’shiwi), dove questi si fermano per quattro anni ad ogni tappa, uno dei luoghi in cui si fermano è chiamato tenatsalinkwi (Parsons, 1916b, p. 139).

 

La documentazione etnografica

Dai racconti mitologici si evidenziano le qualità visionarie del ténatsali, una pianta la cui assunzione permette il contatto con esseri sovrannaturali benevoli, da cui è possibile ricevere indicazioni utili per la soluzione di dilemmi e vedere le cause di eventi e comportamenti umani. Come tutte le piante visionarie, il ténatsali esige il rispetto di una serie di regole e condizioni che ne dettano il corretto uso. La pianta, preparata perlopiù in forma di bastoncini da masticare, deve essere custodita in un luogo appartato, dentro alle stanze più interne delle abitazioni, avvolta in pelle di daino in mezzo a pietre preziose e l’involucro deve stare chiuso dentro a un barattolo. Quando si vuole consultare lo spirito della pianta – un comportamento che sembra essere permesso a qualunque uomo adulto della società – si devono preparare dei bastoni di preghiera specifici per il ténatsali, decorati con piume di ghiandaia blu e colibrì, e li si devono piantare nel terreno in tutte le direzioni, preferibilmente nella riva di un fiume. Mentre si mastica la pianta si deve formulare con chiarezza il motivo per cui si sta invocando l’aiuto dello spirito della pianta, rappresentato nel bambino e nella bambina Ténatsali. L’ambiente dell’esperienza visionaria deve essere una stanza totalmente vuota, dove colui che ha assunto la pianta si sdraia al centro.

Nella documentazione etnografica il ténatsali si incontra in diversi contesti rituali e la pianta è considerata di proprietà dei medicine-men della pioggia (ashiwanni) e delle confraternite (Parsons, 1916b, 1923). Parrebbe essere particolarmente associata ai riti della pioggia e alla confraternita del Piccolo Fuoco, dell’ordine di Paíyatuma, il dio della musica. Durante il rito di ingresso in questa confraternita il novizio riceve dal suo padrino di confraternita un flauto e il ténatsali. Nel corso delle cerimonie per le piogge ogni flautista ha disegnata una linea di polline di fiori di ténatsali sotto l’occhio destro, un segno che indica che il flautista sta suonando i canti di Paíyatuma (Stevenson, 1904, p. 192). I membri di questa confraternita suonano i flauti durante la grande cerimonia del thla’hewe che si tiene ogni quattro anni per propiziare la pioggia e la crescita del mais. Il ténatsali viene macinato nella stanza della confraternita. In questo contesto tutti i flauti appartenenti all’ordine vengono suonati dai musicisti, che stanno in piedi di fronte all’altare. Il ténatsali è depositato in una grande conchiglia che sta nell’altare e viene schiacciato con una conchiglia più piccola dal direttore dell’ordine del Paíyatuma.

La pianta viene raccolta una volta ogni quattro anni (Stevenson, 1904, p. 569), in concomitanza con la cerimonia del thla’hewe. La sua raccolta è eseguita da persone specifiche, che prima di raccoglierla piantano nel terreno dei bastoni di preghiera: due rivolti al sole e alla luna, due a Paíyatuma e due al ténatsali; sono costruiti da ogni raccoglitore e conficcati nel terreno poco prima di raccogliere la pianta. Una volta raccolta, la tengono avvolta in turchese e perle di conchiglia (Parsons, 1916a).

Il ténatsali è in realtà in dotazione anche presso le altre confraternite e i suoi fiori e radici polverizzate vengono somministrate in piccole quantità ai membri maschi delle confraternite. Nella confraternita del Piccolo Fuoco i fiori di ténatsali sono combinati con i cuori di farfalle e di libellule e la miscela risultante è chiamata “medicina del sole”. Nella confraternita dei Cacciatori i partecipanti alla caccia cerimoniale usano il ténatsali senza mettervi i cuori di libellula (Stevenson, 1904, p. 569). Non è chiaro quanto i cuori di farfalla e di libellula siano ingredienti simbolici o reali di queste pozioni.

Radici e fiori del ténatsali sono impiegati nel corso delle complesse e lunghe cerimonie del solstizio d’inverno, dove sembrano ricoprire un ruolo magico, come del resto i numerosi oggetti cerimoniali impiegati. Alla mezzanotte del nono giorno viene svolta una cerimonia che non è direttamente connessa con la celebrazione del solstizio d’inverno. Sul terreno sono depositati in modo artistico diversi oggetti, fra cui numerosi feticci di pietra. Vengono collocati dei bastoni di preghiera, diverse borse di medicina e due vasi contenenti fiori e radici di ténatsali. Seguono varie operazioni dove i recipienti contenenti il ténatsali sono spostati e tenuti in mano in concomitanza con lo spostamento dei feticci di pietra (Stevenson, 1904, p. 124).

Anche dai resoconti etnografici si palesa l’effetto psicoattivo del ténatsali. La Parsons osservò un capo zuñi di nome Isleta masticare la radice di ténatsali e in conseguenza di ciò andare in trance (Parsons, 1996, p. 414). Similmente alla datura (si veda Le dature in Nord America), il ténatsali è impiegato per scopi “detective”, cioè per scoprire il responsabile di un furto o per ritrovare oggetti perduti. La sua radice viene polverizzata e sfregata sugli occhi e attorno alle orecchie, e ciò induce uno stato di trance durante il quale l’individuo vede il ladro o il luogo dell’oggetto perduto. Il ténatsali è somministrato anche alla vittima di una stregoneria e in questo modo, aiutato dalla “piccola gente”, il malato può avere la visione di colui che lo ha stregato. La “piccola gente”, indicata come tenatseli atsana, traducibile letteralmente come “piccoli tenatseli”, riguarda molto probabilmente la coppia costituita dal piccolo ragazzo e dalla piccola ragazza che portano il nome di Ténatsali e che abbiamo incontrato nei racconti mitologici (Parsons, 1916a). Anche Bunzel riportò che il ténatsali è una pianta non identificata che “quando mangiata rende capace di localizzare gli oggetti perduti” (Bunzel, 1929-30, p. 915). Inoltre, la polvere di ténatsali è utilizzata nel corso di giochi rituali dove viene collocata nelle orecchie e sotto gli occhi di ciascun giocatore “per assicurare di vedere e sentire cose e suoni insoliti o misteriosi” (Stevenson, 1904, p. 334).

Il ténatsali parrebbe essere dotato anche di proprietà afrodisiache, stando a quanto riportò la Stevenson: “nessuna donna deve avere questa polvere [di fiori e radici di ténatsali], poiché, se sposata sarebbe infedele a suo marito, e se non sposata sarebbe riempita di desiderio amoroso” (Stevenson, 1904, p. 569).

Non sappiamo quanto Frank Cushing, che fu adottato fra gli Zuñi con il nome di Ténatsali, fosse a conoscenza delle proprietà visionarie di questa pianta. Nella sua autobiografia egli scrisse: “E’ il nome di una pianta magica che cresceva su una sola montagna a ovest, i cui fiori erano i più belli del mondo e di molti colori, e le radici e i loro succhi erano una panacea per tutte le ingiurie alla carne dell’uomo. Questo nome può essere portato da un solo uomo in una generazione” (Cushing, 1882-1883, p. 511). In un altro passo egli aggiunse: “quando arriva l’estate, uccelli e farfalle ci dicono che è tempo di raccogliere i fiori di Té-na-tsa-li, rinnovatore delle stagioni, la cui carne nei fiori rinnova la nostra carne, e il suo respiro nella loro fragranza fanno questo il tempo della crescita” (Cushing, 1893, p. 40). Cushing conosceva bene la presenza di questa pianta nella mitologia zuñi, come si evince dai racconti che ci ha lasciato, e sicuramente anche il suo ruolo nei riti delle società segrete e di medicina. La sua prematura morte (avvenuta a 43 anni d’età; era sempre stato di salute cagionevole) non gli ha permesso di rendere nota buona parte delle conoscenze acquisite così intimamente sulle credenze religiose e i sistemi rituali zuñi, pur riuscendo a lasciarci importanti contributi sulla loro mitologia. E’ tuttavia probabile che Cushing avrebbe rispettato il segreto richiesto dalle società iniziatiche zuñi sulla parte più esoterica dei loro riti, significati, interpretazioni e oggetti cultuali, inclusa la “conoscenza ultima” relativa alla pianta ténatsali. Sappiamo che il mantenimento dei segreti iniziatici era rigidamente controllato anche mediante pene severe. Ad esempio, la rivelazione dei segreti del culto katchina a un non iniziato era considerato un crimine contro gli dei punibile con la morte mediante decapitazione (Bunzel, 1929-1930, p. 479).

Il ténatsali è stato impiegato anche come agente apparentemente magico. La sua polvere viene presa in bocca e poi sputata sul corpo come mezzo di purificazione spirituale, e viene sputata pure quando un individuo sta viaggiando, con lo scopo di assicurarsi di percorrere la strada giusta (Stevenson, 1904, p. 569).

La pianta è dotata di proprietà medicinali, come si evince sia nei racconti mitologici che nella documentazione etnografica. La principale proprietà è quella di curare le ferite di guerra e più in generale le ferite da taglio. Cushing, nel riferire “la carne nei fiori rinnova la nostra carne”, sembra accennare a questa specifica proprietà curativa. In un poema scritto da Edna Proctor, questa nativa zuñi ha così descritto la pianta, da cui se ne deducono anche proprietà rinvigorenti:

“Sul ciglio della vetta della montagna,
i gigli di Té-na-tsa-li,
che illuminano la guancia sbiadita,
e curano le ferite del guerriero
e il cacciatore logorato e debole” (Proctor, 1893, p. 7).

 

Una pianta fra mito e realtà

Con il termine ténatsali gli Zuñi indicano diverse cose ed entità, tutte riconducibili a una determinata pianta la cui identità botanica è rimasta irrisolta, al punto da trovarsi tuttora sospesa in maniera indefinita fra mito e realtà. V’è una certa probabilità che la sua identità sia stata mantenuta volutamente segreta, in quanto pianta considerata elemento liturgico e sacramentale dei riti segreti delle confraternite. Sorprende la sua abbondante presenza nei racconti mitologici, maggiore di quella della datura e tale da fare ritenere il ténatsali come la pianta psicoattiva più importante nella cultura zuñi.

Il ténatsali è una pianta i cui fiori hanno molti colori, una pianta medicinale, una pianta inebriante e forse anche afrodisiaca. Rientra nel pantheon divino come Dio delle Stagioni o come fratello del Dio della Rugiada, e in quest’ultimo caso appare come una figura semi-divina che viene uccisa e dal cui sangue nasce la pianta del ténatsali. Nella mitologia assume le sembianze di un vecchio che vive nella montagna dove cresce questa pianta e che si trasforma in un giovane dal cui copricapo e respiro nascono continuamente fiori di ténatsali. Ténatsali è anche una coppia di bambini che rappresentano lo spirito della pianta, un piccolo ragazzo e una piccola ragazza, che hanno qualità onniscienti e ai quali gli uomini si rivolgono attraverso l’atto di assunzione della pianta per ottenere consigli e informazioni. Ténatsali è anche il nome di un luogo fisico, probabilmente quello dove vive la pianta omonima.

Matilda Stevenson parrebbe aver ritenuto il ténatsali una pianta esistente unicamente sul piano mitologico (Stevenson, 1904, p. 64; 1915, p. 124), mentre la Parsons nelle sue descrizioni parrebbe averla considerata una pianta reale, verificato anche che fu testimone diretta dell’entrata in uno stato di trance da parte di un individuo che aveva masticato la sua radice (Parsons, 1996, p. 414). Cushing (1882-1883, p. 511) la descrisse come una “pianta magica che cresceva sulla montagna”, senza fornire elementi che possano far intendere se la considerasse una pianta reale o solo mitica. Bunzel (1929-1930, p. 489) riferì del “misterioso ténatsali” e sembra averla considerata una pianta reale dotata di proprietà “narcotiche e visionarie”, pur sminuendone il valore considerandola una pianta impiegata per “scopi prosaici” quali scoprire oggetti perduti o l’autore di una stregoneria. In realtà è sufficiente osservare come gli Zuñi assumessero il ténatsali per contattare entità sovrannaturali quali sono i Giovani Ténatsali, da cui ricevere consigli e informazioni, per capire che non si tratta di impiego della pianta per meri scopi “prosaici”.

A mio avviso, l’insieme di dati mitologici ed etnografici qui riuniti fa ritenere molto probabile l’esistenza reale della pianta del ténatsali, sebbene sarebbe più corretto estendere il concetto parlando di un “vegetale” o di una “fonte vegetale” reale. In tal modo si includerebbero fra le possibilità anche i funghi e altri vegetali non direttamente classificabili come piante, così come i prodotti di natura vegetale elaborati dall’uomo.

Bunzel (1929-1930, p. 533) ipotizzò che si trattasse della datura, ma ciò è improbabile, poiché si è visto come gli Zuñi attribuiscono a queste due piante due differenti nomi, sia nei contesti d’uso che in quelli mitologici (si veda Racconti della datura fra gli Zuñi). Ad esempio, abbiamo visto come in una delle versioni della storia delle Ragazze Mais che si allontanano dagli umani i preti si domandino: “Chiederemo a ténatsali o a datura per trovarle?” (Benedict, 1935, vol. 1, p. 34).

In diversi ambiti, sia mitologici che etnografici, sembra tuttavia essersi verificato uno scambio di funzioni o di attributi – la Parsons (1916) parla di “sincretismo” – fra la pianta della datura e quella del ténatsali. In un mito d’origine della datura, originalmente questa pianta era una coppia di esseri apparentemente umani, un ragazzo e una ragazza, di nome A’neglakya e A’neglakyatsi’tsa. Questi vivevano sotto terra ma di frequente salivano in superficie e girovagavano osservando attentamente il mondo degli uomini. Erano dotati di poteri sovrannaturali che permettevano loro di vedere il responsabile di un furto e un notevole grado di onniscienza. I Divini ritennero che i due ragazzi sapevano troppo e causarono la loro scomparsa facendoli sprofondare definitivamente sotto terra. Nel luogo dove scomparvero sorse la pianta della datura (Stevenson, 1915, p. 46). Nella parte finale del racconto appare un dettaglio che rimanda più alla pianta del ténatsali che a quella della datura: “La pianta originale ha molti bambini sparsi sulla terra; alcuni fiori sono tinti di giallo, alcuni di blu, alcuni di rosso, alcuni sono tutti bianchi – i colori che provengono dai quattro punti cardinali” (id.). Le dature non hanno fiori di quattro colori, a maggior ragione fiori colorati singolarmente di quattro colori, mentre la qualità pluricromatica è caratteristica dei fiori del ténatsali. Anche la coppia di ragazzi-datura, un maschio e una femmina, ricorda i due ragazzi Ténatsali, e il riferimento alla “piccola gente” che si vede quando si assume la datura per scopi divinatori, intesi come i due ragazzi datura (Parsons, 1916), trova un’equivalenza semantica nella “piccola gente” (tenatseli atsana) che appare nello stato visionario indotto dal ténatsali e che viene identificata nella coppia di ragazzi Tenatseli, che abbiamo già incontrato. E’ curioso incontrare anche fra i Mono Occidentali della California la datura personificata in una coppia umana dei tempi delle origini, due fratelli di nome Tanabi che a un certo punto si trasformarono nella pianta di tanabi (datura) (Gayton, 1928, pp. 36-7).

Sincretismi o scambi semantici a parte, il ténatsali verosimilmente non può essere identificato con la datura. David Snow (2016, p. 130) ha recentemente proposto l’identificazione del ténatsali con la Mirabilis multiflora (Torr.) A. Gray, una pianta apparentemente psicoattiva impiegata dai medicine-men Hopi per scopi psico-diagnostici (si veda Le dature in Nordamerica, alla sezione dedicata agli Hopi). Gli Zuñi conoscono e usano questa pianta per scopi medicinali e magici, oltre a usare la grossa radice come fonte di cibo. La denominano principalmente con il termine shi’kwamu, “riduttore di sudore” (shi’kwa = “sudore”, mu = “ridotto”). Sono gli uomini generalmente che ne raccolgono la radice e la danno alle donne. Una piccola quantità di radice messa in acqua fredda o tiepida viene data agli adulti e ai bambini per ristabilirli dagli effetti insani del mangiare in eccesso: “la donna che amministra la medicina ne prende un po’ in bocca ed espellendola nelle sue mani le strofina sull’addome del paziente. La medicina appartiene a tutte le donne”. Un piccolo pezzo di radice viene frequentemente messo dalle donne nell’acqua da bere a pranzo ai giovani uomini della famiglia, in modo da prevenire l’esagerazione dei loro appetiti. Polvere della radice viene messa anche nell’he’we (un tipo di pane preparato come cibo per i lunghi viaggi), in modo da controllare la fame e fare in modo che il viandante sia soddisfatto con ciò che ha. La pianta è denominata anche a’wan sa’pipi a’wa i’tonakĭa, “cibo dei grandi giovani pollami che mangiano tutto”, e i fiori sono dati dai mangiare ai pulcini di tacchino (Stevenson, 1915, pp. 58-9).

L’ipotesi di Snow di identificazione del ténatsali con M. multiflora è debole. Difficilmente una pianta così importante per gli Zuñi sui piani mitologico e rituale può corrispondere a una pianta da essi medesimi impiegata principalmente come fonte alimentare e come mangime per i tacchini. Inoltre, i fiori di M. multiflora sono di un unico colore, un bel colore magenta, mentre le varie descrizioni dei fiori del ténatsali riportano una notevole policromia. Magari non si devono cercare fiori esattamente di sette colori, ma neanche monocromatici.

Barbara Tedlock, che ha studiato gli aspetti teatrali della ritualità zuñi, sembra considerare il ténatsali come una miscela composta da ingredienti che hanno differenti colori e per questo risulterebbe pluricromatica. Descrivendo le maschere dei Salimpiya – i dodici guerrieri e protettori dei sei gruppi di danza katchina – che vengono esposte nel corso del rito del teshkwi, ha osservato come ai lati delle maschere siano dipinti “due grandi fiori multicolorati compositi di ténatsali, rappresentanti una miscela allucinogena contenente gigli farfalle, lupini, fiori cardinali e boccioli di datura. Queste preghiere petalo-fiore di rosso, giallo, bianco e turchese sono associate con il potere del prete di viaggiare lungo la Via Lattea” (Tedlock, 1983, p. 102). Questa osservazione fa sorgere il sospetto che il ténatsali non sia una pianta specifica, ma che sia un prodotto elaborato in cui rientrano diversi ingredienti vegetali.

Non potendo contribuire ulteriormente alla risoluzione dell’enigma dell’identità del ténatsali, resta da domandarci: quanto sanno gli Zuñi di oggigiorno del ténatsali? Gli antropologi Peynetsa e Sanchez (1999, p. 163), descrivendo il ténatsali come una medicina di vari colori, inclusi il giallo e il blu, e chiedendo al loro informatore Andrew di identificare in maniera più precisa questa medicina, hanno ottenuto come risposta: “Se sei un medicine-man, allora sai che tipo di medicina è”.

 

Note

1 – In diversi scritti è riportato che il nome Ténatsali fu dato a Cushing nel contesto del suo rito iniziatico alla società guerriera dell’Arco (per l’Italia si veda ad esempio Scarduelli, 2019, p. 238); in realtà questo nome gli fu dato prima, quando fu adottato dal clan Ara; si veda l’autobiografia di Cushing, 1882-1883.

 

Si vedano anche:

 

 

 

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