Piante aggiunte all’ayahuasca

Plants added to ayahuasca

È cosa nota che le bevande dell’ayahuasca e dello yagé sono costituite da una coppia di piante: liana o foglie di ayahuasca (Banisteriopsis caapi (Spr. Ex Griseb.) Morton, Malpighiaceae) e foglie di chacruna (Psychotria viridis Ruiz & Pav., Rubiaceae) o di oko yagé (Diplopterys cabrerana (Cuatrec.) B.Gates). Questa è la formula vegetale di base, che possiamo definire come la bevanda madre dell’ayahuasca e dello yagé (Si veda L’ayahuasca dell’Amazzonia).

A questa bevanda madre i nativi dell’Amazzonia sono soliti aggiungere altri ingredienti, per lo più vegetali. Riunendo i dati esposti dai principali studi che si sono occupati di listare gli additivi dell’ayahuasca (Pinkley, 1969; McKenna et al., 1986; Bianchi & Samorini, 1993), si supera il numero di 80 specie sinora individuate; ma sospetto che il loro numero sia maggiore, compreso forse fra le 100 e 200 specie.

Una parte di queste piante è usata estesamente fra le diverse etnie amazzoniche, mentre altre sono impiegate come additivo dell’ayahuasca o dello yagé da singoli gruppi etnici o addirittura da singoli vegetalista o ayahuasquero, come risultato di un qualche esperimento e di una conoscenza locali. Si potrebbe sollevare una lamentela per la scarsità di studi scientifici sviluppati su queste piante, osservando come le poche ricerche sinora intraprese abbiano sempre confermato e “giustificato” l’impiego potenziatore o modulatore di questi additivi.

Queste aggiunte vegetali sono eseguite perlopiù al momento della cottura della bevanda madre, aggiungendo direttamente nella pentola la pianta prescelta. Il motivo principale di queste aggiunte è potenziare, modificare o modulare l’effetto visionario della bevanda tradizionale; scelte e preferenze che evidenziano un ventaglio molto originale di sfumature e di raffinatezza percettiva degli effetti visionari. Nell’Amazzonia peruviana i Sharanahua aggiungono all’ayahuasca le foglie di una specie di Psychotria per “dare l’impressione della freddezza e produrre meno visioni”, cercando in tal modo una precisa modulazione che riduca l’“imponenza” delle visioni e al contempo il loro impatto emotivo (Schultes & Raffauf, 1990). I vegetalista peruviani aggiungono una specie di Euphorbia all’ayahuasca che danno all’apprendista, con lo scopo di migliorare la voce durante l’apprendimento del canto degli icaro (Tournon & Reategui, 1984). In altri contesti determinate piante vengono aggiunte alla pentola in ebollizione dell’ayahuasca nei casi diagnostici difficili, come aiuto per individuare la causa della malattia del paziente che il vegetalista ha in cura; come fra i Makuna del fiume colombiano Popeyaca, che in queste situazioni difficili aggiungono alla bevanda madre alcune foglie pestate di Malouetia tamaquarina (Aubl.) A.DC., Apocynaceae, per “vedere meglio” le origini della malattia (Pinkley, 1969).

Si potrebbe interpretare la pentola di cottura dell’ayahuasca/yagé come un crogiolo neuroalchemico, inteso come strumento materiale di ciò che nei miei studi ho definito “Complessi Psicotropi” (Samorini, 2018, pp. 103-4), cioè quei contesti di impiego tradizionale di fonti inebrianti che partono da un liquido madre psicoattivo assunto come default visionario; una base visionaria che viene modulata con un’ampia gamma di additivi, per potenziare gli effetti della bevanda madre, o per variare lo spettro cromatico delle visioni (più viola, più rosse, ecc.), o modificare i livelli emotivi e delle percezioni extrasensoriali, o indurre specifici contenuti visionari e di pensiero. Si può quindi parlare di un antico “Complesso Psicotropo Dionisiaco” della Grecia classica, dove il liquido madre era il vino d’uva; o del pulque, la linfa fermentata di agave impiegata in Messico sin dai tempi pre-aztechi (si veda Il pulque delle popolazioni messicane); o della chicha, la birra dell’America Latina ottenuta principalmente con i chicchi del mais. Si può ben affermare che nella chicha è stato messo di tutto, gli ingredienti più strambi, perfino rane e rospi vivi. Similmente, si può parlare di un “Complesso Psicotropo dell’Ayahuasca” e, a differenza degli esempi precedenti, le bevande madri di ayahuasca/yagé non si basano su fonti alcoliche. In tutti questi Complessi, antichi e moderni, il numero di ingredienti additivi a disposizione è sempre elevato – da alcune decine sino ad alcune centinaia – ed è soggetto a continua espansione. È il caso della medesima ayahuasca, la cui lista di piante additive si allunga di pari passo con l’attività di ricerca e acquisizione di nuove conoscenze da parte degli sciamanici amazzonici.

Non si deve dimenticare una qualità molto importante degli sciamani dell’Amazzonia, e cioè quella di essere anche dei ricercatori, con quel significato di “ricerca” simile se non identico a quello che adottano gli studiosi occidentali etnobotanici, e che origina dal concetto di “cercare qualcosa”. Le medesime bevande dell’ayahuasca e dello yagé sono da vedere come l’elaborazione ultima – in senso cronologico e qualitativo – di una serie di combinazioni provate con spirito di sperimentazione. I vegetalista dell’Amazzonia sono sempre stati dei grandi sperimentatori, provando tutto sulla loro pelle, e la scoperta dell’ayahuasca e dello yagé fuoriuscite dai loro crogioli neuroalchemici può essere vista, non solo come un dono della natura o di divinità benevolenti, ma anche come un premio della loro secolare e assidua ricerca attorno a una pentola e al suo contenuto.

Incontriamo uno dei contesti più evoluti di questa “ricerca attorno a una pentola e al suo contenuto” presso gli Shipibo-Conibo e altre etnie del peruviano fiume Ucayalli, dove l’importante concetto di “pianta maestro” assume il suo ruolo più completo: è la medesima bevanda dell’ayahuasca a insegnare ai vegetalista le qualità delle altre piante. Per valutare le proprietà di una pianta sconosciuta – se tossica, medicinale, inebriante, ecc. – il vegetalista pone una sua piccola porzione, una foglia, alcuni semi, un piccolo pezzo di radice, dentro alla bevanda dell’ayahuasca che sta cuocendo nella pentola. Sarà l’ayahuasca, una volta ingerita e attraverso i suoi effetti visionari, a comunicare direttamente al vegetalista le qualità di quell’elemento vegetale (Luna, 1986, p. 66). Gli ayahuasquero di questa regione dell’Amazzonia peruviana affermano che buona parte delle loro conoscenze in materia di piante medicinali l’hanno acquisita con questa tecnica.

Con i Complessi Psicotropi ci troviamo di fronte alla raffinatezza e non solo alla complessità, si potrebbe dire alla raffinatezza nella complessità, del modus operandi dell’esperto di fonti visionarie; conoscenze combinatorie che anche la cultura occidentale aveva raggiunto nel suo passato – basti pensare ai pentoloni dionisiaci, ai calderoni celtici o a quelli delle “streghe” del Medioevo e del Rinascimento europeo.

Osservando la lista di piante aggiunte all’ayahuasca/yagé dal punto di vista di uno studioso occidentale, un primo sguardo è rivolto alle specie dei medesimi generi di quelli impiegati nelle bevande madri. Oltre a B. caapi, sappiamo che un’altra liana, Banisteriopsis muricata (Cav.) Cuatrec., è impiegata almeno dai Waorani dell’Ecuador in sostituzione di B. caapi, e che produce i medesimi principi attivi in quantità non inferiori a quest’ultima (Davis & Yost, 1983). Sappiamo di un’altra specie, B. martiniana (A.Juss.) Cuatrec., impiegata nell’Amazzonia colombiana come fonte di una bevanda inebriante (Schultes, 1975). Nel genere Psychotria, oltre alla classica chacruna (P. viridis), i Sharanahua e Kulina dell’Amazzonia sud-occidentale aggiungono alla bevanda base Psychotria carthagenensis Jacq. Le analisi biochimiche hanno dato risultati contraddittori per questa specie: Rivier & Lidgren (1972) trovarono nelle foglie DMT e tracce di altri due alcaloidi in concentrazioni dello 0,66% del peso secco; ma McKenna et al. (1984) e Leal & Elisabetsky (1996) non vi trovarono alcaloidi. È il caso di osservare che i moderni daimisti considerano questa specie, che chiamano rainha branca, “una varietà ‘fredda’ o ‘falsa’ di rainha”, che viene generalmente evitata nella preparazione del daime (Monteles, 2020, p. 213).

Sappiamo anche del curioso “scherzo della natura”, che ha fatto produrre il DMT a una liana, l’oko yagé, precedentemente identificata come una specie di Banisteriopsis e ora classificata come Diplopterys cabrerana (Cuatrec.) B.Gates, sempre della famiglia delle Malpighiaceae. Da una liana di questa famiglia impiegata come fonte inebriante, gli studiosi occidentali si sarebbero attesi i medesimi alcaloidi MAO-inibitori della liana di ayahuasca; invece sono state “solamente” riscontrate alte concentrazioni di DMT, che giustificano l’aggiunta delle sue foglie allo yagé nell’area del Putumayo colombiano così come dell’Ecuador amazzonico (McKenna et al., 1984).

Foglie di Diplopterys cabrerana (Cuatrec.) B.Gates, Malpighiaceae (foto da Wikimedia Commons)

Una serie di piante aggiunte all’ayahuasca/yagé non farebbe dunque altro che rinforzarne l’effetto senza modificarne sostanzialmente gli aspetti qualitativi, in quanto producono i medesimi alcaloidi trptaminici (DMT) o MAO-inibitori (armina, armalina) presenti nelle bevande di ayahuasca e di yagé. Si può considerare questo gruppo come quello degli additivi rinforzanti.

Attrae l’attenzione una di queste piante, Tetrapterys mucronata Cav. (Malpighiaceae), che viene aggiunta allo yagé presso alcune etnie colombiane e la cui corteccia sappiamo produrre entrambi i tipi di alcaloidi; in pratica, saremmo in presenza di una pianta “ideale”, che potrebbe raccogliere il principio di “due piante in uno”, soddisfacendo contemporaneamente all’esigenza della presenza dei MAO-inibitori e delle triptamine allucinogene. Ciò troverebbe riscontro nell’impiego di questa pianta come unico ingrediente per preparare una bevanda inebriante, che Richard Schultes riportò di aver osservato e perfino provato su sé medesimo quando nel 1948 si trovava in Amazzonia fra i Maku del rio Tikié (Schultes & Hofmann, 1983, pp. 162-3). Le recenti analisi chimiche su questa pianta (Queiroz et al., 2014; 2015) offrono una conferma biochimica che evidenzia la profonda conoscenza tradizionale, e che gli sciamani nativi sanno il fatto loro in materia di arte combinatoria.

Altre piante, pur non producendo specificatamente armina e armalina, producono composti ugualmente dotati di proprietà MAO-inibitrici, e quindi nuovamente potenziano l’effetto della bevanda. È il caso delle Brunfelsia, le cui cortecce, foglie e radicisono aggiunte alla bevanda madre da etnie colombiane e dell’Ecuador (Plowman, 1977). Pur appartenendo alla famiglia delle Solanaceae, queste piante non producono gli alcaloidi allucinogeni tropanici, ma producono scopoletina in quantità significative; una molecola di cui si è recentemente scoperta la potente proprietà MAO-inibitrice (Basu et al., 2016). La loro aggiunta all’ayahuasca è quindi motivata e tutt’altro che casuale. È opportuno osservare che sempre delle Brunfelsia sono di frequente aggiunte alle bevande di jurema (Samorini, 2016, p. 84), che sono elaborate con la corteccia di certe specie di Mimosa, potendo quindi facilitare l’assorbimento delle alte concentrazioni di DMT presenti in queste bevande enteogene brasiliane (si veda Etnobotanica della jurema).

Fiori di Brunfelsia pauciflora (Cham. & Schltdl.) Benth., Solanaceae (foto G.S.)

Un vasto insieme di piante aggiunte all’ayahuasca/yagé agisce in maniera differente, non rinforza un effetto preesistente ma si incontra, si confronta o si “scontra” con l’effetto della bevanda madre, sino a influenzarlo in vari modi. È l’insieme di piante per noi occidentali più interessanti, che potremmo riunire nel gruppo degli additivi modulatori, ed è purtroppo anche quello di cui conosciamo poco di più che una lista di aridi nomi botanici o popolari.

Un gruppo di queste piante modulatrici riguarda specie della famiglia delle Solanaceae; la più nota è il toé (Brugmansia spp.), che produce gli alcaloidi tropanici allucinogeni, fra cui scopolamina e iosciamina.

Fiore di una specie di Brugmansia (toé), Solanceae (foto G.S.)

Nel Putumayo colombiano la solanacea Juanulloa ochracea Cuatrec. è denominata popolarmente ayahuasca; un fatto che suggerisce il suo impiego come additivo alla bevanda dell’ayahuasca, o un impiego come fonte inebriante per se (Schultes, 1979). Da questa pianta è stato isolato l’acaloide parquina, che ha mostrato in studi di laboratorio produrre un effetto sul sistema nervoso e su quello muscolare (Mercier & Chevalier, 1913). La parquina è stata isolata in un’altra solanacea, Cestrum parqui (Lam.) L’Hér., sospettata di essere una pianta psicoattiva (Schultes & Hofmann, 1983, p. 298).

Riguardo un’altra specie di Solanaceae, Iochroma fuchsioides (Bonpl.) Miers, Schultes la indicò come probabile additivo allo yagé fra i Kamsa del Sibundoy colombiano (Schultes, 1972). Ma qualche anno più tardi, nel contesto di uno studio monotematico sulle proprietà allucinogene di questa pianta (Schultes, 1977), non ripropose il suo possibile impiego come additivo allo yagé, probabilmente perché non ne osservò una precisa conferma etnografica.

Per alcune piante, pur conoscendone solo i nomi botanici o tradizionali, e in diversi casi non conoscendo nemmeno quale parte della pianta venga aggiunta all’ayahuasca/yagé, possiamo ricevere indicazioni indirette circa il loro potenziale psicoattivo osservando le conoscenze che abbiamo su altre specie dei medesimi generi.

L’hiporuru, Alchornea castaneifolia (Humb. & Bonpl. Ex Willd.) A.Juss., è una Euphorbiacea che nell’area di Iquito è aggiunta all’ayahuasca, ed è considerata una delle “piante maestro” (Luna, 1984). Conosciamo altre specie di Alchornea impiegate come fonti inebrianti, e l’analogia più forte è con le specie africane A. floribunda Müll.Arg. e A. hirtella Benth., le cui scorze di radici sono impiegate come fonti visionarie enteogene in un culto degli antenati, il Byeri, fra i Fang e altre popolazioni bantu dell’Africa Equatoriale Occidentale (Gabon e regioni limitrofe). Nel rito iniziatico byeri la forte dose di alan (A. floribunda) ingerita induce nell’adepto una profonda visione, mediante la quale e attraverso i crani dei parenti defunti che gli vengono mostrati, entra in contatto con gli spiriti antenati per ricevere direttamente le conoscenze ultime del clan di appartenenza (Samorini, 2002-03, e si veda Il culto degli antenati Byeri). È possibile che l’hiporuru produca i medesimi alcaloidi di queste congeneri africane, le alchorneine (Khuong-Huu et al., 1972), e che la parte più attiva della pianta riguardi la radice.

Riguardo l’aggiunta dell’armaciza (Erythrina poeppigiana (Walp.) O.F.Cook, Leguminosae, Luna, 1986, p. 67), è opportuno considerare i numerosi casi in cui i semi di specie del genere Erythrina, pur con una loro intrinseca tossicità, sono coinvolti come fonti inebrianti. Ad esempio, in Guatemala i semi di E. flabelliformis Kearney sono ingeriti dagli sciamani per permettere la comunicazione con gli spiriti (Schultes & Hofmann, 1983, p. 281)

Interessante l’aggiunta, sempre nell’area di Iquito, di uchu-sanango, una specie di Tabernaemontana (Luna, 1984), poiché sappiamo che questo genere della famiglia delle Apocynaceae produce alcaloidi del gruppo dell’ibogaina, e si tratterrebbe quindi di un “primo incontro” etnopsicofarmacologico, pur indiretto, fra i principi attivi dell’amazzonica ayahuasca con quelli dell’africana iboga, la nota pianta visionaria del culto religioso del Bwiti (si veda Il culto del Buiti e l’iboga).

Un piccolo gruppo di piante è aggiunto all’ayahuasca per modificarne il sapore, e potremmo considerarli additivi organolettici. È il caso della kana (Sabicea amazonensis Wernham, Rubiaceae), che nel Vaupés viene aggiunta allo yagé per renderlo dolce attenuandone l’amarezza (Schultes & Raffauf, 1990).

Un altro insieme di piante parrebbero essere aggiunto all’ayahuasca per motivi di “magia simpatica”, e possiamo quindi considerarli additivi magici. È il caso ad esempio di alcune piante, fra cui una specie indeterminata di orchidea, aggiunte al kamarampi, il nome dato dai Matsigneka all’ayahuasca (si veda Il kamarampi fra i Matsigenka). Nel caso della specie di orchidea, informatori matsigenka hanno riferito a Glenn Shepard che l’aggiunta di questa pianta alla bevanda di Banisteriopsis produce l’effetto di “avvicinare il cielo alla terra”, permettendo quindi allo sciamano di salire nel mondo superiore. Il riavvicinamento del cielo con la terra riporterebbe alla condizione primordiale del cosmo. L’osservazione che questa specie di orchidea cresce nelle zone alte degli alberi, quindi di difficile accesso, e che è possibile raccoglierla a terra in occasione di cadute di rami dell’albero ospite, farebbe sospettare una valenza meramente simbolica (magica) di questo additivo vegetale (Shepard, 2014, p. 20).

Ma il numero di piante aggiunte all’ayahuasca è molto più esteso, come molto più estesa è la nostra ignoranza a riguardo. Che dire del toé negro, identificato come Teliostachya lanceolata Nees (Acanthacease), le cui foglie vengono usate anche da sole come inebriante? (Schultes & Raffauf, 1990) O della bobinsana (Calliandra angustifolia Benth., Leguminosae), le cui radici sono usate come stimolante nel Rio Pastaza (se ne beve il decotto prima di affrontare uno sforzo fisico quale il nuoto; Schultes & Raffauf, 1990); o del remo caspi, Pithecellobium laetum (Poepp.) Benth., Leguminosae, che qualche vegetalista ha affermato che fortifica l’ayahuasca al punto che può lasciare inconscio lo sperimentatore per 12 ore? (Luna, 1986, p. 69) Un tesoro di conoscenze sciamaniche accumulato nella secolare attività di “ricerca attorno a una pentola e al suo contenuto” che, come ennesimo dono dello sciamanesimo, potrebbe diventare un tesoro psicofarmacologico per la cultura occidentale, con buone prospettive di acquisizioni di conoscenza in termini anche di nuove molecole di futura importanza medicinale e sociale.

 

Si vedano anche:

 

 

 

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