Animali che si drogano

Animals taking drugs

 

Quando si parla di droga, la maggior parte delle persone associa immediatamente questa parola al “problema droga”, e ciò porta alla visione comune che vede “droga” e “problema droga” identificarsi. La connotazione negativa del concetto “droga” si fa ancora più esacerbata in un ambiente culturale che nega qualunque utilità dell’atto di drogarsi. La droga fa male, la droga è vizio, la droga è sintomo di un disagio e di una sofferenza individuale e sociale. Tali giudizi portano al luogo comune, spesso sottinteso, che l’uso della droga è un comportamento aberrante umano, peculiare della specie umana.

A contraddire questo paradigma del pensiero occidentale moderno v’è un insieme di dati, sempre più cospicuo e incontestabile, ma che continua ad essere sottovalutato, che dimostra che il comportamento di drogarsi è diffuso anche nel mondo animale.

Alcuni casi di “addiction” animale erano noti già da tempo, ma non vi si faceva caso seguendo la regola, di cui l’uomo occidentale fa continuo abuso, di non interessarsi dei dati inspiegabili o in forte contraddizione con i modelli interpretativi prescelti. Tutt’al più, qualche etologo più scrupoloso interpretava questi bizzarri comportamenti animali in termini psicologici, come il sintomo di un malessere dell’animale, proiettando quindi sul mondo animale l’interpretazione patologica attribuita alla specie umana.

In questi ultimi decenni, con l’adozione di tecniche di osservazione sempre più raffinate e la centralizzazione dei dati raccolti su tutte le regioni del globo, gli etologi stanno accumulando una massa di dati sugli animali che si drogano tale da non potere più essere sottovalutata. Ciò che poteva sembrare inizialmente un’eccezione, appare ora una regola comportamentale diffusa a tutti i livelli del mondo animale, dai mammiferi agli uccelli, agli insetti, e l’interpretazione di questo comportamento come un particolare “sintomo di malessere” non è più accettabile. Si dovrà sospettare che nel comportamento animale – e quindi umano – di assumere droghe v’è una qualche componente naturale; in altre parole, la droga svolge negli animali una qualche funzione naturale non ancora compresa.

I primi riferimenti di carattere scientifico a un uso animale delle droghe parrebbero essere datati alla seconda metà dell’Ottocento. Paolo Mantegazza, nella sua opera monumentale sulle droghe, riportava che gli “alimenti nervosi” – come amava definire le droghe – “sono quasi esclusivamente usati dall’uomo, che gode della vita nervosa più complessa di tutti gli altri animali. Fra questi, quelli che più si avvicinano a noi per l’intelligenza, possono trovarli piacevoli quando li imparano a conoscere nello stato di addomesticamento. Le scimmie, i pappagalli ed anche i cani amano spesso con trasporto il caffè e il tè; ma in natura non sanno trovarli per istinto”. Ma in una nota a pie’ di pagina si affrettava ad aggiungere: “I progressi della scienza vanno togliendo molto valore a quest’ultima affermazione troppo recisa. Forse neppure l’uso degli alimenti nervosi è carattere umano: i gatti mangiano il maro e la valeriana, non certo per nutrirsi, ma per inebriarsi. Così, la signora Loreau, traduttrice di Livingstone, dice che gli elefanti in alcuni luoghi cercano con avidità un frutto che li inebria, godendo assai di quell’ebbrezza. Darwin vide parecchie volte le scimmie fumare con piacere, e Brehm ci assicura che nel nord-est dell’Africa gli indigeni prendono le scimmie coll’offrire loro vasi pieni di una birra molto forte che li inebria” (Mantegazza 1871, vol. 1, pp. 174-5).

Nell’osservazione sul mondo animale la situazione è complessa, dato che gli animali non possono comunicarci la loro sensazione di “sentirsi drogati” e dobbiamo dedurre lo stato di “drogato” dall’osservazione del loro comportamento esteriore o, tutt’al più, da dati fisiologici e neurofarmacologici. Considerando poi che il nostro concetto di drogato è cultural-dipendente, l’osservazione degli animali drogati rischia di non essere oggettiva.

La ricerca scientifica – non esclusa quella etologica – segue generalmente il principio “si trova ciò che si cerca”, e la ricerca e i ricercatori sono condizionati da un ambiente culturale e morale che detta a priori l’interpretazione del comportamento umano dell’uso delle droghe come un fenomeno aberrante e di scarso valore edificante; non v’è dunque da stupirsi se lo studio di questo comportamento presso gli animali sia ancora ai primi passi. Nella matrice culturale non permissiva che ci circonda è difficile affermare e accettare che lo “sporco” comportamento del drogarsi intacca la “purezza” della natura animale. Per un etologo v’è di che compromettere la propria carriera professionale.

Un secondo ordine di problemi riguarda l’intenzionalità animale nell’atto di drogarsi. Dovremo innanzi tutto distinguere il comportamento di animali che si drogano perché influenzati o direttamente indotti dall’uomo a fare ciò, dal comportamento di animali che si drogano in natura senza un’apparente influenza umana.

Nelle fumerie di oppio dell’estremo Oriente, i gatti domestici sono anch’essi assuefatti al fumo dell’oppio che impregna le stanze, ed è una scena piuttosto comune vedere i gatti avvicinarsi ai fumatori, in attesa che questi espellano le boccate di fumo, per annusarle a più riprese. Che questi gatti siano assuefatti all’oppio lo dimostrano il fatto che i gatti normali sono infastiditi ed evitano le boccate di fumo e che i gatti delle fumerie, quando privati della fumigazione oppiacea quotidiana, sono assaliti da evidenti crisi di astinenza, che in alcuni casi possono risultare fatali. Perfino i topi che vivono nelle vicinanze delle fumerie si avvicinano ai fumatori – generalmente indisturbati – e si alzano sulle due zampe posteriori nel tentativo di annusare il fumo oppiaceo. Le scimmie che vivono in cattività in stretto contatto con uomini tabagisti si abituano a fumare sigarette e vanno su tutte le furie se ne sono private (Jarvik, 1967) – un fatto di cui sono stato testimone oculare nel corso delle mie ricerche sul campo nel Gabon.

Lo scrittore e artista francese Jean Cocteau, nel suo libro dedicato all’oppio, di cui è stato un grande consumatore, riportò nel 1930:

Tutti gli animali sono incantati dall’oppio. I fumatori nelle colonie conoscono il pericolo di quest’esca per gli animali selvaggi e i rettili. Le mosche si raggruppano introno al vassoio e sognano. Le salamandre [forse più propriamente i gechi] si addormentano sul soffitto sopra la lampada con i loro piccoli mezziguanti e aspettano l’ora. I sorci si avvicinano e rosicchiano le scorie. Non parlo dei cani, delle scimmie, intossicati come i loro padroni (Cocteau, 2006, p. 89).

In questi casi non possiamo pensare a un impulso naturale animale nel drogarsi, bensì a un comportamento intenzionale condizionato dall’ambiente umano in cui vivono questi animali.

Non possiamo pensare a un impulso naturale nemmeno in quei casi in cui è l’uomo a somministrare in maniera forzata le droghe agli animali di laboratorio per scopi di ricerca. Le riviste specializzate nella ricerca psicofarmacologica e neurochimica sono colme di risultati di sperimentazioni eseguite sui più disparati animali, ai quali vengono somministrati cocaina, eroina, nicotina e numerose altre droghe per studiarne gli effetti fisici e sul comportamento. In diversi casi gli animali sono addestrati ad autosomministrarsi le droghe, con lo scopo di studiare i meccanismi e i parametri dell’assuefazione, della tolleranza, delle crisi di astinenza, così come gli istinti e i rapporti sociali sotto l’effetto delle droghe. Anche questo non è il caso che qui interessa, in quanto si tratta di comportamento intenzionale forzato direttamente dalla volontà umana.

Ciò che qui interessa riguarda i casi in cui gli animali evidenziano un comportamento intenzionale naturale nell’assumere droghe, cioè di animali che si drogano lontani da qualunque influenza umana (Samorini, 2000, 2013).

Accertata l’impossibilità di un’influenza dell’uomo, si dovrà distinguere fra assunzioni accidentali e intenzionali; una distinzione che non sempre è immediatamente evidente. Spesso gli etologi tendono a interpretare come accidentali i casi di animali che si inebriano nutrendosi di piante psicoattive. Ma la conoscenza di incontestabili casi non accidentali dovrebbe far sorgere il dubbio se dietro all’accidentalità solitamente attribuita a una più ampia casistica del rapporto fra animali e droghe psicoattive non vi sia semplicemente una nostra ignoranza di comportamenti intimi e generalizzati nel mondo animale.

L’interpretazione accidentalista è giustificata da un’osservazione che resta da spiegare, e cioè che il comportamento degli animali che si drogano comporta in più casi un certo costo per la specie, apparentemente in contraddizione con l’istinto di conservazione. Le sfingi (farfalle notturne) che, inebriandosi del nettare dei fiori di datura, restano per un certo periodo inebetite al suolo, rischiano di restare vittime dei predatori (si veda Sfingi e dature); i caribù canadesi che si inebriano con il fungo agarico muscario si allontanano dai loro piccoli, i quali per questo rimangono di frequente vittima dei lupi (si veda Renne e Amanita muscaria); i pettirossi americani che si ingozzano e si inebriano con certe bacche cadono al suolo, e alcuni sono investiti dalle macchine o restano vittime dei gatti (si veda Uccelli ebbri). Ma se questi costi sono in contraddizione con l’istinto di conservazione individuale, non è detto che lo siano osservando il fenomeno a livello della specie.

Un criterio di distinzione fra comportamenti accidentali e intenzionali è quello del ripetersi di tali comportamenti. Se osserviamo una capra mangiare i semi inebrianti della pianta del mescal (si veda Quadrupedi e nescalbean), e in seguito a ciò trema, cade al suolo e più tardi si rialza, potremmo pensare a un’intossicazione accidentale con una droga psicoattiva. Ma quando osserviamo la medesima capra tornare a più riprese a mangiare di quei semi, pur manifestando ogni volta i medesimi sintomi dell’intossicazione, ciò ci deve far sospettare un comportamento intenzionale e che i sintomi esteriori – tremare, cadere a terra e più tardi rialzarsi – sono solamente alcuni degli effetti, e probabilmente i meno importanti, di un’ebbrezza che quella capra sta esperendo e per la quale trova una certa attrazione, probabilmente un certo piacere. Avere dei tremori, sdraiarsi a terra e rialzarsi dopo un certo periodo di tempo capita a molti uomini dopo avere assunto droghe di diverso tipo, anche se non possiamo per questo affermare che l’effetto più importante di quelle droghe sia quello di tremare, cadere a terra e in seguito rialzarsi.

Che tipo di droghe usano gli animali? Stando a quel poco che per ora conosciamo, si tratta principalmente di droghe vegetali: semi, nettare di fiori, foglie, radici, frutti fermentati, licheni, funghi; raramente le droghe sono fonti animali. In buona parte dei casi, per lo meno in quelli a noi noti, le droghe vegetali che hanno un effetto inebriante sull’uomo sono inebrianti anche per gli animali; ma fra le droghe che gli animali usano intenzionalmente, diverse non sono utilizzate dall’uomo come tali, o sono per quest’ultimo tossiche, oppure il loro effetto sull’uomo non ci è noto.

Le proprietà inebrianti di numerose droghe vegetali – caffè, tè, khat, iboga, agarico muscario, ecc. – sembrano essere state scoperte dall’uomo proprio dall’osservazione del loro uso come droghe da parte degli animali. Che una buona parte delle droghe che hanno effetto sull’uomo lo abbiano anche fra gli animali lo dimostra quel folto insieme di esperimenti nei quali queste droghe sono state somministrate alle più disparate specie animali. Persino gli animali inferiori subiscono gli effetti delle droghe (si vedano ad esempio Insetti e orchidee e Formiche e coleotteri). Negli uccelli e nei mammiferi sono stati osservati caratteristici movimenti reiterati della testa e del collo indicatori del fatto che l’animale è “inebriato” (si veda L’head twitch animale).

Sono rimasti celebri gli esperimenti eseguiti su ragni ai quali furono somministrati oralmente appropriate dosi di diversi tipi di droghe (mescalina, psilocibina, caffeina, hashish, LSD, scopolamina, ecc.). A ragni dei generi Zigiella e Araneus furono dati in pasto delle mosche contenenti di volta in volta queste droghe, e furono poi osservate le ragnatele che questi artropodi costruirono sotto il loro effetto. Sotto l’effetto dell’LSD le ragnatele apparivano elaborate e con trame di tipo “arabesco”, mentre sotto l’effetto di caffeina esse apparivano con una trama spigolosa e con ampi spazi vuoti, tali da renderle inefficaci; sotto effetto di hashish le ragnatele apparivano complete e funzionali solo in parte (Bazanté, 1971; Christiansen et al., 1962; Wolff & Hempel. 1951).

In un altro esperimento sono stati somministrati oralmente diversi dosaggi di LSD a dei calabroni (Vespa orientalis F.). Dopo circa dieci minuti dalla somministrazione di questo potente allucinogeno si evidenziavano un rallentamento dei movimenti, la cessazione di tutte le attività, movimenti stereotipati e stati di apparente letargia (Floru et al., 1969). Queste modifiche comportamentali, pur non dicendoci nulla sulle sensazioni provate dai calabroni, accertano che l’LSD provoca un qualche effetto su questi imenotteri.

Altri esperimenti rimasti famosi sono quelli che John Lilly intraprese con i delfini, a cui iniettò dell’LSD. E’ noto che questi cetacei sono molto intelligenti e dotati di un complesso sistema di comunicazione fatto di fischi e vocalizzazioni: “se si mette un secondo delfino insieme al primo a cui è stato iniettato l’LSD, l’indice di vocalizzazione si alza per un periodo di tre ore; in altre parole ha luogo un vero e proprio scambio comunicativo. L’altro animale gli risponde e anche il suo indice di vocalizzazione aumenta. Se una persona entra nella vasca durante l’effetto dell’LSD, l’indice di vocalizzazione sale e rimane alto. Senza LSD si alza per poco tempo”. Che l’LSD provochi un effetto socializzante sul delfino fu dimostrato anche con un esperimento condotto su un delfino maschio che per due anni e mezzo aveva rifiutato ogni contatto con l’uomo dopo essere stato accidentalmente colpito nella coda da un fucile subacqueo. Sotto l’effetto dell’LSD il delfino si avvicinò per la prima volta a Lilly e ai suoi collaboratori per tutto il periodo in cui durò l’effetto dell’allucinogeno (Lilly, 1981, p. 240).

Una pagina triste degli esperimenti con somministrazione di droghe negli animali riguarda l’insensata uccisione di un elefante con lo scopo di dimostrare l’esistenza di una dose letale dell’LSD per l’uomo (che non fu tra l’altro dimostrata). Si veda L’elefante Tusko. Alla memoria di questo elefante dedico questa sezione etologica del mio sito.

In questa sezione del sito sono esposti i dati sugli animali che si drogano che l’autore è riuscito sinora a raccogliere, basandosi principalmente sulla letteratura scientifica, e in minor misura a quella aneddotica.

Ciò che segue rappresenta un primo insieme di dati, un primo passo verso l’accettazione di qualcosa che si fa ancora una certa fatica ad ammettere. Tutto ciò non fa altro che seguire il normale processo di accettazione di una nuova idea: inizialmente derisa e ostacolata, successivamente si apre un varco fra le rigidità mentali e i modelli interpretativi precostituiti, sino al raggiungimento della sua completa accettazione come nuovo tassello del bagaglio cognitivo umano.

Ronald Siegel aveva in precedenza affrontato il tema degli animali che si drogano in un suo testo del 1989. Pur meritevole nel suo sforzo, oltre ad adottare un sistema referenziale bibliografico metodologicamente scorretto,1 l’esposizione di Siegel è alquanto naïf. Ad esempio non ha avuto l’accortezza di rispettare la fondamentale distinzione fra i comportamenti animali di assunzioni di droghe condizionati o forzati dall’uomo da quelli naturali, confondendoli fra di loro e mescolandoli indiscriminatamente con i dati sui relativi comportamenti patologici umani. Di fatto ha creato un ammasso confuso di dati che rispecchia la sua confusione sull’argomento, ben esplicitato dal titolo della sua opera dove parla di “paradisi artificiali”, un concetto che tradisce un obsoleto giudizio morale del fenomeno droga.

Nel 2000 l’autore di questo sito aveva pubblicato un testo, “Animali che si drogano”, in cui era riunito un insieme di dati e di considerazioni relativi a questo fenomeno (Samorini 2000). Nel 2013 è stata pubblicata un’edizione aggiornata e totalmente riveduta di questo libro. In questa sezione del sito vengono riproposti questi dati, con l’aggiunta di aggiornamenti. Ulteriori aggiornamenti seguiranno passo per passo le nuove scoperte e teorie scientifiche in materia di animali che si drogano.

 

Note

1 – Nel suo testo Siegel ha ammucchiato i riferimenti bibliografici in fondo al libro in base ai capitoli, senza apporre il dovuto riferimento per ciascun dato che ha riportato. Ciò comporta inevitabilmente l’impossibilità di risalire alla fonte bibliografica primaria per buona parte dei dati che ha esposto e, stando alla regola metodologica secondo la quale un dato di riporto secondario carente di specifico riferimento bibliografico è da considerare inaffidabile, numerosi dei dati che ha riportato nel suo libro sono da considerare inaffidabili.

 

Si vedano anche:

 

ri_bib

BAZANTÉ G., 1971, Action de la Psilocybine, substance hallucinogène extraite de champignons du Mexique sur l’édification des toiles d’araignées, Revue di Mycologie, vol. 36, pp. 25-46.

CHRISTIANSEN A., R. BAUM & P.N. WITT, 1962, Changes in spider webs brought about by mescaline, psilocybin and an increase in body weight, J.Pharm.Exp.Ther., vol. 136, pp. 31-37.

COCTEAU JEAN, 2006 [1930], Oppio, SE srl, Milano.

FLORU L. et al., 1969, Influence of Psychotropic Substances on Hornet Behaviour in Colonies of Vespa orientalis F. (Hymenoptera), Psychopharmacology, 14: 323-341.

JARVIK M.E., 1967, Tobacco smoking in monkeys, Annals of the New York Academy of Science, vol. 142, pp. 280-294.

LILLY C. JOHN, 1981, La comunicazione tra l’uomo e il delfino, Cesco Ciapanna, Roma.

MANTEGAZZA PAOLO, 1871, Quadri della natura umana. Feste ed ebbrezze, 2 voll., Brigola, Milano.

SAMORINI G., 2000, Animali che si drogano, Telesterion, Vicenza.

SAMORINI G., 2013, Animali che si drogano, Edizione totalmente riveduta e aggiornata, Shake Edizioni, Milano.

SIEGEL RONALD, 1989, Intoxication. Life in Pursuit of Artificial Paradise, Dutton, New York.

WOLFF D. & U. HEMPEL, 1951, Versuche über die Beeinflussung des Netzbaues von Zilla x-notata durch Pervitin, Scopolamin und Strychnin, Z.Vergl.Physiol., vol. 33, pp. 497-522.

Un Commento

  1. Gioff
    Pubblicato Gennaio 30, 2024 alle 3:55 pm | Link Permanente

    Grazie Maestro.
    Punto di vista che allarga l’orizzonte.

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