I culti del toloache

The toloache‘s cults

 

 

Per “culti del toloache” si intende un insieme di pratiche rituali in cui rientrava l’assunzione della pianta allucinogena della datura – denominata gergalmente con un termine spagnolo, toloache – diffuse fra un folto insieme di gruppi etnici della California e del Messico settentrionale. Pur con le riconosciute differenze fra le varie etnie e nelle differenti fasi cronologiche, si tratta di un corpus mitologico, religioso e rituale abbastanza omogeneo, tale da essere considerabile come un sistema cultuale autonomo e distinguibile dagli utilizzi della datura presso altre etnie del Nordamerica (si veda Le dature in Nordamerica).

V’è una certa unanimità fra gli studiosi nel ritenere che i culti del toloache si formarono a partire da influenze e conoscenze originarie del Messico che si diffusero nell’area sud-occidentale degli attuali Stati Uniti (Nuovo Messico e Arizona), e di lì raggiunsero la California (Kroeber, 1923). Una testimonianza linguistica di questa diffusione da sud a nord risiede nello stesso nome toloache, che è l’interpretazione spagnola del termine nahuatl toloatzin (si veda Le dature fra gli Aztechi).

La specie di datura più utilizzata nei culti californiani del toloache è la Datura innoxia Miller, frequentemente citata nella letteratura etnografica, specie quella datata, con il sinonimo di Datura meteloides DC ex Dunal. I Quecha, altrimenti noti come Yuma, che vivevano alla confluenza del fiume Gila con il fiume Colorado, e i Cocopa che vivevano nella parte inferiore e nel delta del Colorado, usavano una specie differente, Datura discolor Bernh.

Sebbene la diffusione dei culti del toloache sia riconosciuta generalmente fra le etnie della California meridionale, l’impiego della datura è stato registrato anche presso gruppi nativi di aree più settentrionali della California, sino a raggiunge i Pomo stanziati all’altezza dell’attuale metropoli di San Francisco.

Fra le varie fasi storiche in cui i nativi della California si trovarono a interagire con i conquistatori europei, va qui citato il Periodo delle Missioni, che va dal 1769 al 1833, anno in cui il governo messicano promosse la secolarizzazione delle Missioni. Questa fase missionaria ebbe un’influenza enorme sulle popolazioni native, e la lotta ai culti religiosi nativi, inclusi i culti del toloache, trasformarono la visione che i nativi avevano nei confronti delle loro fonti visionarie, sino a farle dimenticare, o a convincerli che erano strumenti del demonio o di deplorevole impiego stregonico, in alcuni rari casi producendo una qualche forma di sincretismo, come fu il caso del culto del Chinigchinich.

Non è chiaro, per lo meno a chi scrive, quanto le dature non siano più oggigiorno impiegate per scopi visionari presso la maggior parte dei gruppi che ne facevano uso fino ad almeno gli inizi del XX secolo – come registrato nella documentazione etnografica –, o quanto, dove e come il loro uso si sia conservato nascosto dagli occhi occidentali, in particolare dall’ossessionante sguardo e giudizio missionario.

 

Nomi vernacolari delle dature fra alcuni gruppi nativi californiani

Nome generico: toloache
Pomo: ka-lum’
Alliklik (Tataviam): mah’-neetch
Cahuilla: kiksawal, ki-ki-sow-il
Chumash: momoy
Cahuilla: kiksawel
Ipai-Tipai o Kumeyaay (Diegueño): kusī
Payómkawichum (Luiseño): naktamush (naktomush, náqtumuš)
Tongva (Gabrieliño): manit
Tübatulabal: mo.mo.ht
Yokuti: tanai
Kitanemuk: pa-manit
Miwok: monoi (D. stramonium); túlwač (altra specie)
Mono: tanabi
Cupeño: nakta-muluuc
Yuma (Quechan): smalykapita (D. discolor)
Serrano: manitc
Mohave: malykatu, ecmalkapit
Cocopa: malkapit (D. discolor)

 

Tipologie e stratigrafie culturali

Nel 1928 la giovane Anna Gayton scrisse una tesi per il dottorato in Antropologia presso l’Università di California che aveva come tema una generale rassegna dell’impiego tradizionale delle dature nelle Americhe, accompagnato da un approfondimento specifico dell’uso della datura fra i nativi californiani (Gayton, 1928). Pur rimasto in forma di tesi universitaria questo testo fu destinato a diventare un caposaldo per gli studi successivi, ed è tuttora un documento di imprenscindibile lettura.

Riguardo ai nativi californiani, la Gayton li aveva distinti in tre gruppi circa le loro modalità d’approccio alla datura. Al primo gruppo appartenevano etnie del sudovest californiano che impiegavano la datura nel contesto di un rito iniziatico di passaggio dalla pubertà alla fase adulta, unicamente maschile e senza limitazione stagionale della pratica. In seguito al contatto con gli Europei e alla pressione missionaria, questa modalità iniziatica venne rielaborata in un culto di natura revivalista, quello del Chinigchinich (si veda Il culto del Chinigchinich). Al secondo gruppo appartenevano nativi dell’area più settentrionale della California del sud (del bacino di San Joaquim e delle aree pedemontane della Sierra), presso i quali la cerimonia con la datura veniva svolta ogni primavera, con partecipazione di entrambi i sessi e, oltre all’evento della fase puberale, poteva essere ripetuta in altre occasioni successive. Un terzo gruppo radunava nativi che impiegavano la datura in modalità non rituali, spesso a livello del singolo individuo e con finalità più propriamente profane e materiali quali l’acquisizione (magica) della fortuna nel gioco.

In seguito a più approfondite analisi dell’impiego della datura, che includono tra l’altro l’osservazione di altri gruppi etnici oltre a quelli considerati dalla Gayton, la sua classificazione appare oggi un po’ limitata, in quanto le differenze di modalità d’approccio alla pianta sono più articolate e frutto di complesse interazioni e stratificazioni storiche e culturali in cui le influenze coloniali e missionarie hanno ricoperto un ruolo non indifferente nei processi trasformativi e negli offuscamenti delle realtà pre-coloniali.

Nell’analisi dell’uso tradizionale californiano della datura parrebbe più appropriato considerare le distinzioni di credi religiosi e di tradizioni mitologiche che gli studi del XX secolo hanno gradualmente evidenziato, in quanto l’impiego delle fonti inebrianti è intimamente associato, almeno originalmente, ai credi religiosi e ai sistemi di interpretazione della realtà. Hudson e Blackburn (1978) hanno evidenziato l’esistenza nella California del sud di tre complessi mitologico-religiosi con rispettivi sistemi di pratiche cultuali: il culto costiero ‘antap/yivar; il “complesso settentrionale” e il “complesso meridionale”.

Mappa che evidenzia i tre complessi mitologico-religiosi-cultuali della California del sud (da Hudson & Blackburn, 1978, fig. 1, p. 245)

Il culto del ‘antap, diffuso fra i Chumash, Fernandeño e Tongva, e corrispondente al culto del yivar (yivarakam) fra i Kitanemuk, parrebbe essere anticamente originato fra queste popolazioni costiere attraverso una convergenza di elementi teologici e mitologici che includevano l’adorazione del sole, riti solstiziali ed elaborati riti funebri, accompagnati da credenze di natura escatologica e, dal punto di vista rituale, dall’impiego di uno spazio sacro, dalla presenza di officianti specializzati del culto e dall’uso del rombo come strumento sonoro. Questo primo insieme di credenze religiose, che vide probabilmente un’ampia distribuzione pan-etnica, si diffuse dalle popolazioni costiere verso i gruppi dell’interno della Californi meridionale, i quali combinarono e sincretizzarono le idee “costiere” con elementi teologici e rituali locali di più antica data. Ciò che ne venne fuori fu un articolato “mosaico ideologico” di cui conosciamo i tratti generali e particolari più specifici per alcuni dei principali gruppi etnici.

Da questo sostrato culturale originario si sviluppò, sino a sovrapporsi al precedente, un sistema di credenze che Kroeber denominò “complesso settentrionale”, caratterizzato dalla presenza di un pantheon di sei o sette “divinità” o comunque di esseri sovrannaturali, diversi dei quali di genere femminile, associati più o meno direttamente al culto della datura (Kroeber, 1925, pp. 622-4). Questo “complesso settentrionale” fu riconosciuto fra i Tongva, Fernandeño, Yokuti Meridionali, Kitanemuk, e forse i Serrano, e si sospetta che fosse distribuito anche fra altre etnie californiane.

Fra queste “divinità” risalta quella femminile di Manic fra i Kitanemuk, corrispondente alla Manisar dei Fernandeño e dei Tongva, identificabili con la personalizzazione sovrannaturale della datura. Una loro caratteristica parrebbe essere quella di essere strettamente associate alla Luna, come accade anche presso i Chumash, che equiparavano questo astro alla figura mitologica primordiale di Momoy, che in seguito si trasformò nella pianta della datura (si veda Il momoy fra i Chumash).

Il “complesso meridionale” è di più recente data, essendosi formato nella fase storica post-contatto, in un periodo fra il 1542 e il 1788; è caratterizzato essenzialmente dal culto del Chinigchinich ed è confinato ai gruppi etnici dell’area più meridionale della California (si veda Il culto del Chinigchinich).

Per quanto riguarda la presenza della datura nelle mitologie delle popolazioni californiane, conosciamo scarse tracce che testimonierebbero l’esistenza di un articolato coinvolgimento della pianta nelle originarie (pre-coloniali) cosmogonie. Oltre alla presenza divinizzata della pianta nel già citato “complesso settentrionale”, vi sono evidenze della trasformazione nella pianta di datura di uomini o animali che vissero nella fase arcaica del mondo. Nelle cosmogonie della maggior parte delle etnie californiane (e non solo californiane) viene fatta distinzione fra una fase arcaica e la fase attuale del mondo, dove in quella arcaica gli esseri viventi erano animali che avevano l’apparenza umana, o erano umani che si trasformarono negli attuali animali e piante, o che subirono comunque un qualche tipo di trasformazione nel passaggio alla fase attuale. E’ il caso dell’anziana donna Momoy appartenente alla Prima Gente nella cosmografia dei Chumash, che dopo l’evento del Diluvio si trasformò nell’attuale pianta del momoy (datura) (si veda Il momoy fra i Chumash).

I Mono Occidentali credono in un’era preistorica animale dove quasi tutti gli animali erano soliti bere la datura. Anche l’orso bruno la beveva, e per questo è gentile seppure selvaggio; invece il grizzly e il serpente a sonagli non bevevano la datura, ed è per questo che oggi sono cattivi e uccidono la gente. Sempre durante l’era primordiale, quando gli animali avevano probabilmente l’apparenza umana, erano due fratelli di nome Tanabi a incarnare la datura. Dai pochi dati che abbiamo non è chiaro quando e come questi due fratelli si trasformarono nella pianta omonima, tanabi; una trasformazione che parrebbe essere avvenuta nel corso della fase arcaica, dato che in quella medesima fase gli animali già assumevano la pianta di tanabi. Oggigiorno, nei giorni precedenti l’assunzione della datura, i Mono si rivolgono ai due fratelli Tanabi, intesi come esseri sovrannaturali, pregando loro di fargli avere delle buone visioni (Gayton, 1928, pp. 36-7). Fra i Chunut Yokuti la datura era vista come una coppia di belle ragazze adornate di fiori che danzavano sui prati in primavera (Applegate, 1975).

In un racconto dei Mono Occidentali Coyote vuole uccidere suo padre, Roccia Gigante. Per attrarlo nella trappola che ha appositamente creato, beve la datura in modo da diventare matto. Le sue azioni folli incuriosiscono Roccia Gigante, il quale si avvicina così alla trappola tesagli da Coyote (Gifford, 1923, pp. 347-8).

Fra i Tübatulabal è presente il tema dell’eroe culturale che quando muore elargisce un ultimo dono alla sua gente trasformandosi in una pianta utile, generalmente una pianta alimentare o una pianta psicoattiva (si veda Mitologia delle piante inebrianti). Secondo un mito la datura, che i Tübatulabal chiamano mo.mo.ht, era una volta un uomo che nel morire si trasformò nella pianta. Prima di morire disse alla sua gente di scavarne le radici e di mangiarle quando avessero avuto bisogno di aiuto. Ancora oggi i Tübatulabal si rivolgono alla pianta parlandole mentre scavano le sue radici (Voegelin, 1938, p. 5).

 

Il rito iniziatico

Il rito di passaggio dall’età puberale a quella adulta era diffuso presso la maggior parte delle etnie della California meridionale, e quasi sempre prevedeva l’assunzione della datura da parte dei neofiti come elemento centrale dell’iniziazione. Il corpus di azioni rituali e liturgiche era simile presso le diverse etnie, e le principali differenze riguardavano l’inclusione o meno delle ragazze, l’obbligatorietà o meno alla partecipazione al rito iniziatico, la stagionalità e frequenza del rito, e l’unicità o meno del rito, cioè se il rito con assunzione di datura fosse un’esperienza unica o se potesse essere ripetuta altre volte nella vita di una persona.

La Gayton (1928, p. 29) considerava la forma più tipica del rito iniziatico quella tenuta dai Cahuilla della Montagna, che denominavano la datura kiksawal (o kiksawel) e il rito iniziatico manet. Secondo alcuni informatori dell’etnografo William Strong, manet significa “erba che può parlare ma che può essere udita solo dagli sciamani”. Manet “apparteneva all’acqua”, e i canti intonati durante il manet non erano nell’idioma cahuilla ma in una incomprensibile “lingua dell’oceano”. Questi canti venivano indirizzati ai “grandi dottori stregoni” che vivevano sul fondo dell’oceano, affinché innalzassero i venti dell’oceano per soffiare le nubi sulle montagne. La cerimonia del manet, oltre che come rito iniziatico dei giovani, veniva svolta anche quando scarseggiavano acqua e cibo o quando si diffondeva un’epidemia. Di norma veniva tenuta una volta ogni qualche anno, quando c’era un numero sufficienti di ragazzi da iniziare, ma anche quando l’occasione lo richiedeva. I ragazzi da iniziare, unicamente maschi, avevano generalmente un’età di 18-20 anni (Strong, 1928, p. 174), ma a volte erano anche più giovani, a partire dai 10 anni (Hooper, 1020, p. 345).

Cinque giorni prima dell’assunzione della datura i novizi venivano portati in un luogo appartato nella selva, dove erano tenuti a rispettare una dieta alimentare priva di sale e di grassi. Durante le ultime tre notti di segregazione gli adulti iniziati danzavano per tutta la notte. La parte più esoterica del manet era chiamata con il medesimo nome dato alla datura, kiksawel, “la bevuta”, e avveniva nella casa di danza cerimoniale dove non potevano entrare donne e bambini. L’officiante (paha) faceva ruotare il rombo come avviso ai non iniziati dell’inizio del rito e quindi di tenersi lontani. Ogni ragazzo beveva la datura e, finché non sopraggiungevano gli effetti, veniva preso alla vita da un adulto e guidato in una danza attorno al fuoco posto al centro dello spazio rituale. Tutti i partecipanti erano nudi. Quando i ragazzi perdevano conoscenza per il sopraggiungere degli effetti della datura, venivano distesi al suolo nella medesima casa delle danze e lasciati indisturbati per tutta la notte, mentre gli adulti continuavano a danzare attorno al fuoco. Il giorno seguente, al risveglio dallo stato visionario, i ragazzi venivano portati in un canyon nascosto, dove, per una settimana, di giorno gli venivano insegnati i canti e le regole per condurre una corretta vita, e di sera danzavano (Strong, 1928, pp. 168-175; Hooper, 1920, pp. 345-8).

I Cahuilla ritenevano che gli oggetti o gli eventi visti nel corso dello stato visionario indotto dalla datura si sarebbero presentati nella realtà, e che l’esperienza con la pianta avrebbe recato all’individuo potere e soddisfazione di ciò che desiderava (Kroeber, 1908, pp. 65-6).

Durante lo stato visionario indotto dalla datura apparivano il più delle volte degli animali che insegnavano al neofita dei canti e gli indicavano come ottenere degli amuleti protettivi. Questi animali erano destinati a diventare gli spiriti protettori del neofita, e se ne potevano acquisire più di uno. L’identità di questi animali era mantenuta segreta da colui che li “possedeva” (Voegelin, 1938).

Fra gli Yokuti la datura era chiamata tanai e il rito di iniziazione tanyuwish, “matrimonio tanai”, che era svolto in primavera durante la stagione secca. I ragazzi venivano iniziati a un’età di 12-15 anni. Il periodo di digiuno precedente l’assunzione della datura era di 6 giorni, durante i quali non veniva assunto alcuni cibo solido né acqua, solamente un poco di zuppa di ghiande. Al momento dell’assunzione della datura un anziano per due volte avvicinava la ciotola contenete il liquido verso il ragazzo senza portarglielo alla bocca, e solo la terza volta la avvicinava affinché potesse bere. Se un ragazzo vomitava dopo aver bevuto la datura, ciò era considerato un segno nefasto e si riteneva ch’egli fosse destinato a morire in breve tempo (Kroeber, 1976, pp. 503-4). Gli scopi principali dell’assunzione della datura erano l’acquisizione di conoscenze sovrannaturali, rivelazioni sulle cause di una malattia e l’individuazione di azioni malevole da parte di stregoni cattivi. Al rito iniziatico dei ragazzi potevano aggregarsi uomini adulti che desideravano acquisire ulteriore potere sovrannaturale. Ogni partecipante era accompagnato da due donne che si prendevano cura di lui e badavano che non si facesse del male o che non corresse via durante lo stato visionario. Ciò che veniva acquisito durante lo stato visionario doveva essere mantenuto segreto e comunicato solamente ai membri stretti della propria famiglia (Gayton, 1948, p. 120).

Presso alcune etnie la datura veniva somministrata sia ai ragazzi che alle ragazze. E’ il caso dei Kawaiisu (Kroeber, 1976, p. 604), dei Mono (Monache o Yokuti Occidentali) (Gayton, 1948, pp. 281-3) e dei Chumash (Applegate, 1975, p. 12).

Fra i Mono la datura era chiamata tanabi e la cerimonia iniziatica tananhibina (“bevuta del tanabi”). Prima della bevuta un adulto correva facendo un giro completo del villaggio tenendo fra le mani la datura, e tutti i ragazzi e ragazze che partecipavano alla bevuta correvano con lui, e anche tutte le persone del villaggio. Nel pomeriggio veniva bevuta la datura. I giovani si disponevano in fila, in piedi, e ciascuno teneva in mano un piccolo recipiente. L’uomo vi versava la dose da bere dicendo: “Questo ragazzo (o ragazza) sta per berti. Dagli buona vita. Mostragli ciò che vuole conoscere”. I bevitori battevano i piedi sino a che tutti avevano bevuto. Nel mentre alcuni cantanti nel villaggio cantavano battendo le mani come accompagnamento e i ragazzi che avevano bevuto danzavano davanti a loro. Quando i giovani perdevano conoscenza venivano portati nel loro accampamento appartato. All’alba i ragazzi avevano la visione dei due esseri mitologici Anatra e Falco Pollo, che li chiamavano da dove sorgeva il sole (Gayton, 1928, p. 34).

Fra i Tübatulabal l’iniziazione con la datura non veniva mai fatta d’estate, perché con il grande caldo i neofiti non sarebbero stati in grado di rispettare la regola di astenersi dal bere acqua per i tre giorni precedenti l’assunzione della pianta. Si riteneva che colui che avrebbe infranto l’astinenza dall’acqua, con l’assunzione della datura si sarebbe gonfiato sino a morire. Nelle tre mattine precedenti l’assunzione della datura il neofita doveva bere solamente una bevanda emetica con lo scopo di purificare e preparare lo stomaco. Se non si rispettavano i tre giorni di completo digiuno la datura sarebbe stata subito vomitata. Durante la fase visionaria il corpo del neofita veniva disposto di lato, muovendolo periodicamente da un lato all’altro, e si riteneva che se lo si manteneva disteso sulla schiena o sullo stomaco avrebbe potuto non risvegliarsi (Voegelin, 1938, pp. 5, 59).

Fra i Kitanemuk l’assunzione della datura, denominata manic, avveniva nei mesi invernali e la prima primavera; negli altri periodi dell’anno si riteneva la pianta fosse troppo forte nei suoi effetti (Applegate, 1975). Lo scopo era quello di acquisire potere sovrannaturale attraverso la relazione con un aiutante onirico animale. Un adulto si prendeva cura dei partecipanti e dirigeva il rito. La datura veniva assunta dai giovani di sera dopo una fase di digiuno. Al risveglio ai giovani veniva dato un po’ di tabacco da tenere in bocca, e ciò li riportava nuovamente in uno stato di incoscienza per un breve periodo di tempo. Al risveglio i giovani venivano portati in un luogo appartato dove erano depositate delle offerte in cinque mucchi sul terreno in forma di croce. L’adulto pregava all’animale aiutante che aveva visto il giovane durante la visione con la datura, dicendo: “Queste cose sono per te, poiché hai dato il tuo potere a questo uomo. Ora è tuo amico”. Per il mese successivo i giovani dovevano rispettare una dieta alimentare, evitare di bagnarsi e vivevano isolati in una casa appositamente costruita (Blackburn & Bean, 1978).

Fra i Cocopa venivano somministrate le foglie di D. discolor, chiamata malkapit, ai giovani che desideravano fare l’esperienza visionaria. Solitamente partecipavano alla somministrazione della datura 3 o 4 individui dell’età di 22-35 anni. Non veniva somministrata alle donne e nemmeno agli anziani. Erano i medicine-men a guidare l’operazione. Questi soffiavano fumo di tabacco sulla ciotola contenente l’infuso di datura per renderlo maggiormente efficace. Dopo aver bevuto i giovani si mettevano a cantare sino a che non sopraggiungevano gli effetti visionari. Durante l’effetto i giovani potevano vedere le loro attitudini, ad esempio capire di essere dei potenziali guerrieri o dei medicine-men; altri bevevano la datura per diventare forti, o dei bravi contadini, o per essere dei giocatori di successo. Si riteneva che coloro che erano passati attraverso l’esperienza della datura fossero sempre in grado di procurarsi del cibo. Durante la fase visionaria i giovani cocopa venivano lasciati liberi di vagare, sino a che tornavano nel villaggio, dove stavano reclusi per quattro giorni mangiando poco ed evitando la carne e il sale. Il medicine-man chiedeva ai giovani cosa avevano visto e dove erano stati: “Sono entrato in una grande casa e ho visto un anziano”; “sono entrato in una casa e ho visto un corvo o altro animale e ho parlato con lui” (Gifford, 1933, p. 305).

La parte della pianta di datura più frequentemente impiegata era la radice, che veniva raccolta in maniera da non uccidere la pianta. Gli Ipa-Tipai scavavano un buco sotto alla pianta e raccoglievano la radice che puntava verso nord (Spier, 1923, p. 317). I Chemehuevi raccoglievano sempre la “radice dell’est”, e mentre la rimuovevano rivolgevano delle scuse alla pianta e la pregavano di dare loro l’informazione che stavano cercando e che era motivo della sua assunzione. Nel rivolgersi alla pianta la denominavano cortesemente “anziana donna” (Laird, 1974); un’ulteriore testimonianza di origini mitologiche umane della datura. Ancora oggigiorno fra i Tübatulabal colui che si cimenta nella raccolta della radice di datura pronuncia prima di fronte alla pianta la seguente orazione: “Qui sto per scavarti ora; voglio dare a questa gente qualcosa quando ti bevono, così potranno avere una lunga vita” (Voegelin, 1938, p. 67). I Mohave usavano sia le foglie che la radice della datura, ed è stato riportato che quando usavano le foglie le staccavano dal lato occidentale dell’arbusto, ritenendo velenose quelle disposte nel lato orientale (Kroeber, 1976, p. 779). Gli Yuma (Quechan) raccoglievano durante l’autunno le foglie che erano disposte nel lato nord di piante che crescevano lontano dagli abitati umani (Forde, 1931, p. 206). Anche i Cocopa raccoglievano piante di datura (D. discolor) che crescevano in luoghi remoti e non quelle che crescevano ai bordi dei sentieri, poiché i sentieri erano frequentati dalle donne e da uomini che avevano appena intrattenuto relazioni sessuali con delle donne. Essi ritenevano che l’assunzione di datura “contaminata” in maniera diretta o indiretta dalla presenza femminile facesse gonfiare colui che la beveva sino a morirne (Gifford, 1933, p. 305).

Presso diverse etnie veniva data una particolare importanza agli oggetti utilizzati per la preparazione e l’assunzione della bevanda a base di datura. Il mortaio, con una cavità di circa 15 cm di diametro, e il pestello, lungo mediamente 30 cm, entrambi strumenti necessari per ridurre in polvere la datura, erano costruiti perlopiù in pietra ollare. Fra gli Ipai-Tipai mortaio e pestello, insieme alla coppa d’argilla usata per bere la datura, venivano custoditi in un luogo segreto noto solamente agli officianti del culto (Spier, 1923, p. 317). A ogni rito iniziatico essi ridipingevano il mortaio cerimoniale (kalmo) con strisce verticali rosse e nere (Waterman, 1910, p. 294). Fra i Payómkawichum le ciotole cerimoniali (tamyush) venivano disseppellite dalla fossa nel terreno la cui localizzazione era nota solamente al capo, e venivano ridipinte in rosso, bianco e nero (Dubois, 1908, p. 78). In diversi scavi archeologici californiani sono stati ritrovate ciotole, pestelli e altri parafernali riconducibili al culto del toloache (si veda Archeologia delle dature nelle Americhe).

Fra gli Ipai-Tipai il procedimento della macinazione della datura seguiva un protocollo che vedeva coinvolti gli adulti presenti. Un uomo soffiava dentro al pugno chiuso producendo un suono sibilante prolungato (“u-u-u-u-i-i-i-i-i”), e sinché questo suono continuava, un altro uomo pestava la radice secca di datura nel mortaio, e i colpi con il pestello erano a ritmo accompagnati dal canto collettivo “Pesta! Pesta!”. Quando il sibilo era terminato, il mortaio veniva passato a un altro uomo, mentre il primo che aveva macinato la datura ora produceva il sibilo; e così via, sino a che la polvere di radice di datura era sufficientemente fina, e allora tutti cantavano “Pronta! Pronta!” (Waterman, 1910, p. 294). La teatralizzazione degli atti di preparazione e bevuta della pozione di datura era particolarmente pronunciata fra gli Ipai-Tipai, come si evince dalla seguente descrizione della propria iniziazione di un informatore di Spier:

“I medicine-men formarono un cerchio attorno al mortaio e ringhiarono. Essi scrutarono e vi soffiarono dentro (..) Due donne erano sedute sui lati opposti a me all’interno di un cerchio di medicine-men. Tutti erano rivolti verso il nord a eccezione delle donne, che erano rivolte difronte a me. Uno medicine-man mi diede la coppa da bere. La presi mentre tutti urlavano “lo beve!”. Quindi bevvi, di nuovo tutti urlarono e bevvi. Urlarono per quattro volte finché terminai di bere” (Spier, 1923, pp. 317-8).

Il metodo di preparazione della datura variava fra le diverse etnie e fra i differenti gruppi di una medesima etnia. Nella maggior parte dei casi veniva effettuata un’estrazione a freddo, e raramente si procedeva a una bollitura del materiale vegetale. Gli Ipai-Tipai di Mesa Grande versavano acqua calda sulla polvere di radice dentro al mortaio che era stato impiegato per macinarla, e la davano da bere dal medesimo mortaio. Colui che dava da bere bloccava con la mano la fronte di colui che stava bevendo quando riteneva che avesse bevuto a sufficienza. Gli Iapi-Tipai di Santa Ysabel bollivano la polvere di radice in una pentola e filtravano quindi il liquido, mentre quelli delle aree più meridionali effettuavano una specie di percolazione collocando la polvere di radice su un cesto su cui vi versavano dell’acqua calda che raccoglievano in un altro contenitore posto sotto al cesto (Waterman, 1910, p. 295). I Tübatulabal facevano macerare per 10-12 ore la radice di datura pestata dentro all’acqua fredda, che poi filtravano e bevevano (Voegelin, 1938). Gli Yokuti lasciavano immerse nell’acqua le radici pestate per alcuni giorni (Kroeber, 1976, p. 504). I Tongva facevano macerare la radice di datura (manit) nell’acqua salata, che poi bevevano (Kroeber, 1976, p. 626).

 

Altri impieghi delle dature

A parte il rito iniziatico, presso diverse etnie californiane la datura veniva usata in altri contesti e con altre motivazioni, fra cui negli impieghi “sciamanici”. Ho posto fra virgolette il termine sciamanico, in quanto parola non molto appropriata per indicare quelle figure di guaritori tradizionali nordamericani che, prima della globalizzazione del concetto di sciamanesimo, venivano indicati con il termine di “medicine-men”. Fu la scuola antropologica statunitense di Franz Boas a iniziare agli inizi del XX secolo quel processo forzato di omologazione della figura del medicine-man nordamericano con quella dello sciamano siberiano. Rimandando altrove per una critica di questa sovrapposizione concettuale (si veda Il paradigma della “purezza sciamanica”), do qui preferenza al termine medicine-man, che ho appositamente sostituito nei casi di quegli autori che hanno impiegato il più generico termine di sciamano.

L’impiego della datura come mezzo per acquisire i poteri diagnostici, curativi e di chiaroveggenza sembra essere stato un passo obbligato nella formazione dei medicine-men di molte etnie californiane. Fra i Tübatulabal i medicine-men acquisiscono uno spirito aiutante all’inizio della loro carriera mediante il rito iniziatico del toloache. E’ questo spirito a insegnargli i canti e i riti di cura (Smith, 1978). Anche i medicine-men kitanemuk acquisivano le abilità curative attraverso la relazione con uno o più aiutanti sovrannaturali incontrati durante la visione con la datura o con le formiche (per le formiche si veda L’uso di formiche psicoattive). Questa abilità curativa era simboleggiata da un determinato talismano (Blackburn & Bean, 1978). Fra i Miwok un particolare tipo di medicine-man, il “dottore dello spirito”, curava localizzando nel corpo del paziente degli oggetti che causavano la malattia e li rimuoveva succhiandoli. La localizzazione avveniva con l’aiuto di spiriti guardiani che il medico aveva incontrato attraverso i sogni, sia quelli del sonno normale che quelli indotti dalla datura (Levy, 1978). I medicine-men yokuti bevevano la datura per individuare chi si stava per ammalare o sarebbe morto, in modo da poterlo curare preventivamente (Wallace, 1978, p. 458), mentre i medicine-men tübatulabal collocavano un pezzo di datura sui propri occhi per vedere chi avesse causato la malattia del paziente (Voegelin, 1938, p. 64).

Particolari interessanti circa i sistemi interpretativi delle visioni indotte dalla datura sono stati recentemente registrati fra gli Ipai-Tipai. Prima della loro reclusione forzata nelle riserve molti uomini adulti diventavano dei medicine-men (si calcola uno su dieci), e acquisivano le conoscenze e abilità curative attraverso l’iniziazione al toloache. Ancora oggigiorno il medicine-man, chiamato simup kwisiyai, “dottore del sogno”, dà una grande importanza al ruolo terapeutico dell’interpretazione del sogno, dove per “sogno” si intende sia quello prodotto dall’ordinario stato onirico, sia quello visionario indotto dalla datura; entrambi sono considerati importanti per il loro potenziale diagnostico delle malattie. Durante il sogno/visione iniziatico del toloache il medicine-man ottiene uno spirito guardiano animale, i canti e le tecniche curative, un nome di iniziazione e dei parafernali magici, fra cui i cristalli di quarzo; ciò avviene attraverso l’esperire alcune tipologie convenzionali di visioni. Fra queste ne è riconosciuta una, che gli Ipai-Tipai denominano erur, in cui colui che ha assunto la datura vede allungare le sue braccia sino ad abbracciare il mondo. Si ritiene che in quel momento egli assorba tutta la conoscenza presente sulla Terra. Parrebbe trattarsi di una tipologia di esperienza visionaria (psichedelica) nota agli occidentali come “esperienza di picco”, considerata una delle più potenti esperienze mentali esperibili dagli umani (D’Arienzo & Samorini, 2019, vol. 1, pp. 89-93).

Altre visioni convenzionali ipai-tipai esperibili con la datura sono di carattere cosmogonico, con l’incontro con Synioxau – “la nonna del cacciatore”, considerata la prima donna di questo mondo –, l’incontro con l’animale guardiano e la visione del proprio nome di iniziazione o di medicina, che il neofita dovrà sempre tenere segreto. E’ il maestro medicine-man a chiedere al neofita di scegliere un nome mentre è ancora sotto effetto della datura. Il nome gli arriva in visione. Oltre a non doverlo mai comunicare a nessuno, non deve nemmeno comunicarlo al suo maestro di iniziazione, poiché questi sa tutto e lo ha già visto (Toffelmier & Luomala, 2006).

Sono generalmente i medicine-men più anziani a selezionare attentamente i possibili candidati a diventare futuri medicine-men fra i ragazzi di 9-14 anni d’età. Per un anno intero questi vengono sottoposti a un’istruzione riguardante la diagnosi delle malattie, la loro cura, l’interpretazione dei propri sogni, le etiche tribali e della professione di medicine-man. Gli Ipai-Tipai considerano un buon medicine-man colui che conosce i sogni del suo pupillo ancor prima che questi glieli riferisca. Alla conclusione del periodo di istruzione il neofita passa attraverso l’esperienza con la datura; un’esperienza che gli darà per il resto della sua carriera da medicine-man l’abilità di apprendere nuove cure e di interpretare con successo i sogni. Secondo quanto riferito da un medicine-man, “il toloache ti mette in una specie di stato onirico della mente che sta con te per il resto della tua vita, e non dimentichi mai ciò che hai appreso. Senza di quello non sei un vero dottore” (Toffelmier & Luomala, 2006, p. 217). E’ curiosa la credenza che gli Ipai-Tipai hanno nei riguardi dei gemelli: li considerano già di per sé dotati di poteri sovrannaturali, che vengono rafforzati mediante l’assunzione della datura. I due gemelli non hanno bisogno di assumerla entrambi. E’ sufficiente che uno dei due l’assuma, e precisamente l’ultimo nato, poiché tutto ciò ch’egli vede e apprende durante lo stato visionario viene automaticamente e istantaneamente trasmesso all’altro gemello (id.).

Gli Yuma usavano la datura, che chiamano smalykapita (probabilmente D. discolor), per stimolare l’attività onirica (Kroeber, 1976, p. 793). Il tipo di visioni e le azioni eseguite durante l’effetto della datura somministrata ai giovani erano indicativi del loro carattere e predittivi del loro futuro. Un informatore yuma riferì come esempio il caso di un individuo che sotto effetto della datura se ne stette a letto sotto le coperte muovendosi come se stesse copulando. Egli passò la sua giovinezza correndo dietro alle donne sinché alla fine contrasse la sifilide (Gifford, 1926). Sempre fra gli Yuma la datura veniva somministrata ai giovani, forse a loro insaputa, per renderli dei bravi agricoltori. Mentre si trovavano sotto effetto della datura gli anziani davano loro il compito di pulire i campi e di seminare. I modi goffi nello svolgere questi compiti sotto effetto della pianta divertivano gli anziani e al contempo dava ai giovani grandi abilità come coltivatori, al punto da riuscire a far crescere dei buoni meloni anche nei terreni alcalini (Gifford, 1926, p. 68; Forde, 1931, pp. 205-6). Anche fra i Cocopa i giovani che si cimentavano in attività agricole sotto effetto della datura erano destinati a diventare dei bravi agricoltori, capaci di far crescere zucche e meloni anche in suoli poveri, a differenza di coloro che non passavano attraverso l’esperienza visionaria, che erano destinati all’insuccesso della coltivazione anche in suoli ricchi (Gifford, 1933).

Fra i Mohave ancora oggigiorno qualche giovane assume la datura con lo scopo di vedere che effetto ha su di lui. Uno di questi disse: “Puoi vedere che tipo di uomo sei. Vedi il futuro proprio come in un sogno. Puoi vedere te stesso come un cantante, un oratore, o un medicine-man” (Stewart, 1965).

A volte la datura veniva assunta, e continua a essere usata, per acquisire fortuna nel gioco. Ad esempio fra i Miwok (Kelly, 1978, p. 423) e i Mohave (questi ultimi usavano le foglie invece delle radici) (Kroeber, 1976, p. 779). Fra gli Ipai-Tipai i giocatori di peone si mettono in bocca un pezzo di radice di datura mentre giocano, ritenendo che ciò li faccia indovinare meglio (Spier, 1923). Gifford (1933, p. 306) riferì di un medicine-man cocopa che ingerì tre fiori di datura per avere ispirazione per il gioco del peone: “Vide un’apparizione umana stante dietro alla squadra rivale che gli indicava quali bastoncini tenevano. Questo aiuto equivaleva a barare, così l’informatore non rivelò mai la pratica agli altri giocatori. In questo modo vinceva”. E’ opportuno osservare come il gioco del peone – un tipo di gioco d’azzardo diffuso fra varie etnie californiane – fosse ritenuto d’origine sovrannaturale, e si riteneva che venisse giocato anche dagli esseri del mondo superiore, la Gente del Cielo, che si divideva in due squadre e dove la Luna ricopriva il ruolo neutrale di segnapunti (Hudson & Blackburn, 1978, pp. 245-6); ed è già stata evidenziata la stretta relazione della Luna con la datura. Sandos (2004, p. 31) specifica che le forze della vita e della morte nei cieli e che influenzano gli umani, erano disposte in squadre opposte che giocavano al peone.

Fra i Mono occidentali le foglie di tanabi (datura) venivano collocate sulla fronte di un morto per scacciare lo spirito. Un amico stretto del morto bolliva le foglie nella sua casa per diffonderne il vapore; in tal modo lo spirito del morto evitava di apparirgli in sogno (Gayton, 1928, p. 37). La datura è stata usata anche come tanatogeno, cioè per indurre la morte; ad esempio fra i Cahuilla (Barrows, 1900, p. 75).

Infine, durante le corse dei cavalli gli Yuma somministravano la datura ai quadrupedi per farli correre più velocemente. Un’ora prima dell’inizio della gara il cavalcatore masticava le foglie della pianta e soffiava la sua saliva nelle narici del cavallo (Forde, 1931).

 

Impieghi medicinali

Le dature sono state usate e continuano a essere impiegate per scopi medicinali. Un diffuso impiego è nei casi di fratture ossee. Al paziente viene somministrata oralmente la pianta in modo da indurgli una perdita di coscienza per un certo numero di giorni, riducendo quindi la sofferenza fisica e permettendo un trattamento di cura, ad esempio la risistemazione delle ossa rotte (Kroeber, 1908, p. 66). Kroeber (1976, p. 503) riportò il caso di un uomo dell’etnia degli Yokuti Meridionali che assunse la datura per 12 volte a notti alternate dopo essersi rotto un braccio, e che il prolungato stato di quiete e semi-incoscienza gli fu utile per guarire dalla frattura.

Le dature sono impiegate anche nel trattamento dei dolori articolari e di un insieme di affezioni dermiche, sia mediante assunzioni orali che mediante trattamenti topici. I Tübatulabal assumono oralmente un infuso di radice nel trattamento dei reumatismi. Un informatore riportò che quando bevve la datura vide una lucertola bianca che stava sulla sua spalla e una lucertola nera che stava sul suo ginocchio, cioè nei punti del corpo dolenti. Al risveglio il suo reumatismo era scomparso (Voegelin, 1938, p. 59). Gli Yuma applicano una poltiglia di semi arrostiti di datura sulle bruciature e sulle irritazioni dermiche. Assumono oralmente la pianta nei casi di malattie croniche per le quali i diversi tentativi di cura sono falliti. Un informatore ha riportato il caso di un’anziana donna malata da tempo che prese la datura; rimase in uno stato visionario per 4 giorni, durante i quali agiva come se stesse cuocendo del cibo. Quando si sentì meglio disse che tutto sembrava buio a eccezione delle cose pericolose come i serpenti a sonagli e le formiche. Queste erano tutt’attorno a lei, ma avevano l’apparenza di fuoco, e così era stata in grado di evitarle (Forde, 1931, pp. 206-7).

I Pomo della California settentrionale trattano con un infuso di radice di datura una forma di ninfomania che affligge le donne e che è denominata tsil da-ko, “desiderio del clitoride” (Welch, 2013, p. 76).

 

Si vedano anche:

 

 

 

APPLEGATE B. RICHARD, 1975, The Datura Cult among the Chumash, Journal of California Anthropology, vol. 2, pp. 7-17.

BARROWS P. DAVID, 1900, The ethno-botany of the Coahuilla Indians of Southern California, Dissertation for the Degree of Doctor in Philosophy, Department of Anthropology, the University of Chicago Press, Chicago.

BLACKBURN C. THOMAS & LOWELL J. BEAN, 1978, Kitanemuk, in: R.F. Heizer (Ed.), Handbook of the North American Indians. California, vol. 8, Smithsonian Institute, Washington, pp. 564-569.

D’ARIENZO ADRIANA & GIORGIO SAMORINI, 2019, Terapie psichedeliche. Dal paradigma psicotomimetico all’approccio neuro-fenomenologico. Vol. 1. Aspetti generali e storici, Shake Edizioni, Milano.

DUBOIS G. CONSTANCE, 1908, The religion of the Luiseño Indians os Southern California, University of California Publications in American Archaeology and Ethnology, vol. 8(3), pp. 69-186.

FORDE C. DARYLL, 1931, Ethnography of the Yuma Indians, University of California Publications in American Archaeolgoy and Ethnology, vol. 28, pp. 83-278.

GAYTON H. ANNA, 1928, The narcotic plant Datura in aboriginal American cultures, Thesis in Anthropology, University of California, Berkeley.

GAYTON H. ANNA, 1948, Yokuts and Western Mono. Ethnography, University of California Anthropological Records, vol. 10(1-2), pp. 1-302.

GIFFORS W. EDWARD, 1923, Western Mono myth, Journal of American Folklore, vol. 36, pp. 301-367.

GIFFORD W. EDWARD, 1926, Yuma dreams and omens, Journal of American Folklore, vol. 39, pp. 58-69.

GIFFORD W. EDWARD, 1933, The Cocopa, Publications in American Archaeology and Ethnology, vol. 31(5), pp. 257-334.

HOOPER LUCILE, 1920, The Cahuilla Indians, University of California Publications in American Archaeology and Ethnology, vol. 16(6), pp. 315-380.

HUDSON TRAVIS & THOMAS BLACKBURN, 1978, The integration of myth and ritual in south-Central California: the Northern Complex, Journal of California Anthropology, vol. 5(2), pp. 225-250.

KELLY ISABEL, 1978, Coast Miwok, in: R.F. Heizer (Ed.), Handbook of the North American Indians. California, vol. 8, Smithsonian Institute, Washington, pp. 414-425.

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KROEBER L. ALFRED, 1923, Anthropology, Harcourt, Brace and Co., New York.

KROEBER L. ALFRED, 1976[1925], Handbook of the Indians of California, Dover, New York.

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LEVY RICHARD, 1978, Eastern Miwok, in: R.F. Heizer (Ed.), Handbook of the North American Indians. California, vol. 8, Smithsonian Institute, Washington, pp. 398-413.

SMITH R. CHARLES, 1978, Tubatulabal, in: R.F. Heizer (Ed.), Handbook of the North American Indians. California, vol. 8, Smithsonian Institute, Washington, pp. 437-445.

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WATERMAN T. THOMAS, 1910, The religious practices of the Diegueño Indians, University of California Publications in American Archaeology and Ethnology, vol. 8(6), pp. 271-358.

WELCH R. JAMES, 2013, Sprouting Valley: historical ethnobotany of the Northern Pomo from Potter Valley, California, Society of Ethnobiology, Denton, TX.

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