L’efedra nel Mediterraneo antico

Ephedra in the ancient Mediterranean

 

Le efedre psicoattive sono piante del genere Ephedra (famiglia delle Ephedraceae) che producono un alcaloide, l’efedrina, dai potenti effetti stimolanti, considerata una “amfetamina vegetale”. Le specie psicoattive (non tutte le Ephedra producono efedrina) sono diffuse in Europa, Asia e nord Africa (si veda Piante efedriniche).

Da tempo ho l’impressione che la storia della relazione umana con queste piante sia molto, troppo lacunosa, soprattutto per quanto riguarda l’Europa e il bacino del Mediterraneo. Conosciamo un’importante documentazione dell’impiego di efedre nell’Asia centrale nel II millennio a.C. (si veda Le mummie del Tarim e l’efedra). Difficilmente il motivo di questo anomalo “silenzio” può essere attribuito a una mancanza di conoscenza delle proprietà psicoattive di queste piante da parte delle popolazioni mediterranee; ritengo che sia piuttosto dovuto a una concomitanza di fattori. Fra questi, la difficoltà di identificazione dei nomi dati alle efedre nei testi antichi, osservando che sono ancora centinaia i nomi di piante delle scritture geroglifica, cuneiformi, etrusca, minoiche, cipriota, greca, romana, ecc. che non sono ancora state identificate con un buon grado di sicurezza. Un altro fattore potrebbe essere la scarsa conoscenza delle proprietà inebrianti delle efedre da parte degli archeologi, archeobotanici, classicisti e altre figure professionali che studiano la storia umana antica, tale per cui ritrovamenti di documenti riguardanti queste piante, ad esempio evidenze archeologiche dirette (si veda Archeologia delle droghe), restano “trasparenti” o comunque vengono valutati in maniera incompleta. Inoltre, si deve aggiungere come ulteriore fattore la “cecità” nei confronti delle droghe psicoattive dovuta a quel “tabù delle droghe” che più o meno consapevolmente o inconsapevolmente influenza la ricerca e i ricercatori di svariate discipline (“i Romani non usavano droghe, bevevano solamente del buon vino!”, mi disse una volta con tono di rimprovero e di “difesa” del suo amato oggetto di studio un accreditato studioso della cultura romana antica).

Ad avvalorare questi sospetti è un insieme di dati che erano rimasti “trasparenti” e che sono riuscito a individuare nella vasta letteratura archeologica specialistica. Non sempre questi dati archeologici attestano un impiego delle efedre per scopi inebrianti, ma solamente una relazione causale dell’uomo con queste piante. Ciò nonostante è opportuno tenerli in considerazione, evitando comunque forzature deduttive.

Il dato per il momento più antico che testimonierebbe una relazione causale dell’uomo mediterraneo con una specie di Ephedra proviene dalla penisola iberica ed è datato al tardo Calcolitico, agli inizi del II millennio a.C. Riguarda una sepoltura femminile venuta alla luce nell’Abrigo de los Carboneros, nella regione di confine fra Lorca e Totana (Murcia, Spagna). Il cadavere della donna era coperto da una stuoia di canapa e la sua testa era avvolta da una benda costituita della medesima fibra vegetale; un dato che fa di questo ritrovamento il più antico reperto materiale di stoffa di canapa in Europa sinora noto (si veda La canapa nell’antica Europa). Inoltre, dall’analisi polinimetrica se ne è dedotto che sulla sepoltura furono depositati dei rami vegetali appartenenti principalmente a specie di Ephedra e di Artemisia. L’analisi delle specie e dei relativi pollini ha portato all’ulteriore deduzione che l’inumazione fosse stata effettuata in primavera (Lopez, 1988, pp. 344-345).

Ciò ricorda una più famosa ipotetica deposizione di fiori, inclusa una specie di Ephedra, in un contesto funebre in Iran, che sarebbe avvenuto in tempi molto più antichi, paleolitici, e addirittura coinvolgente l’uomo di Neanderthal; un dato che risultò in seguito basato su considerazioni errate, ma che fece scalpore e che viene ancora oggi riproposto in maniera acritica (si veda Il problema dell’efedra fra i Neanderthaliani).

Questo documento iberico, sebbene sembri evidenziare una relazione causale dell’antico uomo mediterraneo con piante del genere Ephedra, non dimostra un impiego di queste piante per scopi inebrianti o come fonte medicinale, bensì per scopi magici o simbolici o con altra funzione associata a un contesto funebre.

Un interessante documento archeoetnobotanico proviene dagli scavi del sito di Son Ferrer, situato nell’isola di Mallorca, nell’area centrale della penisola di Calviá. Questo sito è costituito da diverse strutture ammassate una sull’altra, frutto di rielaborazioni architettoniche e funzionali che si sono susseguite per oltre 1500 anni e che ruotano attorno a un ipogeo originario della Cultura Naviforme datato al 1800-1500 a.C. Nella fase Talayotica della Prima Età del Ferro – considerata l’emblema della storia antica di Mallorca e caratterizzata dall’erezione di strutture torriformi denominati talayot che avevano scopi cerimoniali – sopra all’ipogeo fu eretto una di queste torri.

Per quanto riguarda i dati archaeoetnobotanici e sulla base di studi polinimetrici, fra l’insieme di piante individuate è stata osservata la cospicua presenza di Ephedra fragilis internamente all’ipogeo e in altre strutture esterne, a partire dalla Tarda Età del Bronzo (1300-900/850 a.C.) sino alla Tarda Età del Ferro (550-123 a.C.), quest’ultima dominata dalla Cultura Post-Talayotica. In quest’ultimo periodo l’ipogeo fu nuovamente impiegato come necropoli collettiva, e sono stati osservati diverse concentrazioni singolari (clumps) di polline di E. fragilis, tali da fare ipotizzare la deposizione di mazzi di rami di efedra sulle inumazioni. Ma v’è di più. L’analisi della ceramica corrispondente a questo livello (catalogato come Contesto Funerario I), congiuntamente alle osservazioni polinimetriche, hanno fatto ipotizzare un consumo di bevande nel contesto del rito funerario (Picornell-Gelabert et al., 2018).

Il sito archeologico di Son Ferrer (Calviá, Mallorca). A destra l’ipogeo sottostante (foto G.S.)

L’introduzione di efedra all’interno dell’ipogeo da parte dell’uomo per un lungo periodo di tempo (per oltre 700 anni) giustifica l’ipotesi che la bevanda impiegata nel rito funebre fosse a base di efedra. L’Ephedra fragilis, che è l’unica specie del genere presente a Mallorca, è riconosciuta come una specie produttrice di efedrina in quantità significative, quindi una specie utilizzabile per scopi inebrianti (si veda Piante efedriniche).

E in effetti, la medesima équipe archeologica che ha riportato in luce le strutture di Son Ferrer aveva già pensato all’impiego di efedra nei contesti funebri di quel sito; un pensiero che, pur non essendo stato riportato nella comunicazione archeoetnobotanica sopra riferita (Picornell-Gelabert et al., 2018), era stata espressa in un poster curato da questi archeologi in collaborazione con l’Università delle Isole Baleari (UIB). Nella didascalia di un’immagine che indica il luogo di ritrovamento di alcuni dei recipienti di ceramica di Son Ferrer, insieme a foto di questi medesimi recipienti, si legge: “Piccolo recinto del Bronzo Finale dove si lavorò l’efedra (Ephedra fragilis) sicuramente per ottenere lo psicotropico efedrina. Ceramiche associate a questa funzione”. Si tratta di un’affermazione che soffre di un eccesso di entusiastica sicurezza, inaccettabile dal punto di vista della rigorosità metodologica, e la possibilità di un impiego per scopi inebrianti avrebbe potuto essere proposta con toni più ipotetici. Resta il fatto che la continuità dell’impiego umano dell’efedra per diversi secoli a Son Ferrer per un qualche motivo, giustifica il sospetto (e non la certezza) di un suo impiego per scopi inebrianti.

Immagine parziale di un poster riguardante gli scavi nel sito di Son Ferrer, Mallorca (dal poster a questo link)

Un altro reperto proviene dagli scavi di un paesino iberico preromano, Puntal dels Llops, vicino a Olocau, nella regione di Valencia. Nel fondo di un’anfora datata fra il III e il II secolo a.C. è stata individuata una concentrazione di polline di Ephedra distachya che parrebbe non essere casuale, bensì dovuta a un’introduzione di questa pianta nell’anfora, insieme a diverse altre – graminacee, chenopodiacee, ecc. – per opera dell’uomo (Bonet et al., 1981, pp. 185-6). Anche in questo caso non è possibile comprendere lo scopo d’uso di questa efedra, che è comunque una delle specie efedriniche psicoattive.1

I dati più interessanti provengono da un paio di recenti indagini archeobiologiche associate a scavi nel territorio italiano e riguardanti il ritrovamento dell’alcaloide efedrina nel calcolo dentario di alcuni scheletri. In entrambi i casi gli studiosi non considerano la possibilità di un impiego delle efedre per scopi inebrianti ma solo per scopi medicinali.

Il primo ritrovamento – il più recente – è avvenuto nel corso degli scavi di una necropoli del periodo imperiale romano situata nell’area di Muracciola Torresina in località Palestrina (Roma). La datazione delle inumazioni va dal I al III secolo d.C. Oltre a un attento studio osteopatologico dei numerosi resti scheletrici (76 in numero), in 6 individui è stato possibile studiare il calcolo dentario. In due di questi è stata osservata la presenza di efedrina. Gli studiosi hanno correttamente dedotto un’assunzione di piante del genere Ephedra, adducendo che fosse stato per scopi medicinali. Ciò in conseguenza all’osservazione che in entrambi gli scheletri è stata osservata una patologia nota come “noduli di Schmörl” e in uno anche un’infezione aspecifica nella forma di periostite. I medesimi autori fanno notare che l’efedra era nota come pianta medicinale a Plinio e Dioscoride, e che sono note oggi le sue proprietà broncodilatatrici e vasocostrittrici (Baldoni et al., 2020).

Inumazione del cimitero di Muracciola Torresina del periodo imperiale romano (da Baldoni et al., 2020, fig. 2)

Pur ritenendo plausibile l’impiego per scopi medicinali, non ci sono motivi contrari nel valutare anche l’ipotesi di un impiego per scopi inebrianti. L’osservazione di patologie ossee non giustifica un’esclusività dell’impiego medicinale, e per avvalorare la correlazione patologie ossee / impiego medicinale di efedra, sarebbe stato metodologicamente corretto riportare anche i risultati delle analisi osteopatologiche eseguite sugli altri 4 individui di cui sono stati studiati i calcoli dentari e che non hanno rivelato la presenza di efedrina. L’ernia di Schmörl e le periostiti sono ed erano molto comuni; limitando l’osservazione alla medesima popolazione romana antica, l’ernia di Schmörl è stata osservata nel 54,5%, e la periostite nel 66,7% di un campione di 33 scheletri in un cimitero del suburbio di Roma in località collina di Mezzalupo datato al I-III secolo d.C. (Marchi & Catalli, 2008, p. 71).

Il secondo caso di individuazione di efedrina in calcoli dentari riguarda reperti ossei più tardi, del periodo alto-medievale dell’VIII-X secolo d.C., venuti alla luce nel cimitero di Colonna (Roma). L’analisi dei calcoli dentali di numerosi scheletri ha dato risultati sorprendenti: due individui sono risultati positivi all’acido tartarico, un dato che testimonierebbe l’impiego di vino d’uva; in un giovane di 14-16 anni d’età è stato ritrovato muscimolo; in altri 8 individui è stata riscontrata efedrina. Il ritrovamento di muscimolo, un alcaloide presente nei funghi allucinogeni Amanita muscaria e A. pantherina, è eccezionale, trattandosi della prima evidenza diretta a livello mondiale registrata dall’archeologia. Eccezionale anche la determinazione di efedrina in ben otto individui. Ma v’è un ulteriore dato che fa sorgere qualche sospetto: nel calcolo dentale di altri 4 scheletri sarebbe stata ritrovata teofillina, un alcaloide presente nella pianta del tè, Camellia sinensis, come fatto notare dai medesimi ricercatori (Gismondi et al., 2018). Il fatto che l’équipe di Gismondi non si sia accorto dell’impossibilità di giustificare la presenza di teofillina con il consumo delle foglie di tè, non essendo ancora giunta in quei tempi in Europa questa pianta asiatica (Blofeld, 2003) – una distrazione grave che denota una certa superficialità d’indagine –, insieme alla difficoltà di individuare piante mediterranee che producono teofillina, fa sorgere qualche dubbio; un dubbio che riguarda la qualità delle tecniche analitiche adottate da questi studiosi, e che a questo punto non si limita all’individuazione della sola teofillina, bensì si estende agli altri ritrovamenti, muscimolo ed efedrina, già di per sé eccezionali, forse un po’ troppo eccezionali riuniti insieme.

Resta il fatto che anche in questo caso gli studiosi hanno optato per l’impiego medicinale delle fonti vegetali corrispondenti agli alcaloidi ritrovati. Nel caso del muscimolo, l’uso medicinale dell’Amanita muscaria sarebbe avvalorato dall’osservazione di una frattura delle fibula destra nello scheletro risultato positivo a questo alcaloide, congiuntamente alle nostre conoscenze attuali del muscimolo come GABA-ergico e quindi dotato di proprietà analgesiche (Gismondi et al., 2018, p. 563). Ma l’impiego medicinale dell’Amanita muscaria non è noto per quei periodi storici in Italia e in Europa. Anzi, a essere più preciso, nella mia decennale ricerca sugli usi di questo fungo in tutto il mondo, ho trovato solamente un caso di suo impiego medicinale, come topico nei disturbi articolari, fra i Russi e Ucraini della Valle di Sukhodol, nella regione di Primorye, nella Russia orientale (Moskalenko, 1987). Per il resto, questo fungo è totalmente assente dalle farmacopee tradizionali di tutto il mondo, per cui giustificare il suo impiego rifacendosi a suoi impieghi medicinali tradizionali è una tesi insussistente.

 

Note

1 – Nel mio libro sull’archeologia delle piante inebrianti, in riferimento al ritrovamento di Puntal dels Llops ho riportato quanto segue: “Le anfore sono venute alla luce nella struttura abitativa principale dell’abitato, dove venivano svolte attività di culto, e ciò ha fatto sospettare un impiego rituale di questo vegetale per le sue proprietà inebrianti”(Samorini, 2017, p. 149), inserendo come riferimento il testo di Dupré Ollivier, 1988, p. 78. Rivisitando quanto scrissi, mi ritrovo piuttosto sorpreso e profondamente sconcertato per il fatto che non ho ritrovato alcun documento, né quello di Dupré né altro, dove sia riportata questa informazione dell’associazione dell’anfora in cui è stata ritrovato il polline di efedra con un supposto luogo di culto nel sito di Puntal dels Llops, e quindi nemmeno dell’affermazione che “ciò ha fatto sospettare un impiego rituale di questo vegetale per le sue proprietà inebrianti”. Nella documentazione riguardante lo scavo archeologico di Puntal dels Llops non v’è alcuna indicazione di una struttura ipotizzata come un luogo di culto. Non comprendo da dove io abbia estratto questa tesi, e l’unica certezza che ho è che non me la sono inventata; non è da me forzare in questa maniera dati e deduzioni di qualunque genere. Ritengo a questo punto si tratti di un mio errore, forse una confusione fra siti archeologici o fra dati archeoetnobotanici riferentisi a una differente pianta psicoattiva.

 

Si vedano anche:

 

 

BALDONI MARICA et al., 2020, A multidisciplinary approach to investigate the osteobiography of the Roman Imperial population from Muracciola Torresina (Palestrina, Rome, Italy), Journal of Archaeological Science, 20 pp.

BLOFELD JOHN, 2003, Il libro del tè, Mediterranee, Roma.

BONET H. et al., 1981, El poblado ibérico del Puntal dels Llops (El Colmenar, Olocau, Valencia), Diputación Provincial de Valencia, Valencia.

DUPRÉ OLLIVIER MICHÈLE, 1988, Palinología y Paleoambiente. Nuevos datos españoles. Referencias, Diputación Provincial de Valencia, Valencia.

GISMONDI ANGELO et al., 2018, Dental calculus reveals diet habits and medicinal plant use in the Early Medieval Italian population of Colonna, Journal of Archaeological Science: Reports, vol. 20, pp. 556-564.

LOPEZ PILAR, 1988, Estudio polinico de seis yacimientos del sureste español, Trabajos de Prehistoria, vol. 45, pp. 335-345.

MARCHI L. MARIA & FIORENZO CATALLI (cur.), 2008, Suburbio di Roma: una residenza produttiva lungo la via Cornelia, Edipuglia, Bari.

MOSKALENKO S.A., 1987, Slavic ethnomedicine in the Soviet Far East. Part I: herbal remedies among Russian/Ukrainians in the Sukhodol Valley, Primorye, Journal of Ethnopharmacology, vol. 21, pp. 231-25.

PICORNELL-GELABERT LLORENÇ et al., 2018, Towards and archaeology of the social meamings of the environment: plants and animals at the prehistoric ceremonial and funerary staggered Turriform of Son Ferrer (Mallorca, Balearic Islands, Spain), in: A. Livarda et al. (Eds.), The bioarchaeology of ritual and religion, Oxbow, Oxford, pp. 148-161 + 3 tav.

SAMORINI GIORGIO, 2017, Archeologia delle piante inebrianti, Youcanprint, Tricase (LE).

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