Il locoismo

Nella relazione degli animali con le droghe inebrianti (si veda Animali che si drogano) i comportamenti di dipendenza patologica sembrano essere rari, per lo meno stando a quel poco che è stato osservato di questo fenomeno. Si deve del resto tener conto che l’esposizione dell’animale alla droga è perlopiù di tipo stagionale, dipendente dalla reperibilità della fonte inebriante, che siano le bacche fermentate di un arbusto o le prime foglie primaverili di un’erba annuale.

Un fenomeno di vera e propria “tossicodipendenza” (un termine in realtà oggi in disuso e sostituito dal concetto più appropriato di “dipendenza patologica”) animale è il locoismo; un fenomeno diffuso in estese aree del mondo e in particolare associazione con gli allevamenti di bestiame. La droga è costituita dalle cosiddette locoweed, traducibile in italiano con “erbe pazze” o “semi pazzi”, o ancor meglio con “erbe che provocano la pazzia”. Il termine proviene dal nome messicano dato a queste erbe, hierbas locas (“pazze”). Si tratta di un folto gruppo di piante dei campi (almeno una quarantina) appartenenti soprattutto al genere delle Leguminose, che inducono effetti psicoattive e disordini neurologici in diversi animali. Gli animali sino ad oggi individuati coinvolti in questa dipendenza sono: mucche, muli, cavalli, pecore, antilopi, maiali, conigli, galline, lama.

E’ soprattutto nell’America del nord che si registrano i casi più vistosi di locoismo. Questo comportamento sembra essere stato descritto per la prima volta nel 1873 in California, presso cavalli e mucche da pascolo. Una volta che l’animale ha appreso a distinguere l’erba che gli procura l’ebbrezza fra le numerose che ingerisce, diventa un ricercatore e consumatore abituale di quella particolare pianta. I piccoli le cui madri sono mangiatrici dell'”erba pazza” a loro volta diventano ricercatori specifici di questa pianta. E’ sufficiente che una pecora o un cavallo della mandria diventi “locoista”, che tale comportamento si diffonde velocemente in buona parte del resto della mandria (Marshall, 1914, p. 378).

Fra gli allevatori del Kansas è rimasta memorabile l'”epidemia” da locoweed del 1883, durante la quale 25.000 mucche smisero quasi completamente di mangiare le normali erbe del pascolo, dedicandosi alla ricerca dell'”erba pazza”, meno nutriente ma per un qualche motivo più attraente.

Il fenomeno del locoismo fra i cavalli è stato così descritto nel 1914 per i territori degli Stati Uniti:

“Un cavallo precedentemente ben domato diventa ingestibile, scalcia, si impenna e mostra vari tratti viziosi insieme a un alto grado di nervosismo. L’animale sembra soffrire di una vista difettosa e persino di allucinazioni. È soggetto a tremori di eccitazione. La cosa più caratteristica sembra essere la tendenza dei cavalli “impazziti” a indietreggiare di fronte a oggetti che si trovano davanti a loro. Così indietreggeranno davanti a un bastone o una corda che si trovano sul loro cammino e, se costretti ad attraversarli, li supereranno con un balzo di diversi piedi in aria (..) Molto presto l’animale inizia a perdere forza e peso; l’emaciazione diventa infine estrema, il pelo è ruvido e opaco, le orecchie e la testa si abbassano, l’andatura diventa debole e instabile, gli occhi infossati e vitrei e l’animale molto apatico (..) le pupille sono ampiamente dilatate e si evidenzia una diminuzione della sensibilità alla stimolazione meccanica. Apparentemente l’animale è in uno stato quasi costante di tremore nervoso. La malattia è solitamente cronica, dura da diversi mesi fino a due o tre anni. Il cavallo trascorre il suo tempo seduto alla ricerca della locoweed, che può sradicare con lo zoccolo” (Marshall, 1014, p. 379).

Nel 1935 in California erano state identificate diverse specie responsabili del locoismo, tutte appartenenti al genere Astragalus (Leguminosae), fra cui Astragalus hornii A. Gray (sheep loco); A. menziesii A. Gray [sin. di A. nuttallii (Torr. & A. Gray) J.T. Howell] (Morton loco); A. lentiginosus Hook. (spotted loco); A. oocarpus A. Gray (smooth loco); A. leucophyllus T. & G. [sin. di A. asymmetricus E. Sheld] (woolly-leaved loco); A. purshii Hook (tufted loco) (Sampson & Malmsten, 1935, p. 34).

Per quanto riguarda un’altra “erba pazza”, chiamata dai messicani garbancillo (Astragalus amphyoxis A. Gray), gli animali che l’hanno mangiata si isolano dagli altri ed evitano la loro compagnia. Non mangiano quasi niente, dimagriscono rapidamente e diventano cattivi. Se si cerca di ricondurli alla mandria si irrigidiscono e si muovono di malavoglia, quindi si bloccano e si allontanano di nuovo.

I sintomi del locoismo solitamente non appaiono sino a quando gli animali hanno pascolato la locoweed per buona parte della stagione da pascolo. Iniziano ad apparire pigri, i manzi possono diventare frenetici e correre senza vedere gli ostacoli; appare una mancanza di coordinazione muscolare e un caratteristico scuotimento della testa da un lato all’altro (si veda L’head twitch animale), che può essere molto vigoroso; saltano all’indietro quando impauriti. Gli animali tendono a stare solitari e stanno fissi nella medesima posizione per diverse ore. Muoiono per la prolungata sete e digiuno (Sampson & Malmsten, 1935, p. 36).

Una caratteristica del locoismo risiede nella tenacia con cui gli animali cercano la pianta per loro inebriante. Mentre gli allevatori sradicavano l'”erba pazza” dai pascoli, si sono viste mucche e cavalli rubare i sacchi in cui l’erba era stata raccolta, rovesciando addirittura i carri dove questi sacchi erano stati stipati. I cavalli, in preda ad allucinazioni e attacchi maniacali incontrollabili, dopo aver divorato i fiori e le foglie dell'”erba pazza”, si mettono a scavare per estrarre e mangiare anche la radice (si veda “Le erbe pazze” di Reko).

Oxytropis lambertii Pursh (Leguminosae), una delle piante responsabili del locoismo animale (foto da wikimedia)

Un dato sorprendente riguarda il fatto che, più gli animali si interessano all'”erba pazza”, più questa si diffonde nel pascolo, sino a diventare la pianta dominante. Decine di pascoli sono stati abbandonati dagli allevatori perché oramai invasi esclusivamente dall'”erba pazza”. Si potrebbe trovare una spiegazione di ciò nella diffusione involontaria dei suoi semi da parte del bestiame, o in qualche altro fattore ecologico non ancora chiarito.

Nonostante le misure adottate dagli allevatori (sradicamento dell'”erba pazza” dal pascolo, separazione dei piccoli appena nati dalle madri “locoizzate”, ecc.) sia la pianta che il comportamento animale di ricercarla e consumarla continuano a essere uno dei più importanti flagelli della zootecnia nordamericana.

Molti animali dediti al locoismo muoiono, sia per la tossicità intrinseca dell'”erba pazza” (che provoca una malattia da accumulo lisosomiale; cfr. Cook et al., 2014), sia a causa dei pesanti digiuni da altri alimenti a cui si sottopongono, così impegnati dall’unico interesse che gli è rimasto su questa terra: cercare il “seme pazzo”. 

Il locoismo animale non è relegato all’America settentrionale, e si riscontra in tutti i continenti. In Australia gli animali da pascolo che sono attratti dalla leguminosa Swainsonia galegifolia R. Br. sono chiamati “mangiatori di indaco”: essi si isolano dal resto della mandria, vivono allucinazioni e vogliono mangiare solamente quest’erba (Lewin 1981 [1924], II, p. 178). Nella Puna argentina sono stati registrati eventi di locoismo fra i lama che si cibano di Astragalus garbancillo Cav. var. garbancillo. Questi animali evidenziano tremori alla testa e alle orecchie, si separano dal branco, camminano in maniera erratica e tendono a consumare in maniera compulsiva il garbancillo (Marin et al., 2020).

Come detto, diverse specie di “erbe pazze” appartengono alla famiglia delle leguminose e ai generi Astragalus, Oxytropis, Lathyrus. Nei primi due generi è stato identificato il principio attivo miserotossina, tossico per l’uomo, e nel terzo sono presenti composti neurolatirogeni. Questi ultimi sono responsabili, oltre che delle ebbrezze negli animali, di una intossicazione umana nota come neurolatirismo, che era diffusa nei tempi passati in maniera epidemica durante i frequenti periodi di carestia, quando le farine per fare il pane venivano “tagliate” con semi e baccelli di Lathyrus (noto nel gergo popolare con il nome di veccia) (cfr. Camporesi, 1980).

Altre specie vegetali responsabili del locosimo in America sono: Croton fruticulosus Torr. (Euphorbiaceae), Lobelia cliffortiana L. (Campanulaceae), Lupinus elegans H.B.K. (Leguminosae), Dioon edule Lindl. (Zamiaceae).

In una “erba pazza” australiana, Swainsonia canescens (Lindl.) F. Muell., è stata riscontrata la presenza dell’alcaloide indolizidinico swainsonina, responsabile del locoismo animale. Questo medesimo alcaloide, insieme al suo derivato N-ossido, è presente anche in Astragalus lentiginosus Hook, “erba pazza” dei pascoli dello stato nordamericano dell’Utah (Molyneux & James, 1982).

E’ stata scoperto che la swainsonina presente nelle locoweed è prodotta da un fungo endofita presente nelle piante, Embellisia oxytropis (Braun et al., 2003). Questo fungo è stato in seguito rinominato come Undifilum oxytropis della famiglia delle Pleosporaceae (Pryor et al., 2009). Quando le specie tossiche di Astragalus e Oxytropis vengono fatte crescere senza il fungo parassita, perdono il loro potere tossico; studi su animali di laboratorio hanno dimostrato che è proprio la swainsonina prodotta dal fungo endofita a essere responsabile del locoismo animale (McLain-Romero et al., 2004). La swainsonina (1,2,8-tri-idrossioctaidroindolizidina) è presente in numerose specie di piante e di funghi (Watson et al., 2001; Cook et al., 2014).

Curiosamente, il fungo endofita che produce swainsonina può presentarsi in alcune specie di Convolvulaceae che sono soliti contenere nei loro semi alcaloidi lisergici e per questo essere potenzialmente allucinogeni per l’uomo. Anche gli alcaloidi lisergici sono in realtà prodotti da un fungo endofita del genere Periglandula (si veda Convolvulaceae ergoliniche). E’ il caso di Ipomoea carnea Jacq., i cui semi contengono alcaloidi lisergici (Lascano et al., 1967). E’ una pianta originaria delle Americhe che si è diffusa in diverse altre aree del globo, dove è causa di severe intossicazioni nel bestiame che si ciba delle sue foglie. Queste contengono swainsonina, oltre ai derivati tropanici noti come calistegine (Haraguchi et al., 2003). Un’altra convolvulacea, Turbina cordata, ora considerata sinonimo di Ipomoea sericosepala J.R.I.Wood & Scotland, è responsabile di un comportamento di dipendenza da parte delle capre in alcuni stati del Brasile. La pianta ha mostrato produrre swainsonina (Dantas et al., 2007).

Esperimenti eseguiti su agnelli con la “erba loco” Astragalus lentiginosus hanno evidenziato che le pecore non hanno una preferenza innata né una dipendenza innata alla pianta, ma possono acquisire una preferenza (abitudine) nei suoi confronti. In altri termini, le pecore si avvicinano a quest’erba per il piacere ch’esse provano nel mangiarla (Ralphs et al., 1990).

E’ opinione di chi scrive che sino ad oggi sia stata poco considerata l’apparente relazione fra locoismo e gli animali da pascolo. Ciò che osserviamo potrebbe essere una situazione estrema di uso di droghe da parte di animali dovuta alla innaturalità dell’allevamento intensivo di questi animali dettato da esigenze umane. Il fenomeno del locoismo è stato segnalato a partire dalla fine del XIX secolo, cioè da quando si è diffuso l’allevamento intensivo degli animali da pascolo. E’ pur vero che a spiegare questa coincidenza potrebbero rientrare fattori ecologici, come la diffusione del fungo presente nelle locoweed possibilmente indotta dagli stessi allevamenti intensivi; ma non va scartata la possibilità che la diffusione del locoismo – inteso come ricerca di ebbrezza – sia in relazione intrinseca con il sovraffollamento degli animali da pascolo conseguente all’allevamento intensivo. Già nel 1935 in California il locoismo era stato messo in relazione con l’overgrazing, cioè con l’eccesso di pascolo nei medesimi campi, che produceva una scarsità di cibo che aumentava la probabilità di indurre negli animali il locoismo (Sampson & Malmsten, 1935, p. 36). Anche Wolfe & Lance (1984, p. 62), osservando il locoismo presso alcune alci allevate nel New Mexico, hanno considerato la possibilità che fosse espressione “di numeri eccessivi di animali nel pascolo durante il punto basso della nutrizione annuale”. Sono di un’opinione simile gli studiosi cinesi del locoismo i quali, oltre ad avere calcolato una perdita in Cina di centinaia di migliaia di capi di bestiame, soprattutto pecore, per la seconda metà del XX secolo, hanno indicato nell’eccessivo sfruttamento dei terreni da pascolo il fattore chiave dell’impoverimento del terreno con conseguente invasione delle locoweed sino a diventare le piante preponderanti del pascolo (Meng-Li et al., 2011). Una conferma di questo fattore ecologico causato dall’overgrazing si basa sull’osservazione, più volte riportata dagli allevatori, che il locoismo non appare nei primi anni in cui un nuovo territorio viene usato come pascolo, ma solamente dopo diversi anni di suo sfruttamento. Come è il caso per pecore e cavalli delle regioni del Montana e del Colorado (Marshall, 1914, p. 378).

Nella valutazione di questa dipendenza non si deve dimenticare che il “problema” è umano ancor prima che animale, cioè l’aspetto appare problematico soprattutto per gli allevatori e per l’economia umana che si basa sull’allevamento animale.

 

Si vedano anche:

ri_bib

BRAUN, K., J. ROMERO, C. LIDDELL, AND R. CREAMER, 2003, Production of swainsonine by fungal endophytes of locoweed, Mycological Research, vol. 107, pp. 980-988.

CAMPORESI PIERO, 1980, Il pane selvaggio, Bologna, Il Mulino.

COOK DANIEL, DALE R. GARDNER & JAMES A. PFISTER, 2014, Swainsonine-containing plants and their relationship to endophytic fungi, Journal of Agricultural and Food Chemistry, vol. 62, pp. 7326-7334.

DANTAS A.F.M. et al., 2007, Swainsonine-induced lysosomal storage disease in goats caused by the ingestion of Turbina cordata in Northeastern Brazil, Toxicon, vol. 49, pp. 111-116.

HARAGUCHI MITSUE et al., 2003, Alkaloidal components in the poisonous plant Ipomoea carnea (Comvolvulaceae), Journal of Agricultural and Food Chemistry, vol. 51, pp. 4995-5000.

LASCANO CARMEN et al., 1967, Estudio fitoquimico de la especie psicotomimetica Ipomoea carneaCiencia & Naturaleza, vol. 10, pp- 4-15.

LEWIN LOUIS, 1981[1924], Phantastika, 3 voll., Savelli, Milano.

MARIN E. RAUL et al., 2020, Intoxication by Astragalus garbancillo var. garbancillo in llamas, Journal of Veterinary Diagnostic Investigation, vol. 32(2)., pp. 467-470.

MARSHALL T. HARRY, 1914, Locoweed didease of sheep, Bulletin of the Philosophical Society, Scientific Serie, University of Virginia, vol. 1(19), pp. 373-436.

MCLAIN-ROMERO J. et al., 2004, The toxicosis of Embellisia fungi from locoweed (Oxytropis lambertii) is similar to locoweed toxicosis in rats, Journal of Animal Science, vol. 82, pp. 2169-2174.

MENG-LI ZHAO et al., 2011, Locoweed poisoning in the native grasslands of China, IJPPR, vol. 1, pp. 41-46.

MOLYNEUX R.J. & L.F. JAMES, 1982, Loco Intoxication: Indolizidine Alkaloids of Spotted Locoweed (Astragalus lentiginosus), Science, vol. 216, pp. 190-191.

PRYOR B.M. et al., 2009, Undifilum, a new genus for endophytic Embellisia oxytropis and parasitic Helminthosporium bornmuelleri on legumes, Botany, vol. 87, pp. 178-194.

RALPHS M. H., K. E. PANTER & L. F. JAMES, 1990, Feed preferences and habituation of sheep poisoned by locoweed, Journal of Animal Science, vol. 68, pp. 1354-1362.

REKO A. VICTOR, 1996[1938], Magische Gifte, VWB, Berlino.

SAMPSON W. ARTHUR & HARRY E. MALMSTEN, 1935, Stock-poisoning plants of California, University of California, Agricultural Experiment Station, bulletin N. 593, August 1935.

WATSON, A. A., G. W. J. FLEET, N. ASANO, R. J. MOLYNEUX & R. J. NASH. 2001. Polyhydroxylated alkaloids: Natural occurrence and therapeutic applications. Phytochemistry, vol. 56, pp. 265-295.

WOLFE J. GARY & WILLIAM R. LANCE, 1984, Locoweed poisoning in a northern New Mexico helk herd, Journal of Range Management, vol. 37(1), pp. 59-63.

2 Commenti

  1. Alessandro
    Pubblicato Ottobre 4, 2015 alle 3:49 pm | Link Permanente

    Bell’articolo :)
    Non contando gli animali domestici ed un’infinità di selvatici (ma non era questo il contesto) , fra gli animali droghivori ti sei dimenticato di citare proprio la capra che ne é la Signora :)
    Buone cose
    Az

  2. Pubblicato Ottobre 4, 2015 alle 4:36 pm | Link Permanente

    Ma figuriamoci se mi “sono dimenticato” la capra! Sei tu che non hai completato la lettura delle pagine sugli animali che si drogano. Ad esempio questa qui: https://samorini.it/site/etologia-2/capre-caffe-khat/

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I Campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

  • Search