Racconti della datura fra gli Zuñi

Jimsonweed tales among the Zuñis

 

Presso gli Zuñi – nativi Pueblo del New Mexico (USA) – la pianta allucinogena Datura inoxia viene usata in determinati riti sciamanici, e viene chiamata a-neg-la-kya. Nel seguente mito d’origine di questa pianta i Divini sono figli gemelli del Padre Sole.

Nei tempi antichi, un ragazzo e una ragazza, fratello e sorella (il nome del ragazzo era A’neglakya e il nome della ragazza A’neglakyatsi’tsa), vivevano all’interno della terra, ma di frequente venivano nel mondo esterno e girovagavano, osservando molto attentamente ogni cosa che vedevano e udivano, e ripetendo tutto alla loro madre.
Questo costante parlare non piaceva ai Divini. Incontrando il ragazzo e la ragazza, i Divini chiesero: “Come state?”, e il fratello e la sorella risposero: “Siamo felici” (a volte A’neglakya e A’neglakyatsi’tsa apparivano sulla terra come persone vecchie). Essi dissero ai Divini come potevano fare un sonno e vedere spiriti, e come potevano camminare per un po’ e vedere uno che aveva commesso un furto.
Dopo questo incontro, i Divini conclusero che A’neglakya e A’neglakyatsi’tsa sapevano troppo, e che sarebbero stati esiliati per sempre da questo mondo; così, i Divini causarono la scomparsa del fratello e della sorella nella terra per sempre.
Nel luogo dove i due discesero, spuntarono dei fiori – fiori esattamente come quelli ch’essi portano su ogni lato delle loro teste quando sono in visita sulla terra.1 I Divini chiamarono la pianta a’neglakya, dal nome del ragazzo.
La pianta originale ha molti bambini sparsi sulla terra; alcuni fiori sono tinti di giallo, alcuni di blu, alcuni di rosso, alcuni sono tutti bianchi – i colori che provengono dai quattro punti cardinali (Stevenson, 1915, p. 46).

Anche un altro racconto zuñi fa esplicito riferimento alle proprietà chiaroveggenti della datura, impiegate in questo caso per finalità magico-venatorie. Intitolato “La ragazza che aveva potere per mezzo della datura”, descrive le vicissitudini di un cacciatore di cervi e della sua giovane sorella che lo aiutava nella caccia succhiando il fiore di datura. La stretta relazione causale dell’atto di succhiare il fiore di datura da parte della sorella, evidentemente con conseguente effetto inebriante, e la fortuna nella caccia del fratello maggiore, è esplicitata in maniera reiterata, soprattutto nella prima parte del racconto. Il cacciatore sposa sette donne, ciascuna delle quali risiede in una delle sette città in cui vivono gli Zuñi (città che esistevano realmente nel territorio zuñi denominato Cibola). La prima di queste donne è in realtà una strega, un fatto di cui è ignaro il cacciatore ma non sua sorella. Riporto per esteso la prima parte del racconto:

“Vivevano a Ketchapawa. Il giovane uomo era un grande cacciatore e uccideva molti cervi. Aveva una giovane sorella e ogni volta ch’egli usciva per cacciare il cervo, lei scendeva alla fonte dove cresceva la datura. Raccoglieva il fiore e lo succhiava e il giovane uomo aveva una buona fortuna nella sua caccia al cervo.
Una delle ragazze a Ketchapawa voleva sposare il cacciatore. Una notte macinò cibo di mais e lo portò a casa sua [del cacciatore]. A lui piacque la ragazza e lei stette lì. Era una strega e la sorella dell’uomo lo sapeva. Questa era infelice per il matrimonio del fratello. La notte seguente il giovane uomo andò a casa della ragazza e passò la notte con lei. Il mattino seguente di buon’ora tornò a casa. La notte successiva egli andò a Hawiku. Andò a casa di una ragazza di Hawiku. Passò tutta la notte con quella ragazza. Il giorno dopo uscì per cacciare il cervo. Sua sorella andò alla fonte e raccolse il fiore della datura e lo succhiò e suo fratello ebbe un grande successo nella caccia. Uccise un cervo e tornò a casa. Quella notte egli andò a Matsaka. Andò a casa di una ragazza di Matsaka. Stette tutta la notte con lei e la mattina seguente tornò a casa sua. Quel giorno uscì per cacciare. Sua sorella andò alla fonte e raccolse il fiore di datura e lo succhiò e suo fratello ebbe tanto successo nella caccia. Quella notte egli andò a Pinawa. Passò la notte con una ragazza di Pinawa. Al mattino tornò a casa sua. Uscì per cacciare il cervo e mentre stava cacciando sua sorella si recò alla fonte dove cresceva la datura. Raccolse il fiore e lo succhiò e suo fratello uccise molti cervi. Egli andò ad Hampasa. Passò la notte nella casa della ragazza di Hampasa. Tornò a casa sua. Quel giorno andò a cacciare. La sorella dell’uomo andò alla fonte, raccolse il fiore di datura e lo succhiò. Suo fratello ebbe successo nella caccia. Di notte egli andò a Kwakina. Passò la notte a casa della ragazza di Kwakina. Il giorno dopo tornò a casa sua e andò a cacciare. Sua sorella andò alla fonte dove cresceva la datura. Staccò un fiore e lo succhiò. Suo fratello uccise molti cervi. Egli andò a Kakima. Passò tutta la notte a casa della ragazza di Kakima. Al mattino seguente di buon’ora tornò a casa per cacciare. Sua sorella scese alla fonte dove cresceva la datura. Tirò fuori un fiore e lo succhiò. Suo fratello uccise molti cervi” (Benedict, 1935, vol. 2, pp. 179-180).

La relazione dell’ebbrezza indotta dalla datura esperita dalla sorella con il buon successo durante la caccia al cervo del fratello ha a che fare con le pratiche magico-venatorie (o magico-cinegetiche) che si basano sulla credenza che se c’è selvaggina è perché il Signore degli Animali o altro affine essere sovrannaturale libera la selvaggina in seguito alla richiesta da parte degli umani. Si tratta di pratiche e credenze molto antiche, di cui si trovano testimonianze un po’ in tutto il mondo. La fonte visionaria, che non deve per forza essere assunta da colui che caccerà di fatto la selvaggina, ha lo scopo di mettere in contatto il richiedente con gli esseri sovrannaturali. Ciò accade ad esempio con l’ayahuasca presso alcune etnie dell’Amazzonia:

“Fra gli Asháninka lo sciamano, bevendo kamarámpi [ayahuasca] e ingerendo sciroppo di tabacco, si trasforma in colibrì e sotto questa veste raggiunge gli spiriti proprietari dei vari animali cacciati come selvaggina dai cacciatori, richiedendogli di rilasciare selvaggina per la comunità. Presso gli A’i l’anima dello sciamano, quando si stacca dal corpo per effetto dello yajé o altre fonti visionarie, si reca presso i signori dei vari animali e richiede la liberazione di selvaggina. Al ritorno dal suo viaggio astrale indica ai cacciatori i tempi e i luoghi in cui potranno trovare la selvaggina in tal modo “liberata” (Samorini, 2021, p. 21).

Il racconto zuñi prosegue con la prima moglie, che era una strega, che vuole vendicarsi del marito per averla abbandonata sposando le altre donne, e per fare ciò si mette d’accordo con la seconda moglie, quella di Hawiku. Si trasforma in gufò e vola nel paese degli Apache, chiedendo loro di attaccare di lì a quattro giorni la città zuñi di Ketchapawa e di uccidere suo marito. La sorella del cacciatore ha una premonizione e si dispera capendo che sta per accadere qualcosa di grave a suo fratello. Nel paese viene indetta una caccia alla lepre che durerà diversi giorni. Ogni giorno che il cacciatore va a cacciare la lepre, la sorella si reca alla fonte e mangia il fiore di datura. Il terzo giorno di caccia la sorella, mangiando il fiore di datura, prega per suo fratello e sente una voce che le dice di recarsi nel luogo dove vivono gli Dei degli Animali Selvatici (o Dei Bestie, divinità del pantheon zuñi) e chiedere il loro aiuto. In questo caso si evidenza una funzione della datura differente da quella magico-cinegetica (per la caccia), dove lo spirito della pianta elargisce consigli utili a chi l’ha ingerita. Al risveglio la ragazza si mette in cammino e incontra Leone di Montagna, Orso Bianco, Tasso e Lupo. Questi danno alla ragazza delle faretre con speciali frecce e archi da consegnare al fratello il quale, all’arrivo degli Apache, si difende e con quelle frecce uccide tutti gli Apache che volevano assassinarlo. La moglie strega, insieme a quella di Hawiku, non si dà per vinta e riprova a coinvolgere gli Apache, i quali vengono nuovamente sconfitti dal cacciatore. Allora la moglie strega fa arrivare a casa del marito otto Ragazze Gru, che lo rapiscono. Lo tengono a casa loro come marito per quattro anni.
La sorella, disperata, si reca alla fonte e succhia il fiore di datura. Le appare Capo Datura che le dà un cristallo da mettere nella sua cintura e le dice di controllarlo: se diventa nero significa che suo fratello è morto. Quindi la ragazza coinvolge diversi uccelli alla ricerca di suo fratello: Aquila, Falco, Avvoltoio, Colibrì, ma nessuno di questi riesce a trovare il fratello. Il cristallo tuttavia non diventa nero. A un certo punto le Ragazze Gru si recano con l’uomo nella sua città, Ketchapawa, per partecipare a una danza yaya. Lo camuffano da uomo navajo, ma sua sorella lo riconosce ed entrambi si riabbracciano.
La moglie strega e la moglie di Hawiku si incontrano nuovamente e quella di Hawiku riconosce che non c’è alcuna possibilità di uccidere il marito e non intende più progettare cattive azioni nei suoi confronti, al contrario della moglie strega. A questo punto la sorella del cacciatore si reca ad Hawiku a casa della seconda moglie, impaurita perché pensa le voglia fare del male visto che ha partecipato ai tentativi di eliminazione del fratello. In realtà la sorella non ha intenzione di farle del male e riesce a convincerla a recarsi con lei alla fonte dove cresce la datura. Le dà la datura, e in conseguenza di ciò la seconda moglie vomita “tutte le cose cattive del suo cuore, lucertole, vermi, insetti e scarafaggi. Bevve per quattro volte e lavò il suo stomaco”. Con un atto di tipo magico-sciamanico la sorella di suo marito le apre il petto, estrae il cuore e lo sostituisce con uno fatto di turchese. Dopo questa azione di purificazione (un’ulteriore funzione della datura che si evidenza in questo racconto), la moglie di Hawiku uccide la moglie strega e si riconcilia con il marito, mentre sua sorella trasforma le otto Ragazze Gru in uccelli gru, che volano via verso nord. Da quel giorno il cacciatore stette con la moglie di Hawiku, quella con il cuore di turchese (Benedict, 1935, vol. 2, pp. 179-186).

 

Nota

1 – Si riferisce alle rappresentazioni dei fiori di datura utilizzate cerimonialmente dagli Zuñi, dagli Hopi e da altre etnie limitrofe; sono ricavate dai frutti di certe piante e vengono appese ai lati della testa.

 

Riferimenti bibliografici

BENEDICT RUTH, 1935, Zuni mythology, 2 vols., Columbia University Press, New York.

SAMORINI GIORGIO, 2021, L’uso tradizionale dell’ayahuasca in Amazzonia, in: G. Samorini (cur.), Ayahuasca. Dall’Amazzonia all’Italia, Shake Edizioni, Milano, pp. 11-44.

STEVENSON C. MATILDA, 1915, Ethnobotany of the Zuñi Indians, 30° Annual Report of the Bureau of American Ethnology, pp. 31-102, p. 46.

 

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