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Quest' opera di Giorgio Samorini è concessa in licenza sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.







Il grasso dell’antilope So
The fat of the So antilope
Il So era un rito iniziatico che segnava il passaggio dei ragazzi alla vita adulta. Era diffuso presso diverse etnie del Camerun e del Gabon, fra cui Ntoumou, Mvai, Beti e Fang.
Presso gli Ntoumou, gli Mvai e i Beti il rito del Byeri, un culto degli antenati – a sua volta esportato dai Fang – era un rito annesso al So. I neofiti potevano partecipare alla presentazione dei crani del Byeri solo dopo essere stati iniziati al So. Al contrario, presso i Fang del Camerun meridionale, dove ai primi decenni del XX secolo si praticava una forma ridotta del So (Ésis), per potervi partecipare si doveva essere già stati iniziati al Byeri (Raponda-Walker & Sillans, 1962, pp. 165-7).
So è il nome di una specie di antilope con ventre bianco e striscia dorsale nera (Cephalophus leucogaster Gray) dalle probabili valenze totemiche presso i Fang e altri gruppi bantu. Il rito del So è complesso, in alcune parti ripugnante e in altre ancora misterioso (per un approfondimento si rimanda alle descrizioni di Houseman, 1992, Laburthe-Tolra, 1985 e Tessmann, 1913, vol. II, pp. 44-64).
Intendo qui focalizzare l’attenzione su un particolare rituale che potrebbe avere delle implicazioni psicofarmacologiche sino a oggi non intuite dagli studiosi del So. Studiando i Beti del Camerun Mallart i Guimerá ha evidenziato alcuni particolari iniziatici comuni al culto tribale So e al culto degli antenati Malan (Byeri). Ad esempio, entrambi prevedono l’ingestione di una sostanza magica, visionaria: l’ingestione del “grasso dell’antilope so” nel rito del So e l’ingestione dell’alan nel rito del Byeri (si veda Alan e niando) E’ significativo il fatto che presso i Beti anche in altri riti di iniziazione, quali quelli dei suonatori di arpa e dei guaritori, è previsto l’assorbimento di una bevanda: “nei racconti iniziatici dei grandi terapeuti e dei suonatori d’arpa, l’assorbimento di una bevanda si presenta sempre come un atto reale, anche se a volte si realizza in modo immaginario” (Mallart i Guimerá, 1992b, p. 22).
Il “grasso del so” non è il delizioso grasso dell’antilope, bensì sotto questo termine si cela una sostanza a base di banane mature, grasso di un caprone (oyomo) mantenuto a un regime dietetico particolare, insieme a escrementi degli officianti al rito. Sorvolando sulle motivazioni iniziatiche della presenza di sostanze ripugnanti, pongo l’attenzione sull’oyomo. Questo caprone, scelto già eccezionalmente grasso, viene tenuto legato nella foresta e sottoposto a un regime alimentare in cui sono comprese determinate piante velenose: “Stordito dall’effetto degli stupefacenti, l’animale non è più altro che grasso super-abbondante e riceve quindi il nome di oyomo (..). La morte dell’oyomo deve rispondere a esigenze particolari: squartato vivo e, secondo alcuni, smembrato a mano, non deve assolutamente urlare. Questo silenzio indica il buon esito del rito” (Houseman, 1992, p. 52).
Ciò che non è stato colto dagli studiosi è la possibilità che il grasso di oyomo possa essere dotato di proprietà inebrianti, psicoattive. Già Mallart i Guimerá fa notare che il caprone, al momento del sacrificio, è stordito sotto l’effetto “stupefacente” della dieta di piante “velenose” a cui è stato sottoposto nei giorni precedenti, per cui è possibile che i principi attivi di quelle piante siano metabolizzati e accumulati nelle parti grasse dell’animale (Samorini, 2002-2003). Conosciamo altri casi dove le carni di un animale che si è nutrito di vegetali psicoattivi o anche tossici per l’uomo, acquisisce proprietà “stupefacenti” per chi le ingerisce. Ricordo il caso dei conigli e delle lepri, che si possono cibare impunemente delle foglie allucinogene e velenose (per l’uomo) di belladonna e di altre Solanaceae tropaniche, e la cui carne acquisisce di conseguenza proprietà allucinogene [cfr. Ruspini, 1865(1995)].
Un altro caso, che è stato posto all’attenzione solo di recente (Tsoucalas et al., 2023), riguarda uno stratagemma bellico messo in atto nel XI secolo prima della nostra era nel corso di una guerra fra Atene e la città cretese di Erythrae situata sulla sponda dell’Asia Minore. Gli Ateniesi, accampati davanti all’esercito nemico, prepararono il sacrificio di un toro, facendo in modo che il nemico vedesse. Il toro era stato prima drogato con delle erbe che producono follia, e gli Ateniesi fecero finta che gli scappasse nel momento del sacrificio. Il toro fuggì infuriato e i nemici lo catturarono ed eseguirono il sacrificio ritenendo che fosse di buon auspicio. Ucciso il toro, diedero da mangiare pezzi della sua carne a tutti i soldati, i quali poco dopo furono assaliti da stati di allucinazione e di delirio. A questo punto gli Ateniesi attaccarono il nemico riuscendo facilmente a sconfiggerlo. Questa storia fu riportata dal macedone Polieno nel secondo secolo della nostra era internamente al suo scritto Stratagemmi (Libro VIII, Cap. 43).
Tornando al rito del So, come ha sottolineato Houseman (1992, p. 52), “ciò che è importante nel rito è il grasso dell’animale e non l’animale in sé”. Si deve anche tener conto che il So appartiene alla classe dei riti che sono aggettivati come byang – riti notturni e individuali – dove byang designa anche il nome di una pianta generica a cui sono attribuiti dei poteri speciali. Il grasso dell’oyomo, che rientra a far parte del “grasso dell’antilope so”, è considerato un alimento iniziatico alla pari dell’alan. In effetti, nella lingua ewondo dei Beti, per esprimere il concetto di “iniziare” viene utilizzato il verbo “mangiare” (di). Per domandare a qualcuno se è iniziato al So, al Byeri o ad altri riti, sono comuni fra i Beti espressioni del tipo: “Hai mangiato il so?”, “Hai mangiato il melan?”, “Hai mangiato il byang degli spiriti minkug?”, “Hai mangiato il byang dell’arpa?” (Mallart i Guimerá, 1992b, pp. 20-2). Anche nel Buiti “mangiare iboga” significa sottoporsi al rito d’iniziazione e gli iniziati sono chiamati bandzi, termine che deriva dal verbo dzi (“mangiare”) e che significa “colui che ha già mangiato”, intendendo colui che ha già mangiato l’iboga (si veda I culti dell’iboga).
Si vedano anche:
HOUSEMAN M., 1992, La iniciación masculina So o los artificios de la lógica iniciatíca, in: Mallart i Guimerá (cur.), op.cit., pp. 39-67.
LABURTHE-TOLRA PHILIPPE 1985, Initiations et sociétés secrètes au Cameroun. Essai sur la religion beti, Karthala, Paris.
MALLART I GUIMERÁ LLUÍS (cur.), 1992, Ser ombre, ser alguien. Ritos e iniciaciones en el sur del Camerún, Universitat Autònoma, Barcelona.
MALLART I GUIMERÁ LLUÍS, 1992b, El lenguaje de la iniciación, in: L. Mallart i Guimerá (cur.), Ser hombre, ser alguien. Ritos e iniciaciones en el sur del Camerun, Universitat Autònoma de Barcelona, pp. 19-36.
RAPONDA-WALKER ANDRÉ & ROGER SILLANS, 1962 (1983), Rites et croyances des peuples du Gabon, Présence Africaine, Paris.
RUSPINI G., 1865(1995), Deadly Nightshade and Rabbits. Eleusis, vol. 3, pp. 29-30.
SAMORINI GIORGIO, 2002-2003, Il culto degli antenati Byeri e la pianta psicoattiva alan (Alchornea floribunda) fra i Fang dell’Africa Equatoriale Occidentale / The ancestor cult Byeri and the psychoactive plant alan (Alchornea floribunda) among the Fang of Western Equatorial Africa, Eleusis, n.s., vol. 6/7, pp. 29-55.
TESSMAN GÜNTHER, 1913, Die Pangwe, 2 vols, Ernst Wasmuth, Berlin.
TSOUCALAS GREGORY et al., 2023, Chemical warfare in ancient Greeck Ionia: mass intoxication with Hecate’s deleterium, Military Medicine, pp. 1-12.