Lo yagé fra i Coreguaje

A yagé ceremony among the Coreguaje (1931)

 

Agli inizi degli anni ‘1920 il botanico ed esploratore belga Florent Claes intraprese una missione di ricerca nella regione colombiana dove risiedevano gruppi Huitoto e Coreguaje. Questi ultimi, che furono precedentemente noti come Piojé e che hanno come endoetnonimo quello di Korebaju, furono denominati da Claes Correguaje.

La missione aveva lo scopo specifico di osservare la pianta stimolante dello yoco (Paullinia yoco; si veda Lo yoco delle etnie della Tripla Frontiera) e di acquisire conoscenze sulla bevanda visionaria dello yagé. Presso i reticenti Coreguaje Claes riuscì a carpire la corretta identificazione della liana dello yagé (Banisteriopsis) con metodi eticamente discutibili, inclusa un’occultata intromissione nel luogo dove veniva segretamente preparata la bevanda dello yagé e cimentandosi in un furto di pezzi della liana; in seguito egli fece in modo che, tornato al villaggio, alcuni Coreguaje si accorgessero dei pezzi di liana fuoriuscenti dal suo zaino, spacciandosi quindi per stregone di fronte agli increduli nativi. Il tutto si concluse con l’invito a Claes da parte del capo del villaggio a partecipare a una cerimonia di yagé (l’esploratore belga era accompagnato giorno e notte da soldati armati).

Nel corso delle sue indagini sul campo, Claes si era accorto che nella pentola dove era preparato lo yagé venivano introdotte le foglie di una seconda pianta (che oggi sappiamo appartenere alla specie Diplopterys cabrerana, ricche di DMT, si veda L’ayahuasca dell’Amazzonia); ma non riuscì a superare le forti reticenze dei Coreguaje, i quali non gli permisero di raccogliere campioni di queste foglie (Claes, 1932, p. 33 e 50).

Claes venne a sapere che quando i nativi si cimentavano nella preparazione di una cerimonia di yagé, mandavano via dal villaggio tutte le donne in cinta; i mariti le conducevano in un luogo dove dovevano restare fino a conclusione del rito. Un’altra accortezza era quella di legare tutti i cani del villaggio, in modo che non potessero correre in libertà nel corso della cerimonia.

Claes descrisse la cerimonia in uno scritto in francese pubblicato nel 1932, di cui riporto di seguito una traduzione. A mia conoscenza, si tratta dell’unica descrizione del rito coreguaje di cui disponiamo.

 

“Avevo dormicchiato circa un’ora, quando un soldato mi svegliò per avvertirmi che il Capitano e il commissario desideravano parlarmi. Li feci entrare. Erano venuti ad annunciarmi che quella medesima notte ci sarebbe stata una cerimonia di yagé alla quale mi autorizzavano di assistere. Mi chiesero di far stendere le amache, la mia e quella dei soldati, prima del sopraggiungere della notte nella casa dello stregone.

Nonostante la fatica degli ultimi due giorni, questa notizia mi riempì di gioia, ma non credo che questa soddisfazione fosse condivisa dalle mie guardie, che visibilmente provavano una certa ripugnanza al pensiero di passare la notte in mezzo alla tribù. La cerimonia doveva cominciare alle sei della sera e finire alle quattro del mattino. Con mezz’ora d’anticipo, feci sciogliere le nostre amache per portarle in un luogo appropriato. Sotto indicazione del capitano, scelsi il posto da dove avrei potuto osservare tutte le fasi della cerimonia. Mi trovai in mezzo agli Indiani, che avevano già attaccato le loro amache, mentre i soldati avevano preso il posto vicino all’uscita della casa, pronti a darsela a gambe al primo allarme.

Come mi aveva detto il fabbricante di impermeabili, donne e cani erano spariti. Il mistero, un vero silenzio di morte si era diffuso in questo momento su tutto l’accampamento.

Tutti i maschi della tribù occupavano le loro amache, attendendo silenziosamente l’inizio del cerimoniale. Non sentii una parola, non un soffio. Si sarebbe detto che gli Indiani avessero scelto di bloccare anche il loro respiro.

Il bagliore vivo della luna e un cielo senza nubi lasciarono penetrare un poco di luce nella casa, delineando nettamente, nonostante la semi oscurità, tutti gli esseri presenti.

Su un banco situato al centro della capanna era seduto lo stregone. Alla sua destra, sul suolo, c’era una pentola di ceramica piena di yagé, coperta da una pacchetto di foglie e a lato un’altra più piccola che conteneva una preparazione di canna da zucchero, cotta, mi sembra, con della farina di cassava; sul banco, alla sua sinistra, c’è una sorte di scettro fatto di piume, e un pacchetto di piccoli rami che gli servono da aspersorio.

Verso le sei e mezza l’oscurità è pressoché completa. Improvvisamente si ode pronunciato da una voce spezzata e a metà soffocata, un houf! houf! ripetuto tre o quattro volte. Mi alzo dall’amaca per osservare meglio ciò che sta per accadere. Lo stregone è nella penombra; ha fatto mezzo giro sul banco e ha fra i suoi piedi la pentola di yagé. È lui che ha dato il segnale dell’inizio della cerimonia.

Nel giro di quale istante vedo il suo corpo inclinato a metà sul vaso, dare qualche colpo nervoso con l’aspersorio improvvisato sotto e attorno al recipiente, come se volesse cacciare lontano gli spiriti malevoli. I rami dell’aspersorio producono, nell’agitarli, un rumore inatteso e singolare, si direbbe come lo scricchiolio di foglie secche; in seguito a ciò lo stregone pronuncia ad alta volte delle frasi, che ovviamente mi fu impossibile comprendere, ma che penso fossero delle invocazioni o delle preghiere rivolte al dio yagé. I partecipanti mantenevano un silenzio impressionante; nessuno si muoveva, si sarebbe creduti di assistere a una messa. Dopo un po’ lo stregone si rigirò nella sua posizione originaria. Con lo scettro in mano intonò un canto, al quale gli Indiani risposero in ritornello, e il canto fu accompagnato da nuovi colpi secchi o spezzati che lo stregone dava di destra e di manca come se volesse cacciare gli spiriti maligni dalla capanna e dai partecipanti. Questa scena durò dodici o quindici minuti, dopo di che un Indiano si avvicinò allo stregone e lo aiutò a vestirsi delle sue insegne delle grandi cerimonie. Gli mise sulla testa una specie di berretto piatto di piume e portante davanti una mezza dozzina di grandi piume di ara. Quindi, lo stregone si mise attorno al collo delle collane di perle di vetro di differenti colori. Sono così numerose che lo coprono dalle spalle sino alle orecchie, stringendo così il collo d’un vero peso che gli impedisce di muovere la testa senza far girare il corpo al medesimo tempo.

Essendo terminata questa parte della toilette, l’assistente, che più tardi sarà apprendista stregone, fissa nella parte posteriore del suo copricapo un mantello composto di piume d’uccelli, di colori vivi e brillanti, che gli coprono le spalle e il dorso fino alla cintura. Passa quindi sul petto un’immensa collana composta di due file di denti di tigre e completa il suo abbigliamento fissando nelle orecchie e nei capelli delle grandi piume di ara appuntite, davanti, come dei dardi.

Così conciato, lo stregone riprende lo scettro e i rami, fa qualche passo attorno al recipiente contenente lo yagé, accompagnandosi con dei canti e delle invocazioni. Restando seduto sul suo banco, distribuisce, in seguito in circolo, in una ciotola, la bevanda favorita, non senza aver preso in precedenza una grossa sorsata egli medesimo.

Questa scena si ripete per tre volte, e ogni volta si ripetono i medesimi riti sempre in mezzo al silenzio solenne osservato dagli Indiani presenti. Una scena indimenticabile si produsse in seguito: doveva essere mezzanotte quando entrò una donna indiana, che si sedette su un banco di fronte allo stregone. Con le gambe incrociate, lo stregone la spogliò della sua camicia lasciando interamente nuda la parte superiore del corpo. Sembrava ch’ella fosse il simbolo d’una divinità denominata yagé. Lo stregone intonò dei nuovi canti e passò le mani con un gesto d’infinita dolcezza sulle spalle e il collo della donna e agitò quindi i rami su di lei. Allora i canti cessarono, l’Indiana si rimise la camicia e si ritirò silenziosamente in un angolo. Dopo alcuni momenti di riposo, giunge una nuova distribuzione di yagé, e questa volta lo stregone prende nella pentola dei bicchieri grandi e prolungati, che producono un rumore come se versasse il liquido in un imbuto. Sembrava insaziabile poiché, in meno di mezz’ora, ripetette per due volte la medesima operazione. Allora inizia l’intossicazione. Si mette improvvisamente in piedi sul banco su cui era seduto, canta e parla con una vivacità straordinaria, facendo sempre i medesimi gesti di benedizione con i rami che non lascia mai.

In questo momento, sembra che lo yagé produca tutti gli effetti allucinatori. Lo stregone chiacchiera con grande animazione, e dalle grida d’ammirazione e di allegria degli Indiani presenti, che sono ugualmente sotto l’influenza dell’ebbrezza, mi rendo conto che racconta le sue visioni. È un momento davvero impressionante. Gli Indiani, nonostante lo stato d’ebbrezza in cui si trovano, ascoltano lo stregone con un’attenzione religiosa.

Dopo di che, egli cade in uno stato di prostrazione. Sembra privo di sensi, ma bruscamente si alza come mosso da una molla. Esce dalla capanna, va da un lato all’altro, accelerando il passo e sempre accompagnato d’esortazioni e di canti per me incomprensibili. Passeggia così febbrilmente per un buon quarto d’ora, e si ritira quindi nella foresta da dove mi arrivano all’udito come dei grugniti di maiale o di bestia selvatica.

Durante questo tempo, gli Indiani che restano all’interno della capanna si dedicano a degli esercizi vari, parlano, grugniscono e gesticolano senza comunque lasciarsi andare a delle manifestazioni disordinate. In questo momento guardo il mio orologio, sono le quattro del mattino. Lo stregone rientra nella capanna in uno stato di eccitazione estrema. Intona ancora una volta i suoi canti e poi si fa il silenzio completo. L’apprendista stregone lo spoglia dei suoi ornamenti e lo stregone si lascia cadere pesantemente sul banco, dove, sembra, termina la digestione dei due litri di yagé che, almeno secondo me, ha ingurgitato. La cerimonia è terminata ed è passata senza altri incidenti particolari” (Claes, 1932, pp. 46-50).

 

Riferimento bibliografico

CLAES FLORENT, 1931-32, Chez les Indiens Huitotos et Correguajes, Bulletin de la Société Royale Belge de Géographie, vol. 55, pp. 88-106, pp. 190-194 + vol. 56, pp. 27-51.

 

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